Elmetto al campo largo, la strategia di Giorgia
di Michele Prospero
Meloni ha schivato con furbizia il vertice in Montenegro perché ha già iniziato la campagna elettorale. Ha capito, a differenza delle opposizioni, che il referendum non l’ha perso per i tecnicismi della separazione delle carriere o per l’istituzione dell’Alta Corte. A travolgerla è stato l’impatto ideale, oltre che economico e sociale, delle bombe del duo Bibi-Donald. A marzo è stata lei a pagare poiché il ponte con l’amministrazione statunitense, proprio nelle settimane dell’appello al popolo per dirimere le funzioni delle toghe, significava complicità con i raid in Medio Oriente e acquiescenza ai crimini contro l’umanità.
Confida che più in là, a emergenza iraniana spenta e con gli avvoltoi israeliani placati, la sintonia con il tycoon di Washington attenuerà gli effetti negativi sprigionati da una subalternità a Tel Aviv che gronda di sangue. Una volta siglato il cessate il fuoco, la destra intende giocare la vecchia carta del Trump pacifista, preziosa nella gestione dei contraccolpi della questione ucraina. Adducendo un francobollo come pretesto per evitare il tour nei Balcani, Meloni valuta che conviene evitare gli abboccamenti con Parigi, Berlino e Londra. Ha intuito che i tre condottieri, rimasti senza un briciolo di consenso interno, annunciano soltanto guai.
Per ottenere il secondo mandato a Palazzo Chigi, la Madre ha perso l’aereo.
Vuole a ogni costo provare il gioco di prestigio e affibbiare al campo largo l’etichetta di profeti della guerra infinita. All’unisono i capi del centrosinistra abboccano gridando al danno arrecato da Meloni alla patria con la sua imperdonabile assenza al tavolo dei Volenterosi. La redarguiscono per non aver raggiunto il trio delle meraviglie (“Kiev, gelo Meloni-Volenterosi”, titola La Stampa), ma non afferrano che il disegno di Giorgia è precisamente andare al voto “contro” i miliziani Merz, Starmer e Macron, che raccolgono la chiamata alla mobilitazione di Zelensky per “portare la guerra a Mosca”, e smarcarsi dalla squadra d’assalto di Ursula.
La strategia politica della premier poggia su un assunto solido: le prossime elezioni avranno come tema dirimente quello della pace. Per questo lascia che siano le opposizioni a insorgere per la diserzione della foto di rito con i tre bombaroli. L’attivismo dei leader della triplice intesa, molto odiati dai loro elettori, ha lo scopo unico di intralciare ogni negoziato che recuperi lo spirito di Anchorage. Le élite europee operano in sinergia con il comitato d’affari della borghesia più rapace, che auspica che il massacro continui per vendere armi ad libitum, e preferiscono un’Ucraina sventrata per rendere redditizia, un giorno, la ricostruzione da zero.
La Stampa, che in Italia è forse il foglio più organico agli appetiti di questo granitico blocco di potere euroatlantico che agogna una distruzione creatrice, raffigura la Russia come “il nemico più minaccioso”. Perciò esulta dinanzi allo spettacolo delle fiamme di San Pietroburgo, centrata da “un’offensiva audace” di Kiev, che per il fumo provocato dai droni merita seduta stante di “entrare a far parte del club” europeo. Le industrie belliche, i fabbricanti di automobili, le società di costruzioni vedono nella terra bruciata d’Oriente il paradiso che tramuterà i grigi cadaveri in oro luccicante.
A guerra ancora in corso, le cancellerie offrono un’accelerazione nei tempi d’ingresso nell’Unione a un regime autocratico. La sonnolenta logica politica obbedisce al vivido calcolo commerciale. Per le aziende (non solo) teutoniche, in effetti, la steppa dei cosacchi nasconde una immensa miniera di minerali rari, nonché una vasta manodopera a buonissimo mercato. Meno radiose però appaiono le prospettive per le ditte italiane del Nord-Est o meridionali del settore agro-alimentare, così come per le sparute piccole e medie imprese manifatturiere. Un appuntamento con il declino e la stagnazione è scritto nell’agenda di una classe politica convertitasi alle ragioni dell’economia di guerra come miraggio di un macabro lucro.
Non essendoci più, quale oggetto di scambio, l’adesione alla Nato, la trovata è quella di creare comunque a Kiev la gendarmeria della vecchia Europa, con valori eroici da additare ai giovani rammolliti delle nostre metropoli goderecce. Il porcospino d’acciaio richiede la rappresentazione della Russia come nemico esistenziale da sorvegliare con un esercito al soldo di una cricca illiberale che presidia i confini della civiltà occidentale. Il recente editoriale della Stampa disvela un farneticante programma: «La priorità numero uno dell’Ucraina e di tutta l’Europa deve essere la difesa, così che dare all’Ucraina un ruolo formale nella pianificazione della difesa, la cooperazione militare e la produzione di armamenti diventi un ovvio primo passo».
Un simile “passo” in avanti in vista di una Ue-caserma è “ovvio” solamente se gli europei ne fanno altri tre all’indietro. Con il primo, nei confronti della Russia vengono allestiti i preparativi di una lunga guerra totale, da combattere eventualmente con le stesse magiche tecnologie che avrebbero garantito, a detta dei grandi giornali, il pareggio in trincea. Con il secondo, è ratificata una nozione di Europa dimezzata: sarà anche vero, come recita il quotidiano torinese, che “ormai l’Ucraina è una nazione fermamente europea, che guarda a Occidente”, ma che la Russia sia la barbarie asiatica da annichilire a colpi di missili è una semplice follia. Il terzo salto nel buio è quello che, per permettere l’integrazione forzata di un’area desertificata, fa ricadere i costi ingenti della rinascita su beni e servizi pubblici ridotti all’osso. Più carri armati e meno ospedali, insomma, perché lo chiede l’Europa?
Secondo La Stampa, sarebbe stato stupendo brindare al summit di Londra con degli statisti che hanno il coraggio di desistere dal “tentare inutilmente di avviare un processo di pace con Mosca”. Adesso che “la guerra ha invertito la direzione di marcia”, occorre prorogare la durata del conflitto per procura e inondare di denaro fresco una cerchia corrotta. Infatti, mentre l’offensiva ucraina può finalmente accarezzare la reconquista, “l’economia russa scricchiola sempre più”. Dunque la carneficina vada avanti, e prosegua il sogno proibito della riconsegna a Zelensky dei territori perduti. Alle reclute truffaldine della zuffa eterna in nome della libertà dell’Occidente non importa che i palazzi d’Europa si tingano via via di nero e la cittadinanza sociale svanisca.
Davanti allo sciagurato progetto di agitare le baionette in attesa della decrescita, Meloni mostra fiuto politico non aggregandosi alla scampagnata londinese. Scommette in una nuova frattura élite-popolo: da una parte, il ceto politico e mediatico liberale, che con l’elmetto allacciato si inebria per la dolce morte al fronte, dall’altra, gli strati popolari che rifiutano di saldare il conto di una guerra che sarà pure teologica, come ama ricamare qualcuno, ma comporta lacrime e sangue. Più che di gazebo per decidere a chi dare il comando, i progressisti dovrebbero parlare di pace, lavoro e autonomia europea in un mondo multipolare. Se non ci pensano loro, ci sono un generale in marcia e, con lui, una patriota mancata, che copre la puzza di benzina e un’inflazione al 3% con il pannicello caldo delle accise, e tuttavia pare pronta a resistere nel vuoto della politica.












































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