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Il problema non è solo Netanyahu, ma è il sionismo. Attenti ai finti tonti

di Roberto Prinzi

Leggendo la stampa internazionale mainstream, seguendo i notiziari tv, il racconto di Gaza sembra essere cambiato nell’ultimo mese.

Il (presunto) cambiamento è dato dal fatto che parole prima rigettate e pronunciate prima da quelli definiti come estremisti, come “genocidio“, “pulizia etnica“, “apartheid“, finanche “occupazione della Cisgiordania” (ci sono arrivati anche loro, sic!), sono ormai più accettate nel dibattito pubblico. Le senti da Floris. Le leggi su “La Repubblica“. Le vedi a “Le Iene“. Addirittura, udite udite, si sta organizzando un manifestazione per Gaza: dopo oltre un anno e mezzo dall’inizio del genocidio, mi sembra un buon tempismo!

Perfino in alcuni settori della destra “moderata”, qualcosina si muove al punto che Tajani ha detto che “la reazione di Israele è inaccettabile“. Tajani, l’inutile ministro degli Esteri italiano complice del genocidio, che da oltre un anno e mezzo ha sempre detto e fatto tutto ciò che dice Israele ha detto “inaccettabile“.

Ovviamente nel suo caso e in tutta la destra cosiddetta “moderata” c’è da farsi una risata amara: le pur timide parole di sparuti membri non sono:

a) seguiti da fatti dalla quasi totale maggioranza degli altri parlamentari di destra,

b) dai fatti che continuano come sempre è stato (incrollabile appoggio militare, politico e diplomatico per Israele).

Perciò concentriamoci sul “cambiamento” degli autoproclamati sinceri democratici e chiediamoci se bisogna rallegrarsi. Credo realmente di no. Anzi, la loro presa di posizione piena di contraddizioni interne (in alcuni casi si tratta di inversione a U) è molto pericolosa: dietro questi atteggiamenti e parole si nascondono pericoli assai gravi per l’opinione pubblica italiana solidale con la Palestina. E, va da sé, quindi per il popolo palestinese. E, non marginalmente, per le forze di sinistra di questo paese.

Oltre a segnalare la loro disgustosa ipocrisia – è da quando la fragile tregua è finita che è nato lo sterminio di un popolo per cui ora si indignano e attivano? A me le scene viste assomigliano a quelle dell’ottobre 2023, del novembre 2023, etc – c’è il rischio concreto che questi settori della politica e dei media vogliano in qualche modo discolpare Israele come stato ripulendo la sua ideologia fondante.

Emblematico quanto detto ieri da Augias a “di martedì”, quando dopo aver posto luce sulla tragedia di Gaza e giustamente della Cisgiordania (anche qui in ritardo clamoroso), ha lanciato un monito: “Attenzione – riassumo con parole mie il concetto espresso ieri – che c’è chi gridando ‘Dal Fiume al mare, la Palestina sarà libera’ vuole cancellare lo stato d’Israele“.

La paura di Augias è il punto di incontro di tutti coloro che stanno improvvisamente alzando la voce per i palestinesi.

Il genocidio – non hanno ancora la forza di chiamarlo così – è colpa di Netanyahu. E’ lui solo il boia, insieme ai suoi alleati di estrema destra. Sono i “coloni” il problema.

Travaglio, che incredibilmente viene seguito perfino da alcuni pro-Palestina solo perché ha detto sin dall’inizio che era in corso un massacro (non lo chiama “genocidio”) – su tale punto è chiarissimo al punto che tesse lodi al defunto e mai compianto criminale Sharon.

Lo scopo del “cambiamento” dei media e del centro sinistra è questo: deve finire la mattanza subito perché il sionismo viene danneggiato (“ah, non esiste più l’Israele che abbiamo conosciuto, quello dei kibbutz“). Nessuno può permettersi di attaccarlo.

Il tentativo chiaro è il seguente: bisogna avere l’egemonia politica sulla “pace” con i palestinesi: non sia mai che il discorso sia quello dei pro-Pal! Dobbiamo contrastarli politicamente con forza essendo forza internazionalista. Come? Fermiamo quel Netanyahu che danneggia i nostri valori “occidentali“.

Poi se dopo i palestinesi continueranno a morire o a essere occupati, vabbé pazienza. Ogni tanto faremo qualche comunicato e diremo “Due popoli, due stati“. Nessuno se ne importa, in fondo, dei palestinesi. Da decenni è così. Ma non si tocchi Israele, eh!

Non capire che la “Soluzione finale” scelta da Netanyahu e condivisa da un po’ tutti in Israele – in modalità più o meno diverse finanche dall'”Opposizione” – è figlia di una storia lunga oltre 100 anni è da ignoranti, nel migliore dei casi. Da farabutti nel peggiore.

