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E’ ancora il 1948. Per tutta la regione, e per Israele e Palestina

di Paola Caridi

E così è cominciata. È cominciata la guerra del 2026. Mentre è in corso un genocidio a Gaza, e la comunità internazionale è nel mezzo di una trasformazione del suo “ordine globale” che sta sovvertendo il sistema di regole. È come se avessimo messo in archivio la seconda guerra mondiale, il modello da non ripetere e da cui affrancarci.

È troppo apocalittico? Non credo. La guerra del 2026 non è certo il primo confronto armato tra Israele e Iran in questo tempo di genocidio, ma la sua misura e la sua grandezza sono già diverse. Entrambi i paesi lo definiscono, in modo antagonistico, nello stesso modo: una “minaccia esistenziale”. È la ragione addotta da Netanyahu nella sua dichiarazione di guerra contro l’Iran (è ora di chiamare le cose con il loro nome). Ed è quello che il regime iraniano ripete da giorni: un attacco da parte di Israele, a cui sono subito aggregati gli Stati Uniti, è considerato dall’Iran una minaccia esistenziale che pone le basi militari statunitensi nella regione come primo bersaglio. E così è stato. Missili iraniani non sono stati lanciati solo verso Israele, e la Giordania stavolta afferma di aver fermato due missili balistici  diretti sul suo territorio. Sotto un primo attacco sono le basi statunitensi in Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq. L’inizio di una guerra regionale, in cui le differenze anche profonde tra i paesi arabi nei confronti di Israele, Palestina, e genocidio a Gaza, si annullano nell’attacco israeliano-statunitense all’Iran. E’ persino oltre l’invasione e disarticolazione dell’Iraq cominciata nel 2003, la prima tappa della trasformazione dell’Asia sud-occidentale (il vecchio, coloniale Medio Oriente).

Cosa ne consegue? Che l’obiettivo non è solo e non è tanto il cambiamento di regime a Teheran, quanto la trasformazione della regione, eliminando l’unico paese competitor politico e militare rimasto (l’Iran), dopo che l’Egitto era già stato sterilizzato con gli accordi di pace del 1979. Da un lato, dunque, c’è l’obiettivo dichiarato: l’abbattimento di un regime oppressivo che dovrebbe essere buttato giù da due leader, Trump e Netanyahu, entrambi più vicini a un concetto autoritario dei sistemi politici, che a una democrazia. Siamo nelle mani di monarchi, insomma, che decidono chi resta in sella e chi no. In gioco, però, è la trasformazione della regione. Trasformazione antimoderna e coloniale. Il modello, anacronistico, è sempre quello di una riconfigurazione che la regione ha già vissuto con la crisi e dissoluzione dell’impero ottomano. Ora bisognerebbe modificare una regione che era stato rimodellata, sempre ancora in epoca coloniale, nel 1948.

Definirlo l’ennesimo cortocircuito è usare un eufemismo. Perché? Perché nel 1948, in epoca ancora coloniale, le Nazioni Unite appena costituite hanno già inciso nella regione a oriente e a sud del Mediterraneo con la creazione dello Stato di Israele. Ora, l’obiettivo va ben oltre: distruggere l’avversario (il regime oppressivo e sanguinario degli ayatollah) per dare a Israele non solo la “sicurezza”, ma carta libera nell’essere l’unica potenza politica e anche militare e nucleare nella regione. Il resto dei paesi, sotto ricatto o ancora una volta nella parte dei vassalli, non avrebbero la forza per reagire. Orientalismo allo stato puro, in versione di politica di potenza, che non è però solo appannaggio di Netanyahu. L’opposizione interna israeliana non la pensa molto diversamente. Compreso Yair Lapid, il volto dell’opposizione centrista.

Yair Lapid ha sorpreso molti, in Italia. Non chi conosce l’Israele di oggi, e sa che lo spettro politico è molto più compatto di quanto si pensi. Lapid e Netanyahu sono molto più vicini nella loro visione su sicurezza ed espansionismo. Come figura più rilevante dell’opposizione, Lapid lo ha detto pochi giorni fa, in conferenza stampa. “Sono favorevole a qualsiasi cosa garantisca agli ebrei un territorio ampio, vasto e rafforzato.  Un rifugio sicuro per noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli”. E nel caso qualcuno lo ritenesse (ancora) l’esponente laico dell’opposizione, ecco su cosa poggia la visione politica di Lapid: “Il sionismo si basa sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla terra di Israele è biblico, [e] i confini biblici della terra di Israele sono chiari… Pertanto, i confini sono quelli della Bibbia”. Né più né meno come mi dicevano quindici anni fa gli esponenti di una delle associazioni più radicali dei coloni israeliani, Ateret Cohanim. “Noi ce l’abbiamo la nostra road map. È scritta nella Bibbia.

