Ursula ist kaput e l’anti-Ursuleide di Orgasmo
di Antonio Sanges
Secondo una nota tesi filosofica, il capitalismo avanzato starebbe colonizzando anche il sonno, estremo lembo non mercificato dell’esistenza umana. Come argomenta Johnatan Crary nell’agile e ormai classico 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep, la società dei consumi spinge a un’attività perenne, sicché le ore di sonno diventano sempre meno perché durante il tempo che dovrebbe essere dedicato al riposo occorrerebbe lavorare e produrre. Inoltre, lo stesso capitalismo che sottrae il sonno vende sul mercato dei prodotti che inducono il sonno stesso, in un cortocircuito apparentemente paradossale. È notevole che la tesi di Crary non è tanto una profezia, né un’acuta teoria fondata su presupposti epistemologici influenzati da precise vedute ideologiche (direi nemmeno col senno del poi). Semmai, è la proposta al pubblico (e dunque l’immissione sul mercato in termini affascinanti, volendo tangenzialmente divagare e sottilizzare) di un dato di fatto. Che la società contemporanea spinga a produrre e dunque a erodere anche le ore di sonno è, sic et simpliciter, vero in termini teorici. Con un salto di senso, in termini storici e generazionali, invece, si traduce nella capitolazione e sconfitta dei moti rivoluzionari e di ribellione o, secondo un’altra prospettiva, dello spegnimento delle pulsioni erotiche o, ancora, diciamo pure della morte di Dioniso. Il fatto si è che sembra che per ribellarsi al capitalismo occorre non fare niente. Cioè, se il capitalismo erode il sonno, non serve più a nulla salire sulle barricate ma è più utile starsene a dormire perché il dormire stesso è un atto rivoluzionario.
Questa idea deprimente sarebbe sembrata forse bizzarra cinquant’anni fa, ma sembra sempre più inquietantemente reale in un mondo mercificato e burocratizzato in cui le giovani generazioni sono costrette a produrre dinanzi a un computer qualcosa che sembra non avere il più remoto legame con lo spirituale. Ché, infatti, l’attuale narcolessia – è ovvio – è ben distante dall’inoperosità come la concepisce Agamben e, nel dominio dell’arte, non mi pare che attualmente si possa vedere nella poesia (ovviamente non utile, appunto) uno strumento etico di rivolta contro la società, come accennava Toni Negri. Negri partiva d’altronde da Leopardi che già elogiava la vita contemplativa (ad esempio nell’Elogio degli uccelli) nel “libro meglio scritto del secolo”, com’ebbe a dire il Tommaseo. Il secolo era il XIX ma, senza amor di filologia, nelle Operette morali c’era in nuce tutta la filosofia europea fino all’altro ieri.
Che questo scenario apocalittico conduca a soluzioni neo-rivoluzionarie, a nuove teorizzazioni, alla creazione di movimenti attivi, a dedicarsi (inoperosamente?) all’arte, o anche (e perché no?) a una aristocratica osservazione, molto probabilmente non è una questione risolvibile organicamente. Nel campo dell’arte, si segnala come particolarmente interessante lo spettacolo teatrale Orgasmo, prosa dispiaciuta sulla fine del sesso, ora in tour, già in scena all’arena del Sole di Bologna e al Teatro India di Roma. Il testo di Niccolò Fettarappa, che firma anche la regia dello spettacolo, presenta un mondo distopico in cui viene annunciato che l’ultimo orgasmo sulla terra sarà nel 2030. La simbologia è scoperta: in un mondo in cui si è obbligati a produrre, la repressione del sesso è funzionale al funzionamento dell’ordine stesso. I protagonisti sono una coppia in crisi, il dottor Fettarappa, uno zoologo inviato dalla Commissione Europea per entrare nelle case delle persone a distruggere il sesso e fare in modo che lavorino, e un giornalista che lo accompagni. Sullo sfondo, degli orsi, che rappresentano le pulsioni, e Ursula (peraltro funziona benissimo drammaturgicamente come personaggio francamente cattivo), che telefona dall’Europa alla coppia e al dottor Fettarappa. I simboli sono tutti palesi e anche le posizioni politiche e intellettuali di Fettarappa, tanto che lo spettacolo è carico di pensiero (proprio di filosofia, se si cerca). Ma il rischio di disgregazione dell’unità di tono è evitato da un’ironia quasi brechtiana praticamente costante e dalle eccellenti prove attoriali. Il dottor Fettarappa è interpretato dallo stesso Niccolò Fettarappa che, insieme a un altrettanto bravo Lorenzo Guerrieri sfonda spesso la quarta parete per interagire e sfidare il pubblico. L’uomo della coppia è un ottimo Gianni D’Addario, che fa dello yoga, sempre in casa, e che quindi mette fittiziamente tra parentesi il vivere in un mondo mercificato in una maniera del tutto artificiale. La donna della coppia è una formidabile Rebecca Sisti, in stato di grazia, la quale vende continuamente abbonamenti, lavorando in smart working. Sul palcoscenico, un letto matrimoniale.
Ora, questa situazione grottesca e kafkiana può esser vista come l’Europa del there is no alternative. L’Europa sarebbe un carcere, o un arido deserto governato da freddi burocrati. Insomma non più L’enfer c’est les autres, bensì L’enfer c’est Ursula! Riannodando i fili, dunque, affrontare, come si è fatto nel Novecento, la condizione dell’assurdità dell’esistenza dell’uomo, può essere molto complesso. Forse, però esistono assurdità meno ‘metafisiche’. Lo spettacolo sembra suggerire che c’è una porta: Europei Peter Pan verso l’isola dove Ursula non c’è.









































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