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lantidiplomatico

«Dobbiamo costruire l'unità tra le organizzazioni di sinistra e di classe, a livello internazionale»

Geraldina Colotti intervista Xosé Luís Rivera Jácome

mfoeibvkld.jpgPer il programma «Rompiendo Fronteras», condotto con Eduardo Medina Guevara per la Radio del Sur, vi presentiamo una versione ampliata dell'intervista a Xosé Luís Rivera Jácome. Docente di professione, il nostro ospite è responsabile delle Relazioni Internazionali e membro del Secretariado della Confederación Intersindical Galega (CIG).

* * * *

Per iniziare, vorremmo analizzare la realtà materiale della classe lavoratrice in Galizia. Di fronte ai discorsi ufficiali di ripresa economica, qual è la situazione reale in termini di precarietà, perdita del potere d'acquisto e deterioramento delle condizioni di lavoro, specialmente nei settori strategici galiziani?

La Galizia sta vivendo una complessa situazione sociale come conseguenza delle politiche economiche che si stanno portando avanti, dello spoglio a cui è sottoposta, del deterioramento dei servizi pubblici, della mancanza di alternative lavorative per la gioventù, delle difficoltà di accesso a una casa dignitosa e per gli attacchi ai nostri stessi segni d'identità, a cominciare dalla nostra lingua.

La classe lavoratrice della Galizia subisce le stesse conseguenze della gran parte della classe lavoratrice a livello globale, derivanti dal processo di accelerazione e accumulazione del capitale attraverso la proliferazione di riforme del lavoro. Tutte queste riforme peggiorano le condizioni di lavoro e tagliano i diritti, trasformando il proletariato in un grande precariato. Stiamo vedendo salari bassi, impieghi instabili, orari di lavoro estenuanti che impediscono di conciliare la vita lavorativa, familiare e sociale, e un aumento costante della povertà. Oggi la povertà non colpisce solo chi è disoccupato, ma anche una percentuale importante di persone che hanno un lavoro.

La legislazione lavorativa dipende dallo Stato spagnolo. L'attuale Governo di Spagna si vanta di essere «il più progressista della storia» e di avere una ministra comunista; tuttavia, né questo Governo né la ministra hanno fatto nulla per cambiare a fondo la situazione.

Hanno approvato una riforma del lavoro dopo aver promesso di abrogare quella precedente (approvata dal Governo di destra di Mariano Rajoy). Non l'hanno abrogata; l'hanno consolidata.

Non c'è stato alcun cambiamento sostanziale per i lavoratori: il licenziamento continua a essere economico e la riduzione della disoccupazione è un dato ingannevole, poiché tra il 60% e il 70% dei nuovi contratti sono a tempo parziale o sotto la modalità dei «fissi discontinui», dove si lavora a intervalli. Inoltre, sebbene il salario minimo sia aumentato, continua a non soddisfare la Carta Sociale Europea (che stabilisce che debba rappresentare almeno il 60% del salario medio), risultando insufficiente di fronte all'inflazione e all'aumento dei prezzi.

A tutto ciò si aggiunge la mancanza di autogobierno. I problemi della classe lavoratrice galiziana sono direttamente legati alla nostra condizione di popolo non sovrano. In un paese ricco di risorse, queste vengono spogliate da terzi senza che noi si abbia la capacità di controllo su di esse. Per questo si è reso necessario autoorganizzarsi non solo in ambito politico, ma anche in quello sindacale e sociale. Fin dalla dittatura franchista, in mezzo alla precarietà e alla clandestinità, abbiamo iniziato a costruire il sindacalismo galiziano. Ricordiamo le grandi rivolte del settore navale a Ferrol e Vigo, dove furono assassinati i lavoratori Amador e Daniel (per i quali commemoriamo il 10 marzo come la Giornata della Classe Operaia Galiziana) e il nostro compagno Moncho Reboiras, assassinato il 12 agosto e del cui nome si fregia la nostra fondazione per la formazione ideologica e sindacale.

