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fattoquotidiano

Trump regalerà all'Iran più di un anno del suo PIL

di Pino Arlacchi

La superficialità e l’ignoranza di molti commentatori impedisce loro di valutare le effettive proporzioni del fiasco di Donald Trump in Iran nonché la situazione a dir poco sconcertante creata dai termini dell’intesa di pace in discussione. I 14 punti del Memorandum of understading vengono scorsi senza rendersi conto del peso reale di uno di essi. Quello che riguarda il fondo per la ricostruzione del Paese attaccato dall’operazione “Epic Fury” tra il 28 febbraio e il 17 giugno. “Epic Fury” vuol dire “Furia Epica”. Ma contro chi, in fin dei conti?

Lascia senza parole, in verità, la somma di 300 miliardi di dollari che gli Stati Uniti si impegnano a convogliare in Iran per la ricostruzione del Paese. Il Pil dell’Iran, infatti, ammonta esattamente a questa cifra, a cui vanno aggiunti i fondi derivanti dalla riduzione delle sanzioni (stimabili in 40-70 miliardi anno), più i 24 miliardi di depositi iraniani congelati finora nelle banche internazionali, più le entrate dei pedaggi futuri su Hormuz. Anche se si materializzerà in forma ridotta, il pool di risorse trumpiane si aggiunge al programma venticinquennale da 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Iran firmato nel 2021 e in fase di esecuzione. Esso riguarda la ristrutturazione dell’industria degli idrocarburi e la modernizzazione dei trasporti e della manifattura, in cambio di

una fornitura di petrolio stabile e a prezzi scontati.

Il bonus di oltre 400 miliardi di dollari che l’aggressore si accinge a consegnare all’aggredito come tacito rimborso dei danni di guerra non ha precedenti storici né logici, in quanto il suo ammontare è molto superiore al risarcimento chiesto dallo stesso Iran: circa 270 miliardi di dollari. La Mezzaluna Rossa iraniana ha calcolato 125.630 strutture non militari danneggiate, incluse circa 100.000 unità residenziali, 23.500 unità commerciali; 339 strutture mediche, 32 università e 857 scuole: 145 miliardi di dollari. A cui occorre aggiungere i danni a impianti industriali e attrezzature e depositi militari.

Si resta allibiti perché non si è mai visto un Paese che ne attacca un altro, lo bombarda per sei settimane, dichiara di avere vinto, invoca un cessate il fuoco e nell’accordo di pace, invece di pretendere il rimborso delle spese sostenute dalle proprie forze armate, si impegna a risarcire lo sconfitto con una cifra iperbolica, superiore al suo prodotto interno lordo di un anno. E c’è quasi da non credere alla beffarda pretesa di Trump di includere nel consorzio dei 300 miliardi con destinazione Iran i Paesi del Golfo bombardati dal medesimo. E tutto questo in cambio di che cosa? L’Iran non deve cedere nulla di significativo in termini di questione nucleare perché ha firmato e rispettato con cura il Trattato di non proliferazione e ha continuato a rispettarlo anche dopo la firma nel 2015 dell’accordo con le potenze occidentali e la Russia. Accordo che fu l’unico successo della presidenza Obama, stracciato dal primo Trump nel 2018.

La postura anti-nuclearista di Teheran è nota, solida, e di lunga data. Ed è sancita da una specifica Fatwa, iniziata con Khomeini e indebolita dal colpo di genio americano dell’assassinio del principale anti-nuclearista ai vertici del Paese, il leader supremo Khamenei. E l’agitazione internazionale su un Iran che potrebbe dotarsi di una atomica? È una faccenda più complicata di quanto sembri, nella quale confluiscono l’interesse israeliano a tenere viva una minaccia che li aiuti a mantenere il proprio monopolio nucleare in Medio Oriente e l’interesse non dichiarato dell’establishment iraniano ad alimentare un sospetto che diventa un asset da far valere sul tavolo negoziale.

L’Iran, inoltre, non ha preso alcun impegno sulla rottura della sua alleanza con gli Hezbollah del Libano, gli Houthi dello Yemen e le milizie sciite dell’Iraq e della Siria. E terrà le mani libere su Hormuz, pronto di far pagare un pedaggio in accordo con l’Oman.

Risparmiamoci adesso le facili battute sulla stabilità mentale di Trump, sulla sua vocazione di agente involontario di potenze straniere e sulla sua possessione da parte di uno spirito maligno anti-occidentale e anti-americano. Trump che diventa quella sorta di “mostro” evocato da Gramsci come tipico delle transizioni epocali. Limitiamoci a rilevare come la domanda su chi ha davvero vinto la guerra tra Usa e Iran sia diventata, a questo punto, superflua.

P.s. Mentre finisco di scrivere questo commento, leggo il seguente post pubblicato da un tifoso del Belgio dopo la partita contro l’Iran terminata con un pareggio: “Non abbiamo vinto la partita contro l’Iran, ma almeno non ci è costata 300 milioni di dollari”.

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