Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 125
Le rivelazioni sul 7 ottobre al centro dello scontro elettorale in Israele
di Roberto Iannuzzi
Le rivelazioni sugli avvertimenti di Emirati ed Egitto al governo Netanyahu prima dell’attacco di Hamas infiammano una campagna elettorale decisiva per il futuro di Israele e della regione
A tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, mentre la regione mediorientale è avvolta da conflitti che rischiano di estendersi ulteriormente, Israele si avvia verso elezioni cruciali in un clima estremamente teso.
La crisi economica aggravata da una mobilitazione militare permanente, la collera diffusa per l’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare, le violenze dei coloni in Cisgiordania, lo scontro fra governo e magistratura, compongono una miscela esplosiva potenzialmente in grado di affossare il paese.
Gran parte della campagna elettorale ruota attorno alla polemica su cosa accadde realmente il 7 ottobre. Accuse reciproche vengono scambiate fra gli apparati di sicurezza e il governo riguardo alle responsabilità per la reazione tardiva e scomposta all’attacco di Hamas e delle altre fazioni palestinesi.
In questo quadro, hanno avuto un impatto dirompente le rivelazioni apparse su giornali israeliani ed americani, secondo cui Emirati Arabi Uniti (EAU) ed Egitto avrebbero preavvertito il premier Benjamin Netanyahu su una possibile minaccia proveniente da Gaza nei giorni precedenti l’attacco.
Tali avvertimenti si sommano a un insieme già cospicuo di indizi che erano in possesso dei vertici israeliani nelle settimane e nei mesi che precedettero il 7 ottobre, mettendo così in discussione la narrazione dell’attacco “inaspettato”.
- Details
- Hits: 198
Anne Carson Nobel unanime
di Alberto Comparini
Ogni anno, quando a Stoccolma viene annunciato il premio Nobel per la letteratura, ho l’impressione di assistere a una messa in scena sorprendentemente fedele dell’Antigone di Sofocle. Ma più che un nome – Eteocle o Polinice, Philip Roth o Bob Dylan – gli attori in scena sembrano essere disposti a sacrificarsi per difendere un principio: un’ideologia, ora più ora meno conservatrice, di che cosa il Nobel dovrebbe essere e rappresentare. E come Antigone e Creonte, ciò che si contende non è tanto il corpo esamine (del fratello e del nipote) quanto la legge che dovrebbe stabilirne il valore reale, di ciò che è e rappresenta la letteratura, oggi.
Da questo punto di vista, il 2016 è forse l’anno che più di ogni altro ha acceso gli animi e le tastiere di critici, aspiranti tali e lettori – attenti, curiosi, ma anche occasionali. Tutti si sentirono coinvolti e chiamati in causa per difendere o contestare la legittimità letteraria delle canzoni – o poesie? – di Dylan, un po’ come era accaduto nel 1997 con Dario Fo e il teatro. Un caso tebano forse ancora più calzante è quello del 2019, quando fu premiata la straordinaria opera di Peter Handke, mentre al centro della discussione finirono le sue posizioni extra-letterarie (politiche), in un dibattito – a mio avviso particolarmente sterile – che ancora oggi non sembra essersi esaurito.
Del resto, come scriveva Giorgio Caproni a proposito di un poeta genovese trapiantato a Milano e insignito del Nobel nel 1975, “ciascuno ha il suo Montale, ritagliato a misura. / Vale quello che vale, / secondo natura e misura”.
- Details
- Hits: 340
Anwar Shaikh, alla ricerca delle «tendenze» del capitalismo
di Emiliano Brancaccio
La morte dell’economista britannico di origini pakistane. Pochi hanno contribuito altrettanto alla modernizzazione del marxismo, soprattutto attraverso il confronto sistematico con l’evidenza empirica
«Non si vedeva un libro simile da 150 anni»: James Galbraith salutò così Capitalism: Competition, Conflict, Crises, il monumentale trattato di Anwar Shaikh. Un’opera che tenta di costruire una teoria generale del capitalismo, contro le micragnose parzialità del pensiero economico contemporaneo. Di origine pakistana, nato a Karachi nel 1945, scomparso in questi giorni, Shaikh ha insegnato per mezzo secolo alla New School for Social Research di New York. Un eterodosso capace di mettere all’angolo i più eminenti custodi della dottrina neoclassica dominante. Nel 1974 pubblicò sulla Review of Economics and Statistics un esperimento provocatorio, con cui mostrava alcuni limiti della celebre teoria neoclassica della crescita, elaborata dal futuro premio Nobel Robert Solow.
QUESTI REPLICÒ in modo frettoloso e sprezzante. E la rivista negò a Shaikh il diritto di controreplica. Due icone del pensiero critico, Joan Robinson e Geoffrey Harcourt, denunciarono la censura: «Un trattamento insolitamente scorretto di un giovane studioso da parte di uno affermato». Shaikh raccontò che quell’articolo lo aveva praticamente «espulso dalla professione» per lungo tempo. Non bastò a fermarlo.
- Details
- Hits: 506
Il miraggio della fine del lavoro
di Fabio D’Alessandro*
La tecnologia, in ecosistema capitalistico, non è mai stata uno strumento di liberazione. È sempre stata uno strumento per riorganizzare un più efficace dominio
Nel 1930, John Maynard Keynes scrisse che i nipoti dei suoi contemporanei avrebbero lavorato quindici ore alla settimana. La tecnologia — prevedeva — avrebbe liberato l’umanità dalla fatica, regalando tempo per la cultura, le relazioni, la vita. Siamo nel 2026, a quattro anni dalla scadenza di quella profezia, e la realtà è un capovolgimento grottesco: non lavoriamo meno, lavoriamo peggio. L’automazione e l’intelligenza artificiale non hanno liberato nessuno. Hanno semplicemente spostato lo sfruttamento, rendendolo più efficiente e meno visibile.