Così si è andata creando la Confederación Intersindical Galega (CIG), che oggi è il principale sindacato della Galizia, con il maggior numero di iscritti (più del doppio rispetto al secondo sindacato) e la maggiore quantità di delegati eletti. Scommettiamo su un modello combattivo e di classe; non siamo un sindacato istituzionale né crediamo nel patto sociale come fine a se stesso. Per noi la forza risiede nella mobilitazione e nella capacità di andare allo sciopero quando necessario.

 

La CIG si è consolidata come la prima forza sindacale in Galizia con un modello chiaro: un sindacalismo di classe, combattivo e nazionalista galiziano. Come si articola oggi la difesa dei diritti del lavoro con la proposta di sovranità nazionale per la Galizia di fronte al modello centralista e istituzionale dello Stato spagnolo?

I dati dell'Istituto Nazionale di Statistica dello Stato spagnolo sono rivelatori: la Galizia — insieme al Paese Basco — è il territorio in cui si sono realizzati più scioperi del lavoro durante lo scorso anno. Allo stesso modo, l'incremento salariale medio nei contratti collettivi negoziati in Galizia ha superato il 5%, mentre nel resto dello Stato si è attestato al 2,4% (con contratti che sono arrivati fino al 23%). Per noi lo sciopero e la mobilitazione sono strumenti fondamentali.

Contiamo inoltre su una cassa di resistenza che permette di prolungare gli scioperi senza che i lavoratori e le lavoratrici iscritto/i rimangano nell'indigenza economica. E, a differenza di altre organizzazioni, tutte le negoziazioni e gli accordi si consultano in forma assembleare con la base.

Parallelamente alla lotta sociale, subiamo le conseguenze di un modello coloniale. La Galizia riunisce tutti i requisiti di una colonia: un governo autonomico di destra che ha rinunciato a rivendicare le competenze necessarie per lo sviluppo economico, e uno Stato spagnolo che insieme all'Unione Europea e alle corporazioni transnazionali sfrutta le nostre risorse.

Per esempio, nel settore energetico, la Galizia produce tre volte più energia rinnovabile (idroelettrica ed eolica) di quella di cui ha bisogno e apporta il 40% dell'energia che si consuma in Spagna, ma il popolo galiziano non riceve alcuna compensazione per questo impatto sui suoi fiumi e sui suoi monti. Lo stesso è accaduto con l'industria navale, vietata per la costruzione civile dall'Unione Europea nonostante disponesse di cantieri navali pionieristici; con la pesca e l'allevamento, limitati dalle quote europee; o con la mineraria d'enclave per l'industria bellica (estrazione di litio, tungsteno o coltan senza completare qui i cicli produttivi). Tutto ciò genera carenze nelle infrastrutture e il deterioramento di servizi pubblici come la sanità, provocando il fatto che i nostri giovani qualificati debbano tornare a emigrare. Per questo, la difesa dei diritti del lavoro è inseparabile dalla proposta di sovranità nazionale.

 

A livello internazionale, l'Europa attraversa un momento segnato dal bellicismo, dall'aumento della spesa militare e dalle politiche di austerità imposte da Bruxelles. Come stanno influendo queste direttive europee e il contesto di economia di guerra sulla classe lavoratrice galiziana e sull'industria locale?

La deriva dell'Unione Europea è profondamente preoccupante. Si tratta di un'istituzione antidemocratica e sottomessa agli interessi degli Stati Uniti e della NATO. L'avanzata della destra e dell'ultradestra è stata facilitata da una «sinistra debole» europea che non ha mai messo in discussione la presenza di basi militari statunitensi né la subordinazione all'impero yankee.

L'aumento della spesa militare si ripercuote direttamente sul taglio dei bilanci per la sanità pubblica, l'istruzione e i servizi sociali. Paradossalmente, l'unica risposta istituzionale è colpevolizzare la popolazione migrante, senza la quale sarebbe impossibile sostenere i servizi di cura o le pensioni.

