A partire da Patrick Bond, Sfatare il mito multipolare, la questione dei Brics. Parte Seconda
di Alessandro Visalli
Questo post prosegue l’analisi della posizione sui Brics di Patrick Bond della quale la Parte Prima è stata pubblicata il 2 maggio, a questo link.
Seconda stanza: Patnaik, la meccanica della necessità
Se fosse completa e adeguata al tempo l’analisi di Bond, con la sua diagnosi di “sub-imperialismo” riferita alla posizione dei paesi Brics sarebbe tecnicamente corretta. Nel paradigma Harvey-Bond, concentrato più su circolazione che su produzione, il punto dirimente non è, infatti, l’apparenza di ricchezza registrabile nelle forme di investimento, il capitale fisso, e finanche nel capitale fisso sociale (ma orientato a rendere possibili gli scambi e quindi soggetto al rischio di mutarsi in un mucchio di ruggine se questi si riducono), quanto il controllo effettivo dei flussi ed il potere che le metropoli esercitano sulle periferie per ottenere i saggi di sfruttamento del lavoro vivo necessari a tenere in piedi la meccanica complessiva della valorizzazione. Valorizzazione che si definisce alla scala del “sistema-mondo”.
In altre parole, lo schema teorico di Bond, in parte desunto dalla concettualità di Harvey e utilizzando la sistemazione di Ruy Mauro Martini di cui abbiamo parlato nella Parte Prima, definisce la posizione dei paesi Brics come strutturalmente subalterna al complessivo ciclo di valorizzazione del capitale egemonizzato dai centri “imperiali”. Ciclo che coinvolge le élite dei paesi semi-imperialisti, ma senza che queste possano governare i flussi, o definire i saggi di sfruttamento, ovvero di estrazione del surplus. Abbiamo visto dall’analisi di Marini che questa impossibilità deriva direttamente dalla incapacità di controllare la dinamica della tecnica, ovvero dalla subalternità tecnologica.
Se così non fosse bisognerebbe cambiare frame teorico e parlare, se mai, di “Co-imperialismo”, ma con seri problemi di tenuta del termine “Imperialismo”.
Ma se così fosse, come già visto, il nervosismo palese degli Stati Uniti in questi ultimi mesi e anni sarebbe difficile da spiegare.
Se il surplus continuasse a essere estratto senza opposizione dalle “periferie”, per il tramite dei Junior partner dei Brics - i quali, al più, starebbero pretendendo, per nome e conto delle proprie élite internazionalizzate (ovvero intermediarie), maggiore parte dello stesso - allora l’architettura monetario-finanziaria sarebbe al sicuro. Con essa non sarebbe a rischio il valore del denaro (e del dollaro nella fattispecie). Lo schema Harvey-Marini-Bond, insomma, potrebbe cogliere qualcosa della situazione empirica, ma manca di individuare con esattezza la necessità dell’azione in corso. Ovvero, come abbiamo visto con Lenin, manca di “analisi concreta” e, alla fine, si rifugia nella “frase”.
La “frase” è però una guida rischiosa all’azione. Infatti, anche ammesso che i Brics, o una loro parte, siano da considerare prigionieri di un assetto “Subimperiale” (e, seconda tesi di Bond, che il neoliberismo avesse in questa fase storica raggiunto un vicolo cieco[1]), ciò non avverrebbe per effetto di un cedimento morale delle proprie élite, quanto, se mai, per vincoli fattuali alla tenuta del valore. Vincoli che rendono la disconnessione altamente pericolosa (di crollo generale e repentino delle riserve di valore, spazialmente e operativamente interconnesse) e di fatto quasi impossibile, senza condizioni eccezionali (alle quali ci stiamo avvicinando). Per bilanciare il tono a tratti involontariamente morale di Bond giova allora a questo punto leggere il meccanismo interpretativo proposto dai Patnaik[2] che si muovono in una genealogia simile, ma non identica (sulla linea Sweezy/Baran, Amin).
Utsa Patnaki e suo marito, Prabhat Patnaki, sono due economisti che hanno studiato in India, e che hanno lavorato per lo più al Center of Economic Studies and Planning nella School of Social Sciences dell’Università Jawaharlal Nehru di Nuova Delhi, dall’inizio degli anni Settanta. Il loro perfezionamento è tuttavia avvenuto in Inghilterra, entrambi ad Oxford ma Utsa in economia e Prabhat in filosofia, per la quale ha passato un periodo a Cambridge. Sono stati protagonisti, tra l’altro, di una dura polemica con lo stesso Harvey[3], e poi con John Smith[4].

