La fine della globalizzazione e il ritorno alla Dottrina Monroe
di Gerardo Lisco
Al netto della violazione di uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti, del mancato rispetto del diritto internazionale e delle inevitabili condanne di ordine morale, è necessario ragionare su ciò che è realmente accaduto a partire dalla crisi finanziaria globale e dalla successiva crisi dei debiti sovrani.
Una precisazione preliminare sul diritto internazionale è funzionale al ragionamento che segue. Il diritto, per essere tale, necessita di istituzioni che lo producano e dispongano del potere necessario a farlo rispettare. Affinché il diritto internazionale possa essere effettivamente vincolante, sarebbe necessaria una sorta di Stato mondiale dotato di potere legislativo e coercitivo. Il cosiddetto diritto internazionale, invece, non possiede queste caratteristiche: esso si fonda sul riconoscimento reciproco tra Stati aderenti a determinati trattati, su consuetudini e su equilibri di forza. In sostanza, il diritto internazionale dipende integralmente dalla volontà degli Stati di rispettarlo e, in caso di violazione, dalla capacità degli altri Stati di imporne l’osservanza. Questa precisazione, pur non esaustiva, è indispensabile per comprendere la dinamica degli eventi recenti.
La fine della globalizzazione, rispetto alla quale è possibile assumere come riferimento il periodo compreso tra il 2008 e il 2010, ha aperto nuovi scenari, ancora in fase di definizione, nei rapporti tra le potenze militari, economiche e politiche emerse dopo la dissoluzione dell’ordine bipolare.
Se la fine della divisione del mondo in blocchi ha sancito il tramonto dell’assetto scaturito dagli accordi di Yalta, la fine della globalizzazione ha segnato la conclusione di un mondo caratterizzato dall’unipolarismo statunitense. La crisi finanziaria globale del 2008-2010 rappresenta lo spartiacque storico di questo processo.
In questo nuovo contesto, alcuni attori sono riemersi sulla scena mondiale, mentre altri hanno progressivamente acquisito un peso crescente. Russia e Cina sono tornate a essere potenze centrali; altri Paesi, come India, Brasile, Sudafrica, Nigeria e più in generale quelli riconducibili all’area dei BRICS, si avviano a svolgere un ruolo sempre più rilevante. Il periodo compreso tra il 2010 e il 2015 può essere interpretato come una fase di intermezzo, caratterizzata dalla prima presidenza Trump, dal tentativo dell’amministrazione Biden di restaurare l’egemonia globale statunitense attraverso il confronto con la Russia, utilizzando l’Ucraina e l’Unione Europea come strumenti geopolitici, e infine dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Il ritorno di Trump alla presidenza degli Stati Uniti sancisce in modo definitivo la fine della globalizzazione. Trump prende atto dell’esistenza di altre potenze imperiali sul piano internazionale e, di conseguenza, del tramonto dell’illusione di un ordine globale a guida statunitense. La fine della globalizzazione e l’avvento di un nuovo multilateralismo non coincidono con la fine degli imperi né con un ritorno agli Stati-nazione ottocenteschi o della prima metà del Novecento. Il multilateralismo contemporaneo riguarda essenzialmente gli Stati imperiali. Allo stato attuale, in attesa che altri soggetti si affaccino stabilmente sulla scena mondiale, tali Stati sono tre: Stati Uniti, Russia e Cina.
Gli Stati-nazione tradizionali non dispongono delle risorse materiali, demografiche, economiche e militari necessarie per svolgere un ruolo imperiale su scala globale. L’Unione Europea, in questo quadro, appare come un progetto ormai esaurito: ha perso troppe occasioni storiche per trasformarsi in un attore geopolitico autonomo. Paesi come Francia, Regno Unito e Germania coltivano l’illusione di poter giocare un ruolo indipendente, ma nei fatti non dispongono della potenza necessaria per competere con Stati Uniti, Cina e Russia. I comportamenti dei loro governi appaiono spesso velleitari, soprattutto se letti alla luce della loro storia imperiale passata. Pensare di poter condizionare la Cina con strumenti analoghi a quelli delle guerre dell’oppio è semplicemente anacronistico. Il fatto stesso che posizioni chiave dell’Unione Europea, come quelle relative alla politica estera e alla difesa, siano affidate a rappresentanti di Stati marginali dal punto di vista economico e demografico è indicativo dell’irrilevanza geopolitica dell’UE.
Con la fine della globalizzazione, ciascuna potenza imperiale ha avviato una ridefinizione delle proprie aree di influenza. La Russia lo fa nello spazio post-sovietico e in particolare in Ucraina; la Cina in Asia e sempre più in Africa, dove la sua presenza economica e politica cresce rapidamente, richiamando alla memoria le spedizioni cinesi del XV secolo lungo le coste dell’Africa orientale, prima della storica chiusura del Paese verso l’esterno. Gli Stati Uniti, dal canto loro, concentrano nuovamente la propria attenzione sull’Occidente, inteso sia come Unione Europea sia, soprattutto, come America Centrale e Meridionale. È in questo contesto che si colloca il ritorno della Dottrina Monroe, rivisitata e adattata al nuovo ordine mondiale.
Per comprendere il ritorno della Dottrina Monroe è necessario richiamare il contesto storico in cui essa fu formulata. Gli Stati Uniti nacquero come Stato indipendente nel 1776 e furono impegnati nella guerra di indipendenza contro la Gran Bretagna fino al 1783. A differenza degli Stati dell’America centrale e meridionale, sorti dalla disgregazione dell’Impero spagnolo, gli Stati Uniti conquistarono l’indipendenza circa trent’anni prima. Il primo Stato latinoamericano a proclamare l’indipendenza fu il Venezuela nel 1811; seguirono le province che avrebbero dato origine all’Argentina e, successivamente, gli altri Stati. Le lotte di indipendenza furono precedute da rivolte popolari, come quella guidata da Tupac Amaru II nell’attuale Bolivia alla fine del Settecento, repressa brutalmente dalle autorità coloniali, o quella messicana del 1808 guidata da Miguel Hidalgo, anch’essa soffocata nel sangue.
