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“Woke one was crazy”? Note su un dibattito strano

di Alessandro Visalli

ocasio cortez gty jt 260808 1786203957572 hpMain 16x91. Il “fatto”.

Pochi giorni fa, il 9 agosto, Alexandria Ocasio-Cortez in un’intervista televisiva per la ABC[1], rispondendo al giornalista su un’elezione in Wisconsin ha qualificato le posizioni del 2020 di Francesca Hong, che aveva allora sostenuto l’abolizione della polizia e delle carceri, oltre alla cancellazione della Festa del Ringraziamento, “Woke one was crazy”. Ma ha confermato, contemporaneamente, che la mobilitazione del 2020 fu fruttuosa, anche se il linguaggio era “folle”, inoltre che i candidati andrebbero sempre giudicati per quel che dicono oggi. Poi ribadisce che c’è un suo consigliere comunale che dice sempre che il “Woke one” era folle. Anche se “folle” è termine ambivalente (come in italiano, peraltro), l’accezione prevalente è ‘pieno di energia, ma senza freni, sregolato’. Qualcosa che va oltre. Obiettivamente, il minimo che si possa dire.

Nella stessa intervista, e per cinque volte, la Ocasio-Cortez sostiene che la priorità deve essere il costo della vita per la classe lavoratrice, in merito in particolare alla casa, alla sanità e alla spesa alimentare. Poi alle bollette[2].

Prima di vedere come questa apparente “non notizia” arriva alla periferia dell’Impero, vediamo chi è Alexandria Ocasio-Cortez. Esponente di una formazione neosocialista che è in campo negli Stati Uniti dagli anni Settanta (Democratic Socialists of America, DSA), ed alla quale parteciparono a suo tempo intellettuali come Richard Rorty e Michael Walzer e che, pur essendo al suo massimo storico, ha una consistenza complessiva di poco superiore a centomila militanti. Molto eterogenea dal punto di vista ideologico[3] è una fortezza delle posizioni “woke” sui temi istituzionali (abolizione del Senato, della polizia, delle carceri, amnistia per tutti gli immigrati, oltre che su femminismo, transizioni di genere, antirazzismo[4]). Allo stesso tempo è un programma che contiene, in tensione, dimensioni “materialiste”: salario minimo vitale, settimana di 32 ore, sanità universale, social housing, controllo degli affitti, sindacalizzazione, proprietà pubblica, garanzia del lavoro, infrastrutture pubbliche. In base, però, ad una ricerca PEW fra gli elettori democratici, simpatizza per politici “Democratic socialist” il 41% dei laureati contro il 26% dei non laureati; il 40% dei redditi alti contro il 24% dei redditi bassi; il 40% dei bianchi contro il 21% dei neri e il 20% degli ispanici[5].

Lasciamo qui il punto per ora. Di seguito succede che il Washington Times riprende il giorno dopo la risata e ne fa una notizia. Il Boston Globe[6], il 15 agosto, inventa la formula “Woke 2.0”. Il 16 l’ANSA[7] trasmette tra l’altro la frase mai detta “il Woke 1 era una follia, puntiamo sull’economia” e Axios[8] la inquadra come manovra politica per il posizionamento 2028 (elezioni presidenziali). Finalmente, il 21 agosto Conte[9] lo ricicla nel dibattito italiano, il suo punto è stato che il Woke non può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista. È quindi partito un enorme dibattito specificamente politico[10] e sui media di area[11], e una riflessione identitaria nelle trasmissioni USA[12].

Tutto vero e giusto.

 

2. Il problema politico

Ma quale è la ragione strettamente politica di questo posizionamento? AOC nell’intervista esplicitamente prende le distanze dalla piattaforma di DSA. Anche Mamdani è un esponente della medesima formazione. Anche lui ne ha preso distanza, spostandosi su posizioni più moderate. È un tema comune a tutti i candidati che entrano nelle istituzioni, e può essere descritto così: formazioni marginali e radicali, che sfruttando i meccanismi della politica americana riescono ad entrare, pongono il problema di spostare il radicamento da una membership prevalentemente con alta istruzione e bianca ad una connessa con la classe lavoratrice multirazziale. Ora, si potrebbe dire così ed è interessante: un'organizzazione prevalentemente di laureati bianchi urbani che vuole radicarsi nella classe lavoratrice multirazziale ha un problema di lingua prima che di programma. Se adopera il linguaggio con il quale è emersa nella classe sociale (bianchi con alto livello di istruzione) nella quale ha selezionato i suoi militanti resta sempre nella medesima dimensione. Il programma si apre con un’interessante vignetta: “immagina di prenderti un giorno libero dal lavoro in un futuro senza capitalismo”. Bene. Ma come descrive il suo soggetto? “Ti piace il tuo lavoro, ti interessa e hai la formazione giusta …” non esattamente il ritratto di un operaio nero o latinos, in una periferia dell’Ohio, che salta da un lavoretto all’altro, o di una impiegata cinese-americana che si sposta con il figlio da una cittadina all’altra mentre insegue i lavori se va bene semestrali.

Insomma, la formazione ha avuto successo, ma ha raggiunto il limite della sua nicchia ecologica. Per andare oltre deve cambiarlo. Questo tema è noto e discusso internamente[13].

