
A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Terza
di Alessandro Visalli
Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio, a questo link, e la Parte Seconda a questo.
Terza stanza: il triangolo e l’arena
Come abbiamo visto nella Prima e Seconda Parte, i problemi della tensione tra le forme statuali e della logica di valorizzazione del capitale sono di natura generale e si scalano costantemente sull’intero “Sistema-mondo”. Ciò avviene anche ora, mentre si sta frammentando gradualmente. “Sistema-mondo” è, tuttavia, un termine piuttosto ampio, del quale sono possibili almeno due principali definizioni: in Braudel indica uno spazio vasto, non esteso all’intero pianeta, nel quale gli scambi interni prevalgono su quelli esterni e nel quale si determina una qualche autonomia e autosufficienza. Secondo l’interpretazione di David Harvey, spazi dotati di un certo grado di “coerenza strutturata”[1]. In Wallerstein individua, invece, un sistema sociale che ha legami, strutture e ruoli, schemi di legittimazione coerenti e omogenei; non è, quindi, da intendere come entità economica (quale la considerava prevalentemente Braudel), quanto politica. Un sistema mondiale è, per lui, un ente storico fondato su una divisione del lavoro gerarchica tra centro, periferia e semiperiferie.
Dunque, sono possibili e presenti contemporaneamente diversi “Sistemi-mondo”, ma dipende da come si intende il termine: sul piano delle interazioni essenzialmente economiche e funzionali è esistito, almeno dal XVIII secolo in poi un mondo egemonizzato dall’Occidente, con delle “isole” di resistenza che progressivamente sono state innestate in modo subalterno (per nominare le principali, l’India all’avvio del secolo e la Cina tra la fine e l’avvio del successivo). Sotto questo profilo il mondo comunista, ad egemonia sovietica tra il 1945 ed il 1989, non è mai stato realmente separato e indipendente. Ma partecipava in modo subalterno alla circolazione del capitale occidentale[2]. Secondo alcune analisi (ad esempio, secondo la critica di Guevara, alla metà degli anni Sessanta, ma anche quella di Frank[3] che la propose alla metà dei Settanta) il “capitale” sovietico doveva necessariamente intermediare le materie prime della sua area di influenza con le tecnologie (in particolare civili) occidentali e i prodotti semilavorati. Ciò pena l’impossibilità di riprodursi. Insomma, assumeva sotto questo solo profilo una funzione “semi-imperiale”, esportando le materie prime verso i paesi “capitalisti”, mentre importava ciò che gli serviva per produrre beni che, a sua volta, esportava verso le periferie entro la propria area di influenza.
Invece sul piano socio-politico i due “sistemi” erano separati, in quanto avevano rispettivamente legami, strutture e ruoli, schemi di legittimazione coerenti e omogenei (per usare i termini di Wallerstein).
Abbiamo citato di passaggio la critica di Guevara, dopo aver descritto quella di Gunder Frank nella Parte Prima. Si tratta di un pensiero che è stato oscurato dalla forza mediatica e simbolica della sua aura romantica e morale. Chiaramente, in particolare per la generazione a lui successiva, “Il Che” è diventato una figura cristologica e questo ha completamente silenziato il suo pensiero. Un pensiero non completamente strutturato ed articolato, che trovò una forma sintetica nel discorso che, allora Ministro del governo rivoluzionario cubano, tenne in una importante conferenza afroasiatica il 24 febbraio 1965 ad Algeri[4]. Il rivoluzionario argentino esortò in tale occasione, con la sua tipica determinazione, i popoli sottosviluppati a combattere contro colonialismo, neocolonialismo e imperialismo, che per svilupparsi ne determinano il sottosviluppo.
Guevara dirà:
Lo sviluppo dei paesi, che iniziano il cammino verso la liberazione (dall’imperialismo) deve pesare sui paesi socialisti […] non può esistere il socialismo se nelle coscienze non si opera un cambiamento che provochi un nuovo atteggiamento fraterno di fronte all’umanità, sia di indole individuale, nella società nella quale si sta costruendo il socialismo o è già stato costruito, sia di indole mondiale, in relazione a tutti i popoli che soffrono l’oppressione imperialista.
Quindi, inserendosi consapevolmente nella discussione che nel campo socialista impegnava Urss e Cina[5]:
Crediamo che con questo spirito vada affrontata la responsabilità di aiutare i paesi dipendenti. Non si dovrebbe più parlare di sviluppare un commercio di mutuo beneficio basato sui prezzi forzati nei paesi arretrati dalla legge del valore e dalle relazioni internazionali di scambio ineguale che derivano dalla legge del valore[6]. Come può essere “reciprocamente vantaggioso” vendere ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano ai paesi sottosviluppati sudore e sofferenza incommensurabili e acquistare ai prezzi del mercato mondiale i macchinari prodotti nelle grandi fabbriche automatizzate? Se stabiliamo questo tipo di relazione fra i due gruppi di nazioni, dobbiamo convenire che i paesi socialisti sono, in una certa maniera, complici dello sfruttamento imperialista. […] I paesi socialisti hanno il dovere morale di liquidare la tacita complicità con i paesi sfruttatori dell’occidente. […].
Ne scaturiva una conseguenza semplice, quanto ardua e pericolosa:
Il vero compito consiste nel fissare i prezzi che consentiranno lo sviluppo. Un grande cambio di concezione consisterà nel cambiare l’ordine delle relazioni internazionali: non deve essere il commercio che stabilisce la politica, bensì, al contrario, il commercio deve essere subordinato a una politica fraterna verso i popoli.
La reazione della delegazione sovietica fu immediata, al ritorno a Cuba Fidel e Raul Castro lo accolsero solennemente. Ma in una riservata e lunga discussione fu deciso, di comune accordo, di ridurre drasticamente l’esposizione del comandante Guevara a fianco della rivoluzione cubana, per proteggerla dalle conseguenze. Gli fu affidato il comando dell’intervento armato in Africa, precisamente in Congo, dove poco prima era stato assassinato il presidente Lumumba[7], a sostegno del movimento marxista dei Simba. La spedizione durò poco, solo fino a novembre; nell’anno successivo Guevara, soggiornando sia in Europa sia a Cuba, preparò la spedizione in Bolivia, dove arrivò a novembre 1966 insieme a un gruppo di circa cinquanta guerriglieri e si insediò in una zona poco popolata con l’appoggio, che poi si rivelerà ambiguo, del Partito Comunista boliviano. Nel marzo iniziarono i primi scontri, inizialmente favorevoli. Ma, quando Debray e Bustos furono arrestati e confermarono la presenza di Guevara, gli Usa mandarono un contingente di Rangers e impegnarono la CIA nelle ricerche. In una serie successiva di scontri, sempre più ineguali, si giunse così alla fine alla cattura e fucilazione di Ernesto Che Guevara, il 9 ottobre 1967. Il suo corpo tornerà a Cuba solo nel 1991, insieme a quelli di cinque compagni.