Per gli economisti indiani l’imperialismo è definito come la pratica di mantenere artificialmente bassi, con una serie di tecniche e pratiche, i prezzi agricoli - e delle altre materie prime - a beneficio delle metropoli le quali, in conseguenza, ricevono un flusso di valore reale che non pagano. Il capitalismo globalizzato contemporaneo dipenderebbe da questi flussi, come è sempre avvenuto. Senza questi continui impulsi deflazionari si innescherebbe, infatti, una dinamica di inseguimento dei prezzi che di fatto farebbe cessare l’accumulazione capitalista e in particolare la forma globalizzata di questa. L’argomento passa per il controllo della dinamica lavoro-merce, ma si manifesta come controllo della moneta e del suo valore, via manipolazione delle “ragioni di scambio”[5].
Il punto diagnostico è che le politiche neoliberali nascono dalla disattivazione di quelle controtendenze alla tendenziale stagnazione dei profitti che erano state messe in campo nei “trent’anni gloriosi” (keynesiani, anni 1945-75) e che allora ostacolavano i profitti a breve termine (ma li assicuravano a medio e lungo termine). Disattivazione sostituita funzionalmente dai sottoprodotti della fase finanziaria e dal neo-colonialismo commerciale.
Nella fase ascendente di questo modello, che chiameremo per semplicità ‘neoliberale’, il “suplus produttivo” che si continuava a espandere a causa dell’assetto monopolista del capitalismo mondiale fu riciclato nel crescente settore finanziario ed in parte in un nuovo ceto globale di intermediari di vario genere (professional, manager, manipolatori di simboli e di spettacoli, …). La necessaria ‘accumulazione originaria finanziaria’ (ovvero il passaggio della massa di capitale dagli investimenti in fattori produttivi a investimenti meramente finanziari) è stata alimentata, in quel passaggio, dalla rottura della parità, dai petrodollari ed eurodollari, e dal contesto della deregolazione. Così facendo è stata progressivamente creata una forma di capitalismo interamente concentrata sulla generazione parossistica di surplus e sulla sua ‘intermediazione con appropriazione’.
È per questa ragione che, negli anni Novanta-Duemila la divisione del lavoro a scala mondiale ha visto progressivamente la base produttiva sparpagliarsi in tutte le aree di minore resistenza, nelle quali poteva essere estratto il surplus con il minimo di attrito, fidando su un “esercito di riserva mondiale” costantemente accresciuto. Un ‘esercito’ che si è ampliato, sia nei paesi del ‘centro’ via immigrazione, sia in quelli della ‘periferia’ via industrializzazione subalterna (spesso con capitali che negoziavano condizioni di impunità e di supersfruttamento della forza lavoro locale). Tutto ciò con relativo disinteresse al problema del realizzo. Disintesse in quanto la domanda era resa fluida e mondiale e in quanto il meccanismo di creazione delle bolle e gli “schemi ponzi” potevano appianare le asperità, almeno temporaneamente, creando nel breve termine domanda senza base produttiva. L’espansione del debito surrogava, in altre parole, la chiusura stabile del ciclo keynesiano appoggiandosi su “cicli Minsky” sempre più ampi e quindi sempre più veloci e instabili[6]. La circolazione del valore muoveva dalla produzione, decentrata, divisa in catene di approvvigionamento e montaggio sempre più lunghe e intrecciate, quindi sempre più fragili e costose da proteggere, e dal suo rimontaggio, amplificazione e ricircolo nel sistema - mondiale e interconnesso - di intermediazione finanziaria. Un sistema interamente fondato sulla liquidità apparente. Un sistema è il punto dei Patnaik[7], che era ed è, altamente vulnerabile alla potenziale perdita di valore del denaro che potrebbe essere trasmessa da un’inflazione dei valori ‘reali’.
Secondo i due economisti indiani è essenziale per la sopravvivenza del capitalismo, ovvero del sistema sociale che questo rende in essere, che il “valore” espresso in “denaro” sia conservato. Conservato in modo che possa moltiplicarsi il capitale stesso, nelle forme liquide e indefinitamente accumulabili, ‘astratte’, che oggi ha.