In Galizia, l'economia di guerra spinge alla riapertura di grandi miniere a cielo aperto per rifornire l'industria bellica. D'altra parte, mostra situazioni ridicole: quando un'impresa cinese ha tentato di installare una fabbrica di assemblaggio di auto elettriche a Ferrol (zona colpita dalla riconversione industriale), il Ministero della Difesa e la NATO hanno mostrato allarme sostenendo un presunto «spionaggio» alla costruzione navale militare. L'unica industria beneficiata dalla spesa militare statale è la forza lavoro dei cantieri navali come Navantia a Ferrol, mentre il resto dell'economia locale subisce le conseguenze dei tagli sociali.

 

Nel programma «Rompiendo Fronteras» diamo un ruolo centrale all'internazionalismo proletario. Di fronte all'offensiva imperialista e all'assedio ai processi di sovranità nel mondo — come l'aggressione alla Palestina o il blocco contro i popoli dell'America Latina, a cominciare da Cuba, e il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della prima combatiente Cilia Flores —, qual è la posizione e l'impegno della CIG nella costruzione della solidarietà di classe internazionale?

Un internazionalismo che si accontenta di mere dichiarazioni di intenti per non scomodare è, in fondo, una forma di imperialismo che accetta la mappa tracciata con la forza dagli stati dominanti. Per questo rifiutiamo le critiche eurocentriche che etichettano la difesa della sovranità dei popoli come qualcosa di xenofobo. Difendiamo senza complessi il diritto all'autodeterminazione di tutte le nazioni del mondo.

Ci solidarizziamo in modo fermo e senza esitazioni con i popoli aggrediti dall'imperialismo: con il popolo palestinese, il popolo sahrawi, e con le rivoluzioni di Cuba, Venezuela e Nicaragua. Ci basta che cerchino di costruire per i loro popoli un modello di giustizia sociale, socialista e di sovranità di fronte al neoliberismo per stare al loro fianco.

Questa solidarietà la esercitiamo attraverso la cooperazione, la difesa delle loro cause nei forum europei e internazionali (come l'OIT) e il lavoro pedagogico nella stessa Galizia per smentire il discorso dei media egemonici. Creamos piattaforme unitarie con la società galiziana per mobilitarci a sostegno di questi processi.

Cogliamo questo spazio per inviare tutto il nostro sostegno al popolo venezuelano e denunciare la grave violazione del diritto internazionale commessa dai paesi occidentali, esigendo la liberazione a seguito del sequestro illegale del presidente Nicolás Maduro e della prima combatiente Cilia Flores.

 

Dalla rivoluzione bolivariana continuano a essere organizzate conferenze internazionali con la classe operaia. Come analizzi il contesto internazionale dopo il 3 gennaio e il sequestro della coppia presidenziale?

In primo luogo, e come sono solito ribadire ogni volta che mi si chiede delle strategie che altri compagni portano avanti nelle loro rispettive lotte di liberazione, e per realizzare il loro processo rivoluzionario e anti-imperialista, noi cerchiamo di essere rispettosi e, naturalmente, di non dare lezioni a nessuno su come debbano condurla. Ogni popolo ha la propria idiosincrasia, delle circostanze e un contesto determinato, e la libertà di scegliere quali siano i propri obiettivi e come raggiungerli. Noi ne abbiamo già abbastanza nel cercare di socializzare la lotta che dobbiamo condurre per risolvere i problemi del nostro paese.

Io ho partecipato, in rappresentanza della mia organizzazione sindacale, la CIG, a quel Congresso Internazionale della Classe Operaia in difesa della Pace in America Latina e nei Caraibi, che si è tenuto il 17 dicembre 2025 a Caracas, e ho partecipato anche, nelle date precedenti, alla fase finale della Costituente della Classe Operaia in Difesa della Pace e della Sovranità. Quegli eventi sono stati il punto di partenza di queste conferenze internazionali che si continuano a organizzare e alle quali continuiamo a partecipare.

