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linterferenza

Forme di disgregazione di massa

di Pier Paolo Caserta

Sono tra quanti sostengono, sulla scorta di Luciano Gallino, che il tempo presente, quello dell’egemonia neoliberista, si segnala per la compiuta instaurazione – efficacemente coperta dalla parvenza della democrazia – di un “totalitarismo liberale”, cioè un ordine con tratti totalitari perché capace di entrare in tutti gli spazi della vita dell’individuo, modellando secondo l’ideologia di mercato tanto i suoi stili cognitivi che i suoi comportamenti (1). Un totalitarismo diverso da quelli novecenteschi, con caratteri specifici, perché diversamente dai suoi antecedenti non ricorre strutturalmente alla repressione – sebbene possa all’occorrenza ricorrervi e nella più recente fase di ristrutturazione tecnocratica e neo-autoritaria vi ricorra in effetti in misura crescente – bensì della promessa dell’illimitata estensione della libertà.

Questa “libertà”, però, non è altro che il feticcio che nasconde la radicale riduzione dell’individuo-massa a soggetto di consumo (2). Sotto le insegne della libertà è stata contrabbandata l’attività desiderante degli individui convinti di poter fare e di poter essere tutto ciò che vogliono, alla sola condizione che lo vogliano con sufficiente determinazione lasciandosi plasmare dall’ethos mercantile e “meritocratico” che trasforma ciascuno in Impresa di sé, accettando di mettere a valore ogni aspetto dell’esistenza umana. In questo modo, in forme non soltanto fluide e apparentemente innocue, totalmente e quotidianamente normalizzate, ma anche accattivanti si è affermata la mercificazione di ogni aspetto dell’umano.

Questa è stata ottenuta parcellizzando l’individuo, sempre più ridotto all’io-digitale e narcisistico privo di proiezione in chiave collettiva, persino privo di una coscienza sociale.

Dopo aver così misurato la completa vittoria del neoliberismo, occorrerà aggiungere che la più recente controrivoluzione digitale culminata attorno alla metà degli anni Dieci del Duemila nei social network ha prodotto un rinforzo e una vertiginosa accelerazione dell’ordine mercantile. Come ho sostenuto in un recente saggio contenuto nel volume a più mani Per un nuovo pensiero strategico e cura de L’Inteferenza (Meltemi 2026), la “sincronizzazione” neoliberale, alla quale il “nuovo ordine digitale” ha offerto strumenti ultimativi, presenta una forte analogia con la più celebre “sincronizzazione”, quella nazista. Condotta tra il 1933 e il 1937, la “campagna di sincronizzazione” (in tedesco Gleichschaltung) nazista ebbe lo scopo di modellare in profondità i comportamenti individuali e collettivi allineandoli all’ideologia del regime.

Come argomento nel mio contributo, è in atto da tempo una analoga “sincronizzazione neoliberale”. Si tratta di una conseguenza logica immediata del concetto di “totalitarismo liberale”. Un totalitarismo, infatti, è tale perché uniforma i comportamenti degli individui rendendoli docili alla propria ideologia. Un elemento cardine della “sincronizzazione neoliberale” consiste nella dis-intermediazione della società; nel connesso smantellamento delle organizzazioni collettive, specialmente dei lavoratori, e anche nel discredito e nella neutralizzazione di tutte le figure di mediazione, in primo luogo degli educatori, quindi genitori e insegnanti, come in misura crescente è avvenuto.

Questi processi sono stati accelerati dal “nuovo ordine digitale”, ma corrono lungo gli ultimi quattro decenni. Il risultato finale è stato ottenuto senza crucci e senza scrupoli, visto che ha comportato, tra l’altro, la demolizione delle coordinate esistenziali di adolescenti, pre-adolescenti e finanche bambini. Ma è proprio questo il nocciolo del neoliberismo che oggi si prolunga nella tecnocrazia: deve restare soltanto l’individuo a tu per tu con il mercato. Tutto quello che si pone, o meglio si poneva, tra l’individuo o il Mercato doveva essere spazzato via, in quanto ostacolo alla riduzione dell’individuo a soggetto di consumo. Ogni legame comunitario doveva essere distrutto, la capacità di condurre lotte collettive annientata. Dovevano infine nascere generazioni che riflettessero un nuovo tipo di umanità antropologicamente mutata. Una generazione che non guarda più alle figure di riferimento come educatori perché queste rappresentano un intralcio da rimuovere per il “capitalismo nomade”. I valori devono essere dettati unicamente dal Mercato, e sono quelli dell’Impresa, non della trasmissione di un ordine stabile del mondo affidata ad adulti di riferimento. Soltanto il Mercato è il vero metro di ciò che è “giusto” o “sbagliato”. Le figure educative, in quanto esercitano una funzione mediatrice, dovevano essere neutralizzate oppure demolite. Per i genitori si è seguita principalmente la prima strada: gli adulti sono infatti a loro volta distratti e sedotti dallo stesso modello e dagli stessi strumenti che rappresentano lo steccato oltre il quale le nuove generazioni faticano enormemente a guardare. Il “nuovo ordine digitale” abbassa tutti allo stesso livello in quanto esseri desideranti. Si interpone nelle relazioni, compresa quella educativa. Con gli insegnanti si è seguita soprattutto la seconda via, quella del discredito, che è stata battuta in modo sistematico. (3)

