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All'armi! All'armi?

 di Valerio Romitelli

Da Ankara è venuta la conferma dell’imperativo “all’armi! all’armi!” con cui i governanti europei a secco di idee, strategie e obiettivi utili alla loro legittimazione provano disperatamente a rianimarla. L’unico vero dilemma che resta in sospeso è se le armi in questione saranno soprattutto le “nostre”, quelle prodotte al di qua dell’Atlantico, o quelle comprate al di là dell’Atlantico. Ma se si ha voglia di vincere facile, si sa su quale delle due opzioni scommettere.

Tra le opposizioni ai governi europei si lamenta soprattutto che questo warfare penalizza ulteriormente il già sofferente welfare: nessun drone o missile per quanto di ultima generazione, per quante immani stragi possa realizzare, vale le migliaia e migliaia di risonanze magnetiche che si potrebbero fare al loro posto allungando la vita di un’infinità di malati, né vale i tanti asili e scuole che le famiglie invano vanno reclamando, e così via.

Enorme tuttavia resta la tolleranza dell’opinione pubblica rispetto a questi governanti europei che gridano al riarmo, alludono a ogni sorta di escalation bellica entro breve o brevissimo tempo, nel momento stesso in cui ammettono ritardi di ogni sorta nella realizzazione dei loro propositi. Come mai tanta tolleranza? Come mai l’unanimità bellicista della classe dirigente dell’Ue non si scontra con un muro di obiezioni sui tempi, i modi oltre che i contenuti dei loro farneticanti progetti?

L’ipotesi forse più probabile è che tanto più i governanti annunciano l’eventualità di un coinvolgimento del vecchio continente in una guerra, quanto meno le masse dei loro rispettivi governati ci credono.

Così, giusto per una diffidenza pregiudiziale dovuta ai troppi inganni subiti. Ma si possono anche ipotizzare altre cause meno generiche. Ad esempio, i quasi ottant’anni di pace – solo molto saltuariamente interrotti – di cui ha goduto l’Europa. Sarebbe quindi l’abitudine di considerare la guerra come problema altrui che priverebbe gli abitanti del vecchio continente della capacità anche solo di immaginarla, l’eventualità di una guerra all’interno del proprio territorio. Soprattutto in Italia, la presenza della più grande e potente organizzazione religiosa del mondo per motivi del tutto suoi dalla fine della seconda guerra mondiale non ha forse sposato il partito della neutralità e quindi allevato schiere e schiere di fedeli disposti a onorare per l’eternità questo partito? Da bravo cittadino non si dovrebbe poi notare come anche la nostra Costituzione ha favorito una propensione tale al pacifismo da rendere inverosimile la possibilità di una sua totale sconfessione? Una quasi certezza che circola almeno in Italia è che alle armi pur tanto agognate mancherebbe comunque la mano d’opera, i soldati, gli eserciti di massa. Magra, ma la consolazione così la si trova tra “i nostri giovani”, che sarebbero diventati demograficamente così rari, così coccolati nel tepore famigliare, quindi tanto mammoni, hikikomori se non cannaioli da essere congenitamente pacifisti: come immaginarsi i nostri figlioli tra qualche anno accettare in massa di farsi addestrare per prendere il fucile e andare a morire pur di ammazzare qualche nemico?

Ma siamo sicuri che ciò sia così impossibile? Non è invece che a essere frutto avvelenato del già perdurante pacifismo europeo sia proprio questa convinzione che la guerra sia sempre altrove, sia sempre l’orrore di altre popolazioni? Non è che è proprio questa incredulità di fronte allo scenario bellico in preparazione, sia pur quanto mai maldestra, che ci rende incapaci di opporvisi per tempo?

Siamo sicuri che tra tutte le frustrazioni (disoccupazione, lavoro da fame, assenza di prospettive e così via) che attendono le nuove generazioni non ce ne siano abbastanza da rendere loro accettabile qualcosa come un arruolamento? Che ci sia qualcuno di estraneo contro cui scaricare la violenza, la rabbia, i rancori non è sempre stata la leva più certa per ingrossare le fila dei reggimenti?

Il punto allora non sta nel fare o meno gli uccelli del malaugurio, ma pensare quanto sia urgente rilanciare e riqualificare il tema della diserzione, non solo e non tanto come rifiuto, ma anche come riappropriazione della possibilità di una vita che valga la pena di essere vissuta. Vasto programma direbbe qualcuno, ma di sicuro anche solo per immaginarselo si dovrebbe rompere coi pregiudizi che ci circondano e impregnano le nuove generazioni: quelle scoraggianti certezze secondo cui, ad esempio, lavorare va bene solo se si diventa dirigente, gli stranieri presenti da noi sono da rimpatriare a meno che non ci invadano coi loro soldi, la politica è solo affare sporco di politicanti, la scienza vale solo per la tecnologia che rende possibile, l’arte è ciò che piace ai mecenati e così via.

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