Sono rimasto favorevolmente impressionato dal processo portato avanti per la Costituente della Classe Operaia Venezuelana. In primo luogo, per come si è sviluppato il processo, con la partecipazione diretta e protagonista di migliaia di lavoratori e lavoratrici, in molteplici centri di lavoro, e in molteplici regioni e località, fino ad arrivare a quell'incontro del mese di dicembre a Caracas. In secondo luogo, per la concretezza e l'ambizione delle proposte che sono scaturite da quei dibattiti. E, in terzo luogo, per l'impegno esplicito del Presidente Nicolás Maduro Moros, lì presente, insieme a diversi membri del suo gabinetto, nel portare avanti, una per una, quelle proposte. Questa è, a mio avviso, la vera democrazia. Ascoltare i problemi della classe lavoratrice del paese e tenere conto delle sue proposte per metterle in pratica.

E il congresso internazionale che si è tenuto è venuto a confermare la necessità di, in una prima fase, sostenere il processo che si stava avviando in Venezuela e, in secondo luogo, la necessità di coordinare, a livello internazionale, tutte le nostre lotte, e creare uno spazio comune di unità per far fronte a questa avanzata dell'imperialismo e del neoliberismo, che ci minaccia ora con la sua vera veste e senza maschere, attraverso il fascismo, il neocolonialismo, la repressione, la guerra e il genocidio.

Ma è arrivato il maledetto 3 gennaio e, con l'aggressione bellica subita dal Venezuela e il sequestro del suo legittimo presidente e della prima combatiente, l'impero ha messo in atto il suo nuovo piano Cóndor, e il messaggio che può scavalcare tutte le norme internazionali e godere di impunità, di fronte al silenzio complice di altri governi lacchè, specialmente d'Europa, e al discredito delle istituzioni internazionali.

Quel fatto, è ovvio, avrebbe condizionato tutto il margine di azione della dirigenza del governo del paese, delle sue istituzioni e, in una certa misura, immagino che anche delle organizzazioni sociali, comunali e sindacali. E questo, insieme a tutta la guerra mediatica che è stata portata avanti in questi mesi, credo abbia contribuito, a mio modesto parere, a creare dubbi, scetticismo o disincanto in un ampio settore di tutta quella gente speranzosa verso il processo avviato nel dicembre del 2025, notandosi un lieve calo nel numero dei partecipanti abituali.

Grave errore. Proprio perché si facilita il compimento di uno degli obiettivi dell'impero aggressore: creare dubbi e diffidenze, delegittimare i dirigenti del governo bolivariano, cercare di creare divisioni interne e accusare di tradimento, fomentare il scontento sociale e smantellare l'unità esistente attorno alla solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana dall'esterno. E a ciò contribuisce la diffusione deliberata di immagini con la presenza del peggio del sionismo o del Comando Sud. A nessuno di noi piacciono quelle immagini, ma dobbiamo confidare nel fatto che avvengano in un contesto di minaccia e coazione.

Il 3 gennaio è un ennesimo capitolo all'interno di questa GUERRA MONDIALE che si sta sviluppando da ormai molti anni. Non siamo solo di fronte a una guerra regionale (ora è l'Asia occidentale, il Venezuela, il Sudan o il Congo, e sono già minacciati altri paesi come Cuba, prima la Siria, l'Afghanistan o l'Iraq, a seconda delle risorse che interessano), bensì assistiamo a una guerra totale di un capitalismo insediato nel mondo occidentale, che vuole continuare a essere padrone e proprietario delle risorse, ovunque esse si trovino, e che sta accelerando la sua offensiva per non perdere l'egemonia che, in questo momento, viene messa in discussione. E i principali protagonisti di questa guerra, gli Stati Uniti e «Israele», oltre a essere entrambi sempre più presenti in America Latina, stanno tentando di normalizzare atti prima impensabili, come il sequestro di un presidente e di sua moglie, un genocidio e, se non lo eviteremo, finiranno per normalizzare l'uso di armi nucleari per assoggettare chiunque si opponga ai loro interessi.

