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sollevazione

Perchè la guerra non finirà

di Leonardo Mazzei

Perché la guerra non finisce? Perché gli Stati Uniti (per non parlare di Israele) firmano tregue solo per violarle il giorno dopo? Perché ad un anno da Anchorage la guerra d’Ucraina si va incrudendo? Queste domande cruciali avranno pure una risposta.

In un certo senso, la tendenza ad una sorta di “guerra infinita” sembrerebbe voler smentire lo stesso Clausewitz. Se la guerra non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi, prima o poi si dovrà pur tornare agli strumenti ordinari di quest’ultima. Già, ma quando? Ecco un orizzonte che sembra allontanarsi vieppiù.

In realtà, a ben guardare, non c’è nessuna smentita delle concezioni del generale prussiano. La guerra attuale, nelle sue due articolazioni (europea e mediorientale), non finisce proprio perché nessun obiettivo politico di chi l’ha promossa è stato raggiunto. Di più: se i vecchi equilibri prebellici sono palesemente in crisi, nessun nuovo equilibrio è sorto finora dal conflitto (o, se preferite, dai conflitti) in atto.

E’ chiaro come la guerra d’Ucraina abbia le sue specifiche motivazioni, così come ce l’ha ancor più quella quasi cinquantennale mossa dal duo Usa-Israele alla Repubblica Islamica dell’Iran, ma entrambi questi fronti possono essere letti come parte di un tutto: l’iniziativa strategico-militare decisa dall’Occidente a guida americana a difesa del vecchio ordine in crisi. E’ questa iniziativa la causa scatenante della Terza Guerra Mondiale in corso.

Se non si parte da questo punto fermo, si rischia di disperdere ogni ragionamento in mille rivoli. La decisione strategica di Washington di giocare la carta militare come extrema ratio per contrastare l’evidente declino della propria supremazia venne presa in piena epoca obamiana, anche alla luce delle conseguenze della grande crisi economica del 2008. E la prima mossa di quella strategia fu proprio il golpe a Kiev del 2014.

Guardando in prospettiva alla Cina, il primo obiettivo era infatti quello di costringere intanto la Russia alla capitolazione, meglio se con la dissoluzione e lo spezzettamento della Federazione Russa, ricalcando in qualche modo il modello che condusse nel 1991 alla fine dell’Urss.

A questa iniziativa strategica americana, tendente ad estendere ancor più la Nato ad est, Putin ha risposto con la coraggiosa controffensiva del 2022. Ma ora il fronte è bloccato, ed il rischio di un impantanamento è molto serio. Una situazione resa ancor più grave dalle crescenti difficoltà di Mosca sul fronte interno, basti pensare alla carenza di carburanti ammessa anche dai responsabili governativi.

Inutile dire come tutto ciò alimenti le spinte guerrafondaie, fortissime nell’Unione Europea e nella Nato, ma ultimamente riattizzate anche da Washington, come emerso nel recente vertice dell’Alleanza Atlantica che si è tenuto ad Ankara. Qui, se gli europei ed il Canada hanno assicurato a Kiev altri 140 miliardi in due anni per armarsi al meglio, se questi paesi hanno garantito che accelereranno la loro folle corsa al riarmo, non potrà sfuggire il significato – politico ancor prima che militare – del sì di Trump ai missili Patriot all’Ucraina.

La guerra è dunque destinata a continuare, nonostante le difficoltà interne di Zelensky, come quelle legate al sempre più difficile reclutamento di uomini da mandare al macello. L’importante per il blocco Nato-Ue-Usa è riuscire a portare avanti una guerra di usura, sacrificando l’Ucraina all’obiettivo del logoramento della Russia. Fallito il tentativo di strangolamento della Federazione Russa con l’arma delle sanzioni, è questa la nuova strategia occidentale.

Ma i fatti di questi ultimi giorni ci mostrano come anche sul fronte iraniano gli Stati Uniti, qui in coppia con Israele, non abbiano alcuna intenzione di fermarsi. A dispetto della sconfitta subita, facilmente leggibile nei 14 punti del Memorandum d’intesa siglato a metà giugno, la Casa Bianca non intende chiudere il conflitto.