Si tratta di una necessità in qualche modo tecnica, ma anche un sintomo dello spazio di crescita che temi vagamente “socialisti” hanno di fatto in America. Esclusivamente nelle classi medio-alte, e nella forma della critica ‘culturale’. Un critico di DSA, Gabriel Rockhill[14] coglie bene il punto, secondo il suo punto di vista, nel centro imperiale le posizioni marxiste dominanti sono state generalmente trotzkiste, socialiste libertarie, socialdemocratiche, anarco-comuniste o eclettiche, anziché marxiste in senso leninista essenzialmente per effetto congiunto delle forze economiche dell'infrastruttura e del potere ideologico della sovrastruttura. In altre parole, il marxismo nel centro tende a trasformarsi in una forma imperiale che accomoda capitalismo e imperialismo, è apertamente anticomunista e rifiuta i progetti di costruzione di stati socialisti. Questo interdetto spinge ogni formazione a concentrarsi su quella che Karl Marx chiamava “la critica-critica”. Ciò che questa postura esprime è una rinuncia. La specifica rinuncia alla trasformazione del “sistema” ad alla riappropriazione della vita. Come scrivo in Oltre l’Occidente, vol I[15], con riferimento al pensiero “decoloniale”, si tratta di una rinuncia al marxismo che punta sulle micro-resistenze e gli antagonismi identitari e locali, valorizzati come continua disputa dello spazio sociale concesso. Ovvero ricerca di egemonia nella lotta agonica tra formazioni particolari, senza alcun obiettivo di ricomposizione della totalità. Questa lotta si svolge nel perimetro e con gli strumenti di “formazioni discorsive” (nel senso di Foucault) e di “totalità mai suturate” (come voleva Lacan) e “indecidibili”

Torniamo alla battuta della AOC. Non è dunque ed affatto una risata estemporanea, ma un programma politico. Rappresenta il tentativo, suo e dei suoi compagni, di uscire dal recinto della politica elitaria cambiando linguaggio per creare un contatto con i lavoratori.

 

3. Cosa è, davvero, il “Woke”?

Per andare avanti bisogna chiedersi cosa sia il “Woke” (etichetta per lo più dispregiativa e imposta dagli avversari, ma, come si vede dalla risposta di AOC accettata in pratica da tutti). E, in secondo luogo, la domanda più importante, perché quanto descritto accade ora?, questa è la domanda che si fa Pier Paolo Caserta su L’Interferenza[16]. Risponde che il “Woke” è essenzialmente una sovrastruttura discorsiva. Una sovrastruttura “esausta”, precisamente. E lo è, “esausta”, perché “la crisi economica, e per la verità di un intero modello, quello del finanzcapitalismo, è andata approfondendosi”. In altre parole, ciò che accade quando il modello della mondializzazione e della finanziarizzazione inizia a diventare disfunzionale per la grande maggioranza dei lavoratori, è che il dispositivo di formazione di soggettività neoliberale inizia a ispirare minoranze sempre più esili. Il problema del DSA.

Andrea Zhok in un post[17] sulla sua pagina, e su L’antidiplomatico[18], ricostruisce la parabola del dispositivo discorsivo (ovvero dell’insieme di dispositivi) che passa sotto il termine “Woke” (sveglio)[19], come ultima versione e manifestazione di una tendenza che prende avvio negli anni Settanta del Novecento e che, sin dall’inizio, sarebbe stato un “dispositivo stigmatizzante”, in quanto tale abilitato a funzionare per minacciare e separare i non conformi. Qualificandoli come “immorali”. Si tratta di un’analisi consolidata e che vale per tutto il “Politicamente corretto[20] (il lago nel quale i temi “Woke”, propriamente detti – polizia, dispositivi autoritari, “cancel culture” – sono un’isola). Un meccanismo che, con formula colorita ed efficace, Andrea chiama “conformismo mannaro”. Un “conformismo”, e qui c’è un punto, funziona come efficace distinzione solo dove dall’essere considerati “degni” dai “pari” deriva la cooptazione, cioè nei gruppi dirigenti ed elitari (giornalisti, accademici, magistrati, per restare al suo argomento).

La domanda che possiamo farci, dopo aver introdotto i due concetti complementari proposti da Pier Paolo Caserta e Andrea Zhok è ora: perché AOC e gli altri, “neosocialisti” (come Mamdani) pongono ora la questione di superare questo linguaggio?

La risposta è semplice: perché in realtà non ha mai sfondato nelle classi sociali nelle quali ora devono crescere politicamente. Ma il punto è più profondo di così. Non ha sfondato perché non poteva farlo. Non avrebbe mai potuto farlo in quanto in tal caso avrebbe mancato la sua funzione di “Distinzione[21], proprio rispetto alle classi lavoratrici. La “Distinzione” è una funzione essenziale della formazione degli spazi sociali e funziona necessariamente contro un altro. Ogni giudizio di gusto, estetico, rafforzato in questo caso da venature morali, insegna Bourdieu, è rigetto di un altro. Incorpora capitale culturale nel momento in cui lo definisce specificamente come tale. Ovvero definisce cosa è legittimamente “capitale culturale” spendibile. Deve essere costoso da ottenere e impossibile da simulare, apparire naturale. Quando si estende troppo bisogna sceglierne un altro. Quel che sta accadendo.

 

4. Distinzioni: discorso, soggettivazione, antropoformazione

Riposizionamento tattico, dunque? In parte, sicuramente. Marketing elettorale?, certo, anche. Ma c’è da valutare anche un livello più profondo. Zhok sostiene che il “Politicamente corretto” (a sua volta tendenza di polizia del linguaggio, poi generalizzatasi in tante altre direzioni e ramificata nata nei campus di élite statunitensi negli anni Novanta) e i suoi tanti altri rami (come il discorso “decoloniale”[22], per esempio) sia in effetti una forma di radicalizzazione dell’irrazionalismo e del relativismo culturale degenerato in relativismo individuale. Ovvero nell’idea curiosa per la quale in effetti ogni singolo individuo ha la sua e propria “cultura” (dal punto di vista antropologico una contraddizione in termini). E che tutte le sfere, incluso quella biologica, siano solo una determinazione della volontà dell’individuo e, in quanto tali, a sua disposizione. Come scrive “un’appendice unilateralmente dipendente dalle persuasioni soggettive, le quali sono sovrane”.