 

Quali dovrebbero essere i temi di mobilitazione prioritari per un'Internazionale proletaria a livello mondiale?

  • In un mondo in cui la disinformazione e la menzogna sono diventate un'arma fondamentale per l'imperialismo, la battaglia delle idee diventa fondamentale. Per questo, il primo passo deve essere quello di socializzare in modo più agile ed efficace queste analisi che stiamo realizzando, trasferendo i dibattiti in tutti gli ambiti possibili, sia a livello locale sia globale.

  • In sintonia con quanto detto in precedenza, e di fronte alla grande rete mediatica e tecnologica di cui dispone l'imperialismo per orientare l'opinione pubblica tra i cittadini, si rende necessaria una formazione ideologica nelle nostre organizzazioni e nella loro base sociale, per smontare i discorsi del fascismo e dotare di argomenti l'opposizione a tali discorsi.

  • Dobbiamo presentare alternative reali, fattibili e credibili a questo modello neoliberista che viene presentato come «inevitabile» e al quale ci si dovrebbe adattare.

  • Sebbene dovrebbe risultare evidente, dobbiamo ricordare che questa è una lotta di classe e che solo sotto questa prospettiva potremo far fronte ai nostri nemici. Per questo non servono più, in questo momento, le strategie concilianti che non hanno portato altro che alla perdita di diritti che è costato molto conquistare e al peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari, mentre i ricchi aumentavano i loro profitti.

  • Dobbiamo costruire l'unità tra le organizzazioni di sinistra e di classe, a livello internazionale, attorno a una serie di punti su cui non dovrebbe essere complicato trovare il consenso:

    1. Il rispetto per la sovranità dei popoli e contro l'imperialismo.

    2. L'impegno per la Pace, la solidarietà e il rispetto dei diritti umani, individuali e collettivi.

    3. La scommessa su modelli sociali più giusti e incentrati sulla classe lavoratrice.

    4. La difesa dei servizi pubblici fondamentali per tutti e tutte, specialmente per le persone con meno risorse.

    5. L'impegno per politiche di sradicamento del razzismo e di qualsiasi tipo di discriminazione per genere o orientamento sessuale.

    6. Rispetto per l'ambiente e politiche verso una transizione veramente giusta.

Tutte queste rivendicazioni, una volta concordate, devono essere al centro di una grande campagna di mobilitazioni, sia nei nostri territori sia a livello internazionale, specialmente di fronte alle istituzioni coinvolte.

A mio parere, urge creare e attivare questa Internazionale Proletaria, come l'hai chiamata.

 

Come organizzare la resistenza di fronte all'arroganza imperialista e al genocidio in Palestina?

Ufff!... bella domanda! Mi piacerebbe proprio ascoltare una risposta che trovasse la soluzione, davvero!. È chiaro che, in questo momento, lo stato terrorista sionista e il regno del Signor Trump hanno la supremazia in termini di mezzi tecnologici e bellici. Gli USA hanno un arsenale militare indiscutibile e più di 800 basi militari in tutto il pianeta. E, sebbene sia vero che altri paesi, principalmente la Cina, ne stiano mettendo in discussione la supremazia in altri campi, è possibile che in quello militare non sia ancora così. E neppure sarebbe quella la soluzione, poiché ci potrebbe portare solo a un disastro mondiale.

Pertanto, dobbiamo portare la battaglia su altri campi:

  • Quello delle idee, che menzionavo prima.

  • Esigere dai nostri governi la scommessa sul recupero dei valori, in contrapposizione a questa escalation bellica in cui sono immersi.

  • Portare la battaglia sul terreno economico, rompendo la supremazia del dollaro e scommettendo su relazioni commerciali giuste tra i paesi.

