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sinistra

La guerra interna dello Stato capitalistico

Riflessioni in margine all’assassinio di Abderahhim Fakir

di Jacques Bonhomme

Il fronte interno delle guerre imperialistiche occidentali è ormai diventato, anche da noi, una guerra interna aperta e feroce verso proletari, masse immigrate ed emarginazione metropolitana. Le leggi speciali degli ultimi anni sono culminate nella cancellazione di ogni residua restrizione penale alla violenza poliziesca di corpi repressivi sempre più militarizzati, rendendo così scoperto e dirompente lo “stato assedio” di fatto cui lo Stato capitalistico sta mirando. Infatti, i traumi collettivi sempre più forti, imposti ai popoli europei dalle devastazioni sociali neoliberistiche e dal gigantismo militare della NATO, che sparge fiamme e distruzioni in Medio Oriente, in Russia e in Africa, richiedono forme terroristiche di contenimento e di dissuasione delle lotte di massa e dei loro temuti sviluppi organizzativi. Per questo, la repressione poliziesca e militare della protesta sociale si è allargata dai luoghi della concentrazione proletaria, considerati strategici dagli anni di Scelba in poi (cortei e case occupate, per esempio), alle aree urbane da riqualificare, ai quartieri “malfamati” e ai ghetti, alternando assalti a presidi e perquisizioni domiciliari, pattugliamenti intimidatori e deportazioni. A partire dal piano di guerra che nel 2001, a Genova, i reparti antisommossa seguirono metodicamente, la dimensione militare della repressione delle lotte di classe è divenuta prevalente. Questo tipo di repressione è centrato sulla prevenzione, sullo sradicamento anticipato dei potenziali portatori di ogni tensione sociale. Così le fasce più povere della società, e in modo particolare gli immigrati della “colonia interna” e i lavoratori precari e semioccupati, divengono le nuove “classi pericolose”.

E’ in questo contesto, e a causa del pieno dispiegamento di questo dispositivo, che Abderahhim Fakir è stato ucciso. Ed è questo dispositivo - costruito dallo Stato capitalistico parallelamente alla demolizione neoliberale delle tutele sociali – che trasforma il mondo sociale in una mappa militare, e che ripartisce le popolazioni in collaboratori e nemici; questi ultimi favoriti da una folta schiera di “traditori”, i nemici più temibili. I collaboratori sono, naturalmente, i “cittadini” benestanti che reclamano sicurezza, i nemici sono le masse impoverite dalla disintegrazione dei beni comuni insieme alla stragrande maggioranza degli immigrati, e i nemici più temibili sono i movimenti della sinistra anticapitalistica. Questa è l’antropologia della guerra di classe interna che gli Stati capitalistici stanno conducendo in tutto l’Occidente contro i settori della società che potrebbero far rinascere una tenace resistenza al riarmo e alle razzie dei beni sociali scatenate dalla nuova fase dell’accumulazione del capitale. In Italia questa guerra interna dello Stato sta accelerando il passo, con una divisione del lavoro abbastanza tipica degli Stati parlamentari: un governo fascista fa il lavoro sporco, un’opposizione liberale rettifica un po’ di punteggiatura, ed entrambi ne beneficiano.

In un certo senso, e un po’ paradossalmente, la catena imperialistica apparentemente salda nel suo anello metropolitano, sembra scossa dalla paura ossessiva che inquietava la borghesia liberale del XIX secolo: la paura delle “classi pericolose”, allora rappresentate sia dai salariati industriali irreggimentati nella fabbrica-prigione, sia dai tanti irregolari che si affollavano nella città capitalistica, resti dispersi di ambienti rurali frantumati dall’accumulazione originaria. Fino alla Comune di Parigi lo Stato borghese combatté il proletariato come un nemico interno in una guerra asimmetrica di estrema crudezza, appresa negli stermini coloniali e che, all’occorrenza, sospendeva le guerre interstatali europee, come avvenne proprio di fronte a “Parigi insorta”. Questa guerra interna discendeva da un tipo di sfruttamento che logorava senza tregua la forza-lavoro umana, perché lo sviluppo capitalistico non era ancora arrivato alla fabbrica automatizzata, ai monopoli e alle banche d’affari e quando vi arrivò anche lo sfruttamento dovette riconfigurarsi, cominciando ad allargare sempre più, nel segno del plusvalore relativo, la sfera del consumo popolare. La guerra interna naturalmente continuò in tutto l’Occidente, vi conobbe picchi inusitati e le controrivoluzioni, nel corso del Novecento, furono, in Europa, un’ecatombe immane, per quanto non paragonabile ai genocidi coloniali. Tuttavia, lo Stato capitalistico cessò di razzializzare le classi subalterne come “classi pericolose”, da recintare, controllare ed eventualmente liquidare militarmente.

