La Cina è vicina
di Luciano Vasapollo
Quello che sta accadendo nello scenario internazionale non può essere letto come una semplice sequenza di crisi regionali o come l’ennesimo episodio di instabilità in Medio Oriente. L’attacco statunitense contro l’Iran non è un fatto isolato, ma si colloca dentro una fase storica precisa: la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico nella sua forma nord-centrica ed euroatlantica. È una crisi di sovrapproduzione, di accumulazione, di natura commerciale e monetaria, che si manifesta anche come crisi ambientale, sociale e oggi apertamente geopolitica.
Quando il capitalismo entra in una fase di difficoltà strutturale, la risposta non è mai la ridistribuzione o la cooperazione, ma la guerra economica, il protezionismo aggressivo, la pressione monetaria e, quando necessario, l’intervento militare. La politica delle cannoniere non è scomparsa: si è modernizzata. È diventata guerra delle sanzioni, controllo delle rotte energetiche, dominio finanziario attraverso il dollaro, fino alla guerra aperta.
L’Iran, in questo quadro, non è soltanto un avversario politico. È un nodo strategico. Una parte rilevante del suo petrolio alimenta l’economia asiatica e in particolare la Cina. Colpire l’Iran significa incidere sui flussi energetici che sostengono la crescita tecnologica, industriale e infrastrutturale cinese. Significa tentare di mantenere il controllo sulle leve fondamentali dell’accumulazione globale, vincolando ancora una volta il dollaro al petrolio e riproducendo una posizione quasi monopolistica nella regolazione dei mercati energetici.
Colpire il concorrente più temuto: la Cina
Il bersaglio reale, dunque, non è solo Teheran. È Pechino. È il progetto di un mondo che non ruoti più esclusivamente attorno all’asse Washington-Bruxelles. È la prospettiva dei BRICS e delle relazioni Sud-Sud, che non nascono come blocco aggressivo, ma come tentativo di costruire spazi di autodeterminazione economica, cooperazione finanziaria alternativa e progressiva de-dollarizzazione.
Se il capitalismo nord-americano ed europeo è in crisi, la Cina rappresenta oggi il principale elemento di discontinuità storica. Non semplicemente per la sua crescita quantitativa, ma per una diversa impostazione strategica. La dirigenza cinese ha chiarito più volte che lo sviluppo non può essere ridotto all’incremento del PIL. Il riferimento è a una crescita qualitativa, fondata sull’economia reale, sulla manifattura avanzata, sulla sicurezza industriale e sulla centralità della scienza e della tecnologia, comprese le traiettorie dell’intelligenza artificiale.
La guerra a un modello di sviluppo che fa emergere le contraddizioni dell’ Occidente
In questa visione, la manifattura ha lo stesso ruolo del cibo: è fondamento della sicurezza nazionale. L’abbandono dell’economia reale a favore della rendita finanziaria e immobiliare produce bolle, indebitamento e fragilità sistemica. La pandemia ha mostrato quanto l’economia statunitense, finanziarizzata e deindustrializzata, sia esposta ai rischi della scarsità industriale. Una potenza che perde la propria base produttiva diventa strutturalmente vulnerabile.
La Cina, al contrario, punta a rafforzare la propria autonomia lungo le nuove catene globali del valore: semiconduttori, elettronica, telecomunicazioni, chimica avanzata, terre rare. Il controllo di questi snodi significa incidere sulla struttura stessa della produzione mondiale. È difficile combattere una guerra, fredda o calda che sia, contro chi detiene le fabbriche dove si producono le componenti fondamentali delle tecnologie civili e militari.
È in atto in effetti un confronto strutturale tra modello cinese e modello occidentale, come sottolineato anche dal primo segretario del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping. Il punto di partenza è che la crisi dell’Occidente non è soltanto economica, ma paradigmatica. È crisi di un modello fondato sulla crescita quantitativa, sull’accumulazione infinita, sulla finanziarizzazione e sulla rendita. Io ho parlato di capitalismo del limite o capitalismo della scarsità proprio per indicare questa contraddizione strutturale: un sistema che pretende espansione illimitata dentro un mondo finito. Quando la finitudine delle risorse incontra l’ingordigia dell’accumulazione, la risposta non è la misura, ma la guerra di rapina. È il ritorno dell’imperialismo piratesco e corsaro.