La chiusura dell’articolo di Andrea è recisa: “molto più profondo di qualunque relativismo storico, qui si è fatto spazio, come fosse la cosa più ovvia, ad una prospettiva dove non esiste alcuna sostanziale base naturale dell’umano e dove anche gli ordinamenti collettivi (storia, costume, tradizione) sono trattati alla stregua di pregiudizi arbitrari. Questa non è una moda, è uno slittamento antropologico che richiederà decenni per essere corretto (se mai lo sarà).”

Bene, io ritengo il “Politicamente corretto”, e la “Politica delle identità[23] che lo precede di un paio di lustri almeno, un imponente fenomeno sociale, radicato in particolare nelle classi abbienti e garantite, che si deve articolare analiticamente su tre piani: quello del discorso, della soggettivazione e dell’antropoformazione vera e propria. Il “Woke” propriamente detto opera sul primo piano, i suoi effetti sociali di gruppo, citati da Andrea, sul secondo. Ma non, interamente, sul terzo. Il “Woke”, è, in altre parole, ‘una sovrastruttura’[24], per usare il linguaggio di Caserta e marxiano. Più precisamente è il dialetto di una subcultura il cui scopo è ricomporla socialmente perché possa delimitarsi, distinguersi e riconoscersi, escludere i non affiliati. Una prestazione necessaria di ogni “Subcultura”[25]. Al livello sottostante, della soggettivazione, i quaranta anni trascorsi hanno reso egemone una forma di soggetto, che possiamo chiamare “neoliberale”, le cui manifestazioni fenomeniche sono connesse con il passaggio dal produttore al consumatore, dal lavoro alla merce simbolica, dagli effetti della dissoluzione degli apparati collettivi e consolidatosi entro una nuova Piattaforma tecnologica che favorisce l’individualizzazione.

L’antropoformazione in senso proprio potrebbe arrivare adesso, con l’estensione dei social come ambiente unico di discussione e arena pubblica, prima, e con la IA che forma lo stesso modo di pensare e selezionare le idee ed i valori, dopo. Ma questa è una battaglia aperta. In nota a piè di pagina di un testo già troppo denso, vale la pena dire che mentre la Piattaforma impostasi negli anni Settanta ha cambiato sostanzialmente, e non per tutti, il Regime di accumulazione e le connesse strutture di soggettivazione (connesse nelle due direzioni), quella che sta arrivando potrebbe candidarsi a toccare profondamente la forma di estrazione del surplus e formazione del plusvalore (lavoro non pagato incorporato nel dato, automazione del lavoro cognitivo, rendita algoritmica sull'accesso) e la forma stessa del pensare.

 

5. La necessità di abbandonarlo

La seconda domanda interessante è, perché viene abbandonato nel discorso politico? O meglio, perché alcuni segnalano la necessità di abbandonarlo? E poi chi lo segnala, in questo momento? Tra AOC e Conte c’è una simmetria interessante. Producendo una schematizzazione del corpo sociale ed elettorale secondo gli assi, reddito alto/basso e livello culturale alto/basso si ottengono quattro Quadranti: I (E alto/C alto), II (E basso/C alto), III (E alto/C basso), IV (E basso/C basso). Il M5S è radicato ormai nel quadrante della formazione sociale italiana a basso (in termini relativi) livello sia economico che culturale e di accesso al capitale sociale (Quadrante IV). Il quadrante degli esclusi o dei marginali. Ne fanno parte forse qualcosa come 15 milioni di elettori[26], di cui tre quarti non votano e gli altri votano a destra o il M5S. Poi ha un radicamento anche maggiore nei marginali economici ma non culturali, tuttavia presumibilmente con basso livello di capitale sociale (che chiameremo Quadrante II). Qui ci sono almeno altri 10 milioni di elettori, che non votano per metà. Sono esattamente coloro per i quali lo stigma del “politicamente corretto” è disegnato (se fosse stato disegnato), o meglio selezionato: quelli da tenere fuori della stanza.

E la AOC? Lei è esponente di una forza marginale, che vuole entrare nella stanza dei bottoni, e per farlo cerca, dal quadrante II (alto livello culturale e basso economico) di provenienza, vuole catturare forze nel IV perché altrimenti non può entrare nel I (alto livello economico e culturale), ovvero nella élite della società.