Mentre Sam Altman e i CEO della Silicon Valley promettono un futuro di abbondanza alimentato dall’AI, a Nairobi un lavoratore di Sama etichetta contenuti traumatici per 1,32 dollari l’ora — il prezzo per rendere ChatGPT presentabile al mercato. A Stoccolma, Klarna licenzia 700 dipendenti sostituendoli con un chatbot, salvo poi riassumere esseri umani quando i clienti iniziano a lamentarsi in massa. La gig economy globale vale 582 miliardi di dollari nel 2025 e cresce al ritmo del 15% annuo, trascinando milioni di persone in un limbo contrattuale dove i diritti sono un optional e la precarietà è la norma. Il nocciolo della questione è semplice: la tecnologia non ha mai avuto l’obiettivo di liberarti dal lavoro. Ha sempre avuto l’obiettivo di rendere il tuo lavoro più redditizio — per qualcun altro.
Per capire come siamo arrivati qui, a un mondo in cui l’automazione crea più precarietà invece che meno, bisogna guardare chi ha preso le decisioni e chi ne ha pagato il prezzo. E bisogna partire da una profezia mancata.
Da Keynes ai bullshit jobs: come ci hanno rubato il tempo
La previsione di Keynes non era un delirio utopico. Poggiava su un ragionamento solido: se la produttività cresce al ritmo del 2% annuo — e nel 1930 stava effettivamente accelerando, con la produzione industriale americana aumentata del 40% in soli sei anni — entro un secolo il problema economico fondamentale sarebbe stato risolto. L’umanità avrebbe prodotto abbastanza beni per tutti con una frazione del lavoro necessario ai suoi tempi. E in un certo senso aveva ragione: la produttività è esplosa.
- Details
- Hits: 233
Che c’entra Gaza con i «problemi degli italiani»?
di Lavinia Marchetti
Da Gaza alle nostre piazze, la sicurezza giustifica tutto. Chi ci difende da chi dice di proteggerci?
Trovo molto esemplificativo del declino cognitivo di questa epoca il fatto che si fatichi a comprendere, nell’opinione pubblica, il legame tra Gaza, un genocidio, e le lotte per la scuola, la dignità, il welfare e contro il riarmo. Non volerci vedere un collegamento può essere un effetto di apoptosi neurale derivato dallo scrolling? Un effetto del successo della propaganda di guerra? Non saprei. Basta guardare. Siamo una società che assorbe quotidianamente violenza e autoritarismo, insieme alla paura, all’erosione dei diritti e alla macelleria sociale. «Eh, ma che c’entra Gaza?». «Invece di protestare per la Palestina protestassero per i problemi dell’Italia». E bla bla bla. Veramente non capite o fate solo finta?
Abbiamo imparato a pensare la politica per cassettini, compartimenti stagni. Gaza va negli esteri. La scuola va nella scuola e la pensione di nostra madre sta nel welfare. I carri armati hanno il loro cassettino chiamato «difesa». Poi ci sono gli stipendi bassi, il caro affitti, poi il declino della sanità. Questa separazione fa un favore enorme al potere, impedendoci, ad esempio, di vedere dove finiscono i soldi o peggio quali comportamenti diventano leciti a colpi di DDL incostituzionali e anche quanto spazio viene concesso alla forza e allo stato d’eccezione permanente.
Quando parliamo di «Laboratorio Gaza» parliamo soprattutto di questo. Gaza ha mostrato fino a quale punto uno Stato alleato (e foraggiato, difeso e perché no? Anche giustificato) dell’Occidente possa spingersi oltre, oserei dire oltre l’umano, continuando a ricevere protezione diplomatica e sostegno politico.
Fino a tre anni fa qualcuno poteva ancora rifugiarsi nell’argomento dell’ignoranza. In effetti pochissimi seguivano il conflitto israelo-palestinese. Era quasi impensabile, se non per gli addetti ai lavori, parlare di Apartheid, colonialismo, terrorismo israeliano e così via. Adesso è diventato difficile non vedere. Abbiamo visto di tutto. Abbiamo anche letto. I documenti sono arrivati uno dietro l’altro, spesso quando i morti erano già molti di più di quelli descritti nel documento precedente. E nel frattempo cosa abbiamo imparato? Anzi, cosa ci è stato conficcato a forza nelle coscienze? Che un principio giuridico come il diritto internazionale può senza dubbio continuare a esistere sulla carta, ma che è scritto su carta straccia. La faccio semplice per una volta. Il laboratorio “Gaza” è esattamente questa forma di apprendimento.
- Details
- Hits: 344
Prima di me? Il diluvio!
di Fulvio Grimaldi
Avant moi, le deluge
L'espressione francese "après moi, le déluge" si traduce "Dopo di me, il diluvio". Tradizionalmente attribuito a Luigi XV, indica un totale disinteresse per le conseguenze future e per i problemi che colpiranno gli altri dopo la propria fine, o il proprio allontanamento. Insomma dopo di me, il nulla.
C’è chi, e sono soprattutto coloro che la storia la scrivono da posizioni di potere corrente, parafrasa Luigi XV all’incontrario: prima di me il diluvio, cioè il nulla. E fa partire lo stato delle cose dal punto che più gli conviene. Per darne una rappresentazione concreta, mi soccorre un ricordo.
