Il vigilante e noi
di Michele Agagliate
Sarò sincero: non sono mai stato un grande amante dei film d’azione, e i giustizieri da cinema mi hanno sempre lasciato piuttosto indifferente. Quando cerco evasione, guardo altrove — alla storia, all’avventura, a mondi sufficientemente lontani da non costringermi a fare i conti con quello in cui vivo. A volte, però, è la realtà a venire a cercarti, e lo fa prendendo la forma di un film che fa parlare di sé più per quello che gli è stato fatto che per quello che racconta.
Si chiama Citizen Vigilante, lo ha diretto Uwe Boll — regista che la critica cinematografica ha sempre trattato con la considerazione riservata a un parente imbarazzante — e in Germania non ha ricevuto alcuna certificazione di età, il che equivale, nella pratica, a un divieto di distribuzione. Il risultato è stato prevedibile per chiunque conosca la storia della censura: quindici milioni di visualizzazioni su X in quarantotto ore, Elon Musk che lo rilancia, e una discussione che ha travalicato ogni confine geografico e culturale. I censori, si sa, sono i migliori agenti pubblicitari che esistano. Lo erano ai tempi dell’Indice dei libri proibiti, e non sono migliorati nel frattempo.
Il film racconta di un ex militare statunitense che, trasferitosi in una città europea innominata, decide di fare ciò che la giustizia ordinaria, a suo giudizio, non ha il coraggio di fare: uccide stupratori, spacciatori e criminali stranieri che i tribunali hanno rimandato in libertà con pene sospese e qualche buona parola sulla difficoltà dell’integrazione.
La critica ha risposto con il consueto repertorio: «xenofobia», «moralismo armato», «odio cinematografato». Forse. Ma quella stessa critica non si è posta la domanda più ovvia, che è anche la più scomoda: perché questa storia trova un pubblico così vasto? Le storie non trovano pubblico per caso. Lo trovano perché dicono qualcosa che la gente riconosce. E la gente, in questo caso, riconosce una sensazione precisa: quella di essere stati abbandonati.
La risposta più eloquente non è arrivata dai proventi al botteghino, ma da Belfast. Il 9 giugno scorso, un cittadino sudanese regolarmente soggiornante nel Regno Unito ha accoltellato un uomo disabile nel nord della città. L’ironia, in questo caso, è crudele: la vittima lo aveva aiutato ad ambientarsi nel condominio dove entrambi vivevano. Nelle ore successive, per le strade di Belfast è accaduto qualcosa che i giornali più cauti hanno chiamato «disordini», e quelli meno inclini alle perifrasi hanno chiamato col suo nome storico: pogrom. Case incendiate; uomini mascherati che andavano porta a porta alla ricerca di stranieri; famiglie ugandesi, ucraine, rom buttate in strada nel cuore della notte. Un bambino di due mesi tratto in salvo dalle fiamme. Sembrano proprio le scene di un film di Boll, invece sono la cronaca di una città europea nel giugno del 2026. Una città con un parlamento, una polizia, una tradizione civile. E quella tradizione, per tre notti, è andata letteralmente a fuoco.
Chi scrive non nutre alcuna simpatia per i pogrom, né per chi li organizza, né per chi li cavalca da lontano comodamente seduto davanti a uno schermo. La violenza collettiva contro persone innocenti è ignobile a prescindere da chi la esercita e da chi la subisce. Ma sarebbe disonesto — e la disonestà intellettuale è il vizio che meno riesco a perdonarmi — fermarsi qui, come se quelle strade in fiamme fossero un punto di partenza anziché un punto di arrivo. Il punto di arrivo di trent’anni di politiche sbagliate, di verità taciute per convenienza, di problemi rinviati con lo stesso sorriso con cui si rinviano le cose che si sa già non si risolveranno da soli.
L’Europa ha scommesso per decenni sull’idea che l’integrazione fosse una questione di buona volontà istituzionale e risorse adeguate. Non lo è mai stata, o almeno non lo è stata soltanto. L’integrazione funziona — e la storia del dopoguerra lo dimostra con una precisione che dovrebbe far riflettere — quando chi arriva porta con sé alcune condizioni di base: la necessità di lavorare, una qualche forma di gratitudine verso il paese ospitante, e la disponibilità a confrontarsi con una civiltà diversa senza elevarla automaticamente a bersaglio. Gli ungheresi del ‘56, i cileni di Pinochet, i vietnamiti degli anni Settanta non hanno mai creato problemi seri di ordine pubblico. Arrivavano con una valigia e la schiena dritta, imparavano la lingua, mandavano i figli a scuola, partecipavano alla vita civile del Paese che li aveva accolti. Erano rifugiati nel senso preciso e giuridico che la Convenzione di Ginevra del 1951 attribuisce a quella parola, prima che venisse progressivamente svuotata di significato e trasformata in un termine ombrello sotto cui far rientrare chiunque.