Le guerre di indipendenza latinoamericane furono al tempo stesso liberali e conservatrici, come dimostrano i tentativi di instaurare monarchie nei nuovi Stati: dal carlottismo nel Río de la Plata, ai progetti monarchici in Perù ed Ecuador, fino all’impero di Iturbide in Messico e alla monarchia brasiliana durata fino al 1889. Quando, negli anni Venti dell’Ottocento, questi Stati ottennero l’indipendenza, l’Europa era entrata nella fase della Restaurazione seguita alla sconfitta di Napoleone. Le potenze restauratrici miravano anche al recupero delle ex colonie spagnole. Gli Stati Uniti, reduci dalla guerra del 1812 e impegnati a definire i propri confini settentrionali, percepirono tale prospettiva come una minaccia diretta alla propria sicurezza.
È in questo contesto che il presidente James Monroe, nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2 dicembre 1823, formulò la dottrina sintetizzabile nello slogan «l’America agli Americani». Essa sanciva il principio della non interferenza statunitense nelle questioni europee e, reciprocamente, della non interferenza europea negli affari del continente americano. Nel corso del XIX secolo, tuttavia, la Dottrina Monroe rimase in larga misura una dichiarazione di intenti. Le potenze europee continuarono a intervenire in America Latina: la Spagna tentò di riconquistare i territori perduti, mantenne Cuba e Porto Rico; Regno Unito, Francia e Germania investirono e interferirono negli affari regionali.
Gli effetti concreti della Dottrina Monroe si manifestarono solo dopo la guerra di Secessione e l’affermazione definitiva degli Stati Uniti come potenza continentale. A partire dalla fine dell’Ottocento, e soprattutto con la presidenza di Theodore Roosevelt, la dottrina fu reinterpretata come strumento ideologico per giustificare l’egemonia statunitense sull’intero emisfero occidentale. Associata al concetto di Manifest Destiny, la Dottrina Monroe divenne il presupposto ideologico dell’espansione statunitense: prima nelle Americhe, poi nel Pacifico e in Asia, quindi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Essa giustificò l’occupazione economica e militare dei Caraibi, gli interventi diretti e indiretti in America Latina durante la Guerra fredda e, negli anni Settanta del Novecento, operazioni come il Piano Condor, che portarono a colpi di Stato e al sostegno di dittature sanguinarie.
Con la fine della Seconda guerra mondiale, il controllo statunitense sull’America Latina si fece sempre più stringente, come dimostra la nascita dell’Organizzazione degli Stati Americani nel 1948. Durante la fase della globalizzazione, tuttavia, la Dottrina Monroe perse progressivamente rilevanza: la vittoria nella Guerra fredda e la scomparsa dell’URSS alimentarono l’illusione di una funzione imperiale statunitense senza limiti geografici. Il ritorno sulla scena mondiale di Russia e Cina ha imposto una riformulazione della Dottrina Monroe. Più che nei documenti ufficiali di sicurezza nazionale, il presupposto teorico di questa svolta può essere rintracciato nel saggio di Samuel Huntington Lo scontro delle civiltà. Huntington non auspicava uno scontro, ma il riconoscimento della pluralità del mondo e la necessità, per gli Stati Uniti, di concentrarsi sulle proprie aree tradizionali di influenza.
In un sistema multilaterale fondato sui rapporti tra potenze imperiali, il controllo dell’America Latina diventa cruciale. Ricca di risorse naturali, la regione ha attratto durante la globalizzazione investimenti di altre potenze, in primo luogo della Cina. La recente vicenda venezuelana si inserisce pienamente in questo quadro. I contatti tra Maduro e Trump, le aperture del governo venezuelano sulla gestione delle risorse petrolifere e il successivo intervento statunitense, culminato nell’arresto di Maduro, risultano di difficile interpretazione. Nulla esclude che si sia trattato di un cambio di leadership concordato.
Il regime venezuelano era ormai economicamente insostenibile: un Paese che importa circa il 97% dei beni di cui ha bisogno e dipende quasi esclusivamente dalle rendite petrolifere, ridottesi negli ultimi anni anche a causa delle sanzioni e del calo del prezzo del greggio, difficilmente può reggere nel lungo periodo. Il mancato intervento delle forze armate suggerisce l’esistenza di accordi pregressi. La storia dell’America Latina mostra come simili operazioni non siano affatto inedite: le oligarchie locali hanno spesso cercato l’appoggio di potenze esterne per mantenere il controllo interno delle risorse.
Le dichiarazioni di Cina e Russia, alleati del Venezuela, sono dichiarazioni di rito. L’Unione Europea, con Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, ha dimostrato ancora una volta la propria totale incapacità. Lo stesso vale per i singoli governi nazionali, che si sono affrettati a sostenere le motivazioni addotte da Trump, il quale ha dichiarato che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti per autodifesa.
La Russia ha la necessità di chiudere la partita ucraina, mentre la Cina deve affrontare, prima o poi, il dossier di Taiwan. Per quanto riguarda le forniture di petrolio venezuelano, lo stesso Trump ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di bloccarle verso la Cina. La vicenda venezuelana rappresenta dunque solo un ulteriore passo nel processo di ridefinizione degli equilibri mondiali successivo alla fine della globalizzazione.









































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