Il capitalismo è principalmente un sistema che utilizza denaro in cui gran parte della ricchezza è detenuta sotto forma di denaro o come attività denominate in denaro, vale a dire attività finanziarie. Perché il sistema funzioni, è essenziale che il valore del denaro non continui a diminuire rispetto alle materie prime; altrimenti le persone si allontanerebbero dal possesso di denaro, e cesserebbe di essere non solo una forma di ricchezza, ma anche un mezzo di circolazione[8].
Il punto è che ci sono molti modi attraverso i quali l’assetto del capitalismo nella forma finanziaria si impegna a garantire la stabilità del valore del denaro, e quindi di sé stesso: uno è, come visto, il mantenimento, a portata di mano, di un vasto e stabile ‘esercito di manodopera di riserva’ in tutte le periferie del mondo. Ovvero sia nelle cosiddette “metropoli” (ma nelle cinture) sia nel cosiddetto “terzo mondo”. La questione posta dai Patnaik è che la trasmissione degli input deflazionari che la presenza di questa manodopera potenziale, ma non attiva, producono esplica i suoi effetti attraverso il contenimento del costo delle materie prime, dei semilavorati e delle componenti che circolano nelle supply chain mondiali. In tal modo produce il contenimento del costo dei salari monetari anche dei lavoratori delle “metropoli”. Questi ultimi subiscono sia gli effetti della concorrenza sia quelli del deflusso dei capitali verso le “periferie”. Si tratta di un circuito di produzione e circolazione intrecciato esattamente a questo fine.
Tenendo al centro dell’attenzione che qui si tratta sempre di abbondanza e contenimento dei costi relativi (ovvero relativi alla produttività), la deflazione dei redditi svolge allora, in particolare nelle “metropoli”, l’essenziale funzione di impedire che al di là del costo di produzione l’accumulazione di capitale disponibile produca un incremento dei prezzi insostenibile almeno di alcune merci “scarse”[9]. L’indispensabile deflazione del reddito (anche qui in senso relativo, rispetto alla posizione nel processo di produzione del valore) viene ottenuta durante la lunga ascesa del capitalismo in occidente attraverso vari espedienti (e semplice rapina) volti a canalizzare surplus prodotto nella periferia verso il centro. Al contempo, è condotta distruggendo, anche qui con vari espedienti, la produzione locale (soprattutto esponendola alla competizione ineguale della metropoli[10]). Questo processo di deindustrializzazione ed impoverimento ha prodotto storicamente il necessario “esercito di riserva distante”.
Tutto questo viene definito “imperialismo” dai Patnaik.
Certo questa tendenza può essere controbilanciata anche, riducendo la soluzione “imperialista”. Ovvero impegnando il capitale nel potenziamento territoriale, nello ‘spazio’ e nella correlata dimensione sociale e comunitaria; ovvero in tutte quelle forme di investimento infrastrutturale, tecnologico, che abilitano maggiore produzione a parità di input naturale. Azioni di ribilanciamento che andrebbero condotte dallo Stato con risorse pubbliche. In questo modo il capitale pubblico contrasterebbe per due vie la tendenza inflattiva: impegnandosi, riducendo la sovraccumulazione e competizione, ed espandendo l’offerta di beni. La linea di ricerca da Lefebvre[11] ad Harvey[12] ha sottolineato questa dimensione, o meglio l’importanza della costruzione di spazio nella stabilizzazione dell’accumulazione.
La cosa si presta, non bisogna farsi attrarre dagli esempi, a essere applicata anche entro il capitalismo, per usare lo schema dei Patnaik, ma ai suoi margini diradati. Margini dove stazionano frazioni di classe distinte ma contigue ai centri metropolitani. Non solo nel ‘terzo mondo’ quindi (peraltro l’India non ne fa più parte da tempo, almeno nei suoi centri, apparendo più come un centro “semi-imperiale” per usare una terminologia di Gunder Frank), quanto nel “semi-primo”. Christophe Guilluy, in “La società non esiste”[13], ad esempio, identifica e spazializza il fenomeno della crescente deflazione dei ceti intermedi periferici nel centro d’ordine francese. Nessuno può credibilmente dire che la Francia sia periferia vessata e colonizzata, ma tutti possono identificarla senza difficoltà in uno dei centri propulsivi dell’imperialismo occidentale. Eppure una specifica e sempre più riconoscibile geografia, identificata con le periferie urbane e rurali, e sociologia, a sua volta riconducibile a professioni, lavori, stili di vita e condizioni meno dinamici e meno interconnessi, parla di una frattura in allargamento tra una periferia ed un centro. La tenaglia tra i processi urbani e territoriali, e perciò sociali, della gentrificazione e ghettizzazione, con i suoi intermedi, opera incessantemente allargando le classi spazializzate che possono essere ormai identificate come “popolari”. O, in altri termini, allarga gli ambienti vasti nei quali prevalgono condizioni di marginalità e i relativi atteggiamenti esistenziali e politici. Provoca l’ira delle periferie.
