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USA-Iran, il fantasma della pace

di Mario Lombardo

Il fallimento precoce della cosiddetta operazione “Progetto Libertà” lanciata da Trump ha fatto subito pensare all’ennesimo artificio improvvisato dalla Casa Bianca per tenere buoni i mercati e prendere tempo nell’attesa di un possibile abbandono della linea dura sul fronte diplomatico da parte dell’Iran. Il presidente americano ha infatti annunciato mercoledì la sospensione di quella che avrebbe dovuto essere una scorta militare, garantita dalle forze navali a stelle e strisce, per le imbarcazioni bloccate nelle acque al di là dello stretto di Hormuz. Per quello che può valere, il post di Trump con cui ha deliberato il nuovo passo indietro di questa guerra ha anche citato presunti “grandi progressi” verso un accordo con Teheran. Poche o nessuna indicazione fanno tuttavia credere a una soluzione diplomatica vicina e, anzi, dopo gli ultimi sviluppi, incluse le esplosioni registrate negli Emirati Arabi Uniti, molti osservatori hanno in questi giorni ipotizzato un’imminente ripresa delle operazioni militari israelo-americane contro la Repubblica Islamica.

Era apparso subito chiaro che l’iniziativa sbandierata da Trump non aveva convinto per nulla operatori e compagnie di trasporto marittimo. Niente è infatti cambiato nelle acque presidiate dalle forze iraniane, le quali continuano a mantenere le capacità di prendere di mira i mezzi che cerchino di attraversare Hormuz senza coordinarsi con Teheran. Se la Casa Bianca ha dovuto così abbandonare l’operazione “Progetto Libertà” per evitare ulteriori umiliazioni, il principale strumento di pressione esercitato dopo l’entrata in vigore della tregua l’8 aprile scorso, ovvero il blocco dei porti iraniani, viene per il momento mantenuto.

Sulla molto relativa efficacia di quest’ultimo si è scritto molto nei giorni scorsi, ma a Washington pare che l’insistenza con quello che è a tutti gli effetti un atto di guerra venga visto come l’unico strumento per ora in grado di fare pressioni sulle autorità della Repubblica Islamica, così da convincerle ad accettare un negoziato sulla base delle condizioni dettate dall’amministrazione Trump.

Questa speranza è a ogni modo illusoria e, al contrario, il mantenimento del blocco impedisce di fatto i progressi della diplomazia, come continua a ripetere il governo iraniano. Il fatto è che Trump non intende negoziare in maniera onesta, rifiutandosi di riconoscere, oltre alla sconfitta strategica incassata in questa guerra, le legittime richieste di Teheran. Gli Stati Uniti si trovano così alla ricerca disperata di una via d’uscita da una crisi che peggiora di giorno in giorno, senza però disporre di opzioni percorribili che non finiscano per aggravare ancora di più la situazione attuale.

In questo scenario si è inserita la “rivelazione” pubblicata mercoledì dalla testata on-line Axios, collegata agli ambienti della “sicurezza nazionale”, nonché a Israele, e spesso utilizzata durante questa guerra per inviare messaggi utili a sondare il terreno in preparazione di cambi di rotta tattici dell’amministrazione repubblicana o per confondere le acque. Axios ha scritto di una bozza quasi finalizzata di un “memorandum d’intesa” in 14 punti tra USA e Iran della lunghezza di “una pagina”, con l’obiettivo di mettere fine alla guerra e creare i presupposti per discussioni approfondite sulla questione del nucleare iraniano.

La Casa Bianca starebbe attendendo la risposta dell’Iran ad alcuni punti cruciali del documento. Teheran, secondo quanto riportato da Axios, dovrebbe accettare una sospensione dell’arricchimento dell’uranio per un periodo non ancora definito e, in cambio, gli USA rimuoverebbero le sanzioni e sbloccherebbero i miliardi di dollari di fondi iraniani congelati. Un altro elemento chiave sarebbe poi ovviamente la fine delle restrizioni al traffico navale attraverso lo stretto di Hormuz.

La notizia va presa a dir poco con cautela. Il governo di Teheran smentisce – per cominciare – l’esistenza di una trattativa con gli Stati Uniti. Soprattutto, la posizione ufficiale resta quella di respingere le richieste di discutere l’argomento del nucleare. Qualsiasi accordo dovrà prima riguardare la fine delle ostilità e la creazione di un’architettura della sicurezza in Medio Oriente che impedisca future aggressioni militari da parte di USA e Israele.

Resta dunque difficile comprendere le intenzioni e i piani della Casa Bianca, sempre che piani reali esistano o siano in discussione. Per qualcuno, almeno una parte dell’amministrazione Trump starebbe lavorando a un ripiegamento su tutta la linea, gettando le basi per dichiarare vittoria e abbandonare il campo. Il ritorno sulla scena pubblica del segretario di Stato Rubio, rimasto finora in larga misura ai margini, potrebbe essere un indizio di ciò. In una conferenza stampa dei giorni scorsi, l’ex senatore della Florida ha prima elencato i danni che i bombardamenti israelo-americani avrebbero causato agli “asset” e alle infrastrutture militari dell’Iran, lasciando intendere che questo obiettivo è stato soddisfatto.