Ma torniamo al 1965. Anzi, a qualche anno prima. La rivoluzione a Cuba aveva trionfato, Guevara da comandante militare era diventato Ministro dell’Industria e quindi sulle sue spalle pesava il problema immane di trasformare un’economia coloniale, arretrata e dipendente dall’estero, imperniata sulla canna da zucchero e pochi altri prodotti di trasformazione (rum e sigari), in un’economia industriale e autosufficiente. E di farlo mentre gli Stati Uniti prendevano la via dell’ostilità crescente, dell’embargo e dei tentativi di rovesciamento militare (come quello represso dallo stesso Guevara a Santa Clara).
Tra il 1961 e il 1964 si tenne un aspro scontro entro il comando cubano sul modello da seguire (il cosiddetto “Grande dibattito”). La prima ipotesi di Guevara fu molto tradizionale[8]: bisognava uscire dalla monocultura dello zucchero, che rendeva il paese dipendente dall’estero (anche se ora lo era verso l’Urss e non più verso gli Usa), e andare a grandi tappe forzate verso l’industrializzazione. Si trattava della stessa strada che, ma in condizioni assolutamente diverse, aveva seguito Stalin in Urss negli anni Trenta (alla quale altri opposero quella degli anni Venti[9]). Il fallimento di questo tentativo, che in sostanza mancava delle necessarie dimensioni, portò Guevara a sviluppare quei temi che lo renderanno amato da tutto il movimento degli anni Sessanta. Andando in direzione opposta al mondo sovietico (pur senza avvicinarsi a quello cinese) per Guevara bisognava infatti superare i limiti della burocratizzazione e statalizzazione che stavano bloccando la vita economica dell’isola. A questo fine richiamò i valori e lo spirito della rivoluzione, fece leva sulla coscienza rivoluzionaria e l’uomo nuovo, quindi sugli incentivi immateriali, la lotta alla miseria, ma anche l’alienazione. Come dirà nel 1964 nel suo discorso all’Onu: “ogni vero uomo deve sentire sul proprio volto il colpo inferto sul volto di qualsiasi uomo”.
Nel suo commento, a lungo inedito, ai manuali sovietici di economia, Guevara appunterà che la “fraterna collaborazione” che dovrebbe vivere nel Consiglio del mutuo aiuto economico era ormai mutata anche nel campo socialista in “fenomeni di espansionismo, di scambio ineguale, di concorrenza, finanche di sfruttamento e certamente di sottomissione degli stati deboli ai forti”. Insieme allo spirito internazionalista e al sostegno solidarista e fraterno, era necessaria dunque la pianificazione delle risorse, come vedremo allargata a scala sovranazionale. Ancora nel 1965-66, ovvero nell’ultimo contributo prima che la morte ne interrompa la riflessione, la pianificazione era quindi ribadita come via necessaria allo sviluppo del socialismo[10]. Ma una pianificazione nella quale fossero le masse a essere coinvolte nell’elaborazione degli obiettivi. Ovvero nella quale il popolo fosse messo in condizione di decidere le grandi linee (tasso di crescita, divisione tra risparmio e consumo) mentre le scelte per attuare le direzioni decise restavano agli specialisti.
Si trattava di un pensiero ancora incompleto e poco sviluppato, che in sostanza propone una divisione del lavoro tra la capacità di influenza e quella di decisione tecnica. Una tesi non particolarmente innovativa. Viene avanzata anche da Jurgen Habermas in Fatti e Norme[11], certo con ben maggiore articolazione e in forma diversa, ma resta una tesi che va nella direzione di forme di pianificazione democratica e socialista le quali resteranno a lungo all’attenzione della riflessione per tutti gli anni Settanta e oltre[12]. Ovviamente a Cuba prevalse una linea più pragmatica: quella filosovietica di Carlos Rafael Rodríguez. Riconoscendo l’impossibilità di modificare le ragioni di scambio con l’Urss, confermava il ruolo centrale dell’agricoltura e della canna da zucchero[13]. È chiaro ormai che l’isola, da sola, restava comunque troppo piccola e dipendente[14]. D’altra parte, in questo modo sopravvisse.
Dunque, quale è il dilemma?
Come disse Guevara nel 1960 a una conferenza televisiva[15], ‘senza indipendenza economica non hanno senso la sovranità nazionale meramente politica’. È una lezione che già nel Settecento fu appresa da Haiti[16], ma questa semplice regola si scala a tutti i livelli. Sull’altra parte della bilancia pesava un semplice fatto. Anche il “campo socialista” nel suo complesso aveva questa stessa, identica, dura necessità: salendo di scala al livello di un sub-sistema mondo, questo doveva accumulare abbastanza potenza per contrapporsi al campo capitalista. Ciò in particolare in quella tornata di anni decisiva[17]. Il senso del richiamo di Guevara è che non sembrava esserci spazio tra la relazione ineguale nei confronti del capitale occidentale (rappresentato di volta in volta, secondo l’area di influenza, dagli Stati Uniti, o da Francia e Inghilterra), e la relazione ineguale che si riproduceva da sola, dentro i rapporti di scambio governati dalla “legge del valore”, anche nei confronti del “capitale” sovietico. In altre parole, la contrapposizione tra sistemi industriali dominanti (che richiedono fornitori di materie prime subalterni, a basso costo, e mercato di sbocco per il surplus) che informava di sé la guerra fredda stringeva con la sua logica il mondo[18]. Sarà infatti crescentemente difficile restare “non allineati”.
Questo sembra essere il medesimo problema davanti al quale sono ora molti paesi Brics.
Insomma, Guevara in questa fase decisiva pose implicitamente la questione che per attuare la rivoluzione non bastava battere il “nemico immediato” della propria borghesia, connessa con le ragioni di scambio ineguali che creavano dipendenza, perché il “nemico strategico” restava la struttura imperialista in quanto tale. Questo nemico era chiaramente individuato all’avvio del discorso.