Eravamo, io e Pierluigi Bersani da Floris, a “di Martedì”. Tema, l’invasione-aggressione della Russia all’Ucraina, tema immortale, imprescindibile, roccia su cui erigere la verità nei secoli dei secoli. Una delle vicende più complesse del nostro tempo veniva codificata, pietrificata, nella formula ineluttabile “un aggressore e un aggredito”. Da lì non si scappa, ne va della riuscita di ciò che il destino, la giustizia, la morale e, soprattutto il mercato, ci impone: Russia delenda est.
Fidando nell’immagine che veniva data di un Bersani virtuoso delle metafore bovine, prospettiva un tantino più radicale della comitiva portata a passeggio dalla Schlein e, soprattutto, insignito di una laurea in Storia e Filosofia, al già segretario del Grande Partito mi rivolsi per un aiutino contro il deluge dell’”aggressore e aggredito” che alluvionava pubblico presente e audience.
- Details
- Hits: 348
Geronto-fascismo
di Franco Berardi Bifo
Pubblichiamo un estratto dell’illuminante saggio introduttivo di Franco Bifo Berardi a Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere di Yago Franco, appena uscito per DeriveApprodi. Bifo interroga la specificità delle nuove destre: dall’aggressività giovanile del fascismo storico alla depressione senile del presente, dalla repressione sessuale alla paralisi del desiderio. Una riflessione sulla dimensione psichica dell’autoritarismo contemporaneo e sulla retorica libertaria che trasforma la libertà di una minoranza nel diritto di sottomettere gli altri.
* * * *
Innegabile è il carattere fascista del regime che si è instaurato negli Stati Uniti d’America, faro della civiltà occidentale, durante l’ultimo decennio, cioè da quando negli Stati Uniti ha vinto le elezioni presidenziali un individuo che incarna in maniera esemplare l’ignoranza, la tracotanza e il razzismo, motore della storia di quel popolo. La prova è sotto gli occhi di tutti: violenza contro le minoranze, negazione della divisione tra i potere dello Stato, razzismo dichiarato e ostentato, deportazioni di massa, aggressività militare.
Eppure la parola «fascismo» deve essere contestualizzata, perché in quella parola non è sufficiente a definire la novità di quello che sta accadendo, non solo negli Stati Uniti ma in tutto l'Occidente.
- Details
- Hits: 182
A proposito del burqa nelle scuole (e altre ipocrisie)
di Fabrizio Marchi
Ho insegnato per tanti anni nei licei di Roma, sia del centro che, soprattutto, delle periferie. Ho avuto o comunque conosciuto migliaia di studenti e di studentesse e ne ho incontrata solo una che indossava non proprio il burqa ma una sorta di soprabito, presumo il “niqab”, che le copriva il viso con l’esclusione degli occhi. Una su migliaia di studenti e studentesse straniere.
Sorvolo sulla strumentalità della posizione assunta da Giorgia Meloni nel merito, così come le altre sugli studenti italiani che sarebbero isolati e ghettizzati nelle classi, che hanno il solo obiettivo di recuperare a destra i voti che le sta sottraendo Vannacci. Gli studenti stranieri sono circa l’11% del totale, difficile pensare che il restante 89% possa sentirsi straniero in patria. La gran parte di questi ragazzi provenienti da altri paesi sono peraltro nati in Italia e molto spesso parlano un italiano migliore degli autoctoni i quali, specie a Roma nelle scuole di periferia, si esprimono normalmente in forma dialettale. Mi sono spesso chiesto le ragioni di ciò, probabilmente è dovuto proprio al desiderio di integrarsi e dimostrare di non essere da meno degli altri (semmai il contrario) per il fatto di essere stranieri. Soltanto una parte di questi provengono da paesi musulmani, quelli più numerosi sono sicuramente i rumeni, molti sudamericani, filippini, cinesi e poi naturalmente molti bangladesi e maghrebini, per lo più marocchini ed egiziani.
- Details
- Hits: 134
L'urlo, la carne e l'algoritmo
di Tiziana Miano
Cosa accade alla dimensione dell’umano? Se proviamo a interrogare gli scenari ricorrenti certe figure della letteratura distopica contemporanea, la risposta è disarmante: ci troviamo di fronte a sistemi chiusi, organismi ormai quasi del tutti esausti nella propria energia vitale. Un panorama, in cui libero arbitrio, empatia e l'originalità biologica appaiono degradati in una sorta di "morte termica" della coscienza. Per comprendere appieno i meccanismi di questo declino energetico, basta osservare il presente asettico e geometrico palesato da Kazuo Ishiguro in Klara e il Sole (Einaudi, 2021). Un’opera di straordinaria bellezza che, se da un lato genera nel lettore un senso di sgomento e impotenza, dall'altro offre un approdo fondamentale: quando un sistema perfetto e calcolatore cerca di cancellare l'essenziale, allora ribadire l’ovvio smette di essere un mero esercizio retorico. Esso diventa un necessario atto di resistenza. Queste riflessioni vogliono essere esattamente ciò: un atto di doverosa resistenza intellettuale.
Nel microcosmo del romanzo, guidato dalla voce narrante di un'IA, in una scrittura volutamente essenziale ma di assoluta eleganza, si muovono personaggi che sono, in realtà, frammenti di un’umanità in pezzi. C'è Klara, l'androide alimentato dal Sole che impara a decodificare un mondo in cui le disuguaglianze sono scritte nel DNA; c'è Josie, quattordicenne malata a causa del "lifting ", il potenziamento genetico richiesto dal mercato sociale; e c'è il suo opposto, il vicino Rick, l'antitesi non potenziata in un mondo iper-selezionato.
