Il governo Meloni, il ponte immaginario
di Salvatore Bianco
«Essere nemici degli USA è pericoloso. Essere loro amici è letale», diceva Kissinger. L'Italia è stretta da un doppio vincolo esterno (Bruxelles e Washington) che ha soppiantato il vincolo costituzioanle interno. Ci vuole un altro paradigma geo-storico che tenga assieme politica, storia e spazio geografico. una «lega» dei Paesi mediterranei
Vi è un racconto leggendario che si è intrecciato, fra l’altro, con la vicenda umana e la parabola politica di Masaniello (1620-1647). Le cronache del ‘600 narrano di un ponte – da costruire – che per la sua smisurata lunghezza avrebbe collegato il periferico e martoriato vicereame di Napoli direttamente con i magnanimi regnanti spagnoli sul suolo iberico. Quel ponte per intuibili ragioni non vedrà mai la luce…
L’Italia in orbita Trump
«Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza»: questo il laconico comunicato ufficiale fatto uscire da Palazzo Chigi dopo l’attacco militare proditorio statunitense del 3 gennaio 2026. Quell’attacco, è bene tenerlo a mente, ha portato al sequestro di un capo di Stato, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e alla sua deportazione coatta negli Usa.
Con quella nota emanata nelle ore immediatamente successive all’impresa in stile coloniale, è definitivamente caduta l’ultima patetica bugia di poter erigere un ponte tra la Ue e l’America di Trump e, soprattutto, di essere propriamente la Meloni quel ponte.
Non poteva non accadere. Troppo facile infatti ipotizzare per l’Italia una traiettoria politico-strategica sempre più in un’orbita trumpiana. Del resto, è da tempo che siamo il più grande dei piccoli paesi europei piuttosto che il più piccolo dei grandi. È accaduto con la nuova suddivisione internazionale del lavoro conseguenza della tumultuosa globalizzazione a trazione statunitense varata all’indomani del collasso del sistema sovietico. E nell’attuale quadro di un crescente asservimento alle esigenze politiche dell’egemone a stelle e strisce, l’alternativa possibile non sembrerebbe realisticamente più appetibile: quella di recitare un ruolo di comparsa sul nostro continente, segnato dalla preponderanza quasi irresistibile di Inghilterra, Germania e, a distanza, Francia.
Un’amicizia pericolosa
Senonché, è sempre bene ricordare quanto andava ripetendo Kissinger: «che essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso. Essere loro amici è letale». Ora, vero è che la Meloni ha ribadito a più riprese ai cosiddetti «volenterosi» l’indisponibilità ad inviare a Kiev truppe italiane di «rassicurazione». Pur tuttavia, si osa forse dubitare che la premier e di conseguenza il nostro Paese impiegherebbero meno di un nano secondo a corrispondere a un comando in tal senso, se provenisse direttamente dalla Casa Bianca?. Come aggravante, l’attuale governo ha piegato la riconfermata austerità europea alle esigenze dell’industria bellica americana da cui attingeremo per realizzare un piano di riarmo senza precedenti (a regime varrà il 5% del Pil). Anche il drenaggio del risparmio privato in favore delle Big Three (BlackRock, Vaguard e State Street) risulterà incentivato da alcune misure contenute in finanziaria sulla previdenza complementare e in generale sulle polizze assicurative. Il disegno piuttosto esplicito è quello di funzionalizzare e subordinare il vincolo europeo alle necessità di Washington e dei colossi di Wall Street. Per paradossale che possa apparire, nonostante le ripetute giaculatorie del governo sul valore della «nazione», l’attuale compagine governativa, per la sua estraneità storica al patto costituzionale, offre le più ampie garanzie di tenuta di quello schema eteronomo, a fronte di una Carta che per ovvie ragioni non si avverte come propria. L’avvio dell’ennesima stagione di riforme costituzionali, a partire dalla demolizione dell’indipendenza della magistratura, segnala una irrefrenabile volontà liquidatoria dei principi costituzionali. A valle di questo percorso è lecito ipotizzare un Paese più smarrito e ancora più vulnerabile alle incursioni da fuori. Altrimenti