La storia, che non sapeva di essere finita -3
di Il Chimico Scettico
Il secondo decennio del XXI secolo in Italia è stato determinato dalle conseguenze del 2010. E a questo riguardo i dati sull'emigrazione degli italiani forniscono un segnale inequivocabile.

Emigrazione degli italiani 2001-2019, flussi annuali (Grafico su dai ISTAT e AIRE)
Il grafico ci dice che se il "made in Italy" nel nuovo millennio è stato in grave difficoltà, buona parte dei lavoratori formati in Italia - e non si parla solo di high skilled workers - non ha faticato a ricollocarsi in economie diverse da quella italiana (principalmente nord Europa e USA). Oggi come oggi questa popolazione di residenti all'estero è di circa sei milioni di individui: un decimo dei cittadini italiani vive e lavora lontano dallo stivale.
La tesi della Stella che non c'è di Amelio (vedi seconda puntata) non stava in piedi, sarebbe stato più realistico seguire l'italianissimo manutentore senior protagonista non in Cina, ma in un complesso industriale tedesco nella valle della Saar.
Ma oramai, convenzionalmente, il 2020, l'anno del COVID, segna anche l'inizio della fine del modello globalista. A detta di molti sarebbe dovuto durare in eterno: i benefici del processo erano così ovvi!
La competizione produsse crescita globale: tra il 1980 (il 1989, in realtà, NdCS) e il 2020-21, il PIL pro capite mondiale medio è più che raddoppiato, passando da 7.700 dollari (in dollari internazionali reali 2005, o PPP) al momento della caduta del Muro di Berlino a quasi 17.000 dollari al tempo del Covid. Questo corrisponde a un tasso di crescita annuo medio mondiale del 2,1% pro capite. (E questo nonostante l'aumento della popolazione mondiale da 4,4 miliardi nel 1980 a 8 miliardi.) Più del raddoppio del reddito pro capite combinato con un quasi raddoppio della popolazione mondiale ha significato che la quantità totale di beni e servizi prodotti nel mondo è quadruplicata durante l'era della globalizzazione neoliberale.
Ma questo tasso di crescita "anonimo", realizzato principalmente grazie agli elevati tassi di crescita dei paesi asiatici e in particolare della Cina, non ha giovato alla causa dei neoliberali sul piano interno, nei paesi ricchi. Ciò che era politicamente rilevante non era il tasso globale del due virgola cinque percento, ma il fatto che negli Stati Uniti e nella maggior parte dei ricchi paesi occidentali, la maggioranza della popolazione ha registrato tassi di crescita reali (corretti per l'inflazione) di circa l'uno percento annuo, mentre il reddito dei ricchi è cresciuto due o tre volte più velocemente.
Per questo Buffet nel 2006 poteva cantare vittoria: la sua classe si era arricchita a ritmi mai visti prima. Ma era impossibile chiedere a un dipendente della Electrolux di Porcia o uno di Alcoa a Portovesme di bersi la favola della grande crescita condivisa, per fare solo due esempi tra tanti (troppi ne avrei in campo chimico-farmaceutico). Alcoa chiuse Portovesme nel 2012. Il secondo decennio del XXI secolo era appena cominciato.
Si è trattato del decennio in cui i social media sono cresciuti a dismisura: si stima che nel 2015 facebook in Italia fosse arrivata ad avere 30 milioni di utenti.
Si è trattato del decennio delle "primavere arabe", finanziate dagli USA e finite in una serie di disastri, distruzione della Libia e guerra in Siria su tutti.
Si è trattato del decennio in cui è iniziata la Seconda Guerra Fredda, formalmente con i fatti ucraini del 2014 e l'annessione della Crimea da parte della Russia.
Si è trattato del decennio in cui in UK si è tenuto il referendum su Brexit e la Gran Bretagna è uscita dall'UE.
Si è trattato di un decennio di fatto conclusosi con la pandemia COVID-19. E per questo motivo ho considerato i dati solo fino al 2019: COVID, nella mia modesta opinione, per l'Italia ha costituito uno spartiacque. C'è un'Italia pre-COVID e una post-COVID. Se COVID ha condensato, nella politica e nella vita sociale italiana, tutte le aporie, le polarizzazioni e le distorsioni del decennio precedente, l'Italia post COVID ha semplicemente cristallizzato tutto questo.
la Storia, quindi, non è mai finita e, come abbiamo visto, neanche si è mai presa una pausa.
Ma per la maggioranza delle ultime due generazioni di italiani la Storia è finita nel punto in cui continuano ad arrivare i programmi scolastici, la Seconda Guerra Mondiale. Per una buona parte di italiani gli ultimi 80 anni sono un confuso, nebuloso presente, aperto alle interpretazioni più aberranti. Motivo per cui il 25 aprile si è tramutato dalla celebrazione istituzionale che era un tempo a "festività divisiva".
In questo modo Fukuyama, funzionale alla propaganda clintoniana e ai primi passi di un decennio monopolare a guida USA, uscito dalla porta rientra dalla finestra.
Lyotard pubblicò La condizione postmoderna nel 1978. Simulacri e simulazione di Baudrillard è del 1981. Perché è tra fine anni '70 e primi '80 che le grandi narrazioni che avevano modellato il secolo breve iniziarono a perdere visibilmente la loro presa sulle masse. Per questo a partire dai '90 sono stati i petits récits, a prendere il sopravvento tra cui quello sulla fine della Storia e quello sulle magnifiche sorti della globalizzazione.
Con la Storia l'eterno presente della medialità italiana ha un rapporto difficile, tanto da provocare non più semplici riletture ma attive riscritture. Nell'era delle post-verità non c'è bisogno di un orwelliano Ministero della Verità. Il sistema mediatico sovrascrive la storia in un processo entropico governato dalle necessità dell'emergenza di turno. E da COVID-19 il susseguirsi delle emergenze e delle narrative emergenziali è stato continuo: Ucraina, Medio Oriente, Iran. E chi non ha strumenti per leggere il 1992 come storia, o il 1969 come storia, percepisce tutto quello che viene dopo come attualità caotica senza contesto. Sul substrato già vuoto il ciclo delle notizie basta a sé stesso.
Michel Foucault direbbe che la questione non riguarda chi ricorda e chi dimentica, ma di chi ha il diritto di produrre discorso legittimo all'interno di una specifica configurazione del potere. Combinando Lyotard e Baudrillard si potrebbe sostenere che il discorso legittimo secondo il potere è la fonte primaria di uno schieramento di petits récits che sono anche mappe e simulacri, costruzioni autoreferenziali che hanno reciso il legame con ogni referente reale e si sostengono per produzione interna di senso.
Se si dovessero includere referenti reali le mappe dovrebbero includere il grafico incluso in questo post e quello incluso nella seconda puntata, i dati su 30 anni di stagnazione salariale e via dicendo. Ma le mappe servono esattamente per non includere tutto questo. E in Italia i valentuomini hanno sempre avuto il fiuto su quale sia il discorso legittimo secondo il potere, su quale sia la mappa da usare. E questa è una caratteristica della società italiana da quasi due secoli, se si deve dar retta ai versi di Giuseppe Giusti:
noi valentuomini
siam sempre ritti,
mangiando i frutti
del mal di tutti.











































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