- Details
- Hits: 196
Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura
di Michele Blanco
Il saggio di Italo Di Sabato, dal titolo La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo Edizioni), scardina radicalmente la narrazione dominante che interpreta l'inasprimento delle misure di polizia e il rigore carcerario come risposte neutre o emergenziali alle insicurezze del nostro tempo. Attraverso una densa e rigorosa analisi sociopolitica, l'autore dimostra che il sistema penale si è tramutato nella tecnologia ordinaria di governo delle società contemporanee. Come viene esplicitamente denunciato nelle pagine del saggio, «la democrazia punitiva dentro cui siamo invischiati anche in Italia non rappresenta una semplice deriva autoritaria, ma una nuova forma di governo in cui paura, controllo e penalità prendono il posto della giustizia sociale, della rappresentanza e del conflitto». Questa architettura del potere si regge sulla grave e ingiustificata transizione traumatica dallo Stato sociale allo Stato penale: un processo trentennale in cui le istituzioni, avendo rinunciato alla redistribuzione della ricchezza (come previsto dalla Costituzione Italiana) e alla garanzia dei diritti materiali come il lavoro o la casa, hanno sostituito i servizi sociali con le manette e i decreti repressivi.
Il passaggio strutturale dal welfare al cosiddetto "workfare" repressivo costituisce il motore economico dell'intera trattazione di Di Sabato. L'autore seziona il declino dello Stato sociale evidenziando come i tagli lineari alla sanità, all'istruzione, all'assistenza territoriale e alle tutele del lavoro non abbiano semplicemente impoverito ampissimi strati della popolazione, ma abbiano prodotto una massa di esistenze precarie e prive di garanzie che il mercato neoliberale non è in grado di assorbire. Di fronte alla deliberata rinuncia a governare l'economia in senso inclusivo, lo Stato sperimenta un gravissimo vuoto di legittimità democratica. La risposta istituzionale a questo declino non risiede nel ripristino dei diritti civili o sociali, ma in una vera e propria torsione autoritaria: la "mano sinistra" dello Stato, quella che un tempo proteggeva, istruiva e curava i cittadini, viene progressivamente amputata per ipertrofizzare la "mano destra", quella della polizia, dei tribunali e del sistema sanzionatorio.
- Details
- Hits: 226

Il data center di Caselle Torinese consumerebbe tanta energia quanta l'intera città di Torino
di Francesco Cappello
Dietro la facciata della transizione digitale, il vero impatto ambientale del colosso da 250 Megawatt, le ombre del “dual-use” militare e la difficile battaglia democratica per difendere il territorio e fermarne l’esproprio
A Caselle Torinese si sta consumando una trasformazione urbanistica con pesanti ricadute territoriali. Dietro la narrazione patinata della trasformazione digitale, della “smart city” e del progresso tecnologico, sul comune di Caselle sta per abbattersi una delle più imponenti operazioni di servitù industriale, energetica e ambientale della storia del Canavese e dell’intera provincia di Torino.
Con l’adozione del Progetto Preliminare del Piano Particolareggiato (PP, uno strumento urbanistico di dettaglio che attua le previsioni generali) di iniziativa pubblica e della contestuale ai sensi dell’art. 40 della L.R. 56/77 e della Variante Strutturale n. 3 al P.R.G.C. (Piano Regolatore Generale Comunale, il documento che disciplina l’uso del territorio e cosa si può costruire in un comune), approvata con la delibera n. 66 del 16 dicembre 2024, il futuro delle cosiddette aree “ATA” (Ambito Terziario Aeroportuale) è stato radicalmente stravolto.
Dalla padella alla brace. Quello che ci viene presentato come un passo indietro rispetto al vecchio e giustamente contestato progetto di un gigantesco polo commerciale, si rivela in realtà l’apertura delle porte a un hub tecnologico dalle proporzioni e dagli impatti altrettanto allarmanti. La destinazione d’uso dell’ex area commerciale è stata infatti modificata in zona produttiva “IN ATA” per far posto a un enorme “centro conservazione ed elaborazione dati”, ovvero un Data Center, affiancato da un polo produttivo ad alta tecnologia.
Il progetto promosso da Hines sui terreni di SATAC
SATAC è l’acronimo di Sviluppo Area Terziaria Aeroporto di Caselle S.p.A.. Si tratta della società proprietaria di un vasto appezzamento di circa 450.000 metri quadrati (le cosiddette “Aree ATA”) situato attorno all’aeroporto “Sandro Pertini” di Caselle Torinese.
- Details
- Hits: 250
Smemoriale
di Lavinia Marchetti
Anche per il nostro Presidente Della Repubblica, la Storia sembra cominciare dal 7 ottobre
Premetto che non ho nessun interesse nel criticare le parole del PDR, figura in cui non mi riconosco, gli psicologi direbbero che ho un problema con l’autorità. Ed in effetti ce l’ho, soprattutto quando l’autorità dovrebbe comportare responsabilità e sapere, nonché saggezza e nessuna lettura storica fuorviante. Non è il caso di Mattarella e lo ha ripetutamente dimostrato. Quindi non ho nessuna devozione preventiva, al contrario di buona parte della sinistra, nei confronti del PDR. Come scriviamo da ormai 3 anni, io e migliaia di altre persone tra cui storici israeliani, intellettuali, giornalisti non complici, il 7 ottobre è un episodio tra centinaia di episodi di violenza che continuano almeno dal 1936.
