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sollevazione

Un imbroglio che dura da trent'anni

di Leonardo Mazzei

C’è qualcosa di più irritante della protervia con la quale vengono sfornate a getto continuo leggi elettorali sempre più antidemocratiche? Sì, almeno una cosa c’è: i festeggiamenti dei big del “Campo largo” alla Camera per una vittoria immaginaria; inesistente come il loro programma e la loro leadership.

Il 14 luglio non è stata bocciata la legge elettorale voluta dal governo, che è stata invece approvata dai deputati due giorni dopo, ma solo un emendamento delle forze di maggioranza che fingeva di reintrodurre le preferenze, con un meccanismo ingannevole che – tra premio di maggioranza e capilista bloccati – lasciava comunque alle segreterie dei partiti la nomina diretta dell’80% dei parlamentari. Una presa in giro bella e buona.

Senza dubbio il voto sulle preferenze, con il tradimento di alcune decine di deputati, ha segnato una seria sconfitta per Giorgia Meloni, che non a torto ha gridato alla “vittoria della Palude”. Ma quel voto non parla solo a lei. E’ un intero sistema politico ad essere in crisi. E di quel sistema Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, ed ovviamente Renzi, fanno parte a pieno titolo. Non a caso nel Paese reale il consenso è in calo per tutte le forze parlamentari, ma di questo dato incontrovertibile non c’è traccia nel Paese irreale dei palazzi del potere. Da qui il trionfalismo dei leaderini centrosinistrati, quelli che a marzo volevano goffamente impossessarsi di un risultato referendario che di ben altro ci parlava.

E’ dentro questa crisi generale del consenso che, complice il fenomeno Vannacci, la destra è andata in tilt. Tutto fuorché una sorpresa, piuttosto l’effetto lungo del referendum del 23 marzo, perché è lì che il governo ha iniziato a traballare. Così commentammo a caldo le conseguenze di quel voto:

«La prima conseguenza, fin troppo evidente, è l’indebolimento complessivo di Giorgia Meloni e della sua maggioranza di governo. La seconda è che il progetto presidenzialista rimarrà sul binario morto sul quale era stato prudentemente parcheggiato in attesa del voto sulla giustizia. La terza è che nella coalizione di destra cominceranno a litigare. Non mi sembra poco!».

Azzeccare quella previsione non era difficile. Oggi quel litigio è in corso, ma cosa ha da festeggiare il “Campo largo”? Non solo la legge elettorale proposta dal governo sta andando avanti, e presto approderà al Senato, ma quello che Schlein non può dire è che in realtà a lei quella legge va bene. Molto bene, sia per le proprie smisurate ambizioni personali, sia perché perfettamente in linea con la cultura maggioritaria sulla quale è nato il Pd. Quella cultura, e quell’impostazione politica, che ha prodotto le porcherie denominate Mattarellum (la peggiore di tutte, 1993), Italicum (2015) e Rosatellum (2017). Tutte mascalzonate antidemocratiche volute dal Pd e dai suoi predecessori, che si sono alternate a quelle di identica ispirazione ma targate dalla destra: il Porcellum del 2005, ed appunto il Melonellum votato questi giorni. Insomma, la storia delle leggi truffa in materia elettorale va avanti da un trentennio e non è certo iniziata col governo Meloni.

C’è forse una riflessione sull’effetto di queste leggi? Assolutamente no, non c’è a destra e non c’è nella finta opposizione del centrosinistra. Che dunque pari sono. Eppure la riflessione sarebbe semplice, visto l’evidente legame tra il passaggio al maggioritario iniziato col referendum del 1993 e la curva a picco verso il basso della partecipazione al voto che ne è seguita. Questa riflessione non c’è perché porterebbe in un’unica direzione, quella del ripristino del sistema proporzionale, che è esattamente quello che, tanto a destra come nel centrosinistra (per non parlare dei cenacoli bipartisan che si occupano della sacra stabilità del potere), vogliono evitare come la peste.

