Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

piccolenote

Hormuz. Trump fa marcia indietro. Intesa imminente con l'Iran?

di Davide Malacaria

Se il Project Freedom avesse proseguito il suo corso gli incidenti di percorso si sarebbero moltiplicati fino a non poter più essere ignorati. Così ieri la fazione più moderata dell'amministrazione Trump (capofila J.D. Vance) ha convinto il presidente a soprassedere; o più probabilmente è stato lo stesso Trump a prendere l'iniziativa

Trump mette in pausa il Project Freedom dopo sole 48 ore dal varo. Svapora l’idea di riaprire al transito commerciale lo Stretto di Hormuz grazie alla vigilanza armata degli Stati Uniti. Il mondo tira un sospiro di sollievo come dimostra il calo subitaneo del prezzo del petrolio. Una vittoria di Teheran narrano, ovviamente, i suoi sostenitori. Vero, ma è anche altro e più di prospettiva.

Per capire quanto accaduto bisogna tenere presente a cosa serviva tale iniziativa e soprattutto che l’amministrazione Trump non è un monolite, anzi. Sul Project Freedom ricordiamo quanto avevamo scritto, cioè che l’iniziativa aveva tutte le potenzialità di un escamotage per ricominciare la guerra.

Infatti, era ovvio che gli iraniani non avrebbero mai permesso la riapertura dello Stretto di Hormuz in assenza di un accordo con Washngton e con il blocco statunitense ancora in atto. Infatti, gli avvertimenti di Teheran a evitare la forzatura sono subito risuonati forti e chiari.

Avviare ugualmente l’iniziativa ha quindi messo in moto una dinamica dall’esito in prospettiva scontato: gli iraniani avrebbero impedito manu militari il transito sia dei mercantili che dell’eventuale scorta americana e Washington sarebbe stata costretta a rispondere, avviando un ciclo di escalation la cui responsabilità sarebbe ricaduta su Teheran, colpevole di aver infranto il cessate il fuoco.

Non si tratta di uno scenario possibile, è esattamente quel che è successo in questi giorni, con navi mercantili colpite, navi da guerra americane fatte segno di colpi di avvertimento. Il tutto con il contorno di bizzarri attacchi contro gli Emirati arabi uniti, che Abu Dhabi (ormai una colonia israeliana), i Paesi arabi e l’Occidente hanno attribuito a Teheran e con gli iraniani che hanno negato le accuse (diniego credibile: non avevano nessun motivo per effettuare tali attacchi: una mossa suicida che contrasta con la lucidità con cui stanno affrontando la crisi).

Gli esponenti dell’amministrazione Usa, dal presidente in giù, interpellati dai media sulle nuove fiammate del Golfo Persico hanno minimizzato, derubricando l’accaduto a “scaramucce”, come ha detto Trump, e precisando che il cessate il fuoco, nonostante tutto, reggeva, come hanno dichiarato il Segretario del Dipartimento per la Guerra, Pete Hegseth, e il Capo degli Stati Maggiori congiunti, generale Dan Caine.

Ma è chiaro che se il Project Freedom avesse proseguito il suo corso gli incidenti di percorso si sarebbero moltiplicati fino a non poter più essere ignorati. Così ieri la fazione più moderata dell’amministrazione Trump (capofila J.D. Vance) ha convinto il presidente a soprassedere; o più probabilmente è stato lo stesso Trump a prendere l’iniziativa.

Al di là delle incertezze, sta di fatto che i falchi, che già pregustavano il sapore del sangue, sono rimasti spiazzati. Lo evidenziano le dichiarazioni di Marco Rubio che, poco prima dell’improvviso stop presidenziale, aveva detto: “La guerra è finita, ora siamo passati al Project Freedom“.

Resta da capire perché il presidente aveva accettato di dare avvio a un’iniziativa tanto improvvida per poi tornare sui propri passi. Probabile che, nonostante abbia ceduto nuovamente alle pressioni dei falchi, il suo “sì” fosse condizionato, fosse cioè un tentativo avviato con una prospettiva diversa dalla ripresa del conflitto.

Lo suggerisce una rivelazione di Axios: “Un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha informato l’Iran domenica dell’imminente operazione statunitense per ‘guidare’ le navi attraverso lo Stretto di Hormuz e ha avvertito Teheran di non interferire”.

Apparentemente non c’è nulla di clamoroso in tale indiscrezione, dal momento che, quando ha reso pubblico il Project Freedom, Trump ha minacciato apertis verbis Teheran di non interferire. Ma evidentemente nel messaggio recapitato a Teheran c’era dell’altro, come si evince dal prosieguo della nota di Axios: “Il messaggio privato suggerisce che la Casa Bianca volesse mitigare il rischio di una possibile escalation”.

Probabile che nel messaggio privato gli Usa avessero adito a concessioni verso Teheran in cambio del successo del Project Freedom, che avrebbe consegnato a Trump l’immagine di “vittoria” che cerca disperatamente. L’offerta non è stata accolta e anzi Teheran ha reso note le nuove dinamiche del transito nello Stretto di Hormuz, rivendicandone la propria giurisdizione (iniziativa legittima: sono acque territoriali, non internazionali, ci torneremo).

Così, visto il fallimento del tentativo e preso atto del rischio di una rinnovata escalation, Trump ha fatto marcia indietro. Chiaramente il ripensamento doveva essere motivato e motivato senza ledere l’immagine presidenziale, anzi. Così Trump ha dichiarato che a farlo decidere in tal senso sono stati i “grandi progressi” dei negoziati.

Sembrerebbe la solita boutade, di quelle a cui il presidente ha abituato il modo. Se non che di “progressi” ha parlato anche il ministro degli Esteri Abbas Aragchi. Concordanza non usuale.

E, di oggi la nuova rivelazione di Axios: “Secondo due funzionari statunitensi e altre due fonti informate sui fatti, la Casa Bianca ritiene di essere vicina a un accordo con l’Iran su un memorandum d’intesa di una sola pagina per porre fine alla guerra e stabilire un quadro di riferimento per negoziati più dettagliati sul nucleare”.

Ci sarà modo, se l’accordo dovesse essere finalizzato, di capire cosa sia accaduto, anche se sembra collegato alla visita odierna di Aragchi in Cina, con la Terra di mezzo che attende per metà maggio la visita di Trump (visita che Pechino non ha fatto saltare nonostante la criticità iraniana). Per ora ci limitiamo a sperare che sia vero.

Ps. Ieri il nuovo attacco di Trump a papa Leone, con la Chiesa che replica per bocca di Parolin in maniera ferma, pur se pacata. Al di là della contesa, sulla quale è inutile discettare su chi ha ragione e chi torto tanto è ovvio, resta la nuova tegola caduta sulla testa al cattolico (?) Marco Rubio, che sta cercando di accreditarsi con la trovata della visita vaticana.

Pin It

Add comment

Submit