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Tutto si tiene. Vance, Herzog, la propaganda, e la guerra. Il tempo più pericoloso

di Paola Caridi

Cominciamo dalla fine. Per meglio dire, cominciamo dalla periferia dell’impero. Italia, estate 2026: un governo di destra/destra che non ha dimenticato le sue radici fasciste vara una pessima legge elettorale balneare, di quelle che servono a blindare una vittoria possibile del governo in carica, anche se non una vittoria sicura, visto l’indebolimento mediatico di Giorgia Meloni. Causa Trump e le sue reiterate esternazioni contro la presidente del consiglio dei ministri.

A rendere ancora più pericoloso il quadro politico, e soprattutto istituzionale, è un caso di cronaca che – non è certo la prima volta – prova a rimettere in gioco la struttura istituzionale costruita dalla Costituzione. È il caso del gioielliere che ha ucciso due rapinatori, e ferito un terzo, ha avuto regolare processo, è stato condannato con sentenza definitiva compreso il pronunciamento della Cassazione. Per tutta risposta, il ministro Nordio (ma non è un magistrato?) si dimentica che, per il nostro assetto istituzionale, tocca solo ed esclusivamente al presidente della Repubblica decidere la grazia.

Quello che succede in Italia non è cosa così slegata dallo stato in cui versa un pezzo di occidente, segnato da un revisionismo delle strutture democratiche che conduce verso pratiche autoritarie. Quasi nelle stesse ore in cui alla Camera andava in onda una crisi di nervi della maggioranza riunita attorno a Meloni, il più ascoltato podcast USA, condotto da Joe Rogan, mandava in onda una intervista di quasi 3 ore con il vicepresidente statunitense JD Vance. Con un atto inusuale, uno dei tanti di questa amministrazione USA, il vicepresidente si concede a una intervista irrituale, invece di rimanere dentro un alveo istituzionale.

Intervista-fiume, dunque intervista a tutto campo.  Verrebbe da dire: un’intervista che appare, quasi, come tentare il tutto per tutto, da parte di JD Vance, indebolito dalla ripresa degli attacchi statunitensi all’Iran e la relativa risposta di Teheran che allarga la “zona di tiro” ad alcuni ben precisi paesi della regione. Soprattutto, il tentativo è stato quello di spiegare alla base MAGA, la base elettorale di Trump e anche il pubblico di riferimento di Joe Rogan, cosa stasuccedendo dentro la Casa Bianca: perché la base MAGA, come la maggioranza dell’opinione pubblica statunitense (il 60%), questa guerra non la vuole. Ed è la prima volta che succede, nella storia americana.

JD Vance concentra il suo attacco su Israele, e così facendo conferma di essere lui, il vicepresidente USA, la persona che più ha voluto il Memorandum di Intesa firmato da Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra più pericolosa degli ultimi decenni. Vance ha fatto due rivelazioni: che Epstein aveva rapporti con il deep state israeliano, lo stato profondo, quello invisibile e con molti poteri. E che aveva stretti “legami con i vertici dell’intelligence statunitense”, e altrettanti con i vertici dei servizi israeliani. La seconda rivelazione è ancora più rilevante. Va al cuore dei rapporti tra Washington e Tel Aviv.  “All’interno del  sistema israeliano ci sono alcune persone di cui siamo certi, al di là di ogni dubbio, che stiano manipolando e cercando di influenzare l’opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui all’infinito.” E poi l’affondo: “È in atto una vera e propria campagna di propaganda finanziata dall’estero per far fallire proprio l’accordo che stavo cercando di concludere”.

È più di un’affermazione stizzita. È uno scontro con Israele, come non se ne è mai visti, a parte la forte frizione del 1991. C’era, allora, Bush sr. alla Casa Bianca, e la stizza americana aveva convinto gli israeliani a cedere, e a partecipare alla conferenza di Madrid.

Perché Vance va allo scontro? Perchè è fallita la sua mediazione, certo. Mediazione che ha avuto la sua consacrazione nella parte finale dei negoziati, in Svizzera, dopo mesi di tessitura. Ma va allo scontro anche per tentare di mantenere le sue chance come futuro candidato repubblicano alle presidenziali. Contro chi? Sembra proprio contro Marco Rubio che invece, a giudicare dal contenuto e dalla tempistica e della geografia delle sue dichiarazioni, si è profilato sempre, e non solo su Cuba…, come il falco dell’amministrazione Trump.

I due delfini, i due possibili candidati repubblicani stanno già giocando le loro carte per la futura campagna elettorale per le presidenziali. Altro che elezioni di midterm!