Non condannare il sionismo, temere come Augias l’attivismo pro-Pal, non produce alcun “cambiamento”: pulisce solo il volto d’Israele. Porta solo a vedere i palestinesi in modo semplicemente umanitario e paternalistico (“poveretti“) e non quindi come soggetti politici che aspirano a una libertà piena per cui lottano con tutti i mezzi possibili e che non può essere riassunta nel logoro slogan “due stati per due popoli“.

A tal riguardo, basta anche con l’esaltarsi perché qualche Paese europeo – che rispetto al nostro e per il livello di dibattito interno sulla questione appare meraviglioso – grida fortemente a questa soluzione e si muove, perdindirindina, per riconoscere lo stato di Palestina.

Non sono i nostri alleati questi commentatori. Non sono nostri alleati questi paesi, anche se gridano al “genocidio“. Non lo sono i loro volti bianchi, puliti. Non lo sono le loro facce da brave persone.

Il genocidio palestinese ha cause politiche. Ha una sua logica. Logica orrenda, ma chiara, esplicita, documentata dalla storia centenaria della Catastrofe palestinese. Chi vuole mettere la bocca sulla questione palestinese deve semplicemente ascoltare con umiltà la voce delle vittime. Degli occupati. Non solo piangere per i corpi di bambini (basta anche con questo porno sui loro corpi!).

Soltanto gridando con forza che l’unica soluzione – sì, Augias, l’unica – è un terra libera per tutte e tutti dove ai rifugiati palestinesi potrà venire data la possibilità di ritornare, si può assistere a un vero cambiamento. Una terra senza occupanti e occupati. Che, come disse il poeta, si chiamava Palestina. Continuerà a chiamarsi Palestina.

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Comments

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kruzaros
Tuesday, 10 June 2025 15:25
Di Ahmad Ibsais – 5 giugno 2025 – Fonte: State of Siege

La comoda finzione secondo cui Benjamin Netanyahu sarebbe l'unico responsabile del genocidio a Gaza sta crollando, e ciò che si cela sotto è molto più terrificante della malvagità di un singolo uomo. È la rivelazione di un'intera società che, per decenni, ha alimentato e normalizzato la disumanizzazione dei palestinesi al punto che il genocidio è diventato non solo accettabile, ma popolare.

Quando l'82% degli israeliani sostiene l'espulsione forzata dei palestinesi da Gaza, non stiamo assistendo alle macchinazioni di un singolo leader estremista. Quando il 47% approva il massacro biblico di Gerico – dove "tutti gli abitanti" furono uccisi – come modello per l'azione militare, ci troviamo di fronte all'abisso del collasso morale collettivo. Quando il 56% vuole che i cittadini palestinesi di Israele vengano espulsi dalla propria patria, ci troviamo di fronte al DNA genocida di un progetto colonialista che ha finalmente perso la sua patina liberale.

Queste cifre, rivelate da un sondaggio della Penn State University, non sono anomale. Sono il logico culmine di 75 anni di disumanizzazione sistematica iniziata non con l'ascesa al potere di Netanyahu, ma con la fondazione stessa dello Stato. Questa non è la "guerra di Netanyahu", è il genocidio di Israele, che si sta preparando da decenni.

Considerate l'ironia perversa: mentre progressisti occidentali come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren si affrettano ad addossare la colpa a un singolo uomo, la società israeliana stessa è andata ben oltre questo comodo capro espiatorio. Il sondaggio rivela che persino tra gli ebrei laici – coloro che presumibilmente rappresentano la coscienza liberale di Israele – il 70% sostiene la pulizia etnica di Gaza. Tra gli ebrei religiosi, questa percentuale sale a un impressionante 97%. Non si tratta di una deviazione politica, ma di un consenso ideologico.

Ciò a cui stiamo assistendo è lo smascheramento definitivo del progetto sionista. Per troppo tempo, il mondo è stato persuaso dal mito che Israele sia una democrazia progressista sequestrata dagli estremisti. Ma quando il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich dichiara apertamente la sua intenzione di "eliminare i discendenti di Amalek" e parla di "concentrare" i palestinesi nel sud prima di espellerli "in gran numero verso paesi terzi", non si allontana dai valori israeliani; li esprime con un'onestà senza precedenti.

La retorica religiosa è particolarmente rivelatrice. Quando il 65% degli ebrei israeliani crede in un moderno "Amalek" – il nemico biblico che Dio comandò agli israeliti di sterminare "fino all'ultimo bambino" – e il 93% di loro applica questo comandamento ai palestinesi di oggi, non abbiamo a che fare con un discorso politico. Siamo di fronte a un genocidio teologico, in cui la pulizia etnica diventa un mandato divino.
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