Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

L'orchestra sull'iceberg. Cronache di un Occidente che corre verso il baratro convinto di fare jogging

di Mario Pietri

C'è un momento, in ogni impero terminale, in cui la classe dirigente smette di governare la realtà e comincia a gestirne la percezione. L'Occidente collettivo — quella entità geopoliticamente confusa che si estende da Washington a Tokyo passando per Berlino, Parigi, Londra e Tel Aviv — ha superato quel momento da un pezzo. Oggi, alla fine dell'agosto 2026, non gestisce più nemmeno la percezione. Suona. Suona come l'orchestra del Titanic, ma con i cachet più alti della storia e nessun iceberg all'orizzonte, perché l'iceberg è stato riclassificato come «opportunità di crescita del comparto difesa».

Facciamo l’inventario. Con calma, perché il catalogo è lungo.

Ucraina. I negoziati sono «a un punto morto», per usare la formula diplomatica che significa: nessuno ha più niente da dire e tutti hanno ancora molto da sparare. Il Cremlino ha chiuso la porta con la cortesia di un fabbro: da Mosca si fa sapere che il Donbass è ormai territorio della Federazione Russa e che non lo si amministra con il concorso di paesi terzi. E intanto ci si prepara a intensificare i raid su Kiev. Zelensky ha proposto tregua, ritiro e zone economiche gestite da terzi; la proposta è caduta nel vuoto con lo stesso rumore che fa un comunicato stampa europeo. Dalla Casa Bianca arriva l'annuncio che si sta «lavorando sodo per porre fine a questa guerra»: la stessa frase, con lievi variazioni sintattiche, che circola da tre amministrazioni. Nel frattempo la CIA fa la spola con Mosca, il Vaticano manda il proprio ministro degli Esteri, e Bruxelles — che in questa vicenda ha esattamente il peso specifico di un post su LinkedIn — spiega che la pace si costruisce comprando più cannoni.

Nessuno, in quattro anni e mezzo, ha mai messo sul tavolo l'unica cosa che avrebbe potuto fermare tutto: una discussione seria sull'architettura di sicurezza europea. Sarebbe stato ammettere che il problema esisteva già nel 2021. Impensabile.

Iran. Giorno 181. La guerra aperta il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele si è depositata in quello stato di sospensione che gli analisti chiamano con eleganza «no war, no peace» e che si traduce, in pratica, in ventotto giorni senza raid e zero accordi. L'AIEA non verifica nulla in Iran dal 28 febbraio: venti siti dichiarati, nessun accesso, 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% che nessun ispettore ha visto da sei mesi. Il file nucleare — il pretesto formale dell'intera operazione — è letteralmente assente da ogni tavolo negoziale. Prendetevi un secondo. Hanno fatto una guerra per il programma nucleare e ora il programma nucleare non è nemmeno un argomento di conversazione. Nello stretto di Hormuz transitavano ottantacinque navi al giorno; il 23 agosto ne sono passate tre. L'ottanta per cento naviga con il transponder spento, come contrabbandieri del Settecento con il radar. E i Pasdaran, non i ministeri degli Esteri, annunciano un accordo di ripartizione dei ricavi con l'Oman, con pedaggi fino a due milioni di dollari a nave: la più antica arteria energetica del pianeta è stata trasformata in un casello autostradale. Il Brent è sceso a 87 dollari da 119 — il mercato prezza la diplomazia, non i barili — mentre l'automobilista americano paga oltre un dollaro al gallone in più dell'anno scorso e in California sfiora i 5,60. Questo si chiama vincere.

Israele-Turchia. Il 18 agosto l'aviazione israeliana ha bombardato la base di Abu Dhuhur, nella Siria centrale, per impedire — parole di Netanyahu — un «radicamento militare turco» verso sud. Traduzione: due alleati degli Stati Uniti, entrambi armati dagli Stati Uniti, uno dei quali membro della NATO, si stanno contendendo militarmente il cadavere della Siria mentre il loro comune sponsor guarda altrove. Katz accusa Erdo?an di «avventure pericolose»; Ankara risponde che Netanyahu è isolato. Hanno ragione entrambi, ed è precisamente questo il punto. Non esiste più un ordine regionale: esiste una sala d'aste dove i clienti si sparano addosso e il banditore incassa la commissione.