Leggiamo, infatti:
Cuba è qui a questa conferenza per parlare a nome dei popoli dell’America Latina. Come abbiamo sottolineato in altre occasioni, Cuba parla anche di un paese sottosviluppato e di quello che sta costruendo il socialismo. Non è un caso che alla nostra delegazione sia permesso di esprimere il proprio parere qui, nella cerchia dei popoli dell’Asia e dell’Africa. Un’aspirazione comune ci unisce nella nostra marcia verso il futuro: la sconfitta dell’imperialismo. Un passato comune di lotta contro lo stesso nemico ci ha uniti lungo la strada. Questa è un’assemblea di popoli in lotta e la lotta si sta sviluppando su due fronti altrettanto importanti che richiedono tutti i nostri sforzi. La lotta contro l’imperialismo, per la liberazione dalle catene coloniali o neocoloniali, che viene condotta mediante mezzi politici, armi o una combinazione delle due, non è separata dalla lotta contro l’arretratezza e la povertà. Entrambe sono tappe sulla stessa strada che porta alla creazione di una nuova società di giustizia e abbondanza. È indispensabile prendere il potere politico e sbarazzarsi delle classi oppressive. Ma poi il secondo stadio della lotta, che può essere ancora più difficile del primo, deve essere affrontato.
Il punto di Guevara è che senza sconfiggere questo nemico, “al secondo stadio della lotta”, i paesi sottosviluppati avrebbero necessariamente fallito nel compito di “creare una nuova società di giustizia e abbondanza”, e avrebbero fallito nella costruzione del socialismo, che definiva semplicemente come “l’abolizione dello sfruttamento di un essere umano da parte di un altro”. La posizione intransigente che propose traeva da questa definizione (l’unica valida a suo parere), una conseguenza netta: “fino a che tale obiettivo non è raggiunto […] non possiamo nemmeno parlare di costruzione del socialismo”.
E questa via, di completa abolizione dello sfruttamento, per essere tale doveva essere condotta da ogni paese “direttamente e consapevolmente”; “senza essere complici”, attraverso la trasmissione della dipendenza delle “ragioni di scambio” che determinano prezzi di sottosviluppo.
Ciò che la delegazione cubana venne a proporre a questa Conferenza aveva dunque il sapore di una proposta controegemonica. Un programma-mondo: fissare ragioni di scambio multipolari che consentano l’effettivo sviluppo di tutti.
Per ottenerlo bisognava, per Guevara, uscire dalla “logica del valore” e quindi entrare in una prospettiva espressamente politica e internazionalista; rispondere a una logica esigente che presupponeva una scelta di campo netta[19]. Una scelta che cambiasse, interamente, “l’ordine delle relazioni internazionali”.
Questo è solo un inizio. Il vero compito consiste nel fissare i prezzi che consentiranno lo sviluppo. Un grande cambiamento di idee sarà coinvolto nel cambiare l’ordine delle relazioni internazionali. Il commercio estero non dovrebbe determinare la politica, ma dovrebbe, al contrario, essere subordinato a una politica fraterna nei confronti dei popoli.
Questa posizione non priva di generosità e nelle condizioni date di eroismo, assomiglia per qualche verso alla posizione di Bond e, prima, di Frank. Tuttavia, si differenzia nettamente perché è avanzata con più articolazione, e, soprattutto, con referenti concreti, statuali e sociali. Referenti inseriti in un movimento di liberazione che attraversava, in quegli anni, il mondo intero.
Il progetto prevedeva investimenti nei paesi sottosviluppati, ma in una logica internazionalista e socialista e non capitalista, dunque, in una “vera divisione internazionale del lavoro” che non fosse basata sui rapporti di forza esistenti ma sulle potenzialità immense che, come dice Guevara, lo sviluppo delle “forze nascoste nei nostri continenti” poteva scatenare. Il rapporto che Guevara, insomma, propose tra i paesi sviluppati e dotati di surplus effettivo impiegabile e i paesi da sviluppare al loro potenziale non era fondato sul debito, che crea dipendenza e fragilità, ma su accordi di scambio paritari, a prezzi e quantità concordati. Un patto fondato sull’interesse comune al pieno scatenamento delle potenzialità di tutti. Ovvero di quello che Paul Baran aveva chiamato il “surplus potenziale”.
Gli stati nei cui territori devono essere effettuati i nuovi investimenti avrebbero tutti i diritti inerenti alla proprietà sovrana su di essi senza alcun pagamento o credito. Ma sarebbero obbligati a fornire quantità concordate di prodotti ai paesi investitori per un certo numero di anni a prezzi fissi. Anche il metodo per finanziare la parte locale delle spese sostenute da un paese che riceve investimenti di questo tipo merita studio. La fornitura di beni negoziabili su crediti a lungo termine ai governi dei paesi sottosviluppati potrebbe essere una forma di aiuto che non richiede il contributo di una valuta forte liberamente convertibile.
Chiaramente questa forma di internazionalismo socialista avrebbe dovuto prevedere anche il sostegno tecnologico e il massimo potenziamento dell’istruzione. Questo sviluppo, infine, andava pianificato.
La proposta che Guevara, come parte della delegazione cubana, portò ad Algeri era insomma di “organizzare un grande blocco solido”, il quale aiutasse i nuovi paesi[20] usciti dalla relazione coloniale a liberarsi sia dal potere politico dell’imperialismo sia dal suo “potere economico”. E di farlo garantendo la coesione rivoluzionaria di tutti i paesi partecipanti nell’ambito di una divisione del lavoro di nuovo genere, realmente paritaria e connessa con le proprie migliori caratteristiche ed esigenze. Un meccanismo cooperativo non fondato sullo sviluppo del sottosviluppo, bensì sulla crescita comune reciprocamente autosostenuta.
Naturalmente c’era almeno un’esigente condizione:
dovremmo essere vigili nel preservare il carattere rivoluzionario dell’Unione, impedendo l’ammissione in essa di governi o movimenti non identificati con le aspirazioni generali del popolo e creando meccanismi che consentano la separazione da essa di qualsiasi governo o movimento popolare divergendo dalla strada giusta.[21]
Causa che è chiaramente definita: l’indipendenza da ogni forma, per quanto travestita essa sia, di imperialismo e colonialismo per il pieno sviluppo, libero e armonioso, delle potenzialità e dell’umanità di ogni popolo, secondo la sua propria misura.
