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Israele, il business del genocidio

di Michele Paris

Durante la fase più intensa del genocidio a Gaza, in Occidente e tra i regimi arabi si sono sprecate le dichiarazioni di “preoccupazione”, i richiami al diritto internazionale e le rituali condanne degli “eccessi” dell’offensiva israeliana. Dietro questa retorica, tuttavia, il business militare dello stato ebraico non solo non ha subito contraccolpi, ma ha continuato a prosperare come mai prima d’ora. Anzi, proprio il genocidio in corso nella striscia sembra avere trasformato Israele in una vetrina globale ancora più appetibile per quei governi interessati a tecnologie militari sperimentate direttamente sul campo.

I numeri pubblicati nei giorni scorsi dal SIBAT, l’agenzia del ministero della Difesa israeliano incaricata delle esportazioni militari, parlano da soli. Nel 2025 Israele ha esportato armamenti per 19,2 miliardi di dollari, nuovo record storico e quinto anno consecutivo di crescita. Rispetto al 2024, l’incremento è stato del 30%, mentre dall’inizio dell’assalto a Gaza il balzo complessivo dei profitti del comparto militare israeliano supera il 56%.

Il dato forse più clamoroso riguarda però la provenienza degli acquirenti. L’Europa è diventata il principale mercato per l’industria bellica israeliana, con acquisti pari a 6,9 miliardi di dollari, circa il 36% dell’intero export militare. Ancora più significativo è il fatto che i paesi arabi abbiano acquistato più armi israeliane degli stessi Stati Uniti. Il Medio Oriente e il Nord Africa hanno rappresentato infatti il 15% delle esportazioni, per un valore di circa 2,9 miliardi di dollari, contro il 13% del Nord America.

In altre parole, mentre milioni di cittadini europei e arabi manifestavano contro il massacro di Gaza e mentre governi e media parlavano quotidianamente di “catastrofe umanitaria”, gli stessi apparati statali continuavano (e continuano) a finanziare in maniera crescente il complesso militare-industriale israeliano. Una contraddizione che va ben oltre l’ipocrisia diplomatica e che rivela piuttosto la subordinazione completa delle classi dirigenti occidentali e mediorientali alle logiche strategiche, militari ed economiche legate all’asse israelo-americano.

Il genocidio di Gaza, lungi dall’avere isolato Israele, si è trasformato di fatto in una gigantesca operazione pubblicitaria per l’industria militare israeliana. Le armi utilizzate contro la popolazione palestinese vengono presentate come “battle-tested”, sperimentate cioè in condizioni reali di guerra urbana, sorveglianza di massa e controllo della popolazione civile. Droni, software di intelligence, sistemi anti-missile, tecnologie biometriche e strumenti di repressione vengono commercializzati nel mondo come prodotti collaudati direttamente nei teatri di Gaza, Libano e, più recentemente, Iran.

È precisamente questo uno degli aspetti più inquietanti dell’intera vicenda: la trasformazione della distruzione della striscia in un laboratorio permanente per l’innovazione bellica e securitaria. Mentre organizzazioni internazionali denunciano carestie artificiali, bombardamenti indiscriminati e distruzione sistematica delle infrastrutture civili, le industrie israeliane convertono l’esperienza operativa maturata sul terreno in contratti miliardari.

A beneficiare di questo meccanismo sono soprattutto quei governi che pubblicamente fingono di prendere le distanze dalle operazioni israeliane. Molti paesi europei hanno riconosciuto simbolicamente lo stato palestinese o approvato risoluzioni di condanna contro Tel Aviv dopo il 7 ottobre 2023. Tuttavia, sul piano concreto, le relazioni economiche e militari con Israele non solo non si sono interrotte, ma si sono intensificate.