Dentro questo scenario si colloca il confronto con la Cina, che non è uno scontro episodico ma uno scontro tra modelli di civiltà e di sviluppo. Il primo segretario del Partito Comunista Cinese, in un importante articolo del 2020 sulla strategia di sviluppo economico e sociale a medio-lungo termine, ha posto una questione decisiva: comprendere l’economia contemporanea per quello che è, non per quello che si presume che sia. Questo significa rifiutare gli indicatori puramente quantitativi e orientare la crescita verso la qualità, la dignità, l’armonia sociale.
Una visione confuciana
Qui entra in gioco la matrice confuciana. Nel pensiero cinese classico, lo sviluppo non è accumulazione cieca, ma armonia tra uomo, comunità e natura. L’Occidente moderno ha costruito invece un modello materialista e quantitativo, in cui il valore è misurato dal prodotto interno lordo, dalla rendita finanziaria, dalla speculazione immobiliare. La dirigenza cinese critica esplicitamente le rendite improduttive, le bolle speculative, l’arricchimento senza economia reale. Perché la rendita crea fragilità, indebitamento, instabilità sociale.
La manifattura, ci viene detto, ha lo stesso ruolo del cibo: garantisce sicurezza nazionale. Senza industria non c’è sovranità. Senza controllo delle catene del valore non c’è autonomia strategica. Ecco perché la Cina lavora sulle nuove forze produttive – semiconduttori, intelligenza artificiale, telecomunicazioni, chimica avanzata, terre rare – con una visione che arriva al 2050. Non è una competizione tattica, ma una traiettoria storica.
In questo senso ci viene in aiuto anche il libro di Alessandro Aresu, La Cina ha vinto, che coglie un punto essenziale: le nuove forze produttive si specchiano nelle vecchie, e viceversa. Le armi sono industria. Le tecnologie civili e militari condividono catene produttive. È difficile combattere una guerra contro chi controlla le fabbriche dove si producono le componenti essenziali dell’economia globale. Se l’arsenale della cosiddetta “democrazia” dipende da territori e supply chain asiatiche, la superiorità occidentale diventa strutturalmente instabile.
L’Occidente punta sulla Finanza e non sull’Economia
Il capitalismo occidentale, al contrario, ha progressivamente sacrificato l’economia reale alla finanziarizzazione. Ha esaltato i servizi ad alta rendita, ha deindustrializzato intere aree, ha costruito ricchezza fittizia. Quando arriva la pandemia, quando emergono le crisi ambientali, quando si interrompono le catene logistiche, questa fragilità esplode. È la crisi di accumulazione che si trasforma in crisi sistemica.
Ecco allora che il conflitto con la Cina non è soltanto geopolitico: è culturale e storico. L’Occidente non riesce a leggere la logica del lungo periodo, perché è intrappolato nel breve termine dei mercati finanziari. La Cina, invece, si muove dentro una temporalità millenaria, dentro una civiltà che ha attraversato dinastie, invasioni, rivoluzioni, e che oggi tenta una sintesi tra pianificazione socialista, mercato regolato e radice confuciana.
La prospettiva 2050 significa questo: raggiungere uno strapotere manifatturiero e tecnologico tale da neutralizzare ogni tentativo di strangolamento esterno. Significa ridisegnare gli equilibri monetari internazionali, ridimensionando il dollaro come moneta di riserva e sottraendo anche all’euro una centralità subordinata. Significa costruire un equilibrio plurivalutario coerente con un mondo multipolare.
Se non si riprende questo confronto tra armonia e quantità, tra economia reale e rendita, tra lungo periodo e speculazione immediata, non si comprende la profondità dello scontro in atto. Il capitalismo del limite reagisce con aggressività perché avverte che la propria logica infinita si scontra con la realtà materiale e con un modello alternativo che punta alla qualità dello sviluppo.
Non si tratta di idealizzare. Anche la Cina ha contraddizioni, limiti, tensioni interne. Ma la differenza strategica è evidente: da una parte un sistema che difende il predominio attraverso la guerra economica e militare; dall’altra un progetto che lega sviluppo, dignità e armonia come categorie politiche e culturali.
Il punto non è scegliere sentimentalmente un campo. È comprendere che siamo di fronte a una transizione storica. Il nord-centrismo è finito. Il mondo unipolare è finito. E il conflitto attuale – economico, monetario, tecnologico e militare – è il segno di un passaggio d’epoca in cui il capitalismo della scarsità tenta di sopravvivere, mentre nuove configurazioni delle forze produttive aprono scenari diversi.
