Il federalismo della vergogna
di Mario Sommella
Fontana rilancia la secessione, Sechi insulta il Sud che ha salvato la Costituzione.
Mentre milioni di poveri perdono il sussidio, la stampa di regime incassa milioni dallo Stato.
Tre giorni dopo la storica vittoria del No al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, che ha respinto lo smembramento e indebolimento della magistratura, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha risposto al voto democratico con quella che non può essere definita altrimenti che una dichiarazione di guerra all’unità nazionale. E il direttore di Libero, Mario Sechi, ha fatto da megafono ideologico all’offensiva, insultando i meridionali che hanno difeso la Carta. Due voci, un unico messaggio: punire il Sud che non si è inginocchiato.
I. LE PAROLE DI FONTANA: ANATOMIA DI UN PROGETTO SECESSIONISTA
Sul Corriere della Sera del 26 marzo 2026, Attilio Fontana — presidente della Regione Lombardia e figura di spicco della Lega — ha scelto di non riconoscere la lezione referendaria. Al contrario, ha deciso di rilanciarla, amplificarla, trasformarla in programma politico.
“Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […] L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.”
Il messaggio è cristallino nella sua crudezza: il Nord è la “parte sana”, il resto è zavorra. Il Meridione va punito per aver votato in massa contro la manomissione delle garanzie costituzionali, per aver difeso l’indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri. La soluzione di Fontana non è il dialogo: è la frammentazione dello Stato in senso federale, con le Regioni del Nord libere di allearsi con la Baviera per proteggere l’industria automobilistica e manifatturiera del Nord padano.
Non si tratta di una posizione nuova per la Lega, che sin dalla sua fondazione nel 1989 ad opera di Umberto Bossi ha perseguito prima la secessione aperta della Padania, poi il federalismo fiscale, poi l’autonomia differenziata. Ma le parole di Fontana del 26 marzo rappresentano un salto di qualità: è la prima volta che un governatore in carica, a poche ore da una sconfitta elettorale che coinvolge direttamente le sue politiche, invoca esplicitamente un federalismo secessionista come risposta al voto popolare.
In altri termini: se il popolo vota in modo “sbagliato”, la soluzione non è ascoltarlo — è costruire una struttura istituzionale che lo escluda. Questo è l’attacco alla democrazia che Fontana non nomina ma pratica.
II. IL “MODO DI PENSARE”: IL RAZZISMO ISTITUZIONALE DELLA LEGA
Ancora più rivelatore del progetto secessionista è il linguaggio utilizzato da Fontana per descrivere il divario tra Nord e Sud. Secondo il governatore lombardo, il Nord è “l’area più moderna e funzionale che traina il resto dell’Italia”. Il sottotesto è inequivocabile: il Meridione è arretrato, premoderno, irrecuperabile, e questa arretratezza si esprime anche nel “modo di pensare” dei suoi abitanti.
Questo “modo di pensare” sbagliato, secondo la logica fontaniana, consiste nell’aver votato a difesa della Costituzione. 15 milioni di cittadine e cittadini meridionali, che hanno espresso liberamente e democraticamente la propria volontà, vengono così trasformati in un problema da risolvere con la separazione istituzionale. È una forma di razzismo istituzionale che etnicizza la preferenza politica: non sbagli perché la tua posizione è sbagliata, sbagli perché appartieni al gruppo sbagliato.
Eppure — come sottolineano i dati — il Sud che ha votato No al referendum non lo ha fatto per attaccamento all’immobilismo. La Calabria, una delle regioni più duramente colpite dalla questione meridionale, ha espresso percentuali altissime di voto favorevole alla riforma nel quesito sulla separazione delle carriere. Il Sud non è un blocco monolitico conservatore: è un territorio che risponde alle proposte che gli vengono sottoposte, capace di scelte radicalmente diverse a seconda del quesito e del contesto. Fontana, e chi lo sostiene, preferisce ignorare questa complessità, perché serve loro un nemico semplice, uniforme, utile come alibi.
III. SECHI E LIBERO: QUANDO IL GIORNALISMO INSULTA CHI HA DI MENO
Se Fontana ha offerto la cornice politica, Mario Sechi — direttore di Libero — ne ha fornito la copertura ideologica e mediatica. Nel suo editoriale pubblicato su Libero il 24 marzo 2026, intitolato “L’ingiustizia è uguale per tutti”, Sechi ha commentato l’esito referendario con parole che il senatore M5S Orfeo Mazzella ha definito senza mezzi termini “gravissime e a tratti razziste”.
“Ha vinto il NO grazie a giovani ‘coltivati’ in scuole e università e grazie al Sud attaccato al reddito e alle pensioni d’invalidità.”
Tradotto: chi ha votato No è o un giovane manipolato nei banchi di scuola, oppure un meridionale che difende il proprio “assistenzialismo”. Il voto democratico di milioni di persone ridotto a una scelta di convenienza, a un riflesso pavloviano del portafoglio. L’editoriale di Sechi è “uno schiaffo in faccia a 20 milioni di meridionali e al giornalismo stesso”, per usare ancora le parole del senatore Mazzella, che ha auspicato una rapida presa di posizione dell’Ordine dei giornalisti.
Francesco Emilio Borrelli, parlamentare di Avs, è andato oltre: “Adesso basta! Mario Sechi ha usato parole offensive verso il popolo del Sud che ha votato per difendere la Costituzione.” Perché è questo che il direttore di Libero non riesce — o non vuole — comprendere: il voto del Sud non era in difesa del reddito di cittadinanza. Era in difesa dell’articolo 104 della Costituzione, dell’indipendenza della magistratura, dei contrappesi democratici che proteggono tutti i cittadini, a cominciare dai più vulnerabili.
