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contropiano2

Il destino del mondo nelle mani degli Usa?

di Andrea Zhok*

Dopo la puntata a Caracas, i cui sviluppi sono ancora enigmatici, Trump si sta muovendo con decisione e rapidità.

Possiamo ironizzare sulle sue sparate in mille direzioni: Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ecc. ma sarebbe un’ironia malposta.

Lo stile di governo di Trump è la quintessenza della politica internazionale americana da sempre, ma con un minor gusto per le insalate verbali sul diritto e le ragioni umanitarie (roba in cui sono specializzati i Dem).

Questo stile di governo implica due sole opzioni per i paesi cui si rivolge: la sottomissione volontaria, con concessione di trattati asimmetrici e condizioni di sfruttamento a proprio favore, oppure l’esercizio della forza, nel caso in cui la sottomissione tiri per le lunghe.

A sua volta l’esercizio della forza consta di una combinazione di strangolamento economico del paese bersaglio, corruzione della sua dissidenza interna e intervento militare diretto (con una varietà di opzioni, dai missili proverbialmente intelligenti, ai “boots on the ground”).

Come, avevamo osservato più volte negli scorsi anni, siamo alla fase della resa dei conti per la superpotenza americana. Una volta perso il monopolio mondiale del potere (unipolarismo), gli USA devono riconfigurare il proprio potere in crisi sia interna che esterna, sia economica che di egemonia internazionale.

E per farlo devono giocare le migliori carte che hanno, cioè principalmente la rimanente supremazia militare e una valuta ancora internazionalmente desiderata.

Essendo l’impero americano, come il suo predecessore britannico, un impero talassocratico, tende a non privilegiare l’invasione stanziale dei territori altrui, preferendo la loro sottomissione volontaria o in alternativa l’insediamento di un proprio plenipotenziario locale (come i “vicerè” e “governatori” del passato).

Se puoi ottenere che il paese vassallo ti dia ciò che vuoi con il sorriso, non c’è ragione di alzare la voce, così come i padroni dei giornali non hanno bisogno di alzare la cornetta per dettare gli articoli quando i loro giornali sono infarciti di servi volontari, di autocensori e di “tengo famiglia”.

Per il cretinismo mediatico internazionale questo atteggiamento americano, in cui si preferisce ottenere il pizzo senza dar fuoco a troppi negozi, è stato venerato per decenni come “pax americana”.

Trump rappresenta una boccata di aria fresca dal punto di vista comunicativo perché ha ridotto al minimo i balletti formali, la ricerca di scuse plausibili. Ogni tanto ne tira fuori qualcuna, ma non ce la fa a dissimulare a lungo. Tre frasi dopo averti detto che ti sta facendo dimagrire per il tuo bene, gli sfugge che però, se cerchi di trattenere la pagnotta, ti potrebbe arrivare un Tomahawk tra capo e collo.

Aver liberato il terreno dalle cortine fumogene della “plausible deniability” e degli “interventi umanitari” permette di vedere in faccia la fase storica.

Gli USA stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione per estendere le proprie aree di estrazione di risorse al massimo consentito, il che significa le Americhe in toto (Groenlandia inclusa), l’Europa, il Commonwealth, il Medio Oriente.

Non potendo affrontare direttamente gli altri pesi massimi (Russia e Cina) gli USA cercano di condizionare l’accesso alle risorse di cui quelli hanno bisogno (la Cina soprattutto) e di fomentare turbolenze ai loro confini (Ucraina, Georgia, Taiwan) in modo da ostacolare una politica di più ampio respiro in altre parti del globo (ad esempio in Africa).

Questa manovra ha due principali esiti possibili.

Se la manovra di sottomissione, volontaria o involontaria, funziona, se il Venezuela rientra obbediente nella sfera di sfruttamento americano, se l’Iran viene destabilizzato, se Taiwan proclama l’indipendenza, se l’Ucraina continua a tenere occupata la Russia, se Israele diviene l’incontrastato dominus del Medio Oriente, se la Groenlandia diviene una base militare a completa disposizione, se l’Europa continua a essere troppo concentrata nel suo ventennale suicidio economico e culturale per svegliarsi, la partita per gli USA è vinta.

Cina e Russia rimarranno potenze regionali, mentre gli USA saranno nelle condizioni di instaurare il loro Reich millenario.