Quello che è venuto dopo è altra cosa. Sono arrivati numeri che nessun sistema di welfare europeo era strutturato per reggere, con aspettative che nessuno Stato avrebbe potuto soddisfare, e in una quota significativa di casi con una visione del mondo in collisione frontale con quella delle società ospitanti. Non si tratta di un giudizio etnico o razziale: è un’osservazione che riguarda i grandi numeri, la velocità dei flussi, la capacità di assorbimento dei sistemi sociali. Sul piano quantitativo, l’integrazione ha fallito. Non per malevolenza di chi ha tentato di gestirla, ma perché le premesse erano strutturalmente sbagliate, e nessuno ha avuto il coraggio politico di dirlo prima che il conto arrivasse.
Quel conto, oggi, lo stiamo pagando noi. E quando dico noi, intendo qualcosa di preciso: le classi popolari europee, quelle che non hanno la possibilità di scegliere il quartiere in cui abitare, che mandano i figli nelle scuole sotto organico, che aspettano mesi per una visita specialistica, che subiscono in prima persona il degrado della sicurezza urbana senza avere gli strumenti per difendersi o per traslocare altrove. Sono queste persone che vogliono poter uscire di casa la sera; che vogliono che le loro figlie tornino a piedi dall’università senza tenere le chiavi strette in pugno come un’arma di fortuna; che vogliono politiche di sicurezza serie, applicate con continuità, finanziate adeguatamente. Non tra vent’anni: adesso. Prima che la democrazia, logorata dall’incapacità di proteggere i propri cittadini, ceda il passo a qualcosa di peggio.
Perché è questo il rischio reale, e sarebbe sciocco non nominarlo. Le dittature non nascono dal nulla: nascono dal vuoto che la democrazia lascia quando smette di funzionare come promessa di ordine e di tutela. E c’è da chiedersi — con tutta la prudenza che il dubbio impone, ma anche con tutta la franchezza che la situazione richiede — se questo vuoto non faccia comodo a qualcuno. Le élite globali, che vivono in quartieri sorvegliati, mandano i figli nelle scuole private internazionali — quando l’internazionalismo fa loro comodo — e si muovono in un mondo in cui la sicurezza è un dato acquisito, non subiscono le conseguenze delle politiche che sostengono. Un popolo diviso su chi accogliere e come non trova il tempo di chiedersi perché i salari siano fermi da trent’anni. Un popolo impaurito non chiede conto a chi governa. Non è una dannata teoria del complotto: è politica elementare.
In questo quadro, la sicurezza non è un lusso né una rivendicazione reazionaria, ma un diritto fondamentale, e lo è in misura certamente superiore a molte delle cause che oggi occupano le prime pagine e i dibattiti parlamentari. È un diritto più antico, più concreto, più urgente del diritto — per fare un esempio che ritengo calzante — a ciò che alcuni chiamano «gestazione per altri» e io chiamo con il suo nome: compravendita di esseri umani. Una transazione commerciale in cui un bambino viene concepito, portato in grembo e consegnato dietro corrispettivo economico. Vengo da una cultura politica di sinistra (mi riconosco in una sinistra autenticamente laburista e socialista, non in quella deriva liberal-progressista della cosiddetta new left, la cosiddetta «sinistra fucsia»), e proprio per questo non riesco a trovare in questa pratica alcunché di progressista. C’è invece qualcosa di radicalmente osceno nel ridurre un figlio a merce e il corpo di una donna a strumento di produzione. Eppure quella stessa parte politica che ha abbandonato le periferie, che considera la paura della microcriminalità un retaggio da rieducare, trova energie e argomenti infiniti per difenderla.
Quando una larga parte della cittadinanza smette di essere ascoltata, comincia a cercare risposte altrove. Le trova nelle ronde spontanee che già compaiono a Milano, a Genova e in molte altre città europee. Le trova nei movimenti che promettono ordine in cambio di qualcosa di cui è meglio non sapere in anticipo. Le trova, sui social network più filo-capitalisti, in un vigilante armato che fa quello che il giudice non vuole fare. La Germania ha creduto di risolvere il problema vietando il film. Geniale. Ha ottenuto l’effetto opposto, come sempre accade quando si interviene sul sintomo ignorando la malattia. Quindici milioni di visualizzazioni in quarantotto ore sono la risposta più eloquente che un pubblico potesse dare a chi aveva deciso di risparmiargli la visione.
È importante non dimenticare mai che uno Stato incapace di proteggere i propri cittadini è uno Stato che ha già scelto da che parte stare. E i cittadini, prima o poi, se ne accorgono. Quello che accade dopo, la storia lo conosce già. Noi, francamente, preferiremmo non essere costretti a impararlo un’altra volta. Perché la democrazia offre sempre una possibilità di scelta, ma presenta anche il conto delle scelte sbagliate. E poi, in fondo, ognuno è libero di scegliere di che morte morire, in democrazia.













































Comments
C'è insomma un lavoro di analisi critica di cosa siamo noi come alternativa e poi la fase dell'analisi concreta della situazione concreta, pena l'irrilevanza e la consegna della gestione del potere perennemente alle destre o ai liberal piu' dediti al dominio che mai.
Un dato è certo : il fallimento non puo' che continuare su tutti i fronti se non guardiamo in faccia la realtà.