E se il "Melonellum" saltasse?
di Leonardo Mazzei
Domanda: e se alla fine il Melonellum saltasse del tutto? Sia chiaro, la nostra è solo un’ipotesi. Non una previsione, ma un’ipotesi che conviene considerare, che comunque ci aiuta a ragionare su certe dinamiche in atto. E forse è soltanto una suggestione, ma di quelle suggestioni che hanno un loro perché.
Il 20 luglio scorso così concludevamo un articolo sul tema:
«Davvero si voterà con il Melonellum (come sembrerebbe), oppure il trasversale “partito del pareggio”, che guarda ad una sorta di “Union Sacrée” in nome della guerra alla Russia, avrà altre carte da giocare?».
Oggi, ad un mese di distanza, quel dubbio rimane. La legge andrà in aula al Senato il 9 settembre, mentre il voto finale è previsto per il giorno 15. Poi, se sarà passato il nuovo emendamento sulle finte preferenze, sul quale i caporioni della maggioranza si sono accordati ad inizio agosto, il testo dovrà tornare alla Camera per l’approvazione definitiva.
Dunque, vada come vada, la risposta al quesito di cui sopra non è lontana. Perché allora arrovellarsi su quel che avverrà?
Prima di arrivare al punto che ci interessa, togliamo di mezzo le due questioni di cui si è tanto disquisito nelle settimane scorse. Primo, il tema delle preferenze è del tutto irrilevante: con la legge attuale (Rosatellum) semplicemente non ci sono, mentre con quella in discussione l’eventuale reintroduzione sarebbe solo una presa in giro, visto il mantenimento dei capilista bloccati. Secondo, il Melonellum è palesemente incostituzionale per via dell’introduzione surrettizia e pasticciata del premierato, ma in quanto alla distorsione del principio proporzionale non è poi così diverso dalla legge in vigore.
Non sono questi i veri motivi di interesse su quanto accadrà, che se fosse per la mera modifica dei meccanismi tecnici per l’attribuzione dei seggi – tutti variamente maggioritari, tutti antidemocratici, tutti nelle mani di cricche di partito al servizio dei veri dominanti – non saremmo qui ad occuparcene.
Il fatto è che attorno alla vicenda della legge elettorale si giocano in realtà tre partite politiche di notevole rilevanza. In ordine inverso rispetto alla loro importanza: (1) l’evoluzione dello scontro nella maggioranza di governo; (2) la direzione che prenderà la più generale crisi del sistema politico; (3) l’eventuale formarsi di nuove geometrie parlamentari più funzionali alla prospettiva della guerra. Inutile dire come la terza questione potrebbe rivelarsi come dirimente, finendo per indirizzare in qualche modo le altre due. Da qui il riferimento iniziale al modello dell’“Union Sacrée”della Francia del 1914.
Ovviamente, come accade quasi sempre, le grandi questioni che si pongono nei tornanti della storia si ritrovano impastate ad elementi di contorno, talvolta decisivi benché nella sostanza secondari. Nel nostro caso specifico il particulare da cui partire risiede negli specifici interessi (di partito, di gruppo e financo personali) che si annidano nel centrodestra. E, precisiamolo subito, nel centrosinistra, del quale qui ci occuperemo solo di striscio sol perché non saranno i suoi voti a decretare le sorti del Melonellum.
Partiamo allora dalla coalizione di governo, dove due forze su tre (Lega e Forza Italia) manifestano un discreto mal di pancia. Questo malessere contiene a sua volta un elemento di fondo che rimanda al futuro della destra europea (il fenomeno Vannacci, visto appunto come italica propaggine di una tendenza a dimensione continentale, e non solo), ed elementi specifici che attengono al posizionamento dei due partiti citati.
