È uscito “Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile”
di Mario Sommella
Dal manifesto in dodici punti contro il dominio digitale a una teoria del potere algoritmico contemporaneo
Quattro parti, tredici capitoli. Una diagnosi del potere dentro le infrastrutture digitali e cinque linee di resistenza. Da oggi disponibile su Kindle e Apple Books. L’edizione cartacea arriverà nelle prossime settimane.
Questo libro nasce anche da un’urgenza politica e morale.
Prima ancora della struttura teorica, prima ancora dei tredici capitoli che compongono il volume, ho sentito la necessità di fissare un punto di partenza chiaro: un manifesto in dodici punti contro il cyberfascismo. Dodici principi per riconoscere la trasformazione del potere contemporaneo e per riaffermare la centralità della dignità umana, della democrazia costituzionale, della libertà cognitiva e del controllo pubblico sulle infrastrutture digitali.
Perché oggi il dominio non si presenta più soltanto attraverso la forza visibile dello Stato o la repressione tradizionale. Si manifesta nella colonizzazione invisibile delle coscienze, nell’estrazione permanente dei dati, nella sorveglianza normalizzata, nella manipolazione algoritmica dell’informazione, nella dipendenza costruita dalle piattaforme, nella trasformazione dei cittadini in utenti profilati e prevedibili.
Quel manifesto rappresenta la soglia politica del libro. È il punto da cui prende avvio un’analisi più ampia, che prova a comprendere come il potere sia mutato nell’epoca delle infrastrutture digitali globali.
Ci sono parole che nascono lentamente. Parole che ti accompagnano per anni prima di trovare il loro posto definitivo. “Cyberfascismo” è una di queste.
Per molto tempo l’ho utilizzata come ipotesi di lavoro, con prudenza, quasi con timore, consapevole del peso storico che la parola “fascismo” porta con sé. Ho sempre rifiutato la banalizzazione di quel termine, trasformato troppo spesso in un’etichetta polemica buona per qualsiasi scontro quotidiano. Ma ho rifiutato anche l’illusione opposta: quella secondo cui il fascismo sarebbe stato un fenomeno definitivamente sepolto nel 1945, irripetibile per natura, confinato per sempre nei libri di storia.
È una convinzione rassicurante. E proprio per questo pericolosa.
Perché confonde la forma con la sostanza.
Le forme storiche del fascismo — il partito unico, le camicie nere, la repressione esplicita, le adunate oceaniche — non si ripresentano oggi nello stesso modo dentro le democrazie occidentali. Ma molte delle sue logiche profonde stanno riemergendo in forme mutate: la concentrazione del potere, l’erosione progressiva dei contrappesi democratici, la fusione tra apparati pubblici e interessi economici privati, la costruzione permanente del nemico, la normalizzazione della sorveglianza, la manipolazione emotiva delle masse.
Il Novecento non disponeva delle infrastrutture tecnologiche che oggi organizzano la nostra esistenza. È dentro questa nuova architettura digitale che il potere ha cambiato pelle.
Il cyberfascismo, nel libro, non viene presentato come una semplice metafora polemica. È una categoria politica e teorica costruita a partire dagli studi sul fascismo di Robert Paxton, Emilio Gentile e Umberto Eco, applicata però alla trasformazione contemporanea del dominio.
Non si tratta di una replica storica del fascismo del passato. Si tratta della convergenza, in forme nuove, di alcune sue dinamiche strutturali dentro il capitalismo della sorveglianza descritto da Shoshana Zuboff, il capitalismo di piattaforma analizzato da Nick Srnicek e il tecnofeudalesimo raccontato da Yanis Varoufakis.
Non identità storica, dunque. Ma continuità strutturale.
Il libro si sviluppa in quattro parti e tredici capitoli.
La prima parte affronta la diagnosi teorica del dominio contemporaneo: dalla società disciplinare di Michel Foucault alle società del controllo di Gilles Deleuze, dalla psicopolitica di Byung-Chul Han fino alla categoria di “ipnocrazia”, che propongo come chiave interpretativa della manipolazione cognitiva nell’epoca degli algoritmi. Si passa poi all’analisi del capitalismo dei dati e delle infrastrutture digitali come nuova forma di ideologia invisibile.