Se questo nodo non viene colto, ogni analisi resta superficiale. Se invece lo assumiamo fino in fondo, allora capiamo che la questione non è solo la competizione tra potenze, ma il confronto tra due idee di sviluppo e, in ultima istanza, tra due concezioni della civiltà.
Il ruolo pernicioso dell’industria delle armi
Le armi sono un’industria. Le tecnologie sono un’industria. La finanza senza industria è rendita. L’Occidente ha costruito per decenni la propria egemonia su un intreccio tra potenza militare, dominio monetario e controllo delle risorse. Ma se le nuove forze produttive si spostano altrove, anche l’architettura del potere globale si modifica.
Ecco perché la competizione non è solo economica o commerciale: è monetaria, tecnologica e culturale. La prospettiva di un sistema internazionale in cui il dollaro non sia più unica moneta di riserva, in cui l’euro non svolga funzione subordinata e in cui emerga un paniere di valute alternative, rappresenta un cambiamento storico. È un passaggio che limita lo strapotere del Nord globale e apre a un equilibrio pluricentrico.
Un confronto che vede l’Occidente soccombere
L’Occidente reagisce con ossessione. Guerra commerciale, sanzioni, blocchi tecnologici, pressione militare nell’Indo-Pacifico e in Medio Oriente. Non è soltanto incapacità di comprendere la cultura cinese; è rifiuto di accettare la fine del mondo unipolare. La geopolitica cinese non si fonda sulla crescita immediata e predatoria, ma su una visione di lungo periodo che affonda in una civiltà millenaria, non nei due secoli scarsi del capitalismo industriale occidentale.
Il capitalismo di rapina, al contrario, si scontra con la finitudine delle risorse del pianeta. La sua ingordigia è infinita; il mondo è finito. Da qui la necessità permanente di guerre di appropriazione, di imperialismo piratesco e corsaro, di controllo delle materie prime e delle rotte strategiche. L’attacco all’Iran si inserisce in questa logica: non solo come gesto militare, ma come tassello di una strategia più ampia volta a contenere l’emergere di un ordine multipolare.
Bruxelles e Roma accecate dal servilismo
In questo quadro, l’Europa e l’Italia si muovono spesso in posizione subalterna. L’allineamento automatico alla NATO, alle sanzioni, alle scelte strategiche statunitensi riduce lo spazio di autonomia politica ed economica del continente. Si sostiene un ordine che non garantisce stabilità né prosperità, ma prolunga conflitti e tensioni.
Il nord-centrismo è finito. Il mondo unipolare è finito. La transizione è conflittuale, e proprio per questo pericolosa. Ma la partita che si gioca non è soltanto per l’egemonia di una potenza sull’altra. È uno scontro tra due concezioni dello sviluppo: da una parte l’accumulazione finanziaria, la rendita e la guerra come strumento di sopravvivenza sistemica; dall’altra un progetto che, con tutte le sue contraddizioni, pone al centro industria, conoscenza, pianificazione strategica e una diversa idea di equilibrio sociale.
Non si tratta di illusioni. Si tratta di analizzare i rapporti materiali di forza. Se le fabbriche, la scienza, le nuove tecnologie e le catene del valore si riorganizzano su scala asiatica, allora la struttura stessa del capitalismo globale cambia. Ed è per questo che l’aggressività dell’Occidente aumenta: perché percepisce che il proprio predominio storico non è più garantito.
Una sconfitta annunciata
La vera questione non è se ci sarà multipolarismo, ma come esso prenderà forma. Se attraverso una transizione conflittuale dominata ancora dalla logica della guerra, oppure attraverso un riequilibrio che riconosca dignità, sovranità e cooperazione tra popoli. La storia non è finita. Sta cambiando direzione. E chi non comprende questa trasformazione rischia di reagire con la forza a ciò che non riesce più a controllare.
La fine meschina della grande civiltà occidentale, europea, latina
C’è qualcosa di profondamente doloroso nell’osservare la parabola discendente della civiltà occidentale, europea e latina. Non perché le civiltà siano eterne – nessuna lo è mai stata – ma perché questa sembra consumarsi non in un tramonto solenne, non in una trasformazione consapevole, ma in una decadenza priva di grandezza, in una perdita progressiva di senso, di misura, di dignità storica.
L’Europa è stata culla di diritto, di filosofia, di arte, di scienza. Ha generato il pensiero critico, l’idea di cittadinanza, l’umanesimo, la tensione tra ragione e fede, tra individuo e comunità. La civiltà latina ha costruito l’idea stessa di universalità giuridica; il Rinascimento ha posto l’uomo al centro del mondo; l’Illuminismo ha tentato di fondare la politica sulla ragione. Persino le sue contraddizioni – colonialismo, guerre, sfruttamento – si muovevano dentro una tensione storica alta, tragica, ma consapevole di sé.