Taiwan e il Giappone. Qui la commedia diventa vaudeville. Sanae Takaichi definisce un'eventuale invasione di Taiwan una «crisi esistenziale» per il Giappone, evocando la difesa collettiva; Pechino risponde il 25 febbraio sospendendo l'export di prodotti dual-use verso quaranta aziende giapponesi — terre rare, magneti, antimonio, gallio, germanio. Mitsubishi Heavy, Kawasaki, IHI, Subaru perdono in Borsa nel giro di una mattinata. Tokyo reagisce accelerando: libro bianco della difesa, spesa record, export di armi, missili terra-aria a Yonaguni, cioè a centodieci chilometri da Taiwan. Un arcipelago che dipende dall'estero per l'energia, per i minerali critici e per il proprio mercato di sbocco decide che la strategia ottimale è puntare batterie missilistiche verso il proprio primo partner commerciale. Nel 2010 la Cina aveva già usato le terre rare come arma contro Tokyo. Quindici anni per non imparare nulla: un ritmo di apprendimento persino lento per gli standard occidentali.

Il riarmo europeo. Berlino punta a superare i 150 miliardi di bilancio difesa — erano cinquanta nel 2022 — dopo aver fatto la cosa che conta davvero: sottrarre al freno costituzionale del debito ogni spesa militare eccedente l'1% del PIL. Non un tetto più alto: nessun tetto. Il 3,5% del PIL entro il 2029, sei anni prima del traguardo NATO; la Bundeswehr da 186mila a 260mila uomini più duecentomila riservisti, obiettivo 2035. E poiché la storia ha un senso dell'umorismo notevole, Merz ha contestualmente lasciato agonizzare il caccia franco-tedesco FCAS, cancellato il programma di fregate F126 per sostituirlo con navi interamente tedesche, e rifiutato i fondi europei SAFE. La «difesa europea» si rivela quello che è sempre stata: una politica industriale tedesca con la bandiera blu stampata sopra. Parigi lo sa, tace, e prepara la propria. Londra recita il ruolo del suggeritore in un teatro dove non ha più il copione. E l'Unione, che non è riuscita a costruire un'unione bancaria in vent'anni, si convince di poter costruire un esercito in cinque.

E il conto. Perché tutto questo si regge su un'ipotesi finanziaria, e l'ipotesi sta scricchiolando. La Banca dei Regolamenti Internazionali — non un collettivo anarchico, la banca centrale delle banche centrali — nella Relazione economica annuale di giugno ha paragonato il boom dell'intelligenza artificiale ai canali inglesi degli anni Trenta dell'Ottocento, alla railway mania del 1840, all'esuberanza elettrica dei ruggenti anni Venti e alle dot-com: episodi finiti tutti, scrive, «con un'inversione degli investimenti che ha indotto recessioni sistemiche». I numeri sono suoi, non miei: oltre mille miliardi di dollari di capex dei cinque maggiori hyperscaler tra 2025 e 2026, spesa che già eccede utili e flusso di cassa libero al punto da costringere all'emissione di debito; fondi di direct lending che in cinque anni hanno quadruplicato i prestiti al settore IA e IT, ormai il 15% dei portafogli; i primi fondi retail costretti a liquidare attivi per far fronte ai riscatti. Sopra questo, uno spettacolo che non si vedeva da decenni: il Tesoro americano e la Federal Reserve che tirano in direzioni opposte in pubblico. Il 19 agosto Bessent annuncia il raddoppio dei riacquisti di Treasury da due a quattro miliardi — la Fed nel 2020 ne comprava oltre cento al giorno: è come annunciare che si spegnerà l'incendio con una pistola ad acqua, e non averla ancora tirata fuori dalla fondina — mentre a Jackson Hole Warsh avverte che l'inflazione «non ha rallentato in modo significativo» e i mercati si mettono a prezzare al cinquanta per cento un rialzo a settembre. Decennale al 4,68%, quarantaquattro punti base sopra un anno fa; prezzi al consumo al 3,4% a luglio, incollati sopra l'obiettivo da troppo tempo perché qualcuno osi ancora chiamarlo transitorio; e quello che qualcuno ha già battezzato «premio MAGA» sul costo di finanziamento di un debito fuori controllo. La BRI lo dice con la garbata brutalità dei tecnici: i margini fiscali si sono erosi proprio mentre servirebbero per assorbire lo shock.

Mettete insieme i pezzi. Un mercato obbligazionario che dubita del suo emittente sovrano. Una bolla tecnologica finanziata a debito. Uno stretto di Hormuz trasformato in casello. Cinque teatri militari attivi con almeno tre potenze nucleari coinvolte direttamente o per procura. Catene di fornitura di minerali critici usate come artiglieria. E una classe dirigente occidentale che, davanti a tutto questo, ha una sola proposta: aumentare la spesa militare e attendere che l'avversario crolli per primo.

Non è una strategia. È una scommessa. Ed è la stessa scommessa fatta, con esiti noti, nell'estate del 1914 — quando anche allora nessuno voleva la guerra, tutti erano convinti di poter controllare l'escalation, e le cancellerie erano piene di uomini intelligenti.

L'orchestra continua a suonare. Il repertorio è eccellente. L'iceberg, purtroppo, non ha mai imparato ad apprezzare la musica.

Pin It

Add comment

Submit