Con lo sviluppo del capitalismo neoliberale e con il consolidamento della trazione guerrafondaia dell’attuale fase di accumulazione del capitale, la situazione è cambiata e di fronte allo Stato sono riemerse le “classi pericolose”. I ghetti urbani delle masse immigrate, gli sconquassi bellici di interi continenti, la proletarizzazione della piccola borghesia, la flessibilità servile del lavoro informale, la precarietà abitativa di ampi settori della società, la disintegrazione del salario sociale hanno generato focolai di tensioni e di conflitti che la borghesia imperialista, lanciata nella corsa al riarmo, affronta sempre più con le strategie della guerra interna. Le legge speciali non sono una deviazione, ma una fase e un aspetto di questa guerra. Perciò quello “stato d’eccezione” che Benjamin denunciava come la “normalità” quotidiana per le classi oppresse sta oggi manifestandosi in tutta la sua durissima spietatezza e con un’inflessibile e metodica coerenza. Le classi dominanti non riescono a costruire un fronte interno per le loro guerre imperialiste e quindi ricorrono al “terrore bianco”, al terrore di Stato.

Questo “terrore di Stato” importa tecniche di intimidazione, di controllo e di “pulizia etnica” dai due sistemi poliziesco-militari più sviluppati dell’Occidente, quello degli Stati Uniti e quello di Israele. Queste tecniche si avvalgono di tecnologie che rendono catturabili, schedabili e imputabili la voce, il volto e il corpo, rubati nei luoghi storici della protesta, laddove l’indignazione ha sempre trascinato i gesti spontanei. Un blocco stradale o ferroviario (pensate alle donne che si stendevano davanti alle tradotte militari), una scritta murale, le parole che dicono in pubblico quello che è sfacciatamente riconoscibile, portano al carcere, al tribunale e a multe stratosferiche. E poi ci sono gli arresti preventivi, le aree concentrazionarie per il rimpatrio dei migranti irregolari (CPR), le case messe sottosopra di prima mattina, le cariche a gruppi di operai “davanti ai cancelli”, gli sgomberi di senzatetto e lo “svuotamento” di aree urbane con eccessiva densità di stranieri africani o arabi a beneficio di turisti e commercianti. Le città riqualificate per il profitto, come ci ha recentemente raccontato Nico Maccentelli a proposito di Bologna, sono il vivaio del “terrore di Stato”. E’ lì che a un marocchino – o a un nigeriano o a un palestinese – che grida per strada per un dolore fisico o mentale, può accadere di finire soffocato sotto le mani di agenti addestrati all’antisommossa. Questo si chiama “stato d’assedio”.

Premuti da tutte le parti da questo “stato di guerra” a conduzione statale, dobbiamo interrogarci su tattiche e strategie di lotta capaci di rompere un assedio che mira – attraverso dispositivi contro-insurrezionali brevettati da esperti israeliani - a neutralizzare in culla ogni azione collettiva di ostruzione dell’economia di guerra, di riappropriazione di beni comuni abbandonati ai tentacoli del mercato e, più in generale, di inversione delle dinamiche neoliberali di accumulazione capitalistica. Certo è che se si può uscire dal cerchio della guerra interna della borghesia imperialistica contro le “classi pericolose” soltanto con la mobilitazione di massa di queste classi, è, tuttavia, necessario riconoscere che la guerra interna dello Stato capitalistico mira a bloccare e a disperdere proprio quella mobilitazione, a mettere le catene ad ogni forma di insurrezione. Ammettiamolo: siamo in un circolo vizioso. Questo circolo non è estraneo al regresso delle lotte sociali e antimperialiste da un anno a questa parte. Se in quanto scriviamo c’è del vero, allora per cominciare ad organizzarci per nuovi compiti occorre cominciare a nominare e ad analizzare il “terrore bianco” con il quale lo Stato capitalistico sta oggi ricacciando indietro i fronti di lotta della sinistra anticapitalistica. E’ questa la tragica e crudele lezione che bisognerebbe finalmente trarre da episodi di violenza poliziesca come quello di Bologna.

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