  • Portare avanti campagne di boicottaggio contro chi calpesta il diritto internazionale e, certamente, contro “Israele”, fino a quando non si arresti il genocidio del popolo palestinese.

L'inazione della cosiddetta «Comunità Internazionale» e le manifestazioni testimoniali su ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, e che il popolo palestinese subisce dal 1947, è la prova più evidente della nuova offensiva dell'imperialismo. Il discorso tradizionale e manipolato dello scontro tra uno stato democratico e una minaccia terrorista è già stato totalmente smontato, ed è ben chiaro che il vero obiettivo di “Israele” è l'eliminazione del popolo palestinese.

Confluiscono qui tre fattori:

  1. La decisione di un popolo di resistere ed esercitare il proprio diritto a costruire uno stato indipendente nei territori che gli sono stati rubati e occupati.

  2. L'azione di una macchina sostenuta da un'ideologia, il sionismo, che sotto un pretesto religioso (il popolo eletto) si basa sull'espansionismo coloniale, la xenofobia e l'eliminazione del popolo palestinese.

  3. L'azione dell'Occidente per mantenere il proprio controllo nella zona, che prima avevano il Regno Unito e la Francia e che ora hanno gli USA.

Non è solo il petrolio. Stiamo parlando di una regione strategica per il commercio internazionale (lo vediamo ora con lo stretto di Hormuz), e le potenze occidentali preferiscono una situazione instabile che aiuti a mantenere il loro controllo. Le aggressioni a Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, ecc., così come quelle attuali di USA e Israele contro Iran e Libano fanno anch'esse parte di questa strategia (sebbene abbiano sbagliato i calcoli con la resistenza iraniana).

Nonostante il suo riconosciuto livello di sviluppo tecnologico, “Israele” è uno stato sostenuto artificialmente, fondamentalmente dall'imperialismo degli Stati Uniti e dalla complicità delle potenze europee.

È evidente che, come sospettavamo, il Piano di Pace per Gaza dell'ottobre 2025, promosso da Donald Trump, non dia alcuna soluzione, poiché il genocidio continua. Ma quel che è certo è che è riuscito a ridurre la pressione sul regime sionista, eliminando la presenza delle sue atrocità dai mezzi di informazione e, in un certo senso, riducendo il livello di mobilitazione popolare attorno a questa barbarie. Per questo dobbiamo denunciare questa strategia e recuperare la pressione sui nostri governi, riattivando le mobilitazioni che a suo tempo avevano tanto sensibilizzato l'opinione pubblica.

Il mondo sta attraversando un momento di cambiamenti. Come in altri momenti storici, ci troviamo di fronte a uno scontro tra chi si rifiuta di perdere la propria egemonia e chi è disposto a mantenere la propria resistenza, scommettendo su un nuovo ordine, con un «nord globale» che mostra grandi crepe, che ha sostituito la sua economia produttiva con una basata sulla finanziarizzazione estrema e parassitaria, e un «sud globale» che è diventato la fabbrica del mondo ed è disposto a stabilire relazioni commerciali al di fuori del controllo dell'Occidente e della supremazia del dollaro (i BRICS sono un esempio di questo cambiamento).

Come alcuni teorici vanno affermando, al di là delle gravi conseguenze di questi momenti convulsi, i cambiamenti aprono anche nuove opportunità per modificare questa situazione preoccupante.

Per fare ciò è necessario lasciarsi alle spalle il disarmo ideologico che ha comportato la caduta dell'URSS, che ha portato molte organizzazioni di sinistra ad adottare posizioni parziali e conformiste, le quali non hanno fatto altro che indebolire la resistenza e facilitare la perpetuazione del sistema. Fuggire dall'individualizzazione delle lotte e costruire, in modo unitario, un fronte organizzato alternativo, rivoluzionario e trasformatore, che offra uscite socialmente giuste da questa crisi capitalista in cui siamo immersi.

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