Ontologia del riarmo
di Antonio Martone
Il riarmo è l’esito di una “narrazione del sospetto”. La paura come unico orizzonte di senso: fobocrazia. Non bastano moderazione diplomatica e ragionevolezza dei governi. Occorre disattivare il meccanismo che ha reso la paura la principale risorsa di disciplinamento sociale
Le discussioni circa il riamo italiano ed europeo costituiscono il compimento di una transizione epocale verso quella che Lucio Caracciolo definisce la “Guerra Grande”. Il nuovo conflitto non riguarda solo i confini territoriali ma costituisce un sisma geopolitico planetario in cui i massimi imperi si trovano simultaneamente in crisi e “temono per la propria esistenza”. In quest’orizzonte, assistiamo al crollo del “principio di realtà”: le narrazioni intossicate finiscono per disinformare gli stessi decisori che le producono.
L’economia al tempo del capitalismo di guerra
In questa cornice, l’economia stessa muta natura, diventando “capitalismo di guerra”. Si tratta di una fase in cui lo Stato riprende il controllo dei mercati per finalità securitarie, trasformando il cittadino in un ingranaggio della mobilitazione totale. Il segno tangibile di questa mutazione è penetrato persino nel diritto privato: Saravalle e Stagnaro riportano che un contratto di acquisizione tra due grandi società italiane nel 2024 include una clausola di recesso legata all’art. 5 del Trattato Nato, una clausola che “fino a poco tempo fa, nell’Unione Europea… sarebbe stata impensabile.”
Per Caracciolo, la Guerra Grande è appena cominciata e “nessuno può immaginarne la fine”. Essa segna il tramonto dell’utopia dell’Occidente collettivo concepito dopo la caduta del Muro di Berlino. In questo scenario, l’Europa appare decisamente spaesata. Il riarmo europeo è dunque il tentativo frenetico di mettere in sicurezza un’esistenza che non poggia più su basi solide.
Il sistema attuale è intrinsecamente entropico: concentra ordine al centro (la “e-city” del benessere apparente) e dissipa disordine nelle periferie (la “no-city” dei conflitti permanenti). La Guerra Grande è l’avanguardia di questa ridistribuzione del potere, dove le potenze imperiali non sono più in grado di “ridurre la complessità del sistema” che pretendono di governare. Si combatte per garantirsi la sopravvivenza all’interno di un disordine che si autoalimenta.
Il tempo prebellico come condizione normale della produzione
Entriamo in una fase in cui la globalizzazione viene vista come una vulnerabilità da eliminare attraverso il de-risking e il friend-shoring. È il trionfo del sovranismo economico. La politica torna a dominare sull’economia sì, ma in modo irrazionale. Un mondo diviso è semplicemente un mondo più pericoloso e la sola frammentazione commerciale potrebbe costare al Pil globale tra lo 0,2 e il 7 per cento annuo.
Il ritorno delle mura si collega al riarmo e quest’ultimo si manifesta come una guerra per i semiconduttori e le materie prime critiche. Gli Stati Uniti utilizzano il controllo di “colli di bottiglia” tecnologici per mantenere la leadership. L’Europa, più indietro, rincorre una sovranità che si traduce spesso in sussidi inefficienti e in una “stagnazione complessiva della crescita”. Nel capitalismo di guerra, il “tempo prebellico” diventa la condizione normale della produzione.
Narrazioni del sospetto
Per comprendere il riarmo attuale, occorre decostruire la narrazione occidentale che lo presenta come una risposta puramente difensiva. Benjamin Abelow evidenzia come la politica della NATO e degli Stati Uniti, negli ultimi trent’anni, sia stata una sequenza di provocazioni sistematiche, ammucchiando “vari cumuli di sabbia su una struttura che qualsiasi attore razionale e lucido avrebbe riconosciuto come esposta al crollo”. Dalla violazione delle promesse di non espansione alla denuncia dei trattati sui missili nucleari.
L’Occidente ha alimentato una percezione di minaccia esistenziale, esasperando le dinamiche di attrito e rendendo il conflitto militare l’esito tragico di un assedio reciproco. Tuttavia, ridurre questo processo alla sola responsabilità strategica occidentale – pur pesantissima – rischia di oscurarne la natura profonda: la guerra è la forma che il Capitale assume quando svaniscono le sue possibilità ordinarie di valorizzazione.
Abelow definisce questo meccanismo “narrazione del sospetto”: una costruzione mentale che aggrava le minacce che vorrebbe fronteggiare. Le narrazioni non sono solo descrittive ma “generative”: funzionano come modelli della realtà che guidano l’azione verso la militarizzazione totale. Il riarmo è dunque l’esito di una profezia che si autoavvera, dove la paura diventa l’unico orizzonte di senso possibile.
Fobocrazia
Questa dinamica geopolitica poggia su un sostrato psicologico profondo. Mi riferisco alla paranoia. Shirley Jackson in Paranoia scrive: “avevo scoperto che l’unico modo per rimanere dentro sentendomi abbastanza sicura era distruggere completamente tutto ciò che si trovava fuori”. A livello collettivo, questa psicosi trasforma l’avversario in un mostro irrazionale, rendendo il dialogo impossibile.