Questa posizione rende incompatibile la figura tragica e certamente romantica di Ernesto Guevara con la necessaria realpolitik che Fidel Castro dovette seguire per sopravvivere in un mondo grande e terribile.
Oggi, dopo circa sessanta anni, un unico “Sistema-mondo” ereditato dagli anni ‘Unipolari’ seguiti al crollo sovietico si sta nuovamente segmentando progressivamente. Fino alla crisi del 2008 appariva ancora altamente interconnesso sul piano economico e funzionale; ogni area era parte interdipendente della medesima totalità e nel loro insieme espressione necessaria del medesimo modo di produzione allargato (capitalistico, se pure plurale, ovvero con forma “renana”, “anglosassone”, “latina”, “orientale”, etc.). Nell’ultimo ventennio, via via accelerando, si è progressivamente frammentato, perdendo coerenza e coesione man mano che l’egemone Usa, e con esso l’Occidente collettivo (in sintesi l’Europa, il Giappone, alcuni altri paesi asiatici e dell’area del Pacifico e alcuni paesi del Sud del mondo stretti alleati) perdevano l’assoluta centralità di cui godevano.
Guardiamo allora all’insieme dei contributi che abbiamo ricostruito:
- Patrick Bond critica i paesi Brics perché non si distaccano dal “sistema mondo” capitalista e, quindi, partecipando ad esso sul piano economico sono catturati dalla “logica del valore” che è, di necessità, squilibrante. In definitiva, richiama le concettualizzazioni principali della ‘Teoria della dipendenza’ (esplicitamente con Ruy Mauro Marini ed il suo concetto di “Subimperialismo”) per diagnosticare che non ci sono possibilità di sfuggire agli ‘scambi ineguali’ ed allo sfruttamento. Per tale ragione, si rifugia nella “frase rivoluzionaria” (Lenin, come abbiamo visto) e produce una non-prescrizione di disallineamento “apolare” affidato ai “movimenti antagonisti”.
- L’ultimo Andrè Gunder Frank, dopo Re-Orient[22], anticipa di venti anni una mossa abbastanza simile, e dichiara l’impossibilità di uscire dalla “logica del valore” estesa al “sistema-mondo” (e dunque dal “capitalismo”), rifugiandosi nella lotta dei “movimenti” (in quel caso “No global”). Anche lui non esce dal fascino della “frase rivoluzionaria” e per il medesimo motivo, il senso della sconfitta che tutta la sua generazione vive come orizzonte.
- I coniugi Patnaik producono una lettura strutturale della medesima relazione, avendo tuttavia cura sia di aggiornare l’analisi alle necessità di stabilizzazione del capitale “fittizio” nell’era della finanziarizzazione, sia di mostrare l’intrinseca forza dei meccanismi di auto-protezione del capitale, uscendo con ciò dalla lettura moralistica verso la quale scivola a tratti la posizione di Bond. Tuttavia, nel momento della prognosi non riescono a uscire dalla tentazione di affidarsi solo alle periferie ed ai proletariati “esterni”. In sostanza quel che manca è un’analisi concreta della situazione concreta che si muove dentro la dinamica di potere effettiva.
- Ernesto Che Guevara sessanta anni fa si poneva di fronte ad un dilemma che assomiglia molto a quello espresso dalle analisi di Bond e dai Patnaik, chiarendo la difficoltà dei paesi che si riferivano al “blocco sovietico” di uscire da una logica di valorizzazione, la quale di necessità gerarchizza e funzionalizza. Anche lui scivolava verso la “frase rivoluzionaria”, ma in un diverso contesto e, soprattutto, avendo referenti concreti nei neo-stato post-coloniali in una fase nella quale il “Movimento dei paesi non allineati” sembrava avere forze, capacità e determinazione. Non erano abbastanza forti, e lo dimostrarono, ma non erano meramente dei movimenti “controegemonici”.
Ora proviamo a immaginare come può essere capita nei termini di oggi questa proposta, cercando di prenderla al suo meglio, o per le sue potenzialità migliori. La proposta di Algeri anticipava, in forma embrionale, i tre piani che oggi si possono concettualizzare come vertici di un triangolo:
- un'architettura regolativa alternativa (prezzi concordati, pianificazione sovranazionale),
- un nuovo rapporto uomo-tecnica-mondo (‘l'uomo nuovo’, se pure visto essenzialmente in termini etici),
- e una riorganizzazione dello spazio produttivo (la vera divisione internazionale del lavoro).
Il suo fallimento storico fu determinato dall'assenza del soggetto capace di sostenere simultaneamente i tre piani. Oggi la frammentazione del sistema-mondo riapre la questione. Sta infatti riemergendo uno schema di cooperazione, complesso e contraddittorio come quello nel quale agiva Guevara, ed altrettanto se non più, pericoloso.
Come accadde in quegli anni orientarsi non è semplice. Non è, infatti, ancora visibile il modo in cui esattamente si sta separando il mondo, come non lo è la profondità delle differenze che si allargano e la natura dei soggetti che vi si muovono. Ma appare abbastanza in superficie una riduzione della semi-autonomia dell’economico rispetto al politico e quindi la creazione di modelli di regolazione socio-politici rivali.
Al contempo, è evidente lo sforzo di vincere la competizione per l’affermazione dei propri “Complessi tecnici”[23] che possono trovare senso ed essere sviluppati entro un rispettivo “Sistema tecnico”[24] il quale deve guadagnare autonomia e vincere la competizione.
Vincerla, questa è la nostra tesi, articolando un particolare stile di “incorporazione” tra economico, sociale e politico[25].
Questo complesso potrebbe essere concettualizzato come triangolo tra Regolazione, Cosmotecnica, Spazio socialmente denso e granulare.
In questo triangolo:
- la Regolazione è il vertice delle forme statuali nel senso pieno: non solo diritto positivo e politica fiscale ma moneta, coazione, consenso, regime di riproduzione della forza-lavoro, gestione del rapporto tra valorizzazione del capitale liquido e sua riconversione in assetti territoriali. È il movimento attualmente in corso: dopo la fase ‘unipolare’, scambiata per la sua forma fenomenologica dell’estensione dei circuiti di scambio e della logica capitalista verso quella territorialista, a lungo perdente, si passa ad una ripresa della seconda. È anche una questione di competizione e sopravvivenza, promossa in particolare dall’occidente collettivo che si sente sfidato e opposta, in un singolare rovesciamento, da forze come quella cinese che si propone come ‘dialogica e responsabile’[26]. Più che il ‘diritto positivo’, che prende lo spazio del discorso sui valori, qui si tratta proprio di scivolamento sul piano della mera forza positiva; la dinamica del valore viene sussunta in quella della forza e la coazione prevale sul consenso. I regimi di riproduzione della forza-lavoro e la conversione del capitale in assetti spaziali sono strategicamente governati.
