Guerra permanente: l’Occidente tra propaganda e declino
di Elena Basile
Secondo l’ambasciatrice Basile, le guerre contro Iran e Russia sono strumenti di egemonia
Mentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche.
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Come fa notare Pino Cabras, si perora tranquillamente sul Washington Post, rispettabile giornale dell’establishment statunitense, l’uccisione rinnovata dei negoziatori iraniani se essi non vorranno pervenire a un accordo, in altre parole se non vorranno accettare i diktat di Donald Trump. Quel che un tempo erano operazioni coperte della Cia, assassini negati come quello di Lumumba in Congo, sono oggi accettati strumenti mafiosi di relazione con Stati più deboli. Mi chiedo se Paolo Mieli, Maurizio Molinari, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e i tanti cantori dell’Occidente buono – che demonizzano Russia, Cina, Iran e così via – abbiano qualcosa da dire in merito.
Le guerre con l’Iran e con la Russia sembrano, nell’ottica statunitense ed europea, guerre sante, contro il nemico che ci minaccia. In effetti sia Mosca sia Teheran non hanno alcuna voglia di farsi desovranizzare e di cedere le materie prime. Usa ed Europa, che a prescindere dalla commedia giornaliera, vanno fondamentalmente d’accordo, si stanno dividendo i compiti. L’Europa deve mantenere in vita artificiale l’Ucraina (è stato appena approvato il nuovo pacchetto di finanziamenti europei di 90 miliardi di euro) per utilizzarla come carne da macello contro Mosca, nella speranza mal riposta che in questo modo nel lungo periodo si potrà erodere il potere della Russia, potenza del surplus nemica come la Germania e la Cina.
A questo riguardo, una piccola digressione. Sono rimasta sbalordita dalla posizione presa da alcuni giovani, ex bocconiani, ragazzi colti e di una moralità esemplare che alla mia domanda: «Sono morti e feriti un milione di ucraini, con la nostra complicità (abbiamo impedito la mediazione dal 2014 a oggi, ci siamo opposti alla neutralità del Paese), non pensate dobbiamo sederci a un tavolo e trattare per porre fine a questa strage?» hanno risposto freddamente che gli ucraini sono uccisi da Vladimir Putin e che decidono loro quando porre fine alla guerra (mentre si nascondono tremanti nelle palestre).
La propaganda disumanizza i giovani come gli adulti, penetra nei loro geni. È questa la mostruosa trasformazione antropologica in corso. La guerra con l’Iran è nel disegno dello stratega più consapevole e dominante, Israele, una guerra permanente che a lungo andare piegherà, data la forza asimmetrica, Teheran. Per via della crisi economica determinata dal controllo iraniano dello stretto di Hormuz, si potrebbe procedere a stop and go per mitigare i danni sull’economia internazionale. I bombardamenti a tappeto e sulle infrastrutture civili, se non la minaccia della bomba nucleare, e altri crimini di guerra, sono considerati pubblicamente strumenti a cui ricorrere per l’opera di convinzione morale.
Nel caso questa linea risulti vincente possiamo aspettarci un’escalation soprattutto verso i Paesi del Golfo, complici dell’attacco israelo-americano, con la distruzione delle raffinerie di petrolio e degli impianti di desalinizzazione. Qualche analista scopre oggi la dialettica esistente in Iran tra potere teocratico e laico, tra conservatori e riformisti, da sempre sbilanciato verso i Guardiani della rivoluzione, i pasdaran e i capi religiosi. L’attacco israelo-americano ha naturalmente rafforzato i falchi anche per l’incompetenza negoziale dimostrata da Trump e dal suo improbabile entourage.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato che lo stretto di Hormuz avrebbe riaperto, se il cessate il fuoco verso il Libano fosse stato mantenuto. Si trattava di una carta offerta al presidente Usa per poter cogliere la palla al balzo e uscire senza troppe umiliazioni dal conflitto, bleffando di fronte all’opinione pubblica incline, grazie al supporto mediatico, a ingoiare di tutto, e dichiarando vittoria.
Nulla è accaduto. Con la ripresa dei bombardamenti in Libano e l’imposizione del blocco delle navi iraniane, l’escalation è ripresa. Washington sembrerebbe priva di obiettivi strategici, se non quello di annientare l’Iran al prezzo della devastazione delle monarchie del Golfo e del disastro dell’economia internazionale. La passività del Bahrein, degli Emirati e dell’Arabia Saudita è sorprendente. L’Iran non può accettare il cessate il fuoco senza la garanzia sostanziale di non aggressione nel futuro, la sospensione delle sanzioni, l’arricchimento dell’uranio a scopi civili, il mantenimento della propria difesa missilistica.