IV. IL PARADOSSO DEI FINANZIAMENTI PUBBLICI: CHI INSULTA IL POVERO VIVE DEI SOLDI DI STATO
Ma c’è una dimensione di questa vicenda che non può essere taciuta, perché tocca il cuore di una contraddizione insostenibile. Sechi scrive su Libero che il Sud ha votato No per “attaccamento al reddito” di cittadinanza, come se fosse una vergogna che una famiglia in difficoltà economica riceva un sussidio statale. Eppure il giornale sul quale firma questi editoriali campioni di disprezzo sociale — Libero — è tra i principali beneficiari del finanziamento pubblico all’editoria in Italia.
I dati pubblicati dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri parlano chiaro: Libero ha ricevuto oltre 5,4 milioni di euro di contributi pubblici diretti per l’anno 2023, e circa 2,7 milioni nella prima rata del 2024. Nel complesso, negli anni più recenti, il quotidiano ha incassato dallo Stato cifre nell’ordine di svariati milioni di euro all’anno.
Un meccanismo surreale: la testata che si nutre di fondi pubblici — erogati attraverso una cooperativa che formalmente detiene la testata, mentre la proprietà sostanziale fa capo alla società di Antonio Angelucci, deputato della Lega — usa quelle stesse risorse per produrre editoriali che umiliano chi riceve un sussidio per sopravvivere. La differenza tra il reddito di cittadinanza e il contributo pubblico all’editoria non sta nella natura dell’intervento statale, ma in chi ne beneficia: nel primo caso, famiglie al di sotto della soglia di povertà; nel secondo, un giornale di proprietà di un parlamentare del partito di governo.
Non è solo una questione di ipocrisia. È una questione di classe. Il Welfare per i ricchi si chiama “pluralismo dell’informazione”. Il Welfare per i poveri si chiama “assistenzialismo” e diventa argomento di scherno sulle pagine dello stesso giornale che quel Welfare incassa.
Vergogna, Sechi. Vergogna, Libero. Non si morde la mano che ti nutre, soprattutto quando quella mano è la mano dello Stato che stai insultando attraverso i suoi cittadini più fragili.
V. LA RISPOSTA CHE CI ASPETTIAMO: UNITÀ, DIGNITÀ, RESISTENZA COSTITUZIONALE
Il comunicato dei Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata pubblicato il 26 marzo 2026 lancia un appello preciso e urgente: tutte le forze politiche, sindacali e associative che hanno combattuto per la difesa della Costituzione devono reagire “immediatamente con dichiarazioni, prese di posizione, interrogazioni parlamentari” alle dichiarazioni di Fontana. Si chiedono esplicitamente le dimissioni del governatore lombardo.
È un appello che facciamo nostro con piena convinzione. Non per spirito di rivincita, non per logica di parte, ma perché chi ricopre una carica istituzionale ha il dovere di rispettare il verdetto democratico, non di costruire architetture istituzionali per aggirarlo. Fontana non ha perso un voto qualsiasi: ha visto sconfitto un progetto politico che voleva indebolire la magistratura e concentrare il potere. La risposta a quella sconfitta non può essere la minaccia della secessione.
L’iter delle Intese — che prevede accordi bilaterali tra singole Regioni e lo Stato per trasferire competenze e risorse — deve essere bloccato immediatamente. L’autonomia differenziata, nella sua forma attuale, è stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla sentenza n. 192 del 2024 della Corte Costituzionale. Andare avanti su questo percorso, dopo il voto referendario, sarebbe non solo un errore politico ma una sfida aperta alla volontà del popolo sovrano.
VI. LA QUESTIONE MERIDIONALE COME QUESTIONE DEMOCRATICA
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella coincidenza temporale tra le dichiarazioni di Fontana e gli editoriali di Sechi. Entrambi, a pochi giorni dal referendum, hanno scelto di non interrogarsi sulle ragioni del voto, ma di attaccare chi ha votato. Entrambi hanno trovato nel Sud il capro espiatorio ideale.
Questa è la politica della distrazione. Invece di chiedersi perché milioni di italiani abbiano scelto di difendere la Costituzione, invece di fare i conti con la crisi di consenso che attraversa la destra di governo, si preferisce additare il Meridione come zavorra, zavorra che produce voti sbagliati, che incassa sussidi, che non capisce la modernità.
Ma il Sud che ha votato NO non è arretrato. È consapevole. Consapevole che uno Stato smembrato in feudi autonomi non protegge i deboli, ma li abbandona. Consapevole che una magistratura dipendente dalla politica non difende i cittadini, ma chi è al potere. Consapevole che le riforme istituzionali non si fanno di notte, contando i voti in Parlamento, ma si costruiscono con il consenso, il dialogo, la partecipazione democratica.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.” Non è una citazione. È un programma di vita. E il 22-23 marzo 2026, 15 milioni di italiani lo hanno scritto con la matita sulla scheda referendaria.
Fontana si dimetta. Sechi faccia ammenda. E che lo Stato smetta di finanziare il disprezzo.










































Comments
Questa destra si è insinuata e affermata-scontato- grazie all'accrocchio definito Sinistra, che ha un più di un punto in comune con essa, in primis l'obbedienza all'ordine neoliberista e la subalternità alla all'arroganza euroatlantica. L'incontro tra lo scalpitante Conte con l'italo-americano trumpiano, è una conferma della fedeltà a chi ci sta causando enormi danni.
Grazie all'autore che ha richiamato l'attenzione sul nuovo obiettivo dei fascio leghisti. Vomitevoli.