La seconda parte mette a fuoco gli attori concreti del potere contemporaneo: le piattaforme tecnologiche come potere costituente, l’universo Palantir, le figure di Peter Thiel e Alex Karp, il loro manifesto politico del 19 aprile 2026, il Polo Strategico Nazionale italiano, la polizia predittiva, il riconoscimento facciale e la trasformazione della Palestina in un laboratorio totale della sorveglianza e del controllo algoritmico.
La terza parte osserva il sistema nel suo funzionamento quotidiano: il lavoro dei rider, dei magazzinieri Amazon, dei moderatori invisibili del Sud globale, la frammentazione della realtà condivisa, l’erosione dello spazio pubblico e la crisi della democrazia parlamentare nell’era delle piattaforme.
La quarta parte prova invece a costruire una prospettiva di resistenza. Non una semplice denuncia, ma cinque linee programmatiche per contrastare il dominio digitale contemporaneo, insieme a una riflessione sull’“ecologia organizzativa della convergenza”, sviluppata anche a partire dagli studi di Rodrigo Nunes, fino a tornare alla centralità costituzionale di Piero Calamandrei.
La prospettiva del libro è esplicitamente di sinistra, anticapitalista e costituzionale.
Perché la critica della tecnologia, da sola, non basta. Il problema non è il computer. Non è internet. Non è nemmeno l’intelligenza artificiale in quanto tale. Il problema sono i rapporti di proprietà e di controllo che governano le infrastrutture cognitive dell’umanità.
La biblioteca della specie è stata privatizzata.
E con essa è stata privatizzata anche la possibilità stessa di pensare collettivamente.
È precisamente lì — dentro il controllo delle infrastrutture cognitive — che si giocherà la battaglia politica decisiva del nostro tempo.
Ho scritto questo libro per tentare di dare un nome al fenomeno che abbiamo davanti agli occhi.
Perché ciò che non viene nominato finisce per diventare invisibile. E ciò che diventa invisibile non può essere combattuto.
Spero che chi leggerà questo libro arrivi all’ultima pagina con una convinzione semplice ma necessaria: il cyberfascismo non è un’astrazione. È un fenomeno reale. Può essere descritto, analizzato, compreso. E proprio per questo può essere contrastato.
Tutto il resto — le forme concrete della resistenza, le alleanze sociali e politiche necessarie, le riforme istituzionali, le pratiche quotidiane di disobbedienza alla logica del sistema — sarà il lavoro dei prossimi anni.
Un lavoro collettivo.
Un lavoro per chiunque non abbia intenzione di rassegnarsi.
Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile è disponibile su Kindle Amazon e su Apple Books.
L’edizione cartacea sarà disponibile nelle prossime settimane.
Link Kindle diretto:
https://www.amazon.it/dp/B0H2ZGS8X7
Link Apple books diretto: https://books.apple.com/it/book/cyberfascismo/id6773324071
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P.S. C’è una critica che considero legittima e che merita di essere detta con chiarezza: pubblicare un libro che denuncia il potere delle grandi piattaforme proprio dentro le piattaforme che lo esercitano può apparire, in apparenza, una contraddizione. Ma può essere anche un gesto consapevole, quasi un esperimento politico e culturale. Se nel libro sostengo che questi ambienti non siano strumenti neutrali, bensì dispositivi che selezionano la visibilità, orientano la circolazione dei contenuti e tendono a marginalizzare ciò che contrasta con i loro interessi strutturali, allora vale la pena osservare cosa accade quando un’opera apertamente critica viene immessa nel loro stesso ecosistema. Come viene distribuita, mostrata, raggiunta o eventualmente oscurata? Quali lettori incontra e quali invece non raggiunge? In questo senso, la pubblicazione su Amazon Kindle e Apple Books non cancella la critica contenuta nel volume: la mette alla prova nel luogo stesso in cui il potere digitale esercita il suo filtro più sottile. Anche attraversare criticamente una piattaforma, talvolta, è un modo per comprenderne meglio il funzionamento.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”











































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