Nel caso della Lega il discorso è semplice. Questo partito vive una vera crisi esistenziale e non sa come venirne fuori. Presa in mano da Salvini nel 2013, dopo elezioni politiche nelle quali la rappresentanza parlamentare si era salvata per il rotto della cuffia (4,09%, con la soglia che allora era al 4%!), la Lega vivrà prima una fase di grande ascesa fino al 34,33% delle europee 2019, poi un periodo di declino altrettanto marcato per arrivare al 5-6% di cui è accreditata adesso nei sondaggi. Il punto di svolta di questa impressionante parabola si colloca nelle sbornie romagnole del Salvini dell’estate 2019. Allora ministro dell’Interno nel governo Conte I, il “Capitano” (così lo chiamavano allora i suoi fans) decide di chiedere niente meno che “i pieni poteri”. Da lì a poco si ritroverà invece all’opposizione, e da “Capitano” verrà degradato a “Capitone”. Un esempio da manuale su quali effetti possa produrre in politica il delirio di onnipotenza.
Vista la sua precedente ascesa – frutto, in primo luogo, di una postura sovranista ed anti-Ue – al Salvini vengono perdonati tanti errori. Tra i più significativi, dopo quello del 2019, ricordiamo l’ingresso nel governo Draghi del 2021, fino al più recente allevamento della serpe in seno rappresentata dal generale Roberto Vannacci. Sta di fatto che oggi la Lega non ha più una vera identità. Non più quella nordista delle origini, non più quella sovranista e nazionale, mentre il campione della corsa a destra (remigrazione ecc.) è ormai il Vannacci stesso.
Tradotto in seggi, il dato attuale del 5-6% equivarrebbe ad un autentico bagno di sangue. Facciamo l’esempio della Camera, ma un discorso analogo vale per il Senato. Con un pur modesto 8,79%, nel 2022 la Lega ottenne 66 deputati. Il problema è che, grazie al residuo insediamento al nord, quasi due terzi di questi (esattamente 42) li conquistò proprio in quei collegi uninominali che adesso il Melonellum andrebbe ad eliminare. E’ vero che Meloni ha promesso a Salvini un riequilibrio nel listone collegato al premio di maggioranza. Ma si tratterebbe solo di un contentino, e comunque incerto, dato che quel premio andrà pur sempre conquistato. Sta di fatto che oggi, in base ai sondaggi, la Lega porterebbe a casa circa 20 deputati, che potrebbero diventare una trentina solo in caso di vittoria. Facendo un calcolo spannometrico, nel migliore dei casi la Lega perderebbe circa il 55% dei seggi attuali, nel peggiore il 70%. Quasi tre parlamentari su quattro dovrebbero andarsene a casa. Da qui i malumori agostani. E siccome grandi rimedi al cul de sac salviniano non ci sono, ecco allora che l’attestarsi sul mantenimento dei collegi uninominali potrebbe quanto meno attenuare l’entità della disfatta.
Detto questo, non saranno probabilmente i malesseri leghisti a rivelarsi decisivi. Più probabile che lo siano, invece, le manovre in Forza Italia. Che, oltre ai calcoli di bottega, hanno un più robusto retroterra politico. Qui la prima domanda da farsi è chi comandi davvero in quel partito. Escluso che possa essere davvero il pittoresco monarchico Tajani, chi ha le redini del comando? E dove vuole arrivare? Pensare alla famiglia del fondatore-finanziatore-padrepadrone è il minimo che si possa fare. Forza Italia non ha più la consistenza di un tempo, ma ha in un certo senso una posizione invidiabile. Posizione che – ecco il punto decisivo – verrebbe ad indebolirsi proprio con il premio di maggioranza.
Per capirlo conviene confrontare i possibili scenari post-voto con il Melonellum e con la legge attuale. Salvo clamorose sorprese, con la legge in discussione in parlamento i casi sarebbero due. Nel primo, il centrodestra perde ed addio governo. Nel secondo il centrodestra vince le elezioni ed ottiene il premio, Forza Italia è sì al governo ma sotto l’esorbitante potere di Meloni. Con la legge tuttora in vigore le possibilità sarebbero invece tre. Non solo vittoria o sconfitta, ma pure “pareggio”, cioè un risultato che non darebbe a nessuna coalizione una maggioranza certa. Ed in quest’ultimo caso, allo stato attuale piuttosto probabile, Forza Italia acquisirebbe una posizione ben più forte. Per certi aspetti centrale.