Nella narrazione della Guerra Grande, il nemico (la Russia, la Cina) è dipinto come una forza “intrinsecamente espansionista”. Tutto ciò è paranoico e agisce come una barriera rispetto a qualsiasi tentativo di riproporre la questione del senso. Come in Shirley Jackson, nel labirinto del potere contemporaneo, l’individuo si ritrova costretto a reagire in modo impulsivo per autodifesa, finendo per alimentare proprio le forze che lo minacciano. La “fobocrazia” diventa così la forma di governo dominante.
Italia. Il riarmo come vincolo esterno
Per l’Italia, il riarmo assume la forma di un “vincolo esterno” ineludibile. L’interesse nazionale italiano è oggi definito dalla necessità di proteggere la reputazione finanziaria e il “merito di credito” presso i mercati globali, controllati dalle potenze alleate. Con un debito pubblico al 150% del Pil, l’Italia non può permettersi disallineamenti: il riarmo e il sostegno militare all’Ucraina sono il prezzo da pagare per mantenere la protezione dell’ombrello americano e la stabilità finanziaria.
Questa condizione trasforma non soltanto l’Italia, ma l’intera Europa in un territorio di “vassalli e valvassori” dell’Impero Americano. L’Unione Europea finisce per sposare in toto linguaggi e, ritualità e modelli americani per mascherare una sostanziale passività politica e una perdita d’incidenza etico-politica. La guerra in Ucraina funge da acceleratore per questa sottomissione, impedendo la nascita di un asse euro-russo che avrebbe potuto bilanciare lo strapotere statunitense. In fondo, basta poco per perdere la fiducia delle Borse: un attacco coordinato da testate influenti può far scappare i compratori, spingendo lo spread alle stelle e l’intero sistema alla rovina.
Il riarmo si rivela così per quello che è: il tasso d’interesse reale che paghiamo in vite e sovranità per alimentare la finzione della nostra solvibilità sui mercati, trasformando il debito pubblico nella garanzia di un’esistenza ipotecata a Thanatos.
Il conflitto come categoria interpretativa della realtà
Il riarmo contemporaneo è segnato da un salto qualitativo nella tecnica. La guerra si disincarna attraverso l’uso di droni, intelligenza artificiale e sistemi di comando autonomi che rischiano di sottrarre il conflitto al controllo umano. In questa nuova dimensione, le armi tradizionali colpiscono meno della propaganda incessante che satura l’opinione pubblica, rendendo il conflitto una “categoria interpretativa della realtà”.
I cittadini sono trasformati in “forzati del consumo” e della percezione, incapaci di vedere la realtà oltre i veli della manipolazione informativa. Il sistema mediatico mondiale agisce come uno stormo di bombardieri B-52, distruggendo la capacità critica e rendendo accettabile l’idea di una “Guerra grande infinita” che potrebbe non finire con questa generazione. La propaganda non serve solo a giustificare la guerra ma a conquistare l’anima dei soggetti, integrando l’economia, la tecnica e la vita biologica in un unico apparato di controllo.
Thanatos come motore dell’accumulazione
La logica del riarmo è intrinsecamente entropica. Il “tritacarne” ucraino, dove si consumano migliaia di vite per pochi chilometri di fango, è l’emblema di una cecità strategica che preferisce il sacrificio collettivo alla ricerca di un accordo. Ciascun attore, mosso da logiche interne imperative di conservazione o di rivalsa — siano esse le pulsioni egemoniche anglosassoni o le reazioni euroasiatiche —, contribuisce a una spirale di escalation in cui la mediazione politica è sistematicamente neutralizzata. La guerra cessa di essere uno strumento della politica per diventare la sostanza stessa delle istituzioni che la conducono.
L’energia distruttiva di questo processo non è governabile all’infinito. Il rischio di un conflitto nucleare è reale ma viene trattato dai leader occidentali con un grado di cecità quasi inconcepibile. Siamo come “sonnambuli” che camminano verso l’iceberg, mentre la propaganda di sistema continua a parlare di “ordine basato sulle regole”. Il sistema ha strutturalmente eletto thanatos a motore dell’accumulazione, trasformando la vita stessa in un derivato finanziario da ipotecare per il riarmo.
In conclusione
Il riarmo, dunque, non è una scelta politica consapevole ma una sorta di “fatalità tecnico-sistemica”, prodotta da una fase storica che non conosce altra via per auto-perpetuarsi se non attraverso il conflitto.
La via d’uscita non risiede nel semplice auspicio di una moderazione diplomatica o in un appello alla ragionevolezza dei governi — i quali sono i primi prodotti e funzionari di questa narrazione —, ma nella disattivazione del meccanismo che ha reso la paura la principale risorsa di valorizzazione economica e disciplinamento sociale. La sfida è quella di far inceppare la macchina che necessita del conflitto per rinviare la propria crisi strutturale. Il compito non è solo quello di fermare la produzione di armi ma presuppone la disattivazione del meccanismo che ha reso la guerra l’ambiente naturale della nostra esistenza. Solo scorgendo le sbarre del nostro labirinto esistenziale e politico potremo, forse, ricominciare a pensare un’alternativa al nichilismo dell’Impero e abitare quella “soglia” che separa il flusso operativo fasciosistemico dall’esperienza effettiva del reale.
Poiché, in fondo, l’unica domanda seria in un contesto simile non può che essere la seguente: fino a che punto una civiltà può eleggere la paura a propria infrastruttura produttiva prima che l’apparato costruito per proteggerla diventi la causa primaria della sua dissoluzione?













































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