Ora leggiamo le parole di Mattarella:
«La data odierna segna la tragica ricorrenza dell’ignobile attacco perpetrato da Hamas contro numerosi civili israeliani. Molti giovani, anche di altre nazionalità, vilmente colpiti, tratti in ostaggio o privati della vita mentre si trovavano riuniti per un’occasione di festa. Altri brutalmente uccisi o rapiti nelle loro case, senza nessuna pietà per bambini e anziani. Gli atti di terrorismo non potranno mai essere giustificati né archiviati. Resteranno, per tutti i popoli, un doloroso monito affinché siano per sempre condannate e respinte con fermezza, in Medio Oriente e nel mondo intero, le piaghe barbare e incivili del terrorismo, dell’antisemitismo e di ogni forma di odio su base etnica e religiosa.
- Details
- Hits: 167
Non è censura, è cleptocrazia
di comidad
Il DDL antisemitismo sembra procedere inesorabilmente verso l’approvazione definitiva e c’è chi, come il costituzionalista Zagrebelsky, fa notare che l’introduzione di questa legge sortirà l’effetto contrario, dato che prospetta uno status speciale per gli ebrei e quindi li espone a diffidenze e rancori. L’osservazione di Zagrebelsky in sé è valida, ma rimane nell’ambito della questione dell’antisemitismo, che è un diversivo rispetto all’effettiva funzione del DDL, che non è censoria, bensì emergenzialista, cioè rientra negli schemi ricorrenti e negli automatismi comportamentali della cleptocrazia. La criminalizzazione della critica e del dissenso non è funzionale alla loro totale eliminazione, bensì alla loro trasformazione in emergenze e minacce, per “riciclarli” nella produzione di gerarchie e privilegi.
Il DDL in via di approvazione adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che è una organizzazione intergovernativa fondata nel 1998. L’IHRA è direttamente finanziata dagli oltre trenta Stati che ne fanno parte, tra cui c’è anche l’Italia. L’IHRA a sua volta distribuisce una parte di questi soldi pubblici agli amici degli amici, allo scopo di finanziare progetti “educativi”. Oltre trenta governi hanno creato e finanziato una organizzazione internazionale allo specifico scopo di definire l’antisemitismo ed i mezzi per combatterlo; quindi se il nostro parlamento non approvasse il DDL, ciò significherebbe dar torto non soltanto ai soldi spesi per quasi trenta anni, ma soprattutto a quelli ancora da spendere, cioè al flusso di denaro pubblico ora in corso ed a quello che si prospetta per il futuro.
- Details
- Hits: 317
Il futuro della civiltà occidentale
di Pierluigi Fagan*
La società occidentale, da qualche decennio, è entrata in una transizione di fase che modifica nel profondo tutto quello che ha animato il ciclo storico della modernità. A livello di tendenze di medio periodo (decenni), la società occidentale mostra i seguenti caratteri:
Come società che hanno raggiunto alti livelli di benessere, si fanno meno figli, sotto l’indice di sostituzione, per cui nel tempo, i morti superano i vivi e il totale di massa demografica si contrae e invecchia. Da quando è apparso questo fenomeno inedito nella storia umana – Scandinavia anni ’70 – si è diffuso e rinforzato in tutto l’Occidente ed oggi coglie la Cina e molti altri stati di diversa civiltà.
Sempre a partire dalle società occidentali, è aumentato l’invecchiamento medio della popolazione.
Ciò porta almeno tre conseguenze: a) aumento dei bisogni di cura generale (sanità, assistenza generale, case geriatriche, pensioni) che chiama spesa pubblica; b) diminuzione della produttività e della forza lavoro, specie per i lavori materiali a basso valore aggiunto; c) perdita a livello di energia sociale e intellettuale dell’apporto dei giovani, storicamente i soggetti ancora non conformati in grado di indignarsi per il presente e richiedere con forza un altro futuro.
Per via della geostoria, ovvero dell’insieme combinato di geografia e storia, l’occidente europeo funge da magnete per la giovane civiltà africana che, al contrario, è in pieno boom anagrafico.
- Details
- Hits: 165
Il DDL antisemitismo e la repressione del dissenso
di Elena Basile
Nel momento in cui lo Stato di Israele rivela in streaming il genocidio del popolo palestinese compiuto a Gaza e i crimini di apartheid e tortura in Cisgiordania (dove non è mai stato presente il terrorismo di Hamas), la politica europea e italiana si preoccupa di rafforzare la condanna dell’antisemitismo.
La comunità ebraica si sente associata ai crimini commessi da Israele e certificati dal principale tribunale internazionale delle Nazioni Unite? In effetti, i tedeschi sono stati associati ai crimini nazisti e hanno chiesto perdono per la Shoah, ripulendo l’immagine della Germania e prendendo le distanze dalla loro storia. Come mai gli ebrei non sentono l’urgenza di fare altrettanto? Essi, che hanno patito un genocidio, dovrebbero, ancora più di altri popoli, sentire solidarietà per le vittime palestinesi.
Vi sono tante personalità ebraiche che stigmatizzano le politiche neonaziste israeliane. Hannah Arendt denunciò negli anni Settanta la destra israeliana di Begin e Shamir, prefigurando il destino storico di sopraffazione e violenza contenuto nell’interpretazione di destra del sionismo, il cui referente è Vladimir Žabotinskij.
