Iran. L'America fa un passo per ricominciare la guerra
di Davide Malacaria
Tel Aviv minaccia anche di riprendere in grande stile il genocidio di Gaza, abbandonando l'attuale modalità silenziosa, perché Hamas ha rifiutato la richiesta di disarmo avanzata dalla controparte (la milizia resta ferma sulle sue posizioni: riporrà le armi solo in parallelo al ritiro israeliano dalla Striscia, cosa che la controparte esclude dall'orizzonte...)
La decisione di Trump di ripristinare il traffico dello Stretto di Hormuz aiutando petroliere e navi merci a superare, sotto la supervisione delle forze armate statunitensi, lo sbarramento iraniano, allarma non poco perché ha tutta l’aria di un passo verso la ripresa delle ostilità.
Secondo la ricostruzione di Axios, giovedì scorso a un Trump sempre più frustrato dallo stallo sarebbe stato presentato un piano per riaprire lo Stretto con la forza, ma egli ha optato per un’iniziativa più soft, un piano in cui si prevede che le forze statunitensi aiutino “le navi battenti bandiera americana e altre navi commerciali ad attraversare lo Stretto, fornendo loro le dovute avvertenze su come evitare le mine e rimanendo pronte a intervenire in caso di attacco da parte dell’Iran”.
L’Iran ha prontamente dichiarato che il transito non autorizzato sarebbe stato intercettato e, a quanto pare, è già accaduto stamane, con le difese iraniane che avrebbero respinto un cacciatorpediniere che si apprestava a entrare nello Stretto colpendolo con due missili, notizia che però gli Stati Uniti hanno negato.
Diniego fortunato perché, se l’attacco fosse stata confermato, aveva il potenziale per riaccendere l’incendio, che è poi quel che si rischia con questa mossa del tutto improvvida… o forse stupidamente astuta perché un incidente similare, che l’iniziativa di Trump favorisce, darebbe modo alla propaganda americana di addossare a Teheran il ritorno alla guerra.
Una guerra che Trump minaccia ogni piè sospinto, riecheggiando le molto meno retoriche minacce di Tel Aviv, le cui autorità hanno fatto sapere che, da quando è iniziata la tregua con l’Iran, hanno ricevuto 6.500 tonnellate di equipaggiamento militare, che il Jerusalem post dettaglia in “migliaia di munizioni aeree e terrestri, mezzi militari e altro equipaggiamento bellico”.
Un rafforzamento che corre in parallelo a quello avvenuto nello schieramento statunitense, nonostante la defezione della super portaerei Gerald Ford, che il Comando americano aveva provato a schierare nuovamente nel teatro di guerra dopo aver riparato i danni provocati da un incendio, per poi arrendersi alla realtà e farla tornare alla base. Missione troppo lunga, quella del gioiello della U.S. Navy, rischiava un’usura irreparabile.
Oltre a incrementare il numero di navi e aerei a ridosso del Golfo persico, gli Usa hanno schierato anche il loro primo missile ipersonico, il Dark Eagle, anche se ancora in fase sperimentale, tanto da fallire diversi test. Al di là della relativa prontezza all’uso, non si sa bene a cosa possano servire tali vettori, dal momento che gli ipersonici sono stati sviluppati da Cina e Russia, che li hanno forniti ai loro alleati, per superare difese aeree di cui l’Iran scarseggia.
Certo, potrebbero essere utilizzati per tentare di colpire le basi di lancio dei missili iraniani, che nella recente guerra hanno superato quasi indenni bombe e missili israelo-americani, ma dubitare dell’efficacia di una tale strategia è d’obbligo.
Forse sperano di utilizzarli per gli omicidi mirati degli alti funzionari iraniani, che in effetti con tali missili potrebbero essere portati con maggior efficacia. Ma anche in questo caso la loro influenza sulle sorti dell’eventuale conflitto è dubbia: Teheran ha dimostrato una notevole resilienza rispetto a questa metodologia bellica presa in prestito dalle Agenzie del Terrore. Resta che portare un’arma nuova a ridosso del teatro di crisi non è un buon segno: se si porta è per testarla sul campo di battaglia.
Nè tranquillizza il fatto che al team negoziale Usa sia stato unito Nick Stewart, falco anti-iraniano e membro della Foundation for the Defense of Democracies, che da tempo fa pressioni per incenerire l’Iran…
Comunque, nonostante tutto dica il contrario, il conflitto non è ancora destino irrevocabile. Infatti, le trattative sottotraccia, nonostante i niet americani, proseguono. Se Trump nel fine settimana ha rigettato la proposta iraniana, agli iraniani è stata inviata una contro-proposta americana. Teheran la sta valutando, il dialogo continua.
Inutile entrare nello specifico, basta registrare che la proposta iraniana, al netto di estremizzazioni proprie di ogni trattativa, appariva del tutto ragionevole. Nulla si sa dell’ultima offerta americana, ma al momento è poco importante ché tutto può cambiare di ora in ora.
Sui negoziati, però, pesa come un macigno anche il conflitto libanese, che le autorità iraniane chiedono, non senza ragioni, che finisca in parallelo a quello che riguarda il loro Paese. Il fatto che Israele non abbia nessuna intenzione di ritirarsi dal Libano meridionale complica, e tanto, tutto.
Peraltro, Tel Aviv minaccia anche di riprendere in grande stile il genocidio di Gaza, abbandonando l’attuale modalità silenziosa, perché Hamas ha rifiutato la richiesta di disarmo avanzata dalla controparte (la milizia resta ferma sulle sue posizioni: riporrà le armi solo in parallelo al ritiro israeliano dalla Striscia, cosa che la controparte esclude dall’orizzonte…).
Da alcuni giorni circola la notizia, smentita dagli interessati, che gli Stati Uniti si appresterebbero a chiudere il centro istituito in Israele che aveva il compito di monitorare il cessate il fuoco a Gaza. Del tutto inutile allo scopo, un mero paravento, la sua chiusura avrebbe però un alto significato simbolico: sarebbe come dare luce verde a Israele per dare compimento definitivo al genocidio.
Chiudiamo con un cenno doveroso sulla flottilla di volontari diretta a portare un po’ di sollievo a Gaza. L’aggressione che ha chiuso la partita, avvenuta a Creta, cioè a distanza siderale dalle acque di interesse, segnala che la follia che alberga a Tel Aviv sta dilatando il proprio raggio di azione.
Finora si limitava alla propaganda aggressiva e allo spionaggio massivo (vedi Haaretz “Operatori fantasma: come le compagnie di telecomunicazioni israeliane sono state usate per tracciare i cittadini in tutto il mondo”); ora, per la prima volta, ha usato pubblica violenza in territorio occidentale e Nato, con l’inquietante compiacenza, al netto di ipocrite proteste verbali, di quanti dovrebbero assicurare la sicurezza di tale territorio. Non è un bel viatico per il futuro.











































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