 

6. Storia della funzione del “Politicamente corretto”

Facciamo un passo indietro, perché questo è, però, particolarmente interessante. Le condizioni materiali di produzione di questa forma di soggettivazione, che ha interessato le classi sociali ‘affluenti’[27], sono state ben precise e storicamente determinate. Si è trattato come abbiamo accennato, a partire dagli ultimi anni Sessanta, e nel contesto del tardo welfarismo (frutto del ciclo ascendente ‘keynesiano’ del dopoguerra), di un’emergente Piattaforma tecnologica che ha mutato il regime di accumulazione (microelettronica, produzione flessibile a rete, prima automazione, rottura delle macchine organizzative fordiste, nuovi media) e di una nuova Regolazione connessa (la disgregazione dello Stato-massa democratico e dei suoi organi intermedi sociali, partiti, sindacati, grandi organizzazioni del tempo e dello spazio), nel contesto che non può essere dimenticato perché ne è un motore, di nuove forme di Sistema-Mondo (arretramento della spinta propulsiva del blocco sovietico, a partire dalla metà dei Settanta ed avanzamento del capitale anglosassone e comunque occidentale). Questi temi sono trattati da me in Dipendenza (2020)[28], prima ed in Classe e Partito (2023), in particolare nel cap. 3[29], dopo. Questo enorme movimento, dispiegatosi in non meno di venti anni, ha travolto la sinistra, spostando la figura sociale simbolicamente centrale dal lavoratore e produttore al consumatore (di simboli, soprattutto). Ed il senso di sé dal lavoro, dalla produzione di cose o beni, alla merce. Merce distintiva, a partire dagli anni Novanta (si ricorda la rivoluzione del marketing descritta in Dardot e Laval in un bel libro[30]). D’altra parte, il compianto Christopher Lasch lo aveva descritto mirabilmente nel 1995: le élite hanno ristretto il radicalismo a movimenti “che non hanno nulla in comune tra di loro» e la cui rivendicazione coerente è «la cooptazione nelle strutture dominanti”[31].

In quel contesto la “Nuova sinistra[32] propose come nuova trascendenza una politica di “riconoscimento progressista”, apparentemente egualitaria ed emancipativa che passò come esaltazione dell'individuo meritevole e cosmopolita: un ideale per pochi spacciato come soluzione per tutti. La legge generale del fenomeno è che quando si percepisce sé stessi al sicuro dal conflitto distributivo, si ritiene prioritario ottenere riconoscimento su altri piani (Classe e Partito, §3.4). E dove le condizioni materiali del riscatto mancano, il riconoscimento immateriale le surroga.

Ora, tutto questo non è compiutamente descrivibile come l’insorgere di una “nuova antropologia”, la quale si manifesterebbe in una sola sezione della società (come se ci fossimo separati in Morlock ed Eloi, come in H.G.Wells[33], che non comunicano ed anzi, si mangiano), piuttosto in una mutazione meno comprensiva e stabile. Una tecnica di dominio, trovata più o meno per caso (ma in un luogo indicativo, i campus della classe alta ed altissima, che aveva il problema di distinguersi dalle minoranze introdotte per quote, e, se del caso di assimilarle e cooptarle), e poi estesa per la sua potenza conformativa, come mostra Andrea Zhok. Tecnica che trova senso e radicamento in forme di soggettivazione che, in quelle classi sociali, sono egemoni per ragioni sia culturali sia materiali.

Un vero e proprio “slittamento antropologico” generale, richiederebbe essere connesso ad un mutamento decisivo della tecnica, che è esternalizzazione antropoformante co-originaria nell’uomo[34], e del Modo di produzione[35] che questa tecnica codetermina. Lo stesso neoliberismo, del resto, non è un modo di produzione: è posto ad un livello più basso, un dispositivo di formazione di soggettività e un sistema di regolazione[36] (ovviamente connesso con una conformazione del Sistema-Mondo e le relazioni economiche che lo contraddistinguono[37]).

Dunque, il pessimismo di Andrea (decenni, “se mai”) è eccessivo. Un dialetto può cambiare. Soprattutto quando la base materiale, la cetomedizzazione della maggioranza della società, è da tempo dietro le spalle e i Quadranti II e IV si allargano sempre di più, risultando, come vedono sia AOC sia Conte, di fatto il bacino di crescita elettorale più importante (per la presenza di moltissimi indecisi e astensionisti).

Chiaramente l’uomo narcisista e post-materialista esiste ancora, ma è assediato e i suoi presidi materiali sono sempre meno consistenti nella società almeno occidentale. Quel che si vede è, dunque, la prima fase di un riposizionamento storico-epocale che dovrà prendere forma e corpo, ma che è spinto dall’interno da un mutamento dell’essere sociale e delle sue condizioni sociali di esistenza.

Processi lenti, direzioni, ma che non devono aspettare che l’ultimo edonista muoia di vecchiaia. Ciò che conta è l’egemonia, non l’assoluta omogeneità. Il senso comune egemone negli anni Cinquanta e Sessanta, fino a metà dei Settanta, valorizzava il lavoratore sul mero e parassitario consumatore, soprattutto se esteticamente deviante e raffinato. Poi, a partire dai Novanta si è avuta l’inversione che ha visto emergere nuove estetiche, nuovi linguaggi, il femminismo “Seconda (e poi Terza e Quarta) onda”[38], il “Politicamente corretto” e, più di recente il “Woke”.

Soffermiamoci un attimo. Molte di queste tendenze nascono negli Stati Uniti d’America. Non è per caso, come sottolineo in Oltre l’Occidente, cap.2. Al di là di ogni valutazione di dettaglio, il punto è che il sistema americano riesce sempre a esercitare il più ferreo con­trollo dividendo e incorporando, distribuendo qualcosa a quan­ti bastano per avere uno scudo e impedire che si sommino troppe forze ostili. Mette sempre gli uni contro gli altri, i piccoli proprietari contro chi non ha nulla, i neri contro i bianchi, i nati in America contro gli immigrati, i vecchi immigrati contro i nuovi, i professionisti contro i non istruiti, le città contro le campagne, il Nord contro il Sud, l’Est contro l’Ovest, i giova­ni contro gli altri e tutte le minoranze contro tutte (una delle ultime tecniche). L’importante è che non si veda la frattura principale, tra chi ha troppo e chi non ha niente.