Attualmente Ilan Pappé, Gideon Levy, Moni Ovadia e Norman Finkelstein paragonano la disumanizzazione subita dagli ebrei a opera dei nazisti a quella sopportata dai palestinesi a opera degli israeliani.
- Details
- Hits: 278
"L'imperialismo crede che al vincitore spetti il bottino, ma i popoli che resistono non abbassano le braccia"
Geraldina Colotti intervista Danny Shaw
Danny Shaw, statunitense, con un passato da pugile professionista, è accademico, professore alla New York University (dove è stato sanzionato per il suo sostegno alla causa palestinese), analista di Relazioni Internazionali per Telesur, RT, Hispan TV. A New York partecipa ai movimenti per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores e, sempre l'8 ottobre, in occasione dell'udienza per la concessione degli arresti domiciliari a Flores per gravi motivi di salute, si recherà davanti al tribunale che dovrà decidere se concedere la misura alternativa alla detenzione. Lo abbiamo intervistato su questo tema e sulla situazione internazionale vista dal Nord America.
* * * *
Professore Shaw, dal suo osservatorio a New York e dal suo costante attivismo, come analizza l'attuale clima politico negli Stati Uniti di fronte all'avanzata delle destre estreme, alle politiche di persecuzione, deportazione di massa e alla propaganda sulla "remigrazione" che colpiscono milioni di lavoratori migranti?
Qui la repressione contro gli immigrati è fortissima. Fin dall'inizio della campagna di Donald Trump, gli immigrati sono stati usati come capro espiatorio per addossare loro tutta la colpa di un'economia che non risponde ai bisogni della popolazione. Ci sono più di 40 milioni di americani che vivono sotto la soglia di povertà, e questo in un Paese con un'economia, un Prodotto Interno Lordo, superiore a 30 trilioni di dollari.
Diversi miei studenti, mentre andavano a lezione nel Bronx, sono stati fermati e discriminati dall'ICE e, se non riescono a presentare il loro atto di nascita e il passaporto, rischiano persino di essere deportati e separati dalle loro famiglie. Sono già più di 25 mila gli immigrati deportati in Paesi terzi che non hanno nulla a che fare né con loro né con i luoghi in cui sono nati e cresciuti.
- Details
- Hits: 313
La narrativa della “guerra ibrida russa”: una nuova strategia di tensione della NATO?
di Thomas Fazi
Le prove confermano questa narrativa? Oppure indicano piuttosto che una “guerra ibrida” — una campagna di guerra psicologica — sia condotta proprio dall’establishment UE-NATO contro la propria popolazione?
Questo è un articolo che avevo intenzione di scrivere da molto tempo, sin dall’isteria sui «droni russi» della fine del 2025, ma gli impegni della vita mi hanno impedito di farlo. L’ultima ondata di affermazioni sulla «guerra ibrida russa» mi ha finalmente spinto a mettermi all’opera. Per quanto ne so, si tratta dell’analisi critica più dettagliata della narrativa della «guerra ibrida russa» pubblicata finora — ed è anche per questo che è piuttosto lunga. Come sempre, commenti, correzioni e integrazioni sono benvenuti.
* * * *
Ultimamente, in Europa non passa giorno senza che qualche allarme droni, incendio o blackout venga attribuito alla Russia. Ci viene detto che questi incidenti fanno tutti parte di una implacabile “guerra ibrida” che la Russia sta conducendo contro l’Europa — una guerra che comprende incursioni di droni, violazioni dello spazio aereo, sabotaggi, incendi dolosi, attacchi informatici e altro ancora. Ci viene detto che ciò «comprende complotti per collocare ordigni incendiari a bordo di aerei cargo della DHL, far saltare in aria binari ferroviari in Polonia e incendiare magazzini e centri commerciali in tutta Europa», oltre ad «atti di sabotaggio contro le aziende e l’industria della difesa in Europa», e «attacchi alle infrastrutture critiche europee» — ma anche, a quanto pare, l’invio di agenti segreti incaricati di defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi. Ci viene inoltre detto che «tali attacchi hanno avuto inizio poco dopo che la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022» e si sono intensificati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Secondo Kaja Kallas, «l’Europa sta affrontando una rapida proliferazione di attacchi di sabotaggio e violazioni dello spazio aereo».
Le tensioni si sono intensificate drasticamente il mese scorso dopo che la Germania ha formalmente attribuito alla Russia un tentativo di attacco con un drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia/Halle; secondo quanto riferito, le successive indagini hanno ricondotto l’operazione ai servizi segreti militari russi.
- Details
- Hits: 337
Fuggire dal capitalismo con Clara E. Mattei
di Alessandro Scassellati
Recensione del libro Fuga dal capitalismo di Clara E. Mattei
1. Introduzione e inquadramento editoriale: la genealogia di un’eresia necessaria
Nel panorama asfittico della teoria economica contemporanea, dominato dal monolitismo neoclassico e da un neoliberismo che ha saputo interiorizzare persino le proprie crisi strutturali, il lavoro di Clara E. Mattei si pone come un atto di radicale igiene intellettuale. La traiettoria editoriale di Fuga dal capitalismo testimonia la cogenza e l’urgenza politica del suo nucleo argomentativo. Nato originariamente in Italia nel 2023 con il titolo militante L’economia è politica per i tipi di Fuoriscena, il testo è stato successivamente internazionalizzato ed espanso nella versione in lingua inglese Escape from Capitalism: An Intervention (Simon & Schuster, New York 2026), per poi fare ritorno nel circuito editoriale italiano (pubblicato nel catalogo Fuoriscena RCS nel 2026) in una veste definitiva, ampiamente rivista, aggiornata e strutturata come un vero e proprio manifesto per una economia eterodossa e un socialismo umanistico.