Si manifesta qui pienamente il fenomeno descritto dai Patnaik. La deflazione provocata per conservare stabilità all’accumulazione capitalistica e le relative gerarchie sociali, limitando al minimo i terreni nei quali si può tollerare l’inflazione dei prezzi e dei salari. Inflazione che provocherebbe un assorbimento di ricchezza e riduzione del potere di acquisto del capitale.
La “Francia periferica”, ovvero,
designa tutti quei territori lontani dalle prime quindici metropoli del paese, in cui vive quali il 60% della popolazione francese. La categoria serve ad analizzare la ricomposizione sociale dei territori e il ruolo delle classi popolari nel modello globalizzato, ma questo non significa assolutamente che il cento per cento dei territori e delle città della Francia periferica siano in declino o siano abitati esclusivamente da classi popolari precarie, né che tutti i territori metropolitani siano gentrificati. Piuttosto la categoria di Francia periferica serve a descrivere dinamiche economiche che si ritrovano in tutti i paesi sviluppati e sono caratterizzate da processi di concentrazione della ricchezza e dell’arroccamento delle classi superiori in territori da cui vengono progressivamente allontanate le classi popolari[14].
Questi fenomeni accadono perché la ‘dipendenza’ non è un gioco tra blocchi omogenei, bensì un rapporto dinamico reso dai differenziali di potere (nelle forme in cui questo si manifesta). Questi differenziali, che sono necessari per proteggere il surplus e la sua appropriazione - creando centri dominanti nei quali si concentra e periferie dalle quali si estrae il surplus - si manifesta nelle grandi città, nelle aree “dell’osso” delle regioni sviluppate, nella divaricazione macroregionale (ad esempio quella italiana). È visibile nella tendenziale stagnazione relativa o perdita di dinamismo dei sistemi-paese spinti ai margini. Queste dinamiche accadono nel Nord inglese, nella regione della ruggine americana, nelle periferie urbane praticamente ovunque, nelle regioni appenniniche (o alpine) italiane, nei Sud (in termini relativi). Ovvero nelle “cinture” nelle quali peraltro vince, non per caso, il “populismo”.
Tutto questo viene designato come dinamica imperiale dai nostri. Ovviamente in ogni periferia, in ogni ambiente periferico, ovunque esso sia, permane in posizione d’ordine, un segmento di borghesia che si nutre dell’intermediazione e quindi si riproduce come classe. Un segmento che è a cavallo ed in contatto con il capitale metropolitano e produce alcuni, se pure limitati, ‘effetti alone’. In conseguenza ci sono zone e paesi che hanno registrato un’elevata “crescita”. Normalmente ottenuta, data la posizione di intermediazione, a spese della trasmissione di surplus e quindi spingendo ancora più in basso i ceti produttivi subalterni.
Questo genere di “imperialismo”, la cui funzione è proteggere l’accumulazione di capitale tramite la salvaguardia del “valore del denaro”[15] e quindi la deflazione del reddito nelle periferie è diventato ancora più pressante, pur essendosi in qualche modo nascosto, nell’epoca della finanziarizzazione e globalizzazione. Inoltre, esso si manifesta non solo sotto forma di scontro tra capitali nazionali (come era focalizzato nella nota polemica Kautsky vs Lenin[16]), ma anche come capitale finanziario direttamente internazionale. Mentre il vecchio imperialismo colonialista, con controllo diretto o indiretto[17], estraeva surplus e imponeva deflazione del reddito alla periferia con le tassazioni coloniali dirette e la deindustrializzazione, il nuovo, a guida Usa, pur godendo dell’estrazione di surplus tramite il monopolio tecnologico (e i brevetti e diritti d’autore) ha essenzialmente bisogno delle politiche neoliberali.