Si sforza sempre, con certo istinto e in parte per tendenza di sistema più che progetto, a cogliere ogni opportunità ed utilizzare ogni linguaggio disponibile per silenziare e neutralizzare le sfide potenzialmente sistemiche, sostituendole con il meno pericoloso ribellismo individuale, in particolare se estetico. Un caso di scuola è la trasformazione del Movimento dei Diritti Civili, che negli anni Sessanta preoccupò l’FBI e per il quale morirono leader come Malcolm X, Martin Luther King e … in un movimento di risegregazione identitaria. Nel contesto della disillusione post-moderna verso le “grandi narrazioni”, seguita al crollo sovietico la nuova strategia consigliata non era più universalista, quanto di creare diritti differenziati che favorissero alcuni gruppi dotati di identità e svantaggiati. Da questo concetto si sale con l’idea di “intersezionalità”, originariamente proposto da Kimberlé Crenshaw[39]. L’idea, apparentemente plausibile è che ogni individuo si forma all’incrocio di diversi attributi, secondo un’individuale e ir­ripetibile costellazione di identità, come proposto anche da autrici come Donna Haraway[40].

 

7. Woke e lotte sociali e civili

Abbandonare il Woke significa porre termine alle lotte di emancipazione? Ovvero alle legittime lotte di donne e uomini verso ogni forma di discriminazione (le quali in una società complessa colpiscono tutti, gli uomini e le donne, bianchi e non, ricchi e poveri, anche se non uniformemente e non con la medesima capacità di assorbire e reagire). Certamente no, anzi il contrario. Si tratta di lotte sacrosante. Il punto non sono le lotte contro discriminazioni razziali, sessuali o di altro tipo, bensì la loro trasformazione in politica individualizzata dello status, del riconoscimento e dell'autodefinizione, separata dai rapporti materiali che le producono, i quali non sono posti in questione. Ma bisogna valutare caso per caso, nella situazione data, avendo attenzione a quelle che Domenico Losurdo in uno dei suoi ultimi libri chiamava “Il conflitto delle libertà[41]. Il giudizio di un conflitto per il riconoscimento, o per la libertà, può scaturire solo dall’analisi concreta della situazione concreta, storicamente data, e osservando il funzionamento complessivo dei giochi attivati tra i diversi attori, nonché gli effetti su di essi. Talvolta una lotta per la liberazione è, allo stesso momento o per i suoi effetti, lotta per lo schiacciamento e l’oppressione di altri e va ricondotta, quindi, ai suoi effetti complessivi e sistemici per essere giudicata. Può capitare che l’indifferenziata valorizzazione dei ‘diritti’ delle donne sia, non solo disgiunta dai ‘doveri’, quanto realizzata in compressione di quelli degli uomini. Può capitare il contrario.

Il “conflitto delle libertà”, implica esattamente riconoscere che la “libertà” non è un bene assoluto, ma si cala concretamente in una situazione di distribuzione di risorse non illimitata. Va valutata concretamente e caso per caso. Non tramite frasi ad effetto e posizioni morali.

Come ricordava anche Gramsci, insomma, le forme di “blanquismo”[42], tutto fatto di frasi, di declamato ribellismo, sovversivismo, antistatalismo concreto e idealizzazione, di cui quelle citate sono varianti, sono in realtà delle espressioni di apoliticismo e di evasione dalla realtà (psicologicamente e socialmente comprensibile) e quindi in effetti, contrariamente a quel che sembra, anche dal conflitto sociale. Il conflitto reale non prende mai, infatti, la forma pura di un angelo contro un demone, ma ha sempre quella, ambigua, del “Conflitto delle libertà”. È, seguendo la formula hegeliana, “apprendimento di ciò ch’è presente e reale, non la costruzione di un al di là, che sa Dio dove dovrebbe essere”[43]. In questo modo, rifiutando di compromettersi con le ragioni, si perviene alla sostanziale rinuncia a modificare l’esistente e il ribellismo si rovescia nel suo contrario (e dal suo contrario viene spesso usato).

Il discrimine passa tra una concezione patrimoniale e memoriale dell'identità, da cui bisogna uscire, come scrivo in Oltre l’Occidente[44] e l'identità come cosa sempre attraversata, mai pura, mai identica a sé stessa. La politica delle identità del centro cetomedizzato è stata una ritirata travestita da radicalità; le lotte delle periferie (tutte) possono essere altro. Confondere i due piani è l'errore simmetrico a quello di chi li ha confusi per trent'anni dall'altra parte.

 

8. Conclusione

In conclusione, la ritirata dal Woke è benvenuta. Libera spazio.

Il terreno delle condizioni materiali. Ma chi, la AOC, Conte o altre forze interessate (da Vannacci al PD), lo abbandona non lo fa per lasciarlo al protagonismo dei subalterni e marginalizzati. Intende rappresentarli dalla sua posizione.

Vedremo il lessico identitario progressivamente sostituito, come bene vede Pier Paolo Caserta, da quello del “buon senso e concretezza” (e che c’è di più concreto di una guerra?). Politiche di austerità e di economia di guerra, spacciandole per responsabilità nazionale, con lo spauracchio di turno gonfiato ad arte per aprire la strada.

Tornare alla politica materialista. Questo il punto.

Ma vera.