- Il secondo vertice, la Cosmotecnica, è da intendere come il luogo dove si pone la questione di quale rapporto tecnica-cosmo-essere si sta costruendo e riproducendo. Un piano del confronto tra poli è quello della creazione di “Sistemi tecnici” e il loro rapporto con mondi-di-vita[27]. Qui, ad un livello diverso di quello del mero confronto di potenza e di scambio è in questione se sia possibile una pluralità di tali rapporti (una tecnodiversità[28]) contro il monolito tecnologico del capitalismo occidentale. Non è questione di sovrastruttura ideologica né della sola base tecnica hard (la lotta per i microprocessori[29], quella per la generazione e conservazione efficiente di energia[30], per il dominio della raffinazione delle ‘terre rare’[31]). È, letteralmente, il modo in cui la tecnica mondializza un cosmo — cioè determina un ordine di relazioni uomo-natura-comunità-passato — e lo impone come necessario. Come allude alla possibilità che si stia uscendo, o si possa uscire, dal cosmo liberale e la sua tecnica. Come abbiamo visto l’autonomia tecnica è identificata, sin dall’analisi della scuola americana di Baran e Sweezy (con la loro enfasi sul dispositivo tecnico, sociale ed economico del ‘capitalismo monopolistico’[32]) e dalla ricezione di Ruy Mauro Marini, come di altri, come uno dei fattori decisivi della riproduzione del capitale e della creazione di rapporti di dipendenza. Senza il governo della tecnica nessuna possibilità di sfuggire dai rapporti di estrazione, come ben sa la Cina.
- Il terzo, lo Spazio, socialmente denso — granulare, è il vertice della materialità concreta dei tessuti riproduttivi: cooperative, comunità, circuiti corti, reti di cura, piccolissima produzione, infrastrutture di prossimità. O, al contrario, nodi e vertici di catene lunghe, densi centri che si connettono a periferie lontane, risonanze. Qui i Patnaik nei loro contributi più recenti[33] provano a ricostruire il soggetto politico[34] tramite un’alleanza operai-contadini via cooperatizzazione volontaria. Ancorandosi, quindi, a segmenti ‘interni’ ma subalterni del ciclo economico-produttivo. Bond tenta di ancorare, molto più debolmente, la sua “anti-polarity” ai soggetti antagonisti, ma liquidi ed integralmente ‘esterni’ (almeno nel momento dell’espressione politica), dei contro-vertici 99%. Qui potrebbe essere richiamata anche la tradizione che risale ad autori come Lefebvre[35], riletti tra l’altro anche da David Harvey[36], che identificano un potere collettivo alla formazione dello spazio e lo riconoscono come forma di concentrazione – e riproduzione – del surplus produttivo. Lo spazio non è un mero contenitore, quanto la condizione di una esistenza prodotta socialmente attraverso pratiche e strutture di riconoscimento. Ogni attività sociale, alle sue diverse scale, è sempre spazializzata.
In una prospettiva che ricerca il piede per rimettere in questione il conflitto egemonico occorre comprendere la dinamica che si istituisce tra questi tre vertici: Spazio, Cosmotecnica, Regolazione. Vertici che si stabilizzano nel concetto di “Piattaforma tecnologica”[37]: un costrutto di sintesi che cerca di tenere insieme questi piani. Sintetizzabile come un set di funzionamenti essenziali, punti di convenienza e vantaggio per diversi gruppi e ceti sociali determinati da network di tecnologie convergenti e reciprocamente rafforzanti. Network di “sistemi tecnici” coordinati non solo dall’insieme di skill favorite da queste e di know how privilegiati, ma anche da norme sociali e giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e privata, e infine da pacchetti di incentivi pubblici e privati (entrambe, norme e incentivi, coinvolti nell’affermazione del network di tecnologie). Una “Piattaforma tecnologica” è, inoltre, sempre connessa con un assetto geopolitico che la rende vincente (e in ultima analisi possibile). È connessa strettamente con visioni del mondo, cosmologie, e con soggettivazioni sociali e individuali.
Dato che il processo normale, fisiologico, del modo di produzione (che è sempre produzione di senso e di umanità, oltre che di merci) imperniato sul ‘capitale’ e l’appropriazione individuale è di sua natura squilibrante esso crea continuamente, e dinamicamente, addensamenti e diradamenti. In particolare, di tre generi:
- Fisici (ovvero di capitale fisso sociale, infrastrutture, patrimoni immobiliari),
- Sociali (strutture di ineguaglianza e di riconoscimento),
- Culturali (densificazione di striature comunitarie e loro continua riarticolazione e dissolvimento).
Addensamenti, si veda bene, che avvengono anche negli Spazi che fisici in senso classico non sono, ma che hanno ormai una loro, concreta, materialità, se pure sui generis (quelli delle reti, delle piattaforme). Dunque, la dinamica che si istituisce e continuamente ricrea tra i tre vertici istituisce margini diradati, sempre nuovi perdenti e sempre rinnovati vincenti. Il modello centro-periferia, con la sua potente metafora geografica, alla quale pensano, restandone contemporaneamente sia attivati sia intrappolati, sia Bond come i Patnaik, trova in questa concettualizzazione “triangolare” sia un’espressione sia una destabilizzazione. Ciò perché la sfida consiste nell’abitare le tre dimensioni, e, talvolta, agire l’una verso o contro l’altra.
