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La follia dell'Impero e l'opzione Sansone 

di Davide Malacaria

Non è solo la pazzia di Trump, che anzi aveva anche provato a sfidare l'immenso potere imperiale e che, dopo essersi salvato per un soffio a Butler, ha iniziato a scendere a patti sempre più onerosi

Trump minaccia un attacco devastante contro l’Iran, escalation di una guerra che sta innalzando il costo dell’energia tanto da rischiare un collasso globale. Nello stesso giorno impone nuovi dazi a 60 Paesi.

Né cessa il sostegno al genocidio di Gaza e all’espansionismo di Israele, con il quale si approssima anche a integrare intelligence ed esercito; alimenta una guerra che sta incenerendo l’Ucraina e rischia di aprire la terza guerra mondiale; strangola Cuba, dove l’embargo uccide quanto le bombe; depreda un Venezuela prostrato da un terremoto catastrofico; bombarda la Somalia, 76° raid solo quest’anno; minaccia di bombardare il Mali, etc…

È semplicistico ascrivere tale deriva alla follia del solo Imperatore perché, se così fosse, il potere di questo mondo vi avrebbe posto rimedio. No, è l’Impero a essere impazzito, almeno nelle sue élite dominanti, come dimostra l’approvazione da parte della Camera Usa della norma che integra l’esercito e l’intelligence Usa con l’apparato bellico e di intelligence di uno Stato che sta consumando crimini abominevoli, tra cui un genocidio (la legge deve passare al Senato, ma è arduo che venga rigettata in tale sede).

Né tale follia nasce dal nulla: è solo il terminale parossistico di una degenerazione psicotica iniziata decenni fa e che il colpo di stato neocon successivo all’11 settembre 2001 ha accelerato. Una patologia degenerativa al suo stato terminale.

L’Impero sente avvicinarsi la fine e, nella sua disperazione, sta lottando con tutte le forze per evitare tale esito, compresa la predazione dei suoi alleati-clientes, le cui risorse e la cui stessa esistenza devono essere sacrificate ai suoi interessi.

No, non è solo la pazzia di Trump, che anzi aveva anche provato a sfidare l’immenso potere imperiale e che, dopo essersi salvato per un soffio a Butler, ha iniziato a scendere a patti sempre più onerosi. Passo dopo passo, pezzo dopo pezzo, dando luce verde a crimini sempre più nefandi, fino ad arrivare a questo punto.

Sull’attentato a Butler abbiamo scritto ampiamente e confermiamo che le ipotesi che lo inquadrano come una finzione per incrementare l’immagine di Trump o come un mero avvertimento del Deep State sono erronee.

L’attentatore ha sparato da lunga distanza e il colpo gli ha sfiorato l’orecchio per un movimento imprevisto. Un errore di un centimetro, più o meno, il che comporta, da quella distanza e al netto del movimento, un errore nell’angolazione iniziale di una frazione di millimetro…

Nessuno avrebbe rischiato tanto, né per un’autopromozione per inviare un monito. In questi casi l’attentatore avrebbe mirato al corpo e non alla testa.

Subito Trump capì l’antifona e quel che lo aspettava, anche perché è probabile che il neocon Lindsey Graham, precipitatosi subito al suo capezzale, lo abbia edotto (suo avversario irriducibile, divenne l’amico inseparabile e il consigliere inevitabile).

Di acqua ne è passata sotto i ponti. E sebbene Trump abbia spesso scantonato, non si è liberato dalla morsa, anzi sembra che ultimamente si sia consegnato al Credo di Graham e dei suoi sodali: le guerre infinite, e ciò che sottendono e ne consegue.

Tra i sodali di Graham vi è anzitutto gran parte della leadership israeliana, che ha stretto un patto di sangue con i neocon, come dimostra la norma sull’integrazione di cui sopra. Ciò inserisce nella follia dell’Impero una variante propria della dottrina bellica israeliana: l’opzione Sansone, dal nome dell’eroe che, sacrificando se stesso, uccise i nemici del suo popolo. Tale opzione prevede che a una minaccia esistenziale Israele risponda con l’atomica.

Un’opzione che vede una declinazione ancora più oscura. La evocò, nel lontano 2002, David Perlmutter, docente presso l’Università statale della Luisiana, sul Los Angeles Times nell’articolo “Pensieri oscuri e silenziosa disperazione“. Nella nota lamentava le asserite minacce che gravavano su Israele a causa dell’ostilità dei Paesi musulmani e dei palestinesi.

Minacce alle quali il mondo restava indifferente e anzi simpatizzava per la causa palestinese. Dettagliava: “Un motivo ancora più inquietante per cui i telegiornali serali sono così pieni di immagini favorevoli ai palestinesi è che queste vengono scelte e girate da palestinesi” (oggi si accusa i critici del genocidio di essere pro-Hamas).

[…] “Vedo una stampa europea antisemita che attacca sadicamente le misure difensive di Israele”, scriveva. “Vedo un’Onu grottescamente ipocrita che condanna la demolizione di un edificio da parte di Israele mentre milioni di persone muoiono in Sudan o in Tibet. Vedo i miei colleghi accademici fantasticare e assumere atteggiamenti di lode verso dei demoni”, cioè i palestinesi…

“[…] Cosa fare? Ho anche altri sogni, sogni apocalittici. Penso: Israele costruisce armi nucleari da 30 anni. Gli ebrei sanno cosa ha significato per loro, in passato, l’accettazione passiva e impotente della catastrofe, e si sono assicurati di evitarla. Masada non è stato un esempio da seguire: non ha causato alcun danno ai Romani, ma Sansone a Gaza? Con una bomba all’idrogeno?”

“Cosa potrebbe servire meglio al mondo che odia gli ebrei come risarcimento per migliaia di anni di massacri, se non un inverno nucleare? O invitare tutti quegli statisti e attivisti per la pace europei che storcono il naso a unirsi a noi nei forni crematori?”

“Per la prima volta nella storia, un popolo minacciato di sterminio mentre il mondo ride o distoglie lo sguardo […] ha il potere di distruggere il mondo. La giustizia suprema? Questi sono i miei pensieri oscuri e le mie silenziose disperazioni. Chi li dissolverà? Chi metterà a tacere la follia? Mi sarà concesso di diventare un vecchio amareggiato? Avremo mai la possibilità di guardare indietro a questi giorni, al di là delle nubi a forma di fungo del domani?”

Pensiero isolato allora, ristretto a una cerchia minoritaria. Oggi non più.

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