Note
[1] - ABC News, This Week with George Stephanopoulos, domenica 9 agosto 2026. Qui il video, https://abcnews.com/video/135498075/ minuto 10.20. Si veda anche https://thehill.com/homenews/campaign/6020350-ocasio-cortez-hong-woke-remarks/
[2] - https://abcnews.com/Politics/week-transcript-8-9-26-rep-alexandria-ocasio/story?id=135487690
[3] - I caucus vanno da Bread and Roses, internazionalista terzocampista, area Jacobin, a Marxist Unity Group, di ispirazione secondointernazionalista, Red Star, marxista leninista che chiese la revoca dell’appoggio a AOC due anni fa, e ali moderate come Social Majority, e North Star, o trotskiste come Reform & Revolution, senza dimenticare i maoisti.
[4] - Cfr. “Workers Deserve More!”, approvato dall’NPC a giugno 2026 (https://program.dsausa.org/ ).
[5] - https://www.pewresearch.org/short-reads/2026/06/30/about-a-third-of-us-democrats-like-political-leaders-who-identify-as-democratic-socialists/
[6] - https://www.bostonglobe.com/2026/08/15/nation/aoc-woke-midterms-2026-2028/
[7] - https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/16/stati-uniti-i-dem-pensano-gia-al-2028-rivoluzionato-il-calendario-delle-primarie_2ad0b75f-a5f6-4e38-99c6-7fc9a56d28c2.html
[8] - https://www.axios.com/2026/08/16/aoc-walk-back-positions-2028
[9] - https://lespresso.it/c/politica/2026/8/21/woke-sinistra-dibattito-ocasio-cortez-renzi-conte-ideologia/64238 e https://www.repubblica.it/politica/2026/08/21/news/conte_degenerazioni_cultura_woke-425538547/
[10] - Sinteticamente: una serie su La Repubblica, sotto paywall, con interventi di Anna Lombardi, Giacomo Possamai, un’intervista a Ian Buruma, la lettera di Conte. Poi Il Fatto Quotidiano interpreta l’uscita di Conte come apertura della competizione nel centrosinistra, Renzi sostiene, Schein risponde spostando il terreno da Milano Finanza, non toccando il tema ma cambiando parole in favore della “concretezza” (industria, crescita, salari, investimenti, bollette). AVS e Più Europa contestano che il Woke sia in declino o, la seconda, che sia esistito. Si può vedere: https://www.fanpage.it/politica/anche-in-italia-la-sinistra-fa-autocritica-sulla-cultura-woke-perche-se-ne-parla-ora-e-cosa-ce-in-gioco/
[11] - Il pezzo di Zhok, che commento qui, ed uscito anche su L’antidiplomatico, su L’Interferenza, Gerardo Lisco (https://www.linterferenza.info/attpol/la-sinistra-senza-il-popolo-dalla-centralita-di-classe-al-progressismo-culturale/ ), Fabrizio Marchi (https://www.linterferenza.info/editoriali/lipocrita-contrordine-compagni-di-ocasio-cortez-e-giuseppe-conte/ ) Renato Rampino (https://www.linterferenza.info/cultura/la-sinistra-non-e-woke-parte-prima-la-cultura-di-sinistra-e-luniversalismo/ ), Interessante la ricostruzione puntuale di Dario de Leonardis su Valigia blu, (https://www.valigiablu.it/dibattito-woke-italia-conte-ocasio-cortez/ ), mentre a destra reagisca Nazione Futura (https://www.nazionefuturarivista.it/2026/08/24/linganno-woke-e-finito/ ).
[12] - Luke Winkie, su Slate, conferma che AOC cita il consigliere di New York Chi Ossé (https://slate.com/news-and-politics/2026/08/woke-1-crazy-aoc-progressives-hong.html ), Deva Woody, su The New Republic, contesta l’uso del termine Woke come prestito dalla destra (https://newrepublic.com/article/214426/aoc-woke-comments-say-left ), The Week, nella sua rassegna nega che esista un “Woke 1.0” (https://theweek.com/politics/democrats-progressives-wrestle-woke-era ), infine il Daily Wire afferma che i conduttori usano la frase come test di lealtà quando si trovano candidati progressisti e Ro Khanna nega di sapere cosa significano queste etichette (https://www.dailywire.com/news/democrats-suddenly-cant-define-woke-after-aoc-says-it-was-crazy ).
[13] - Cfr. Gary Dorrien, American Democratic Socialism (Yale UP, 2021); Meagan Day e Micah Uetricht, Bigger Than Bernie (Verso, 2020). Riviste di riferimento sono Democratic Left, Socialist Forum o Jacobin.
[14] - Gabriel Rockhill è un filosofo americano, editor di Domenico Losurdo negli USA, che insegna alla Villanova University ed esprime una posizione marxista-leninista abbastanza classica (questo è il suo sito: https://gabrielrockhill.com/about/ ). I suoi tutor durante il percorso di formazione sono i numi tutelari del post modernismo, Luce Irigaray, Jacques Derrida, Alain Badiou, Etienne Balibar. Tra le sue opere, che tradotta per Meltemi nei prossimi mesi: Who Paid the Pipers of Western Marxism?. Monthly Review Press, 2025.
[15] - Alessandro Visalli, Oltre l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale, vol I, Meltemi, 2026, p. 199.
[16] - Pier Paolo Caserta, “Perché il progressismo sta scaricando il Woke”, L’interferenza, 25 agosto 2026.
[17] - Andrea Zhok, “Il Woke è morto, viva il Woke”, 25 agosto 2026.
[18] - https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_woke__morto_viva_il_woke_di_andrea_zhok/39602_68563/