Oggi ciò che colpisce non è la fine di un ciclo storico, ma la sua banalizzazione. L’Occidente non sembra più credere in se stesso, né nella propria tradizione, né in un progetto di futuro. Ha sostituito la cultura con il consumo, la politica con il marketing, il pensiero con l’algoritmo. La dimensione pubblica è stata ridotta a spettacolo, la partecipazione a reazione emotiva, la memoria a frammento digitale.
La civiltà europea, che aveva fatto della misura e della riflessione il proprio tratto distintivo, si è consegnata a un presentismo permanente. Vive nell’immediatezza dei mercati finanziari, nella volatilità delle borse, nell’ansia dei sondaggi. Il tempo lungo – quello delle cattedrali, delle università, delle grandi opere pubbliche e delle riforme strutturali – è stato sacrificato sull’altare del rendimento trimestrale.
La grande tradizione latina, fondata sull’equilibrio tra diritto e comunità, tra autorità e responsabilità, si è dissolta in un individualismo competitivo che misura il valore umano in termini di reddito e visibilità. La parola “dignità”, che per secoli ha rappresentato il cuore della cultura europea, è stata svuotata e sostituita dalla parola “successo”.
Non è solo una crisi economica o politica. È una crisi antropologica. L’Occidente sembra aver perso la capacità di riconoscere i propri limiti. Si è costruito attorno all’idea di crescita infinita in un mondo finito, di dominio tecnico senza interrogazione etica, di espansione permanente senza armonia. L’idea stessa di progresso si è trasformata in accelerazione senza direzione.
E così la grande civiltà che aveva insegnato al mondo il dubbio cartesiano e la critica kantiana, oggi fatica a sopportare il dissenso; quella che aveva elaborato la complessità del diritto romano riduce la giustizia a slogan; quella che aveva prodotto Dante, Cervantes, Goethe, si rifugia in un linguaggio impoverito, standardizzato, uniforme.
Il dolore sta anche nella subalternità. L’Europa, che per secoli ha elaborato pensiero strategico autonomo, oggi appare incapace di una visione indipendente. Oscilla tra dipendenze economiche, militari e tecnologiche, rinunciando a un proprio progetto storico. Non è tanto la perdita di potere materiale a segnare la decadenza, quanto la perdita di autonomia intellettuale e morale.
Le civiltà non muoiono quando vengono sconfitte dall’esterno; muoiono quando smettono di interrogarsi, quando rinunciano alla propria critica interna, quando trasformano la cultura in ornamento e la politica in amministrazione dell’esistente. L’Occidente rischia una fine meschina proprio perché non è attraversato da un grande conflitto ideale, ma da una lenta erosione di senso.
Eppure, nella sua storia, l’Europa ha conosciuto cadute e rinascite. Dalle rovine dell’Impero romano nacquero nuove sintesi culturali. Dopo le guerre mondiali sorsero istituzioni e diritti sociali. La tradizione occidentale contiene in sé anche gli anticorpi della propria decadenza: la capacità autocritica, la tensione etica, il desiderio di giustizia.
La domanda è se saprà ritrovarli. Se saprà abbandonare l’arroganza dell’universalismo imposto e riscoprire l’universalità dialogica. Se saprà sostituire la competizione distruttiva con la cooperazione, la rendita con il lavoro produttivo, la finanza con l’economia reale. Se saprà riconoscere che il mondo non è più unipolare e che la pluralità delle civiltà non è una minaccia, ma una condizione storica irreversibile.
La fine meschina non è inevitabile. Ma lo diventa quando una civiltà si aggrappa al proprio passato come a un feticcio, invece di trasformarlo in fondamento per un nuovo inizio. La grandezza non sta nel dominare per sempre; sta nel sapersi rinnovare senza tradire i propri principi migliori.
Se l’Occidente vuole evitare un tramonto senza dignità, dovrà tornare a interrogarsi su ciò che lo ha reso grande: il primato della cultura sulla ricchezza, del diritto sulla forza, della comunità sull’egoismo. Senza questo ritorno critico alle sue radici più alte, il rischio non è solo la perdita di potenza, ma la perdita di anima.









































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