L’India rimane il singolo paese che acquista più armamenti israeliani in assoluto, in un rapporto strategico che New Delhi e Tel Aviv rivendicano apertamente come “immune” agli eventi di Gaza. Ma ancora più rivelatrice, come già anticipato, è la normalizzazione dei rapporti militari tra Israele e monarchie arabe o paesi a maggioranza musulmana. Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano il caso più emblematico. Dopo gli Accordi di Abramo del 2020, Abu Dhabi ha moltiplicato la cooperazione militare con Israele, arrivando quest’anno a creare un fondo comune per lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma e a integrare parte delle proprie difese aeree con quelle israeliane. Gli stessi Emirati che a parole sostengono la causa palestinese hanno contemporaneamente consolidato partnership strategiche con il paese accusato dalla Corte Internazionale di Giustizia di un “probabile genocidio”.

Anche il Marocco ha progressivamente trasformato Israele in uno dei propri principali fornitori militari, preferendo nel 2025 il colosso israeliano Elbit Systems ai produttori francesi. L’Azerbaigian, altro paese a maggioranza musulmana, acquista da anni circa il 70% dei propri armamenti da Israele, mentre il Turkmenistan ha recentemente comprato droni kamikaze Skystriker prodotti sempre da Elbit.

Non si tratta evidentemente solo di armi. La Turchia di Erdogan, che continua a costruire la propria immagine internazionale come difensore della causa palestinese, ha mantenuto ad esempio relazioni commerciali e flussi energetici con Israele anche durante la devastazione di Gaza. Prima delle restrizioni annunciate nel 2024, e comunque facilmente aggirabili, il petrolio azero transitato attraverso il porto turco di Ceyhan ha continuato a raggiungere Israele. Diverse inchieste giornalistiche e monitoraggi indipendenti hanno inoltre mostrato come gli scambi commerciali tra Ankara e Tel Aviv non si siano mai realmente fermati del tutto, nonostante la retorica incendiaria del governo turco.

Il dato politico forse più significativo è però un altro, ovvero l’assoluta impermeabilità delle classi dirigenti occidentali e arabe rispetto all’opinione pubblica dei propri paesi. In Europa, milioni di persone hanno partecipato negli ultimi anni a mobilitazioni contro il massacro di Gaza, chiedendo sanzioni, embargo militare e sospensione degli accordi con Israele. Analogamente, nel mondo arabo, la rabbia popolare verso Tel Aviv e verso i governi percepiti come complici ha raggiunto livelli enormi.

Eppure nulla sembra incidere realmente sulle scelte strategiche dei governi. Né i mandati di arresto emessi nel 2024 dalla Corte Penale Internazionale contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, né il procedimento avviato dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia, né le accuse di genocidio formulate da Amnesty International, Human Rights Watch e persino dall’organizzazione israeliana B’Tselem hanno prodotto conseguenze concrete sul piano delle relazioni economiche e militari. Al contrario, il messaggio che emerge è esattamente opposto: più Israele radicalizza le proprie operazioni militari, più aumenta il valore geopolitico e commerciale delle sue tecnologie di guerra e controllo sociale.

Dietro la retorica dei “diritti umani” e dell’“ordine internazionale basato sulle regole” si conferma così una realtà molto più brutale. Le stesse potenze occidentali che accusano Russia, Cina o Iran di violazioni del diritto internazionale continuano a finanziare e armare un apparato militare accusato di crimini di guerra e genocidio. Allo stesso modo, molti governi arabi che alimentano la retorica filo-palestinese per ragioni di consenso interno proseguono senza esitazioni la cooperazione economica, energetica e militare con Israele.

La tragedia di Gaza sta quindi producendo un paradosso solo apparente: mentre la popolazione palestinese viene annientata sotto gli occhi del mondo, Israele consolida contemporaneamente la propria centralità strategica e il proprio ruolo di esportatore globale di tecnologie militari e di repressione. Un risultato reso possibile non solo dalla protezione americana, ma anche dalla complicità concreta di governi europei e arabi che continuano a fare affari con Tel Aviv mentre ne denunciano pubblicamente gli “eccessi”.

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