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Ma in quale mondo la Palestina è divisiva?

di Lavinia Marchetti

«La Palestina è divisiva», come il 25 aprile. Certo che è divisiva. Se si è fascisti e/o complici di genocidio. In quale universo la causa palestinese dovrebbe separare gli animi nel giorno della Liberazione? Forse accade in quello dove il 25 aprile viene ridotto a un rito di rappresentanza, fatto di corone d’alloro depositate in fretta e discorsi che rifuggono ogni attrito per compiacere i contratti delle industrie belliche o i governi alleati. Nel mondo dei fatti, ieri, la Palestina occupava già lo spazio della festa. Abitava i simboli e i canti di chi attraversava le strade per ricordare che la Resistenza italiana fu una lotta contro l’occupazione straniera e contro il collaborazionismo servile. Le bandiere della Palestina avevano piena cittadinanza accanto ai vessilli partigiani, accanto ai simboli della liberazione. A Milano la fiumana di persone appariva enorme. Si parla di 100.000 persone. Risultava popolare benché l’andamento fosse lento e irregolare per via degli intoppi provocati. A Roma, nel quartiere del Quarticciolo, la memoria dello sterminio è stata accostata alle sagome di una donna e di un bambino con la kefiah, indicati come bersagli del tempo presente. Il 25 aprile non è sembrato affatto un francobollo commemorativo nel momento esatto in cui riconosce il punto dove un popolo viene schiacciato, oppresso e oltraggiato. Adesso. Non 80 anni fa.

Il nodo milanese risiede proprio in questo punto di scontro. Uno spezzone che richiama la Brigata ebraica entra nella manifestazione del 2026 portando i segni politici della stretta attualità

. La bandiera di Israele assume un significato inequivocabile dopo il genocidio di Gaza, le devastazioni e occupazioni in Libano e in Cisgiordania, nonché la guerra d’aggressione all’Iran. Assume un valore ancora più netto se accanto compare l’immagine di Donald Trump. Il gesto produce una frizione calcolabile perché il Comitato antifascista aveva chiesto esplicitamente di evitare quei vessilli. La psicologia dei singoli può sfuggire all’analisi, ma l’effetto politico restava visibile a chiunque si trovasse in corso Venezia.

Divide la Palestina oppure divide chi pretende di far sfilare nel giorno della Liberazione i simboli di due Stati terroristi e genocidi? Divide la kefiah oppure divide una bandiera issata come se fosse un’immunità morale permanente? Si scambia una benemerenza antinazista per uno scudo da offrire alle politiche di Benjamin Netanyahu. La Brigata ebraica appartiene alla storia della guerra contro il nazifascismo e nessuno intende negare tale evidenza. Proprio per questa ragione risulterebbe opportuno evitare di usarla come un lasciapassare per le azioni dell’Israele odierno. Si tratta di un’astuzia indecente che convoca la tragedia passata per rendere intoccabile il potere coloniale attuale. Si invoca la sconfitta dei fascismi storici per sottrarre al giudizio uno Stato nucleare impazzito e genocida sostenuto dalle potenze occidentali.

A Milano la contestazione è scaturita da persone comuni, da anziani e iscritti all’Anpi che sfilavano senza altri vessilli se non quelli della memoria civile. Questa versione della realtà viene spesso rimossa per favorire il resoconto dei telegiornali, dove tutto viene ridotto all’azione di pochi estremisti. Una folla larga ha percepito quelle bandiere come una rottura e le ha respinte con fermezza. Gli insulti razzisti appartengono a un degrado culturale che va isolato, ma usarli per coprire il senso generale della protesta costituisce una truffa intellettuale. La Palestina rende la festa della Liberazione più autentica perché la strappa alla sua versione igienizzata. La costringe a uscire dalla teca dei partigiani eroici, ma ormai purtroppo defunti, per entrare nel tempo dei vivi che rischiano di morire sotto le macerie. La memoria antifascista diventa orpello e rievocazione storica se non accetta di misurarsi con il presente. La questione palestinese disturba chi vorrebbe una Resistenza senza oppressi e un 25 aprile senza popoli colonizzati. Disturba chi si commuove per le vittime di ieri ma sospende il giudizio davanti ai morti del Libano. A Roma, nello stesso giorno, due iscritti all’Anpi con il fazzoletto tricolore sono stati colpiti da una pistola ad aria compressa durante la festa al Parco Schuster. Un uomo coperto da un casco integrale ha sparato da uno scooter in mezzo a famiglie e bambini. Mentre la Questura si affannava a censurare i versi di Pietro Gori, la violenza reale colpiva chi celebrava la pace tra gli oppressi. Chi crede di separare il 25 aprile dalla Palestina sta semplicemente svuotando la lotta per conservare un simbolo, ma non una pratica. Tale pratica è l’antifascismo. La Palestina è divisiva solo per chi ha scelto di fiancheggiare due Stati genocidi che stanno terrorizzando il mondo intero, a partire da Gaza.


Articolo del 26 aprile 2026, tratto da https://substack.com/@laviniamarchetti
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