[19] - “Woke”, termine nato nella mobilitazione, con buone o ottime ragioni contestuali (in un “conflitto delle libertà” giudicabile in senso emancipativo), e abbreviazione di “Stay woke” (resta sveglio), è attestato nei blues degli anni Trenta con riferimento alla violenza razziale contro i neri afroamericani e rilanciata dai Black Lives Matter dopo il 2014. Ma trova la sua origine contemporanea più pertinente nell’accezione (nel senso di etichetta di discorso, capace di formarne un ordine) che dalle università americane si sposta negli apparati mediali, accademici e aziendali, via via allargandosi. La “vigilanza” da difensiva per buone ragioni (non essere linciato), si sposta in ogni rapporto sociale. A questo punto prescrive tutto: linguaggio, rappresentazione di sé (modo di vestirsi, di apparire, di mostrarsi) e condotta, in nome e per conto di ogni e qualsiasi vera e presunta identità “discriminata” e, questo il punto sostenuto anche da Zhok e da Friedman, sanziona i difformi con la squalifica morale e non con argomenti. “Distingue”, appunto.
[20] - Jonhatan Friedman, Politicamente corretto, Meltemi, 2018. Descrive dal punto di vista del funzionamento socio-antropologico in questo modo il fenomeno: logica associativa, prevalenza del contesto sul contenuto, moralizzazione dell'universo sociale, mobilitazione della vergogna.
[21] - “Distinzione”, con riferimento particolare a Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, Il Mulino, 1979. La tesi: il gusto non è mai innocente. Ogni giudizio estetico è una presa di posizione nello spazio sociale, e «i gusti sono anzitutto disgusti»: un marcatore esiste solo contro un altro. Lo spazio sociale di Bourdieu è costruito su due assi: volume del capitale e sua composizione, economico contro culturale. Tre precisazioni. Primo: il marcatore di distinzione funziona in quanto capitale culturale incorporato. Per costituzione costoso da acquisire (anni di socializzazione di campus), quasi impossibile da simulare (l'habitus si tradisce nella pronuncia), perciò filtro perfetto: è la ragione tecnica per cui il lessico «non ha mai sfondato tra le classi lavoratrici», e non può farlo. Non funzionerebbe e bisognerebbe sceglierne un altro. Secondo: in Bourdieu le strategie di distinzione operano senza calcolo e senza complotto — la méconnaissance, il non riconoscere la funzione sociale di ciò che si fa, è costitutiva del meccanismo, non un suo difetto. La violenza simbolica funziona proprio perché non è percepita come arbitraria, si trova più o meno per caso, o meglio si addensa e basta. Terzo, e qui c'è un'aggiunta su cui riflettere: la distinzione ha una dinamica inflattiva interna — un marcatore vale finché è scarso, e quando si democratizza (uffici HR, marketing dei brand, rainbow-washing) il suo valore distintivo crolla e l'élite lo abbandona, come abbandonò a suo tempo i consumi imborghesiti. Qui Pier Paolo Caserta intuisce forse il sostituto, “la serietà”.
[22] - Su cui mi soffermo in Oltre l’Occidente, vol I, cap. 3.
[23] - “Politica delle identità”, una formula che nasce nel 1977 nel Combahee River Collective, a Boston, un collettivo di femministe nere socialiste. La politica più radicale viene dalla propria identità perché nessun altro libererà chi sta all'incrocio di più oppressioni; classe inclusa, esplicitamente. Poi, con il tempo slitta, e si declina in senso individualista, con Creenshaw (citata in Oltre l’Occidente, vol I, a pag. 142). Il fenomeno di torsione e perversione ha un teorico in Anthony Giddens (Identità e società moderna, Ipermedium, 1999) che distingue tra politica emancipativa e politica della vita (life politics): la prima riguarda giustizia, disuguaglianza, liberazione da vincoli; la seconda riguarda scelta, stile di vita, autorealizzazione del sé come «progetto riflessivo». Ma Giddens, come Beck ed altri, è assolutamente lucido ed esplicito sul punto (anche Habermas in Teoria dell’Agire Comunicativo): la politica della vita presuppone un livello di emancipazione e sicurezza già acquisito. O, in altre parole, al sicuro dal conflitto distributivo, il sé diventa il progetto. Vale la pena citare anche Inglehart, e la sua la tesi post-materialista (The Silent Revolution, 1977) il quale dice che i valori si formano sulla sicurezza materiale vissuta in gioventù, e il tardo Inglehart con Norris (Cultural Backlash, 2019) certifica il rovescio: quando l'insicurezza torna, il post-materialismo arretra. Si veda anche, per una critica simile a questa, Hobsbawm, Identity Politics and the Left, 1996.
[24] - Sul difficile tema della “struttura e sovrastruttura” si veda Alessandro Visalli, Classe e Partito, cap. 4, 4.3.
[25] - “Subcultura”, qui non si intende né strettamente nel senso della Scuola di Chicago (Albert Cohen, Delinquent Boys, 1955), dove indica una soluzione collettiva ad un problema di status condiviso, né quella della Scuola di Birmingham (Hall, Hebdige, Sottocultura. Il fascino di uno stile, 1979), dove sono i subalterni che resistono attraverso lo stile (ad esempio i Dark, o le altre estetiche giovanili proletarie inglesi). Qui si intende una cosa diversa e rovesciata, una subcultura egemone di apparato, il cui problema è distinguersi dalla spinta dal basso. Un codice senza maggioranza sociale ma con il controllo dei punti di passaggio obbligati, che serve appunto a difenderli (dai “parvenu”).
[26] - Stima mia su base Ipsos, analisi post voto ed astensionismo.
[27] - “Classi affluenti”, si intende con Galbraith (John Kenneth Galbraith, La società opulenta, Edizioni di Comunità, 2014, ed or. 1958) quelle che determinano l'opulenza come squilibrio strutturale tra ricchezza privata e squallore pubblico; consumi privati crescenti, servizi collettivi affamati. La società affluente è quella che compra l'auto e chiude l'ospedale.