detto, una volta archiviata la Costituzione e il principio di autodeterminazione in essa contenuto, l’asservimento ai disegni di dominio altrui sarà pressoché totale. Per converso, le forze politiche e sociali che intendono contrastare questo disegno occorre che facciano tesoro della lezione realistica di Machiavelli, che nel libro III de I Discorsi ribadisce che «a volere che una setta o una repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio». Dunque, una possibile via di fuga efficace richiederebbe non l’ennesima nichilistica «tabula rasa» ma un ritorno alla sostanza dei «principi» repubblicani. Ma chi potrebbe assolvere a questo compito? Servirebbe come il pane una soggettività politica pienamente consapevole da costruire ex novo oppure frutto di una radicale conversione di una formazione già esistente. In grado di rintracciare nel discrimine capitale/subordinati e capitale/ambiente le contraddizioni determinate per definire un perimetro, soggettivandolo in nome di interessi collettivi materiali concreti. Capace per questo di tenere assieme e tessere le tante differenze, magari costituendosi per questa via in «blocco sociale». Sul piano antropologico si tratterebbe di un fronte composito ma vasto, accomunato sociologicamente dall’essere in un rapporto di subordinazione funzionale rispetto al processo di illimitata «appropriazione privata del plusvalore socialmente prodotto».
La vera posta in gioco nella contesa Ue/Usa
Ora, si dà il caso che l’immane impero di debiti, quali propriamente sono diventati gli Stati Uniti, è alle prese forse con la più grande minaccia al suo dominio globale: la Cina. Ha individuato nel mezzo bellico ancora debordante l’arma disperata per rimescolare le carte e monopolizzare il mercato del petrolio. In ciò sperando di rilanciare un dollaro destinato a divenire altrimenti carta straccia.
Dal canto suo, La Ue accarezza l’idea di ripristinare il sogno infranto dell’antico unipolarismo perduto, che in effetti rappresentava una formidabile rendita di posizione per i principali attori del vecchio continente. La divergenza con il gigante statunitense in questa nuova fase della storia del mondo non è tanto sui «nemici» che sono gli stessi – Russia e soprattutto Cina – per entrambe le sponde dell’atlantico. La divergenza si gioca sulla natura della loro relazione interna. Il disegno complessivo, per Trump, sono le «sfere di influenza» da contrattare o contendere con le altre due/tre principali potenze mondiali. L’Europa in questo schema non riveste più il ruolo, sia pure tra mille virgolette, di alleato strategico ma quello di vassallo, da depredare ed eventualmente utilizzare in blocco come proxy, sul modello ucraino, nelle più aspre contese con i competitori strategici dell’impero americano. Dunque, la Ue vorrebbe mantenere il vecchio schema della spartizione sia pure fortemente sperequata dei bottini di guerra sui diversi scacchieri internazionali. Trump non è dello stesso avviso, reputa lo stesso spazio europeo un bottino di guerra da spolpare a partire dall’ingente risparmio su cui per il momento può ancora contare. A un’analisi meno di superficie, si coglie insomma che il motivo del contendere con Trump, da parte della Ue, non è quello di rivendicare un ruolo più autonomo piuttosto quello di essere considerati «soci di minoranza» di un comitato di affari unificato. Si è dentro la medesima logica predatoria, come dimostra l’accettazione senza batter ciglio dell’esorbitante aumento delle spese militari, sottraendo ulteriori risorse al morente stato sociale. Ma non si vorrebbe essere trattati e considerati, dalla parte degli europei, alla stregua di un proxy qualunque. La riprova è data dalla posizione appena più risoluta espressa sulla Groenlandia. Ma anche in questo frangente, non casualmente, questa linea è contrastata dall’eccentricità del nostro governo. In buona sostanza nel dare credito e corda a Trump, da parte della Meloni e del suo fido Crosetto, alle preoccupazioni di presunte mire russe o cinesi sull’Artico, si spalanca di fatto il vaso di pandora ad ogni pretesa acquisitiva da parte di Trump.
