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sinistra

Borghesia manipolatrice

di Silvia Borgese

Secondo Orwell la società si articola in tre categorie: i Superiori, orientati alla conservazione del potere; gli Intermedi, che aspirano a sostituirli; e gli Inferiori, che tendono all’abolizione di ogni gerarchia. Il tentativo della classe intermedia di affermarsi come nuova élite dominante necessita inevitabilmente del sostegno degli Inferiori, così da costituire una maggioranza numerica. Tuttavia, questi ultimi non vengono mai realmente inclusi nella transizione: per tale ragione la borghesia li mantiene costantemente occupati nel lavoro e quasi storditi dall’illusione di una possibile ascesa sociale. Condividendo la stessa radice etimologica della parola libertà, il liberalismo si impone come annullamento di ogni costrizione, offrendo l’illusione di possibilità illimitate. A sostenerlo vi è una spinta commerciale inarrestabile, unita alla volontà di dominio economico e sociale, favorita da uno Stato che si limita a garantire le dinamiche concorrenziali senza porvi reali limiti. Esaltato dalla borghesia settecentesca e consolidato dal capitalismo successivo alla rivoluzione industriale, esso ignora le carenze dei ceti subalterni, travolti da rivalità crescenti, privati di stabilità e indotti a credere che la propria sorte dipenda esclusivamente da una vena imprenditoriale impossibile da sviluppare senza mezzi adeguati. Nemico della democrazia, non tollera che il suo principio cardine – la libertà – venga subordinato all’uguaglianza, seppur almeno in apparenza. È restrittiva, a detta di coloro che sanno stare al gioco mutevole del mercato. Ma la forte tutela dell’individualità non per tutti è un privilegio, bensì portatrice di divari, criterio di distinzione.

In nome di un assetto democratico che garantisca pari facoltà, la maggioranza popolare tenta di non soccombere all’elitarismo della corrente avversa, con l’aspirazione a una vera sovranità del popolo, in cui nessun individuo sia tralasciato. Il ceto medio, però, riesce a imporsi attraverso abili manovre demagogiche: si proclama portatore di nuovi valori e annuncia la fine della sottomissione all’aristocrazia. E oculatamente narra le prospettive - quasi mitologiche - di una realtà lontana dall’egemonia nobiliare, che a lungo aveva mantenuto salda la sua posizione: per l’appunto, altro non è che uno scambio, il verdetto del nuovo dio denaro. Con apparente spirito protettivo, la nuova classe dirigente concede diritti parziali e accetta compromessi, consapevole che una concessione controllata è meno pericolosa di una rivolta. Il timore costante del malcontento di massa rende la parità il rischio maggiore per chi ha appena conquistato un prestigio significativo. Il tranello è tanto astuto quanto contraddittorio: pochi decidono, molti credono di scegliere. In questo modo, il popolo rimane vittima di un ulteriore miraggio. Gli ideali liberali, inizialmente presentati come fondamento di emancipazione, generano ben presto nuove forme di insofferenza. La borghesia continua così a servirsi dei ceti inferiori, mascherando con retorica progressista la propria volontà di spodestare i privilegi nobiliari senza mai mettere realmente in discussione le disuguaglianze sociali ed economiche.

 

Rivoluzione francese e Napoleone

La caduta delle repubbliche giacobine può essere accostata tanto alla controrivoluzione della Vandea quanto all’insurrezione spagnola: eventi accomunati dalla reazione negativa dei ceti popolari al processo rivoluzionario, di cui non condividono pienamente gli ideali. Essi giungono persino a sperare in una restaurazione monarchica, nonostante in Francia avessero inizialmente partecipato all’offensiva contro il re e l’aristocrazia. Ancora una volta, la borghesia si avvale del loro sostegno per superare la propria inferiorità giuridica, senza mai mirare a una reale uguaglianza sociale o economica, come invece sostenuto dai fautori del liberismo. Pertanto la Rivoluzione francese assume dunque un carattere prevalentemente borghese e non mira a un completo rovesciamento dei ruoli sociali dell’epoca. Il potere napoleonico, dal canto suo, si presenta abilmente sotto le vesti della democrazia, garantendo un consenso e un silenzio che altrimenti sarebbero stati irraggiungibili. Napoleone e Robespierre incarnano efficacemente il passaggio dalla condizione di Intermedi a quella di Superiori: partiti come leader rivoluzionari, finiscono per adottare gli stessi tratti autoritari dei poteri che avevano inizialmente combattuto. Il regime instaurato da Napoleone, pur essendo autoritario e assolutistico, non rappresenta un semplice ritorno all’ancien régime, che non era soltanto una forma di governo, ma un sistema complesso di valori, costumi e strutture sociali. Sebbene Napoleone governi in modo simile agli ex Superiori, egli opera in un contesto segnato da crisi e instabilità, in cui il popolo risulta ormai permeato dai nuovi ideali rivoluzionari.

 

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