[28] - Alessandro Visalli, Dipendenza, Meltemi, 2020.
[29] - Alessandro Visalli, Classe e partito, Meltemi, 2023, cap. 3, § 3.4)
[30] - Dardot e Laval, La nuova ragione del mondo, DeriveApprodi, 2013
[31] - Christopher Lasch, La ribellione delle élite, Feltrinelli, 2001
[32] - La quale si oppose alla “vecchia” di provenienza marxista e orientata in qualche modo alla contrapposizione della Guerra Fredda, USA/URSS.
[33] - H.G. Wells, La macchina del tempo, 1895.
[34] - Su questo, Alessandro Visalli, Oltre l’Occidente, Melmemi. 2026, in particolare cap. 5.
[35] - Per “Modo di produzione” si intende in Marx, Il Capitale, Vol III, la forma attraverso la quale il plusvalore viene estratto dai produttori diretti. Quindi la forma essenziale del rapporto tra dominanti e dominati, che si connette con una o più forme politiche e giuridiche. Quindi le forme di società fondate sulla rendita, la schiavitù o il servaggio, e quella fondata sul lavoro libero e dipendente ed il capitale sono “Modi di produzione” in senso tecnico, le forme del capitalismo che susseguono (capitalismo concorrenziale, neocapitalismo monopolistico, capitalismo della produzione flessibile, capitalismo di piattaforma, …) sono Regimi di accumulazione. Chiaramente in una società concretamente data possono convivere e convivono sia più Modi di produzione sia, più frequentemente, più Regimi di accumulazione.
[36] - Tesi classica di Dardot e Laval.
[37] - Su questo, A. Visalli, Dipendenza, op.cit.
[38] - Femminismo cosiddetto “della seconda onda”, a partire dagli anni Sessanta e Settanta. Il cosiddetto “Femminismo della differenza”, di cui parlo in Classe e Partito, e poi quelli successivi, anni Novanta, e poi l’ultima negli anni Dieci. La Terza nasce sulla base dei fondamenti teorici posti da Judith Butler, Questioni di genere, 1990 con Rebecca Walker, Becoming the Third Wave, 1992. Il “genere” come performance, “l'anti-essenzialismo” radicale e l'intersezionalità di Crenshaw (1989), successivamente resa senso comune e volgarizzata ad un tempo. I tratti: rifiuto del soggetto collettivo “donne” come essenzialista, centralità dell'autodefinizione individuale, choice feminism (ogni scelta individuale è femminista se scelta, valorizzazione della donna imprenditrice che sfonda il “tetto di cristallo”), riconciliazione con il mercato e con l'estetica del consumo. Il girl power commodificato è il suo emblema pop. La “Quarta ondata” (dal 2012-13: attivismo digitale, #MeToo nel 2017, call-out culture) ne è la prosecuzione con i mezzi della piattaforma, ed è il ponte diretto al Woke propriamente detto. Venendo al punto, il “Femminismo della differenza”, criticato nel §3.4 di Classe e Partito, aveva ancora un soggetto collettivo sui generis, un universale (“parziale”, se così si può dire) quello femminile, sia pure essenzializzato. La “Terza ondata” dissolve anche quello, sostituendolo con la costellazione individuale e irripetibile di identità. È il tragitto esatto dal collettivo all'individuo che, una volta volgarizzato e semplificato, produce ciò che Zhok chiama “relativismo individuale” e il gender fluid come senso comune. Mentre la filosofia di Butler è un anti-essenzialismo sofisticato; la sua volgarizzazione di massa è il soggettivismo più ingenuo. La continuità con la “differenza” sta invece nella matrice: entrambe restano dentro i “movimenti di autoespressione” a fondamento liberale, con lo spostamento costante “da redistribuzione a riconoscimento”. Critiche interne che meritano di essere ricordate, quella di Angela McRobbie, The Aftermath of Feminism (2009), che ha dato al fenomeno il nome accademico più preciso — “post-femminismo”: il femminismo “preso in considerazione” dal mainstream e proprio così disattivato, ridotto a stile e a capitale individuale della ragazza che ce l'ha fatta. O, in modo più vigoroso anche se meno sofisticato, Nancy Fraser, Fortunes of Feminism (2013), che avanza una tesi molto semplice: il “femminismo di seconda ondata” come “ancella del capitalismo”. Ad esempio, la critica del salario familiare riciclata dal neoliberismo per legittimare la famiglia bireddito precarizzata, la critica dell'autorità riciclata in flessibilità. In altre parole, il “Nuovo spirito del capitalismo” assorbì della critica ciò che gli serviva e lasciò cadere il resto (cfr. Boltanski e Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis 2014, ed. or. 1999).
[39] - Kimberlé Crenshaw, On Intersectionality, Essential Writings, 2017
[40] - Autrice di libri fortunati come Manifesto cyborg. Donne, tecnologia e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, 2018 (ed. or, 1991).
[41] - Domenico Losurdo, La lotta di classe, Laterza 2013.
[42] - Dalla figura del rivoluzionario francese Louis-Auguste Blanqui, nato 1805 e morto 1881. Per trentasette anni incarcerato per i suoi reiterati e disperati tentativi di rivolta.
[43] - G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto [1821], Laterza, RomaBari 1987, p. 13.
[44] - Cfr, Alessandro Visalli, Oltre l’Occidente, vol I, Meltemi 2026, p. 288.
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