In sostanza si può dire che Bond, ed anche i Patnaik criticano i Brics, in quanto risposta statuale ad un’egemonia che opera entro il “triangolo”, invece di esserne esterna. Ricercano, per questo, un soggetto almeno parzialmente “esterno”, nei “margini”. Se pure questo soggetto è nei due casi diverso (i militanti “liquidi”, post-classisti, dei “movimenti internazionalisti”, da una parte, e la revisione dell’alleanza terzomondista tra “lavoratori” contadini-operai intorno ad aggregazioni comunitarie territoriali, spazializzate, e cooperativistiche, per i Patnaik), ha in comune che è pensato “fuori” della dinamica triangolare nella quale oggi si pone la questione del potere. Il modello dei Patnaik abita lo spazio, confligge per la regolazione dei rapporti di riproduzione e lavoro, ma non scala al livello al quale si può porre la sfida. Il livello del conflitto multipolare. Bond è su posizioni ancora più ristrette, abbandona la lotta per la regolazione e per la cosmo-tecnica, per sfiducia nella sua effettiva possibilità ed eccesso di critica, e si rifugia nella tradizionale mossa del ‘Marxismo occidentale’, le mobilitazioni “moltitudinarie”.
Si tratta della solita ricerca un luogo “altro” dove in purezza creare una propria ecclesia. E poi, da questa, avviare la transizione ad un nuovo mondo (negoziando, nel modello federalista comunitario dei due indiani con un centro “socialista”, o secondo un non ben chiaro salto direttamente nel futuro post-statuale in quello del geografo sudafricano). Una prospettiva che ricade nella critica leniniana alla “frase rivoluzionaria” che abbiamo letto nella Parte Prima.
Da un lato è indubbiamente vero che il capitale finanziario è intrecciato e distinguibile solo analiticamente o per la massa di presa a terra (la localizzazione), con le sue forme spazializzate, come il capitale industriale o quello territoriale. Come è vero che, per dirlo con i Patnaik, “l'imperialismo è una componente essenziale del capitalismo metropolitano”[38].
Ma, d’altro lato, ciò non coincide con un unico centro geopolitico (ad esempio, con il network rappresentato pro-tempore da Trump) bensì si distribuisce ed articola in molte arene, in parte competitive in parte intrecciate. E alcune di queste sono i Brics stessi, anche qui in modo differenziato e per diversi gradi di semi-autonomia.
Al massimo grado di semi-autonomia troviamo dunque il grande sistema cinese, che solo molto marginalmente, e sempre meno, può essere inteso come sub-imperiale rispetto all’egemone “Occidente”. Soprattutto nell’ultimo decennio, e sempre più visibilmente dalla crisi del Covid ad oggi, in un quinquennio nel quale si sono presentate sempre nuove crisi di riproduzione del capitale e sempre più ampie ed accelerate, la Cina sta guadagnando sul piano Cosmotecnico una sempre maggiore indipendenza e in alcuni caso preminenza. E lo sta facendo senza rinunciare a proiettare esempi di forme sociali semi-comunitarie ad esempio teorizzate da Fei Xiaotong con l'esperimento della ‘Cooperativa di Kaixiangong’[39], nel quale Fei Xiaotong propone una diversa modellazione cosmotecnica e spaziale, debole sul piano regolativo[40]. Altro caso, il ‘riformismo dall’alto’ di Liang Shuming (梁漱溟)[41].
Ancora, a livello urbano, con le ‘Comunità azionarie urbane’ di Shenzhen[42], che gestiscono aree incorporate nel velocissimo sviluppo urbano, o con modelli di partnership rurale[43], azionariati diffusi anche in grandi e grandissime imprese.
Prendiamo un caso più da vicino, Huawei[44]. La società non è quotata in borsa ed è formalmente “proprietà al 100% dei dipendenti”. Il fondatore, Ren Zhengfei, detiene circa l'1% delle quote; il restante 99% è detenuto dalla Union of Huawei Investment & Holding, un'entità sindacale che gestisce le quote per conto di circa 130.000 dipendenti ed ex dipendenti azionisti. Non esiste nessun investitore esterno, nessun fondo, nessuno stato proprietario[45]. I dividendi sono distribuiti annualmente — nel 2021 Huawei ha distribuito 61,4 miliardi di yuan (circa 9,65 miliardi di dollari) ai propri azionisti-dipendenti. Questo produce un regime proprietario che non è descrivibile in termini occidentali. Non è capitalismo azionario[46]. Non è proprietà statale, non è cooperativismo classico (non c'è il principio “una testa un voto”). È un ibrido nel quale la proprietà collettiva dei lavoratori coesiste con un potere fondativo del patriarca-fondatore, entro un quadro giuridico socialista che non riconosce la proprietà privata del suolo ma riconosce la proprietà collettiva dell'impresa. Sul piano regolativo, il punto cruciale è che questa struttura impedisce la scalata ostile, la pressione degli azionisti istituzionali per la massimizzazione del valore a breve, la fuga di capitale dall'azienda verso rendimenti finanziari superiori. Il capitale resta dentro e viene reinvestito. Huawei spende circa il 25% del fatturato in R&D. È questa struttura che ha reso possibile la corsa tecnologica che ha portato Huawei dalla posizione di assemblatore di centraline nel 1987 a leader mondiale nel 5G nel 2019 — e che ha reso possibile la sopravvivenza sotto le sanzioni americane dal 2019 in poi, quando qualsiasi azienda quotata sarebbe stata smembrata dal panico degli investitori.
L’azienda ha una cultura interna che chiama “del lupo” (lánglì wénhuà[47]) ma i dipendenti lavorano anche per sé stessi in un contesto duro[48]. Peraltro, questo si lega con una pressione socio-collettiva che è in parte tradizionale (suzhi), in parte derivante da un modello comunista (dianxing). La struttura che ha consente di pensare a lungo termine. Quindi investe somme enormi per scalare tecnologie come i semiconduttori o i sistemi operativi, vincendo sfide che in occidente sono considerati impossibili[49]. L’azienda incoraggia la permanenza a lungo termine della sua forza lavoro intellettuale (nel campus Bantian a Shenzhen, lavorano e vivono decine di migliaia di ricercatori).
L’azienda sta costruendo infrastrutture di comunicazione in tutto il Sud globale e non intermedia surplus per conto dell’occidente. Marini nel 1965 diceva del Brasile: “l'irrazionalità dello sviluppo capitalistico deriva dall'impossibilità di controllare il suo processo tecnologico”. Huawei è la risposta cinese a quella impossibilità, passando per i tre nodi della regolazione collettiva della proprietà, una cosmotecnica autonoma e una spazialità sociale e fisica densa e proiettiva.
In senso più generale, sul piano della Regolazione, la Cina cerca di conservare contemporaneamente le relazioni funzionali con l’Occidente, con il quale è strettamente intrecciata (e non potrebbe e dovrebbe essere diverso) e al contempo salvaguardare le proprie forme di organizzazione del lavoro, del sociale e, ovviamente, del politico, come si è visto.