In teoria il cosiddetto “pareggio” potrebbe determinarsi anche con il Melonellum, ma questo richiederebbe un risultato delle forze al di fuori dei due principali schieramenti che al momento appare assai improbabile. Per i “pareggisti”, inclusi i fanatici guerrafondai di Calenda and company, meglio affidarsi dunque alle alchimie del Rosatellum ancora in vigore.
Come si può facilmente intuire, nessuna delle due leggi elettorali in ballo potrà risolvere le ragioni di fondo della crisi del sistema politico italiano. Che è in primo luogo, non scordiamolo mai, una crisi di credibilità, rappresentatività, in ultima analisi di (mancanza di) consenso.
Tuttavia, dal punto di vista di chi la sostiene, l’ipotesi del “pareggio” presenterebbe nell’immediato almeno tre vantaggi.
In primo luogo, favorirebbe l’ennesimo governo “tecnico” o di “unità nazionale”, con un nuovo “salvatore della patria” a surrogare partiti dalla credibilità al punto zero.
In secondo luogo, questa operazione – inevitabilmente motivata con la gravità del quadro internazionale – porterebbe appunto all’“Union Sacrée” di cui abbiamo già parlato. Un governo di guerra e per la guerra.
In terzo luogo, le due maggiori coalizioni verrebbero così depurate da chi sulla guerra ha dubbi: fuori la Lega da una parte, fuori M5s dall’altra, ritornando così – ma a ruoli di governo ed opposizione invertiti – ai tempi del governo gialloverde.
Qui mi aspetto una critica. Si potrebbe infatti obiettare che l’orizzonte della guerra non sia oggi così vicino da produrre lo sconquasso ipotizzato. Questa obiezione ha un senso, ma se non ancora la guerra ci sarà comunque da gestire un’economia di guerra, dall’aumento pazzesco delle spese militari, all’emergenza energetica, alle inevitabili ricadute sul welfare e sulla spesa pubblica. Che forse le coalizioni attuali possono reggere da sole un quadro di questo tipo?
Naturalmente, un governo come quello ipotizzato potrebbe nascere solo avendo alla base un accordo tra i due partiti maggiori: Fratelli d’Italia e Partito Democratico. Una possibilità esclusa tanto da Meloni che da Schlein, le due sorelle diverse che hanno infatti il medesimo interesse all’approvazione della nuova legge elettorale. Con l’unica differenza che la segretaria del Pd non può dirlo.
Ma in caso di pareggio Schlein verrebbe immediatamente fatta fuori dalla componente “riformista”, ultraeuropeista e filo-Nato del suo partito, che – reimbarcando fra l’altro i vari Calenda, Picierno, ecc. – non avrebbe particolari difficoltà ad intraprendere la strada dell’“Union Sacrée”. Più difficile, molto più difficile, l’operazione per Meloni, che arriverebbe però a quell’appuntamento comunque indebolita.
Del resto, anche se per i malpancisti del centrodestra fosse ormai troppo tardi per far saltare il Melonellum, i nodi di fondo riemergerebbero subito dopo le elezioni, visti i problemi politici presenti nelle due coalizioni principali. In questo caso, il tema dell’“Union Sacrée” sarebbe solo rimandato un po’ più avanti nel tempo.
Fantapolitica? Forse. Ma se la postura guerrafondaia è una cosa seria, come possiamo pensare che possa essere retta da maggioranze parlamentari deboli numericamente e divise politicamente? Di questo discutono da mesi i pensatoi del sistema.
Che poi il disegno sacro-unionista possa iniziare a concretizzarsi già sulla questione della legge elettorale, oppure no, questo lo vedremo. Ma di certo l’occasione è ghiotta.













































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