La differenza tra le due concettualizzazioni è che, sul piano della griglia teorica e analitica, Bond individua, con Harvey, l’imperialismo meramente come risultato e causa della geografia fluida dei flussi di capitale in cerca di una correzione spaziale alla loro tendenza alla sovraccumulazione. Il nesso causale, in tal caso, è: la tendenza del capitale ad amplificare i profitti (ovvero il plus-profitto marxiano) tenderebbe a inflazionarlo, erodendo il suo potere e alzando i salari; di qui la necessità di esportarlo in condizioni di controllo e sicurezza; ciò proietta controllo e garantisce l’estrazione e lo sfruttamento a una scala territoriale. I cinque sintomi di questa meccanica sono la concentrazione, finanziarizzazione, sovraccumulazione, ri-primarizzazione, super-sfruttamento, e per questo Bond lo diagnostica a carico dei Brics, a partire dal Sud Africa.
Uno dei problemi è che si tratta di un’analisi fondata su una base empirica, ma in debito di una più profonda (o aggiornata) analisi di funzionamento strutturale.
Il modello dei Patnaik prima descritto contribuisce a mostrare come non esistano, senza interessare l’intero arco della meccanica di sviluppo e riproduzione (allargando la competizione al livello sistemico della Regolazione, dei Complessi tecnici e della Proiezione Spaziale), facili vie di uscita. Etichettare tutto come “Sub-imperialismo” può essere consolante, ma non particolarmente utile. Se, infatti, l’imperialismo fosse la risposta del capitale alla tendenza alla sua deflazione, come vogliono i due economisti indiani, la risposta diventerebbe particolarmente difficile senza attraversare una crisi maggiore. Il “Capitalismo” centrale, alla fine, “si difende” (ovviamente senza un progetto, come dinamica senza testa) con quattro potenti meccanismi che nessuno può ignorare senza pagarne il prezzo:
- fuga di capitali ‘spontanea’ prima ancora dell'insediamento del governo ostile;
- sanzioni commerciali estese (in Iran, Venezuela, Cuba, Russia);
- colpi di stato parlamentari più o meno nascosti (in America Latina, nella Europa dell’Est, in paesi del Medio Oriente, in Africa);
- guerra economica e poi militare (in Venezuela, in Iran, in Russia e Ucraina).
Tornando a Lenin, ma anche ai Patnaik, i BRICS dunque sulla base di questa diagnosi, non scelgono la collaborazione, o almeno non è possibile dirlo, ma di fatto sono schiacciati dalla struttura di coazione che il capitale finanziario internazionale esercita.
La “anti-polarity” di Bond, se non vuole essere solo una “frase rivoluzionaria”, deve perciò esporsi ad una domanda: se anche un soggetto compatto come la Cina ha margini strettissimi per disconnettersi, che margini ha esattamente un contro-vertice People's 99%?
La risposta è: nessuno.
Il punto cruciale, sul quale spenderemo la Terza parte, è che ci sono sempre margini di azione, ma quel che non c'è mai è l'azione libera. Ovvero quella che non si confronta con i vincoli. Per fare un esempio, chiaramente se si volesse davvero la transizione fuori del 'sistema-dollaro' (e non ne sono sicuro), sarebbe necessario arrivarci costruendo contemporaneamente un'alternativa funzionale e funzionante.
Altrimenti si precipiterebbe nella guerra. Cosa che, tra l'altro, sta accadendo.
Note
[1] - Sovrapproduzione globale cronica, impossibilità di stimolo fiscale per via dell'opposizione del capitale finanziario globalizzato mobile, bolle come unico dispositivo anticrisi temporaneo, ultima quella della AI anglosassone.
[2] - Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik, “Una teoria dell’imperialismo”, Columbia University Press, 2017
[3] - “Un dialogo sull’imperialismo: David Harvey e Utsa e Prabhat Patnaik”, Tempofertile, 28 febbraio 2020.
[4] - “Dibattiti sul problema dell’imperialismo: John Smith contro David Harvey”, Tempofertile, 5 luglio 2020.
[5] - Si intende per “Ragioni di Scambio”, secondo una linea interpretativa che risale a Keynes e Myrdal, queste rappresentano il prezzo relativo delle merci nelle diverse piattaforme di scambio e possono essere manipolate in una varietà di modi a vantaggio del centro: trasferimenti di capitali; trasferimenti di “capitali umani” dai satelliti, che hanno investito nella formazione, al centro metropolitano che ne utilizza i servizi; tariffe e servizi più o meno nascosti, monopoli di vendita o di acquisto (monopsoni), proprietà intellettuale, tecnologia.