L’alternativa è che Russia e Cina, ma soprattutto quest’ultima, non essendo al momento impegnata in un conflitto, agiscano subito con decisione attraverso patti militari e sostegno economico e militare diretto in aree strategiche. Ovviamente gli USA reagiranno e altrettanto ovviamente si potrebbe arrivare a scontri armati diretti.

Se contingenti militari cinesi si trovassero, per dire, in America Latina a sostegno del Venezuela o di Cuba, è certo che uno scontro sarebbe dietro l’angolo.

E tuttavia è anche chiaro che l’unica cosa, assolutamente l’unica, che farà recedere gli USA dalla loro politica di dominio senza freni sarebbe un opposto e deciso uso della forza. Gli USA (come Israele) sono stati trasimachei, nazioni che riconoscono fondamentalmente soltanto le ragioni della forza e disprezzano tutto il resto.

Finora gli USA si sono mossi con serenità nonostante gli enormi problemi interni, perché le loro aggressioni non gli sono costate nulla. Non un fante americano, non un aereo, non una portaerei. Anzi, da scenari come l’Ucraina hanno trovato il modo di ricavare un profitto netto, lasciando gli oneri agli autolesionisti europei.

Tra questi due scenari estremi, nel medio periodo non vedo molte possibilità intermedie.

Gli USA (insieme ai loro gemelli diversi in Israele) hanno dichiarato sostanzialmente una guerra di saccheggio e sottomissione a livello globale.

Se vengono lasciati fare andranno fino in fondo in questo processo di asservimento.

Se non vengono lasciati fare, scorrerà il sangue.


* da Facebook
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Comments

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Michele Castaldo
Tuesday, 13 January 2026 19:37
Il professor Zhok nel 2020 ha pubblicato un voluminoso libro CRITICA DELLA RAGIONE LIBERALE. Un buon libro dove si accanisce in una critica valoriale contro il punto di arrivo del liberalismo.
A differenza di molti intellettuali che leggono i libri in modo succinto, ho l'abitudine di leggere ogni libro per intero, dall'introduzione fino all'ultima parola.
Devo dire che il libro in oggetto di Zhok si fa leggere, anche perché ti pone nello stato d'animo di pensare: ma questo Zhok dove vuole arrivare?
In coda, come il diavolo, la sorpresa: a pagina 356 leggiamo: SENZA UNA VISIONE IDEOLOGICA ALTERNATIVA A QUELLA LIBERALE, TUTTAVIA, QUESTO bellum omnium contra ones NON POTREBBE MAI SFOCIARE, COME MARX AUSPICAVA, IN UN "EVENTO RIVOLUZIONARIO.
Il professore è in uaLche modo criptico, anche perché la parola ideologia vuol dire nulla, è prina di senso. Dunque tra seat.
Ma poi in fondo alla pagina testualmente scrive:
E il limite E' ESATTAMENTE CIÒ CHE DEVE ESSERE REINTRODOTTO NEL SISTEMA, PENA IL SUO COLLASSO.
La domanda che andrebbe posta al professor Zhok è: ma lei ha capito cosa è il modo di produzione capitalistico o no?
Ha capito o no che si tratta di un sistema con leggi proprie si o no? Ha capito che tale sistema è arrivato al punto in cui è proprio grazie alle sue leggi. E lei, egregio professor Zhok auspicando un limite si auspicando che si possa diversamente rigenerare e tornare alla... valle verde del tempo ché fu.
Se la base delle sue riflessioni è questa cosa trasmette ai suoi allievi studenti universitari?
Il modo di produzione capitalistico o è o non è, non lo so può desiderare secondo i propri principi limitati.
Quanto a Marx, lasci perdere, non è materia alla sua portata perché fu umile al punto di dire, insieme a Engels:CI SIAMO SBAGLIATI SULLA DURATA E TENUTA DEL CAPITALISMO, e arrivarono Ai Grundrisse prima e al CAPITALE poi per spiegare l'IMPERSONALITA' DELLE LEGGI DEL MOTO.
Chiedo scusa per la sfrontatezza con la quale sono abituato ad affrontare le questioni teoriche e politiche, ma questa è una fase dove è necessario non tergiversare.
Già altre volte ho posto qualche domanda, in qualche commento agli articoli del professore, non ha mai risposto. Come mai?
Michele Castaldo
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