Le tante leggi prodotte in questo trentennio abbondante di “Seconda Repubblica” sono state sì diverse tra loro, in quanto espressione di momentanei interessi di parte, risultando però tutte convergenti su un’impostazione maggioritaria. Tutte con meccanismi truffaldini talora espliciti, talaltra più nascosti, ma sempre tesi ad assicurare sugli eletti il controllo verticale delle segreterie di partiti al servizio dell’oligarchia dominante. Quella che “vince sempre le elezioni pur non partecipandovi direttamente”, secondo l’efficace formula dell’intellettuale spagnolo Manolo Monereo.

Il Melonellum presenta senza dubbio elementi di chiara incostituzionalità, primo fra tutti l’introduzione surrettizia del premierato attraverso una legge ordinaria. Un trucco per iniziare a far passare la sostanza presidenzialista senza il “disturbo democratico” di un nuovo referendum costituzionale, con la relativa (quasi) certa bocciatura. Ma in termini di rappresentatività e di distorsione del principio proporzionale il Melonellum non è peggiore delle leggi precedenti. Dimostrarlo sarebbe semplice, ma ci costringerebbe a lunghi ragionamenti che in questo articolo preferiamo evitare ai lettori.

Concentriamoci invece sulla questione dell’incostituzionalità. Sappiamo tutti che, ove la legge dovesse passare, il giudizio di merito spetterebbe in futuro alla Corte costituzionale. Ma ciò avverrebbe quasi certamente solo dopo lo svolgimento delle elezioni, aggiungendo così al danno la beffa, come del resto già avvenuto in occasione del pronunciamento sul Porcellum. Ma ci sarebbe in realtà un altro modo, ben più rapido, per fermare la furbata meloniana: il rinvio alle camere della legge da parte del presidente della Repubblica (art. 74 della Costituzione). Al Quirinale siede un uomo osannato, dalle parti di Piddinia City praticamente in odore di santità: perché allora Schlein e i suoi compagni di merende non si rivolgono a lui affinché si rifiuti di promulgare la legge? Ecco una domandina tanto scomoda quanto dirimente.

«Non vi permetteremo di confondere il Colle del Quirinale con Colle Oppio», ha tuonato Giuseppe Conte rivolgendosi al governo nella prospettiva dell’elezione del nuovo presidente. Bene, senza aspettare il 2029, il Colle del Quirinale avrebbe adesso un’occasione d’oro per distanziarsi dal Colle Oppio, quella appunto di respingere una legge palesemente incostituzionale. Lo farà? Il ruolo (teorico) di tutela della Carta del 1948 glielo imporrebbe, quello (pratico ed effettivo) di tutela dell’ampio blocco guerrafondaio filo Ue e filo Nato, che va da Fratelli d’Italia al Pd e che ha in Meloni un riferimento inaggirabile, glielo rende invece più difficile.

Come si vede le cose sono più complicate di quel che si vorrebbe far credere. L’essenziale è comprendere che lo scasso presidenzialista della Costituzione non potrà avvenire solo per mano della destra. Esso abbisogna, come è sempre stato in quest’ultimo trentennio, di una complicità bipartisan. Solo i gonzi possono pensare il contrario.

PS – In attesa degli eventi, il ragionamento sul Melonellum si chiude provvisoriamente qui. Ma le vicende parlamentari hanno messo in luce questioni ben più profonde, a partire da una crisi del sistema politico di cui non si vedono ancora gli sbocchi. Tra le tante domande del momento, quella sul sistema elettorale non ha ancora una risposta definitiva: davvero si voterà con il Melonellum (come sembrerebbe), oppure il trasversale “partito del pareggio”, che guarda ad una sorta di “Union Sacrée” in nome della guerra alla Russia, avrà altre carte da giocare?

Ne riparleremo in un prossimo articolo.

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