Se già con il seminale The Capital Order: How Economists Invented Austerity and Paved the Way to Fascism (University of Chicago Press, Chicago 2022), che il Financial Times aveva inserito tra i dieci libri di economia più influenti dell’anno — pubblicato in italiano con il titolo Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo (Einaudi, Torino 2022) — Mattei aveva dimostrato come l’austerità sia storicamente nata dall’alleanza tattica tra economisti liberali (figure di rilievo come Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Luigi Einaudi, Umberto Ricci e Alberto De’Stefani) e il regime fascista di Mussolini per blindare la proprietà privata contro la minaccia del Biennio Rosso (1919-1920), in Fuga dal capitalismo questo nesso si fa sistemico. L’autrice svela come il fascismo non sia stato un’eccezione storica, ma il braccio armato e violento di una democrazia liberale pronta a sacrificare se stessa pur di proteggere l’ordine del capitale. Mattei prende di mira l’intera architettura epistemologica della scienza economica dominante, svelandone la natura intrinsecamente ideologica e apologetica. La tesi di fondo, squisitamente materialista, rompe con il fatalismo della sinistra riformista ed è mossa da una premessa analitica netta: l’autrice adotta pienamente la definizione di capitalismo di matrice marxiana, intendendolo non come un mero spazio di scambi commerciali, bensì come un modo di produzione storicamente determinato e fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla separazione strutturale tra la classe proprietaria e i lavoratori salariati.
- Details
- Hits: 136
7 ottobre, tre anni dopo
di Davide Malacaria
I media israeliani vicini alle forze di opposizione, al doloroso ricordo della strage intervallano interrogativi sul perché i responsabili del tragico fallimento della sicurezza, in particolare Netanyahu, siano ancora al loro posto
Il New York Times e il Washington Post, i media dell’Impero, hanno dato un basso profilo all’anniversario del 7 ottobre. Tale la follia del governo di Tel Aviv che, realizzando un genocidio, ha dilapidato l’empatia verso Israele del loro più importante e incondizionato alleato. Restano i legami politici e militari, ma i media non possono più ignorare che l’opinione pubblica americana è sempre più critica di quanto sta avvenendo (vedi Associated Press, in particolare il dato: “il 30%, degli adulti ebrei afferma che Israele ha commesso un genocidio”).
I media israeliani vicini alle forze di opposizione, al doloroso ricordo della strage intervallano interrogativi sul perché i responsabili del tragico fallimento della sicurezza, in particolare Netanyahu, siano ancora al loro posto.
E sul perché non sia stata istituita ancora una Commissione d’inchiesta che indaghi sui fatti (Editoriale di Haaretz) e magari anche sulla portata della Direttiva Annibale – che sollecita a uccidere un prigioniero purché non diventi ostaggio del nemico – applicata quel giorno (vedi Yedioth ahronoth, Haaretz e l’ammissione dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant).
Tra le tante tesimonianze sul 7 ottobre quella di Yonatan Zeigen, che su Haaretz traccia un ricordo straziante della madre, Vivien Silver, co-fondatrice di Student Zionist Alliance e attivista per la pace, uccisa nel Kibbutz Be’eri.
- Details
- Hits: 148
Art. 5 NATO. Intervento militare obbligato sì o no?
di Martino Dettori
Molti sono convinti che un attacco russo a un paese NATO comporterà l’inevitabile intervento militare degli altri paesi membri, ai sensi dell’art. 5 del trattato. Ma sarà davvero così?
Una delle ragioni di “conforto” sbandierate dai supporter della NATO come alleanza difensiva, è che il trattato NATO prevede — ex art. 5 — la difesa collettiva del paese membro attaccato. Sicché, chi spera in un attacco russo per vedere la potenza di fuoco della NATO annientare la Russia (cosa alquanto improbabile), è convinto che tutti i paesi, compresi gli USA, interverranno come la Justice League e difenderanno militarmente il paese aggredito dai “villain” russi.
Al contempo è proprio questa eventualità che instilla paura in chi non tifa NATO, ma tifa pace. Egli ritiene che un attacco russo potrebbe, in questo modo, scatenare la terza guerra mondiale e la distruzione dell’Europa. Cioè, intendiamoci, sarebbe di certo un’ottima scintilla, ma sappiamo bene tutti che le scintille non sempre scatenano l’incendio. A volte finiscono per esaurirsi prima.
La domanda dunque è questa: davvero l’art. 5 del trattato NATO obbligherebbe gli Stati membri a intervenire militarmente in difesa del paese aggredito? La risposta è no. E vediamo perché.
- Details
- Hits: 160
La città negata, lavoro povero, carovita, riarmo e crisi climatica: è l’alba di un nuovo ’68 contro l’iperliberismo?
di Aurelio Angelini
Gli affitti salgono, i negozi di prossimità chiudono, le scuole perdono iscritti. Il centro diventa un albergo diffuso, una vetrina per lo shopping e il consumo. Chi ci viveva da generazioni viene spinto verso le periferie o nei comuni limitrofi. La crisi abitativa pesa di più perché si somma all’erosione dei salari. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da trent’anni e l’inflazione ne ha mangiato un’altra parte. Il lavoro c’è, ma è sempre più spesso povero: contratti a termine, part-time involontario, finte partite Iva, piattaforme che spezzano la giornata in micro-compiti pagati a cottimo. Da qui può nascere un nuovo progetto democratico. Redistribuire ricchezza e potere, sottrarre i beni essenziali alla logica della rendita, rafforzare il lavoro e la partecipazione, governare democraticamente la finanza, affrontare la crisi climatica con la cooperazione anziché con la competizione per le risorse. Lasciare che il mercato sia «l’unico arbitro del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale» porterebbe «alla demolizione della società». Abitando città-albergo governate da pochi o comunità vive, in pace, capaci di costruire futuro?