Dalla padella alla brace
I nostri attuali governanti, con la complicità di larga parte della classe politica, preso atto del ruolo di dominus degli Usa nei confronti della Ue, si sono limitati a un’adesione solo retorica rispetto alle posizioni assunte da quest’ultima. Ma purtroppo lo scenario è molto più pericoloso e inquietante da quello percepito dalle «anime belle» di chi ci governa e dei finti oppositori. Resta infatti da capire se questo rapporto sempre più stretto con una potenza imperiale di dimensioni globali ci ponga al riparo da pericoli o viceversa ci esponga a rischi addirittura superiori. La questione si pone in termini piuttosto stringenti e ultimativi in quanto l’amministrazione statunitense negli ultimi tempi pare determinata a giocarsi la carta delle operazioni militari a catena. Ora, i «volenterosi» costituiscono l’estremo patetico tentativo di tenere assieme le sempre più divaricate sponde dell’atlantico. La nostra presenza a intermittenza ci sottrae allo schema atlantista tradizionale che si vorrebbe in extremis ripristinare, ma ci consegna a un pericolo altrettanto letale, come ammoniva Kissinger. Vale a dire quello di essere assimilati ai governi fedelissimi di Trump. La qual cosa non ci deve lusingare ma massimamente preoccupare. Un rapporto bilaterale stretto ci consegna integralmente a dei rapporti di forza così sbilanciati che sarebbe semplicemente un continuo obbedire al comando dispotico di un padrone. Per la verità qualche significativo sporadico segnale di coinvolgimento diretto lo si è già avuto con l’invio di ben due navi, un cacciatorpediniere e una fregata, nel Mar Rosso per contrastare gli Houthi al largo dello Yemen. All’orizzonte potrebbero materializzarsi a breve ben altri scenari con coinvolgimenti massivi di uomini e mezzi. Prodromico in tal senso è l’annunciato coinvolgimento dell’Italia nel Board of Peace per Gaza.
Possibili vie di fuga: l’Unione mediterranea
L’operazione da tentare sarebbe invece verosimilmente un’altra. Per smarcarsi dalla morsa a due, a cui siamo allegramente destinati, si tratterebbe di provare a disarticolare il terzetto rappresentato da Starmer, Merz e Macron. E lavorare con la Francia strategicamente a una «costituente mediterranea» con Spagna, Portogallo, Grecia e i Paesi dell’Africa settentrionale, con una proiezione pacifica e cooperativa verso il Sud e il Centro America. La prospettiva non è per nulla peregrina ed è risalente. Il primo a lanciarne l’idea fu il filosofo e diplomatico francese Alexandre Kojève (1902-1968) che, tra le sue memorabili lezioni sulla Fenomenologia dello Spirito hegeliane e le missioni all’estero, trovò il tempo di presentare al presidente Charles de Gaulle un progetto di «impero latino mediterraneo». Da noi ha avuto una gestazione lenta ma continua, si occuperanno direttamente del dossier negli anni Settanta sia Moro che Berlinguer. Negli ultimi anni il progetto è stato rilanciato dal filosofo Giorgio Agamben nel 2013, dopo la crisi dei subprime, e costantemente vi allude lo storico Luciano Canfora. Più di recente ne ha parlato l’ambasciatore Alberto Bradanini con buoni argomenti: «l’Italia si scoprirebbe riposizionata al centro del Mediterraneo, uno spazio strategico di incontro tra civiltà e continenti (Europa, Asia e Africa), su cui ricostruire quelle idealità contenute nella nostra Carta fondamentale, assicurando un contributo di qualità alla soluzione di tensioni e conflitti che infestano la regione. In una proiezione di pace, stabilità e prosperità per i popoli». Ciò presuppone il superamento del modello funzionalistico che sottende all’attuale Ue e l’approdo a un paradigma geo-storico, che tenga assieme politica, storia e spazio geografico. Quella di una «lega» dei Paesi mediterranei che tasti il terreno per una futura potenziale unione politica tra simili, per mentalità e ambiente naturale, fornita di un’adeguata consistenza demografica (circa duecento milioni di abitanti), appare in effetti una prospettiva realistica e soprattutto massimamente auspicabile.









































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