Si mostra così che il nuovo ordine digitale rafforza e potenzia l’ideologia neoliberista, che costituisce una forma di totalitarismo. Stando così le cose, occorre trarre una conseguenza ulteriore, che scaturisce direttamente dalla definizione di “totalitarismo liberale” aggiornato al tempo della controrivoluzione digitale e dalla connessa analogia tra la “sincronizzazione” nazista e quella neoliberale e tecnocratica. La conseguenza è questa: anche il “totalitarismo liberale” nella fase attuale ha le sue forme di organizzazione di massa necessarie a garantire la costante “sincronizzazione”. Con la differenza che le organizzazioni dei totalitarismi novecenteschi avevano il compito di aggregare, mentre quelle dell’odierno totalitarismo hanno il compito di disaggregare e di farlo per altro nel modo più ultimativo e irreversibile. Le prime dovevano mobilitare le masse, le seconde smobilitarle. La smobilitazione delle masse è un pilastro del neoliberismo, che ha trovato nelle dittature del Cono Sud degli anni Settanta il suo cruento laboratorio. Anche in questo caso, la controrivoluzione digitale ha impresso un moto di accelerazione a logiche preesistenti. Comune al nuovo e ai vecchi totalitarismi è, invece, lo scopo di plasmare gli individui assoggettati secondo l’ideologia dominante. Le odierne “organizzazioni disaggreganti” sono strumenti ma non già nella disponibilità degli “utenti”. Devono servire, infatti, a scomporre il corpo sociale, lusingando continuamente l’io-digitale per ottenere la parecellizzazione dell’individuo all’ennesima potenza.

Queste “organizzazioni disaggreganti di massa” sono i social network. Come per i loro omologhi nei totalitarismi novecenteschi, ne esiste uno per ogni fascia d’età. Gli odierni Figli della lupa, i Balilla, e gli Avanguardisti si divideranno principalmente tra Tik tok e Instagram; ovviamente i tagli non sono netti, diversamente dai totalitarismi disciplinari, e nuovi social sorgono del resto di continuo, appunto per canalizzare l’attività desiderante. Per i “boomer”, tendenzialmente più affezionati al riconoscimento delle proprie opinioni che dell’immagine, c’è l’Opera nazionale del dopolavoro che ora si presenta con la forma accattivante e dopaminica di Facebook. Ovviamente ce n’è per tutti i gusti e tutti sono invitati ad esprimersi e ad esporsi. Tutto, ogni minima azione o “reazione” alimenta il vorace capitalismo di sorveglianza. Le opinioni realmente scomode potranno pur sempre essere limitate oppure cadere sotto la censura levigata e impersonale dell’algoritmo. Se l’adesione alle organizzazioni di massa nei totalitarismi disciplinari novecenteschi avveniva attraverso una combinazione di coercizione e costruzione del consenso, il tecno-suddito si iscrive ai social in forma volontaria indotto dalla continua necessità di esposizione narcisistica di sé (Byung-Chul Han(4)). Nel nuovo ordine digitale la sottomissione diventa tanto desiderata quanto inavvertita.

Le forme di disaggregazione odierne possono essere comparate alle organizzazioni di massa dei totalitarismi disciplinari relativamente a quattro principali aspetti tra loro strettamente legati: inquadrano il tempo; vampirizzano o ricanalizzano le energie; entrano in tutti gli aspetti dell’esistenza individuale fino a rendersi “indispensabili”; ingenerano un profondo conformismo. E, mentre fanno tutto questo, naturalmente estraggono plusvalore, ossia monetizzano. Sono le propaggini tentacolari di una Tecnica divenuta planetaria e strettamente intrecciata al Mercato.

In realtà i social non si limitano a inquadrare il tempo, bensì lo colonizzano, in modo anche più radicale ed esteso rispetto alle organizzazioni di massa dei totalitarismi novecenteschi, che avevano bisogno della presenza fisica. Quanto alla capacità di generare conformismo, non deve sussistere alcun dubbio. Di certo non avere uno smartphone o un I-phone che spadroneggia sul nostro tempo sia lavorativo che privato è oggi diventato tanto “sospetto” quanto lo era in passato non partecipare alle “adunate oceaniche”. L’assenza dai social sancisce una condizione di non esistenza apparente che scivola nell’oblio. Il tecno-suddito esiste soltanto esponendosi, cioè rinnovando di continuo la sua attività desiderante.


Note
(1) La definizione di “totalitarismo liberale” costituisce il filo conduttore di diversi scritti di Luciano Gallino; una pietra angolare è rappresentata dal saggio La lotta di classe dopo la lotta di classe (2012).
(2) Antonio Martone, Il capitalismo perde il pelo “moderno” – ma non il vizio, sta in L’Interferenza, Per un nuovo pensiero strategico, Meltemi, Milano 2026
(3) Tali processi si alimentano di una serie di elementi concomitanti, si vedano le contro-riforme scolastiche la cui funzione è stata proprio quella di erodere la funzione pedagogica dell’insegnamento, garantendo la penetrazione degli interessi di mercato.
(4) Al filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han è largamente riconosciuto il merito di aver condotto, nei suoi scritti, un’analisi chiara e acuta del “nuovo ordine digitale” come sviluppo e apoteosi dell’ideologia neoliberista.
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