E Trump? Non è dato sapere con chi sta. Se con JD Vance, come sembrava, o con Marco Rubio, come appare evidentissimo ora. Non è il tempo della democrazia salda, questo, è il tempo in cui gli USA sono spaccati tra la deriva autoritaria trumpiana e il movimento di opinione (forte di milioni di persone) sceso in piazza al grido di “No Kings”. Conserviamo, insomma, la nostra democrazia senza permettere a Trump di sentirsi l’imperatore, senza alcun freno.

Trump, che aveva capito che la guerra l’aveva già persa sul piano della comunicazione, firma un accordo per poi, circa un mese dopo, ordinare la ripresa degli attacchi contro l’Iran. Attacchi già pesanti, e che diverranno più pesanti nei prossimi giorni, se è vero che l’obiettivo (strategico) è il controllo dello Stretto di Hormuz. Un controllo che è difficilissimo che riesca, e che perché riesca mette in gioco un dispendio altissimo di energie militari, dai bombardamenti aerei al necessario ingresso di truppe (di chi? Solo statunitensi? Non è dato ancora sapere con certezza).

E poi Herzog, Itzhak Herzog. Poco dopo l’intervista di JD Vance al programma di Joe Rogan, Al Arabiya annuncia una intervista in esclusiva con il presidente israeliano. Al Arabiya è quel canale satellitare di allnews che all’incirca 20 anni fa comparve dall’oggi al domani sulla scena mediatica araba. Per contrastare la sostanziale egemonia di Al Jazeera, che era riuscita ad annullare le tv pubbliche. Saudita, tutta saudita, e dunque non è causale che Herzog parli ad Al Arabiya per dire che gli “fa male al cuore” vedere i civili innocenti che soffrono a Gaza. Per un terremoto? O per un genocidio perpetrato dallo stato di cui è presidente?

Herzog rappresenta la conferma che una strategia comunicativa, una vera e propria offensiva in grande stile è in corso. Lo dice Vance, rompendo regole non scritte che dicono di non attaccare un alleato, e peraltro durante una guerra. Lo conferma Herzog, che parla al pubblico arabo attraverso il canale satellitare saudita. E lo confermano, alla periferia dell’impero, l’Italia,  le piccole orde di troll e cani ringhiosi da tastiera, più o meno pagati. Molti, molti di più di prima, ma sempre – come prima – usando il bignamino solito. Perché occuparsi di Gaza? Occupatevi degli italiani. E allora le iraniane, e i sudanesi, e gli italiani che stanno male?

Tutto si tiene, ahimè. Tutto si tiene. Le derive autoritarie, le propagande, gli sciacalli da tastiera, e pure la strategia militare in corso. Bombardamenti pesanti, sempre più pesanti, sul sud dell’Iran. Cuore dell’attacco, Bandar Abbas e le isolette che sono verso Hormuz. Bisogna conquistarle, per controllare lo Stretto. Il che significa un tentativo di BlitzKrieg, di guerra lampo che ha poche possibilità e che i falchi, israeliani e statunitensi, vogliono provare a realizzare. La risposta iraniana è su alcuni paesi in particolare, quelli dove sono concentrate le basi militari USA che contano. Kuwait, Bahrein, e ora soprattutto Giordania, dov’è stato spostato il centro strategico USA nella regione. Agli Emirati sono state colpite navi in transito. E poi c’è anche l’Arabia Saudita, in questo caso attraverso gli houthi dello Yemen, colpiti da un attacco a sorpresa lanciato proprio da Riyadh, e poi protagonisti di un lancio di missili di reazione contro i sauditi. Come mai? I sauditi che attaccano i proxy filoiraniani in Yemen? Per fare cosa? Forse perché, senza dirlo, sposano l’idea che sia il caso di togliere il controllo di Hormuz agli iraniani (e in subordine agli omaniti).

Da questa lista è escluso un paese, il Qatar. Per due ragioni. È morto l’emiro padre, Hamad bin Khalifa al Thani, e il lutto dura 40 giorni, per l’islam. Al Thani padre, il fondatore di al Jazeera e dunque del Qatar che conta, e conta assai, era molto rispettato. E poi il Qatar è stato protagonista proprio della mediazione tra Iran e Stati Uniti, soprattutto nella coda che ha condotto al memorandum d’intesa. La base aerea di al Hudeid ha chiuso, tutto è stato spostato verso la Giordania. Il Qatar ha ripreso il suo ruolo di ago della bilancia. Quello che succede di fronte alle sue coste, però, non va nella direzione di una mediazione. Tutt’altro. È il momento più pericoloso di questa guerra folle, più di quanto siano folli le guerre. Pericolosissima.

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