Qui sono proprio gli americani a rischiare l’impantanamento, vista l’impossibilità di portare un vero e proprio attacco terrestre all’Iran e considerata l’incapacità di togliere a Teheran il controllo sullo Stretto di Hormuz. Ma è proprio questa sconfitta sostanziale a risultare inaccettabile a Washington. Anche in questo caso la logica è quella del logoramento. E’ vero, la Repubblica Islamica vive da sempre sotto sanzioni, è vero che essa ha resistito in maniera formidabile all’attacco scattato il 28 febbraio, ma proprio per questo la guerra deve continuare. Una strategia che confida ovviamente sulla debolezza dei Brics, che sull’Iran si sono divisi, mostrandosi incapaci di una qualunque posizione unitaria a difesa di un loro membro aggredito.

Anche sul fronte iraniano, per non parlare di quello più ampio che attraversa l’intero Medio Oriente (mai dimenticarsi di Gaza, della Palestina, del Libano), la guerra è dunque destinata a proseguire. Magari con delle pause, con delle “quasi tregue” (che Usa ed Israele continueranno comunque ad interpretare sempre a modo loro), ma il conflitto proseguirà.

Se questo è il quadro generale, che qui abbiamo esposto in forma ultra-semplificata proprio per limitarsi all’essenziale, torniamo adesso alla domanda iniziale: perché, a dispetto di tante attese, la guerra non finisce? E’ solo colpa di Trump, di Netanyahu e di Zelensky? Ovviamente le personalità nella storia contano eccome, dunque ognuno di questi personaggi porta le sue responsabilità, ma la ragione di una guerra che non finisce è più profonda. E per comprenderla bisogna ricorrere al concetto di “guerra esistenziale”.

Il vocabolario Treccani così la definisce: «Conflitto bellico interpretato come una lotta per l’esistenza di una nazione o di un popolo, che vedono messe in pericolo la propria identità, la propria cultura, e, in ultima analisi, la propria sopravvivenza fisica».

Senza dubbio la resistenza russa all’aggressività della Nato è un esempio di guerra esistenziale, ancor più quella opposta dall’Iran in maniera vincente all’attacco americano-sionista. Ma – ecco il punto decisivo – proprio a causa degli insuccessi subiti, questa guerra è ormai diventata esistenziale per lo stesso Occidente, in qualunque configurazione lo si voglia considerare. Esistenziale per la Nato, che verrebbe spazzata via da una sconfitta in Ucraina. Esistenziale per Washington, che ha deciso di rischiare il tutto per tutto giocando proprio la carta militare (e pensiamo come sarebbero diversi adesso gli equilibri se a Teheran fosse riuscito il regime change). Esistenziale per l’Ue, che lo ha messo addirittura nero su bianco, legando in diverse risoluzioni del parlamento europeo il proprio destino all’esito della guerra d’Ucraina.

Naturalmente, a differenza di Russia ed Iran, in questo caso non è in gioco però l’esistenza degli Usa o degli stati dell’Ue, ma la loro condizione di dominio (o comunque di grande privilegio) certamente sì. Ed è questo che per lorsignori, cioè per l’oligarchia che governa il blocco occidentale, fa la differenza. Dal loro punto di vista una differenza appunto “esistenziale”.

Ecco perché ogni illusione deve essere bandita, ogni faciloneria abbandonata. Il blocco euroatlantico ha perso alcune battaglie, ma crede ancora di poter vincere la guerra. Gli imperialisti non vanno sottovalutati, vanno invece sconfitti. Il sistema unipolare dominato dagli Stati Uniti traballa ma non è ancora morto, ed un nuovo ordine (bello o brutto che sia) è di là da venire. In mezzo ci sta la guerra. Esattamente quella in corso, che potrà proseguire in forme diverse, forse con nuove configurazioni, ma che finirà solo con un nuovo equilibrio globale.

Ecco perché la lotta contro la guerra, dunque contro il riarmo e chi lo promuove, è oggi di gran lunga la questione centrale. Ecco perché occorre rilanciare un movimento basato su una parola d’ordine chiara e semplice, un obiettivo che può unire l’antimperialismo con il pacifismo più consapevole: quello di portare il nostro Paese fuori dalla guerra, e di farlo prima che sia troppo tardi.

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