[6] - Si veda Minsky H., Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringieri, Torino 1981 (ed.or. 1975). Citare Hyman Minsky significa suggerire una naturale tendenza del capitalismo all’instabilità ed al crollo. Una instabilità che per l’autore nasceva negli stessi istituti che rendono possibile il capitalismo; Minsky, come Keynes, intravedeva infatti la presenza di una sorta di “schermo monetario” che finisce per accumulare e distribuire debito, provvedendo alla sua valutazione con criteri non stabili. Il debito è quindi concepito come l’elemento cruciale in un sistema dinamico destinato ad evolversi nel tempo e di introdurre un elemento di incertezza nei calcoli economici. Al contrario della convinzione che ha informato la “grande moderazione” e gli ideologi liberisti, il debito non è controllabile senza rischi dal mercato e modulabile indirettamente dalle politiche monetarie. L’incertezza è irriducibile: essa, infatti, lavora in modo diametralmente opposto nelle fasi positive, in cui la promessa di crescita continua e di lauti guadagni acquieta le paure e genera esaltazione, e nelle fasi negative, in cui spinge gli attori economici (in preda a depressione e, a volte, senso di colpa) a limitare i prestiti ed a accumulare capitale. Di qui, un “Momento Minsky” è l’attimo nel quale muta in modo cruciale il sentimento dei mercati e si passa repentinamente da un tono ottimista ad una generale avversione al rischio, ad un irresistibile desiderio di smantellare le piramidi di leva finanziaria da cui erano dipesi i profitti fino a poco tempo prima. Durante questo “momento”, quando crollano le “piramidi del debito” (a causa di un qualsiasi elemento scatenante) lo stop asciuga il credito per tutti. Nel mutato clima emotivo avviene allora un brusco contatto con la realtà ed aziende e creditori solvibili si trovano improvvisamente a non esserlo più. La conseguente corsa alle liquidazioni delle attività provoca una riduzione accelerata di prezzo, e questo alimenta ulteriormente la caduta.
[7] - Patnaik, U., Patnaik, P., Una teoria dell’imperialismo. Il viaggio delle merci, Meltemi, Milano 2021 (ed.or. 2016).
[8] - Utsa Patnaik, Prabhat Patnaik, “L’imperialismo nell’era della globalizzazione”, Monthly Review, vol. 67, n. 3 luglio 2015.
[9] - Occorre notare che nel gergo marxista “merce”, quando si tratta di guardare alla complessiva circolazione del capitale è anche la “forza-lavoro”, e quindi qui si tratta anche di scarsità di competenze. Ovvero si tratta anche dei “lavoratori della conoscenza”.
[10] - Apparentemente l’argomento è imperniato sul caso storico della produzione agricola, ed in particolare della produzione agricola tropicale, ma ha valenza più generale. La questione non è neppure solo relativa al tasso di profitto decrescente ricardiano (e marxiano), ma è che al crescere dell’accumulazione le risorse scarse, o comunque non altrettanto velocemente espandibili per effetto di un innesco di “rendimenti decrescenti”, tenderebbero a veder crescere il loro prezzo in termini “reali”. Ma se l’espansione del valore del denaro nella forma liquida fosse sopravanzato dall’espansione del valore di alcune merci cruciali (l’esempio è, appunto, il cibo e quindi la terra che lo produce con l’insieme dei potenziamenti e delle strutture che lo facilitano), allora, dicono gli autori, “nessuno deterrà la ricchezza nella sua forma monetaria”.
[11] - Lefebvre, H., Il diritto alla città, Marsilio, Editori, Venezia 1970 (ed.or. 1968), e Lefebvre, H., Spazio e politica, Ombre Corte, Verona 2018, (ed. or. 1974).
[12] - Harvey, D., Geografia del dominio. Capitalismo e produzione dello spazio, Ombre Corte, Verona 2017 (ed. or. 2001).
[13] - Guilluy, C., La società non esiste, Luiss University Press, Roma 2019 (ed. or. 2018).
[14] - Idem
[15] - “Valore del denaro” non è meramente, o solo, protezione dall’inflazione, anche se in questa si manifesta con particolare chiarezza la minaccia, ma protezione del ruolo e della capacità disciplinante del capitale. Cioè dell’accumulo di potenza che questo rappresenta.
[16] - Lenin, V.I., L’imperialismo fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti 1974, (ed.or.1916).
[17] - Si tratta dei due modelli ottocenteschi, il controllo diretto di stampo francese o quello indiretto (tramite le élite locali) inglese.











































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