Sul piano dello Spazio, si sforza di gestire processi secolari e millenari di assorbimento/omogeneizzazione delle immigrazioni interne[50], rapporti con paesi ‘tributari’ di fatto esterni[51], processi di costruzione di capitale fisso sociale e infrastrutture sempre più rapido[52], riequilibrio centro-periferia e città-campagna che restano problemi di grave momento[53].
A livelli, via via meno separati, e più intrecciati in modo subalterno (ovvero “Semi-periferico” o “Sub-imperiale”, secondo il punto di vista) troviamo grandi paesi di primo piano come l’India[54], a cavallo tra i sistemi, la Russia[55] che da alcuni anni si è sempre più radicalmente separata, dopo aver preso negli anni di Putin una netta autonomia Regolatoria e rivendicato autonomia spaziale, spostando l’attenzione sul suo vasto Est.
Ma tra i Brics troviamo anche paesi nettamente neoliberali, come il Sud Africa[56], o paesi storicamente filoOccidentali come l’Arabia Saudita[57], l’Egitto[58], e via dicendo. In tali casi comunque appare evidente che il decentramento, la dematerializzazione ed il controllo della finanza stanno perdendo la loro capacità di controllo e ricatto. Ne sono esempi recenti la sostanziale inefficacia delle sanzioni senza precedenti alla Russia[59], la sopravvivenza di lungo periodo di paesi grandi come l’Iran, che sotto sanzioni riesce ad armarsi e sfidare la potenza combinata di Usa e Israele[60], la costruzione delle contromisure come il sistema CIPS[61], la riduzione delle riserve in dollari[62].
Poi troviamo paesi grandi ed importanti come il Brasile. È il caso originario del subimperialismo di Marini ed è il caso che più di ogni altro mostra la natura oscillatoria della posizione semi-periferica. Il Brasile di Lula (2003-2010, poi 2023-oggi). Il presidente brasiliano ha tentato una parziale autonomia regolativa[63], senza mai rompere con il regime neoliberale di fondo[64].
Sul piano Cosmotecnico, il Brasile resta strutturalmente nella posizione diagnosticata da Marini: dipendente dalla tecnologia importata nei settori avanzati, con eccezioni settoriali significative ma non sistemiche (Embraer nell'aeronautica, tecnologia petrolifera in acque profonde di Petrobras, agricoltura tropicale ad alta tecnologia). La ri-primarizzazione dell'economia — l'agribusiness della soia, la carne, il minerale di ferro verso la Cina — conferma la diagnosi di Bond sulla catena del valore: il Brasile esporta materie prime e commodities e importa manufatti e tecnologia, con un surplus commerciale che maschera una subalternità strutturale nella divisione del lavoro.
Sul piano Spaziale, la frattura è tra il Brasile dell'agribusiness latifondistico[65] e il Brasile del MST[66], delle favelas, del Nordeste, dell'Amazzonia. Il MST è il caso più vicino alla proposta patnaikiana del 2025 di alleanza worker-peasant via cooperatizzazione volontaria: ha cooperative di produzione, scuole proprie, formazione politica, circuiti di distribuzione — ma opera in un regime regolativo che non lo protegge e spesso lo ostacola. Sotto Bolsonaro (2019-2022) le occupazioni di terra sono state criminalizzate e le politiche agrarie riorientate verso l'agribusiness. Sotto Lula III la situazione è migliorata ma il MST resta interstiziale — costruisce spazio denso e granulare ma non scala al livello della regolazione nazionale. È, in questo senso, il caso che conferma simultaneamente la forza della diagnosi patnaikiana (il soggetto esiste, è radicato, ha materialità) e il suo limite (non governa il vertice regolativo e non controlla la cosmotecnica)[67].
Conclusione: la finestra, orizzonti
Per concludere, ciò che si può vedere, con questa lente, è che l’oggetto Brics non è tale. Ogni suo attore è sia partecipe sia in tensione con l’imperialismo (e quindi il capitalismo) e la sua modalità di Regolazione, le sue Cosmotecniche e le modalità di espressione Spaziale. Dipende da cosa si guarda, da quale spigolo.
Nel suo complesso l’aggregato dei Brics, con l’enorme eterogeneità che lo contraddistingue, non è però completamente omologabile al sistema centrale, imperiale, pur partecipando ad alcuni suoi aspetti, e competendo per altri.
È, quindi, l’area nella quale, intendendola come Arena di scontro, una parte non secondaria della lotta per un mondo diverso può essere combattuta.
In una prospettiva di costruzione dell’orizzonte di possibilità del post-capitalismo (o, è lo stesso, del post-imperialismo, o almeno di una forma con essi meno compromessa nella quale si possa porre la questione dell’uomo e del sociale) immaginare il soggetto-di-trasformazione è una delle mosse più classiche dell'analisi marxista. Tuttavia, occorre evitare un errore: esso “non sorge dalla terra”. Deve essere costruito, e non è immaginabile come un monolite secondo la tradizione dell’idealismo europeo[68]. Per costruirlo serve abitare in modo diverso nel triangolo. In una prospettiva che non può essere meramente reattiva/riproduttiva. Non solo delinking (o questo più al modo del Guevara del Discorso di Algeri[69], di relazioni intrecciate, che alla Amin[70]), e non, sicuramente, a-polismo alla Bond.
Se infatti, da una parte, è sicuramente vero che i Brics sono strenuamente impegnati nella conservazione del loro capitale e minacciati dai “quattro meccanismi” di Patnaik, è pure da considerare che sono costantemente un’arena. E, precisamente, arena cosmotecnica che, almeno nel caso cinese[71], possono essere allusione ad un uomo e mondo diverso. Ovvero, secondo la prospettiva generosamente e tragicamente al tempo stesso proposta da Guevara, muovere dal comune interesse alla sicurezza reciproca e al pieno scatenamento delle potenzialità di tutti. Cioè all’espressione di quello che Paul Baran chiamava il “Surplus potenziale”[72] di tutti.
All’indipendenza da ogni forma di imperialismo e colonialismo per il pieno sviluppo, libero e armonioso per quanto possibile (e lo sarà sempre in modo imperfetto e conteso) delle potenzialità e dell’umanità di ogni popolo secondo la sua propria misura.