Poco dopo, Rubio ha affermato che l’operazione “Furia Epica”, vale a dire la guerra di aggressione scatenata il 28 febbraio scorso, è a tutti gli effetti terminata. Il segretario di Stato ha poi aggiunto che gli Stati Uniti sono ora concentrati sulla già citata operazione “Progetto Libertà”, anche se di lì a poche ore lo stesso presidente ne ha dichiarato la sospensione con un intervento sul suo social Truth. Rubio ha alla fine rilanciato l’idea a cui a Washington sembrano aggrapparsi in molti per tenere in vita qualche speranza di piegare la Repubblica Islamica, cioè insistere con pressioni di carattere economico.

Le contraddizioni che stanno emergendo sono a ogni modo molteplici. Nelle ultime settimane erano aumentati gli arrivi di uomini e materiale militare USA in Medio Oriente, così da fare ipotizzare la ripresa dei bombardamenti sull’Iran. Alcune fonti segnalano invece che nelle ultime ore, in concomitanza con il già citato post di Trump che ha sospeso la fallimentare operazione di scorta per le navi bloccate al di là di Hormuz, questi movimenti si sono praticamente fermati. Qualcuno collega il passo indietro con il cambio di passo evidenziato dalla Cina, che ha – in maniera decisiva – respinto le recenti sanzioni americane contro alcune raffinerie che acquistano petrolio iraniano e sta ospitando in queste ore il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi.

Pechino potrebbe forse avere anche recapitato un messaggio a Washington relativo alla visita di Trump in Cina, prevista in teoria tra pochi giorni dopo l’annullamento di quella programmata a fine marzo. La prospettiva di una cancellazione da parte cinese rappresenterebbe uno smacco per il presidente americano ed è perciò possibile che ci siano state pressioni per favorire una de-escalation in Medio Oriente, magari in cambio di un qualche passo avanti sulla strada della distensione tra USA e Cina in occasione del faccia a faccia tra Xi Jinping e Trump.

Resta il fatto che l’opzione del ritorno alle operazioni militari è estremamente rischiosa per la Casa Bianca. Non ci sono indizi che la ripresa dei bombardamenti dopo un mese possa portare a risultati diversi. L’Iran ha promesso inoltre una risposta ancora più distruttiva, con conseguenze rovinose per i paesi arabi alleati di Washington e un aggravamento drammatico della situazione economica internazionale. La fazione che spinge per la guerra è quella di fatto controllata dal regime sionista di Netanyahu, che possiede carte forse decisive per convincere Trump: dall’influenza esercitata attraverso finanziamenti elettorali a “file” segreti probabilmente collegati al coinvolgimento del presidente nei traffici di Jeffrey Epstein.

Israele resta il fattore più destabilizzante in questo contesto e, per sua natura, non può accettare passi indietro o un ritorno allo status quo precedente. Per questa ragione, non è del tutto scartabile la tesi che gli attacchi dei giorni scorsi in territorio emiratino, nello specifico contro le installazioni petrolifere del porto di Fujairah, possano essere stati una “false flag” israeliana al preciso scopo di far riesplodere la guerra. L’Iran, d’altra parte, ha negato di avere colpito con propri missili o droni la località affacciata sul Mare di Oman e determinante per gli Emirati nell’aggirare lo stretto di Hormuz per le esportazioni di petrolio.

La confusione che regna a Washington, le minacce alternate ai passi indietro, oltre che la totale incoerenza delle uscite di Trump, riflettono in definitiva una crisi strategica senza precedenti per gli Stati Uniti. L’avventura della guerra contro l’Iran è stata venduta come un’operazione rapida che si sarebbe risolta con la decapitazione della leadership della Repubblica Islamica, la conseguente rivolta popolare e l’installazione di un regime più malleabile. Nulla di tutto ciò è invece accaduto. Il sistema di potere è rimasto intatto e ha mostrato straordinarie capacità di risposta militare, causando danni devastanti alle basi militari USA nella regione.

La resistenza iraniana ha anche prospettato un rimescolamento totale degli equilibri strategici regionali, tanto da rendere inutile, se non del tutto controproducente, l’alleanza con gli Stati Uniti. La guerra, inoltre, non solo non ha azzerato le capacità militari – e nucleari – iraniane, ma ha trasformato questo paese, nonostante le perdite e la distruzione subite, di fatto in una potenza globale grazie al controllo su un tratto commerciale decisivo come lo stretto di Hormuz, in grado di influenzare l’economia di tutto il pianeta. L’aggressione israelo-americana ha infine consolidato la partnership tra Iran, Russia e Cina, rafforzandone la cooperazione e prospettando la creazione di un asse lungo il quale costruire un ordine alternativo a quello dominato dall’impero in rapido declino.

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