Israele è la Grande Israele, insomma, anche per Lapid e non solo per il cristiano-sionista ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee. Può arrivare fino all’Iraq, quindi a ridosso del confine con l’Iran. L’Iran, che nella lettura altrettanto biblica di Netanyahu, è ancora il grande avversario, oggi, come oltre duemila anni fa. Quindi si può attaccare, per cambiare il regime, forse, ma ancora di più per creare caos nella regione, come giustamente sostiene uno degli analisti più lucidi e acuti, Daniel Levy.

La questione del 1948 torna, dunque, centrale, nonostante fosse stata accantonata come un dato di realtà. È invece, ancora adesso, il nodo cruciale. Pure in tutte le riflessioni su come uscire dal genocidio che Israele continua a compiere su Gaza, anche ora, anche oggi. 1948. Creazione dello Stato di Israele decisa da 56 paesi delle Nazioni Unite che contenevano anche le colonie. La Francia che aveva e ha diritto di veto, per intenderci, aveva nel suo voto anche l’Algeria. Ora l’Algeria non è solo uno degli stati membri delle Nazioni Unite, ma può far parte come membro temporaneo del consiglio di sicurezza, e presiederlo, com’è successo proprio in questo tempo di genocidio. 1948, dunque, che significa Nakba, espulsione di 800mila palestinesi dalle loro case, fabbriche, campi, quasi cinquecento villaggi. Espulsione dalla Palestina della quasi totalità del suo popolo, in quella che ora è Israele sulla linea dell’armistizio concordato nel 1949 con l’Onu.

Israele, però, non ha mai fatto i conti con la propria, di storia, e cioè di aver costruito il suo stato sulle macerie di centinaia di villaggi palestinesi. Fisicamente sulle macerie. Né ha fatto i conti, pubblici e come comunità, sulle modalità attraverso le quali 800mila palestinesi sono stati espulsi. Fino a due anni e mezzo fa, anche pronunciare la parola Nakba per i palestinesi era proibito dalle autorità israeliane, fino a che il 7 ottobre non ha cambiato la narrazione. E nakba è divenuta la parola usata dagli israeliani, soprattutto dai soldati a Gaza, per dire che avrebbero trasformato la Striscia in una nuova nakba. Un’ammissione di colpa, insomma.

È dirimente, questa storia. Tanto dirimente che i documenti d’archivio che riguardano il 1948 sono spesso secretati. Ne sono usciti pochissimi. Su 17 milioni di documenti contenuti negli archivi di stato israeliani e del settore militare, 16 milioni sono ancora inaccessibili. Quel poco che esce, da parte israeliana, pone però già un problema serissimo. Profondissimo.

Va alle radici della narrazione e della fondazione di uno stato democratico, di un esercito più morale del mondo, di un deserto trasformato in giardino, e arriva persino a interpretare i crimini commessi dopo il 7 ottobre dalle forze armate israeliane a Gaza come figli di un modus operandi che era già stato sperimentato nel 1948. In sintesi, terrorizzare la popolazione civile palestinese per spingerla ad andarsene, ad abbandonare i villaggi. È quanto si legge in un articolo di Adam Raz che fa il punto sulla ricerca storica israeliana sul 1948, sulle stragi compiute dagli israeliani, a Deir Yassin e in almeno un centinaio di altri villaggi palestinesi. In sostanza, un quinto dei villaggi depopolati. Un articolo nato dal fortuito (quanto incredibile) ritrovamento di migliaia di documenti  due anni fa a Tel Aviv vicino a un cassonetto dell’immondizia.

“Ci sono state operazioni in cui il potenziale nemico, ovvero i civili, è stato annientato. A Safsaf, Jish, Ilaboun, Lod, Ramle e nel sud, su larga scala. L’intenzione era quella di espellerli. È impossibile espellere 114.000 persone che vivevano [in Galilea] senza ricorrere al terrore. Ci deve essere stato un elemento di terrore iniziale affinché se ne andassero.” Parola di Mordechai Maklef, ufficiale a quel tempo, e poi salito di grado sino a diventare il capo di stato maggiore delle forze armate israeliane. Ma anche parola di documenti, ordini impartiti dai vertici militari, confessioni in tribunale, interviste di fronte alle telecamere, tutti israeliani, confrontati con l’enorme patrimonio di archivio orale dei palestinesi scampati ai massacri e costretti a fuggire dalle loro case. Il lungo articolo di Adam Raz è pubblicato su Haaretz. E ve ne consiglio la lettura. Proprio oggi. Perché il presente è sempre figlio di una lunga storia, che neanche un genocidio riesce a cancellare.

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