Il controllo sullo stretto di Hormuz fornisce a Teheran una leva formidabile in quanto minaccia l’economia mondiale. Gli Usa non hanno né con la loro forza aerea né con quella militare di terra la possibilità di sconfiggere un Paese di 90 milioni di abitanti, con una superficie maggiore di Italia, Francia, Germania, Benelux messi insieme. Come per la guerra in Russia, le politiche neocon hanno fallito. Un Occidente sano attiverebbe i canali diplomatici per salvare il salvabile e porre fine a morte e distruzioni. La classe dirigente trasversale, legata al dollaro e coincidente con la cosiddetta élite dell’1%, ha tuttavia altri piani a cui sono ciecamente subordinati la politica, il potere mediatico e l’intera classe di servizio, dall’accademia alla diplomazia.
La sopravvivenza del dollaro e della supremazia statunitense ed europea è legata alla guerra permanente, in grado di tenere in scacco lo sviluppo tecnologico del grande rivale, la Cina, e l’ascesa dei Paesi emergenti in un quadro multipolare. La supremazia militare mantiene in vita il moribondo impero, affetto dalla nevrosi che deriva dalla negazione della realtà. Lo scontro con la potenza nucleare russa è stato messo in conto come il compimento del genocidio di Gaza, dei crimini di guerra in Libano e in Iran.
L’utilizzo delle armi nucleari tattiche è considerato dalle dottrine militari possibile e complementare alle strategie basate sulle armi convenzionali. L’élite del mondo, che apertamente si esalta per il nuovo super-uomo, per l’Anticristo, per lo sviluppo tecnologico senza freni decide le sorti del pianeta. Un potere speciale è avocato dalla classe eletta. La classe Epstein non ha remore a sacrificare una parte della popolazione per i propri privilegi e per la continuazione di un sistema di dominio. Siamo troppi su questo pianeta.
Mi lascia esterrefatta che la classe di servizio, meschini editorialisti, politici e diplomatici, che potranno soffrire le conseguenze disastrose della strategia delle élite, siano loro complici. Non si fermano di fronte alla minaccia nucleare, robotica ed ecologica. Si bendano gli occhi e rispolverano l’antica ideologia dell’Occidente moralmente superiore che difende la democrazia contro le perfide autocrazie.
La propaganda più sofisticata trasforma antropologicamente i giovani, togliendo consapevolezza e forza alla generazione Z, al non voto, al bacino elettorale dei socialisti europei, il cui ruolo dirompente potrebbe essere essenziale. La propaganda colta, dunque, è in grado di prendere le distanze dalle aggressioni di Trump e Benjamin Netanyahu, dai crimini di guerra compiuti da due anomalie della storia occidentale – la coppia di psicopatici – senza mai riconoscere le guerre come necessità del capitale finanziario e del dollaro boccheggiante nella trappola del debito.
Oltre ai bocconiani, tanta brava gente viene manipolata ed è convinta che il prevalere della forza e del crimine sul diritto sia dovuto a due individui piovuti dal cielo. Il ruolo del centrosinistra come della sinistra di Avs che si raccoglie intorno al Manifesto, è esemplare. La cartina di tornasole è la Russia. Il liberal order riappare intatto nell’analisi manichea del conflitto russo-ucraino. Negano diplomazia e pace perché i principi sono in gioco. I valori della classe Epstein sono di nuovo sbandierati come civiltà, per la quale i coraggiosi ragazzi ucraini devono essere pronti a sacrificarsi. Un po’ meno noi. Finché la cultura dell’anti-eroe, nonostante gli sforzi di Antonio Scurati, rimane radicata nei geni della gioventù occidentale, forse resta una tenue speranza.
Malgrado la retorica bellicista, molto simile a quella del ventennio fascista, ormai impiegata nelle scuole occidentali (la Germania e la Polonia sono all’avanguardia), nonostante la mobilitazione sia cominciata con i progetti mirati a rendere la leva militare obbligatoria, la politica continua a essere cauta su un tema che potrebbe far finalmente emergere l’opposizione della società civile, anche di quella manipolata. Bertolt Brecht e Giuseppe Ungaretti ci hanno fortunatamente segnati insieme ai consumi con i quali siamo stati comprati. Grazie a Dio, cari Antonio Scurati e Umberto Galimberti, i ragazzi sono molli e stravaccati sui divani!











































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