D’altra parte, quel che di fatto sta già accadendo in questi ultimi anni è che il Sistema-mondo sta uscendo dalla sola logica del valore (ovvero dall’unipolarismo imperiale universalista della mondializzazione), ma per la porta del mero potere. Per sfuggire torniamo a guardare a ciò che Guevara, di fronte all’incipiente fallimento anche del ‘campo socialista’, propose. Sul vertice della Regolazione, una nuova architettura (prezzi concordati, quantità programmate, crediti a lungo termine senza valute convertibili, proprietà sovrana sugli investimenti, pianificazione a scala sovranazionale). Sul vertice Cosmotecnico, immaginava che alla base ci dovesse essere un “uomo nuovo” nel rapporto tra uomo, lavoro, tecnica e mondo, fondato su un’etica del riconoscimento. Sul vertice spaziale, restava troppo in alto ed indeterminato, senza essere in grado di liberarsi dei suoi presupposti industrialisti che condivideva con tutta la sua generazione.
Ciò deriva dalla circostanza che si trattava, in fondo, di un abbozzo. Nella Cuba degli anni Sessanta le tensioni spaziali e le forme di socializzazione relativa (e riproduzione) erano profonde. Il latifondo che era la forma spaziale dell’economia di piantagione e dei bateyes, ereditato dal colonialismo spagnolo e neocolonialismo americano, faceva sì, al momento della rivoluzione, che il 46% della terra fosse posseduta dall’1,5% della popolazione. Ai Centrales (gli zuccherifici) si opponevano i bateyes (comunità-dormitorio di braccianti). Qui lo spazio produttivo e riproduttivo era diretta emanazione della catena del valore internazionale[73].
Nelle montagne orientali (la Sierra Maestra, dalla quale partì la rivoluzione) esistevano piccole comunità di precaristas e squatters, senza proprietà e dediti ad economia di sussistenza e modesti scambi basati su caffè e tabacco. Esistevano prima della rivoluzione numerose piccole associazioni che furono incorporate nel movimento rivoluzionario.
La prima mossa fu la “Legge n.3 dell’Esercito Ribelle”, che attribuiva la terra ai lavoratori. Poi razionalizzata dalla Riforma agraria del 1959 (400 ettari come limite al possesso di terra) e costituzione dell’INRA di cui Guevara fu il primo Presidente. Nel 1961 esistevano 622 cooperative di canna da zucchero, 263 fattorie statali (Granjas del pueblo) e 31.425 titoli di proprietà privata distribuiti gratuitamente a contadini (lotti da 28 ha). Poi nel 1963 si va verso una maggiore statalizzazione, le centrali di produzione zuccheriera erano ibridi tra cooperazione e controllo statale, con l’INRA come supervisore.
Per quanto riguarda le città, l’Avana in particolare, da città-periferia globale (casinò, turismo internazionale, servizi, economia informale, analfabetismo) si passò ad un imponente tentativo di suturare il rapporto con la campagna, tramite una campagna di alfabetizzazione del 1961, operando sulla regolazione, il rapporto tra conoscenza, lavoro e comunità, la riduzione con la periferia.
Questo è il contesto dello scontro citato, tra il 1961 ed il 1964, del “Grande dibattito”. Si opponeva il modello della industrializzazione rapida alla Guevara a quello della specializzazione zuccheriera alla Rodríguez. Il modello di tecnica-mondo-produzione proposto da Guevara presupponeva l’importazione di tecnologia (sovietica), mentre quello di Rodríguez presupponeva accettazione della posizione nella divisione internazionale del lavoro. Entrambe determinavano una subalternità: il primo cosmotecnica, e quindi il rischio di estrazione via ragioni di scambio ineguali (la critica di Marini sul Brasile); il secondo regolatorio sul piano internazionale, Cuba restava in uno spazio funzionale.
Questa ed altre esperienze mostrano che quando si sposta un sistema di regolazione si creano dei vuoti. In questi si determina una tendenza alla crisi sociale che potrebbe essere molto difficile da gestire (in particolare in presenza di un controegemone esterno pronto a sfruttarla). Il caso storico più rilevante e facile è quello della perestrojka. Gorbačëv destabilizzò la Regolazione (e la sua immagine simbolica e ideologica) senza avere una Cosmotecnica autonoma (anzi, contando su quella occidentale), né uno Spazio sociale capace di assorbire le tensioni della transizione. Il risultato fu l’allargarsi della distanza tra città e campagna e tra le diverse Repubbliche, ed il collasso.
Questa è la ragione primaria della prudenza cinese. In particolare, della strategia di procedere tastando le pietre (la formula di Deng): non spostare la Regolazione prima di avere un appoggio nello Spazio, non accelerare la transizione cosmotecnica prima di aver consolidato la base sociale. Ma anche di quella indiana.
In questo quadro una cosmotecnica autonoma (ovviamente in senso parziale) crea le condizioni di controllare le proprie modalità di produzione dell'umano e del valore (le due cose insieme), e quindi di modulare i termini della transizione. Ma bisogna operare su tutte e tre le dimensioni contemporaneamente. Delle tre la Cosmotecnica è la condizione abilitante — perché controllare le proprie modalità di produzione dell'umano e del valore permette di modulare i tempi della transizione invece di subirli.
In definitiva, il punto è che ogni possibilità reale non potrà che essere ‘sporca’, fatta di fango nel quale strisciare, come scrisse Lenin, ma al contempo dovrà alzare lo sguardo. E rischiarsi nel triangolo in cui le mere “frasi rivoluzionarie” non servono, se non a consolarsi. Su arene cosmotecniche e di potere in cui la scommessa non è difendere un esistente ma costruire un'alternativa che, per esserlo, deve essere simultaneamente regolativa (potere statuale capace di proteggere lo spazio di sperimentazione dai quattro dispositivi coattivi), cosmotecnica (rapporto tecnica-cosmo non riducibile al modello occidentale) e radicata nello spazio denso (tessuti granulari che fanno da sostanza materiale).
Nessuna nostalgia può abitare in questo spazio, non quella per il movimentismo del Novecento che abita il discorso di Bond, né la generosa difesa interstiziale, così radicata nella cosmotecnica e spazialità indiana, di Patnaik nel 2025.
Se quello dei Brics è un mito, e per molti versi lo è, bisogna evitare di ricadere in uno più antico, l’idea che la salvezza possa darsi fuori del mondo.










































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