- Details
- Hits: 327
Dialogo tra Calenda e Socrate
di Emanuele Maggio
Stava al margine della piazza, circondato da alcuni giovani Volenterosi, l’Onorevole Carlo Calenda.
C = “Dobbiamo difendere l’Unione Europea dall’attacco russo!”
Giunse Socrate, attirato da quelle parole.
S = “Mi scuso con tutti voi, ma ho sentito parlare di attacco russo all’Unione Europea. Io sono ignorante, dunque concedimi, Onerevole Carlo, alcune domande per aiutarmi a capire”
C = “Prego”
S = “Tu vuoi forse dire che, siccome l’Italia è parte dell’Unione Europea, è doveroso e giusto che contribuisca alla difesa dell’Unione dalle minacce esterne. È corretto?”
C = “Dici benissimo, Socrate”
S = “Ottimo! E dunque, prima ti riferivi all’attacco russo all’Ucraina, per caso?”
C = “Certamente”
S = “E non convieni con me che l’Ucraina non fa parte dell’Unione Europea?”
C = “Assolutamente”
S = “Oh, si preannuncia una conversazione piacevole. E dunque, se la Russia ha attaccato l’Ucraina, ma l’Ucraina non è in Unione Europea, non trovi che sia errato concludere che la Russia ha attaccato l’Unione Europea?”
- Details
- Hits: 192
Dalla pianificazione alla previsione algoritmica: quale visione del futuro?
di Olessia Kirtchik*
Grazie al suo potere predittivo, l’IA trasforma le scienze economiche in una scienza comportamentale – al tempo stesso strumento di comprensione dei comportamenti e leva per agire su di essi. Ma un modello addestrato sui dati di mercato precedenti al 2008 avrebbe potuto prevedere la crisi? L’IA non «prevede» il futuro, ma effettua proiezioni sulla base di dati storici e non cerca i meccanismi sottostanti. Non essere in grado di anticipare: è questa l’innovazione?
Anticipare gli eventi, immaginare un futuro diverso, modellare scenari di sviluppo, valutare i rischi, pianificare azioni, programmare flussi: tutte queste attività, dalle pratiche divinatorie ai calcoli assistiti dal computer, riflettono la stessa volontà: proiettarsi nel futuro per controllarlo meglio.
La definizione stessa di potere include questa capacità di anticipazione che permette di influenzare il corso degli eventi. Tuttavia, i concetti e gli strumenti attraverso i quali si esercita questo potere non smettono di trasformarsi nel tempo. Nel corso del XX secolo, l’economia nazionale è diventata oggetto di studio e di intervento per gli Stati, la cui legittimità è ormai legata alla loro capacità di garantire crescita e prosperità. A tal fine, gli Stati si sono dotati di autorità economiche e finanziarie, centri di ricerca specializzati e agenzie statistiche che elaborano modelli, misure e stime destinati a sostenere l’azione pubblica. Al centro di questa attività si trovano le pratiche di pianificazione e previsione.
I piani quinquennali furono introdotti nell’Unione Sovietica già alla fine degli anni ’20 per guidare l’industrializzazione e, successivamente, coordinare l’intera economia in modo presumibilmente razionale. L’economia di guerra ha contribuito a diffondere la pianificazione all’interno delle nazioni belligeranti, favorendo lo sviluppo di strumenti matematici sempre più sofisticati, supportati dalla tecnologia digitale (programmazione, ricerca operativa, ottimizzazione). In Europa, e più in particolare in Francia, la pianificazione economica ha vissuto il suo momento di gloria nei decenni del dopoguerra: il Commissariato generale al Piano era allora un’istituzione potente incaricata di garantire la ricostruzione e lo sviluppo del Paese.
- Details
- Hits: 206
Il sintomo Vannacci
di Antonio Martone
1. Non porta più la divisa: l’ha appesa al chiodo nel febbraio 2025. Eppure, resta, in ogni apparizione pubblica, “il generale” — un titolo che sopravvive al congedo burocratico e certifica un’autorità posturale ben oltre la sua fonte istituzionale. Il corpo che oggi lo mette in scena non è più quello disciplinato dall’uniforme ma quello esibito sulla battigia di un Capodanno balneare, muscoli in mostra, o avvolto in una vestaglia domestica che il web trasforma in meme: un corpo civile, virile, sovraesposto, che comunica per accumulo iconico più che per contenuto. Quando la vecchia foto in divisa torna non riappare come abito quotidiano ma come icona clandestina, riesumata per l’alone di autorità che ancora trattiene.
È un dettaglio che la cronaca registra e rapidamente dimentica, come un tratto folkloristico ma, in realtà, è la cifra più esatta del fenomeno: un corpo che comunica prima di argomentare, che rivendica disciplina e gerarchia proprio nel momento in cui se ne è formalmente congedato.
2. Il sintomo Vannacci non è un fenomeno soltanto italiano. Ciò che lo rende possibile attraversa da anni l’Occidente. Il caso italiano ha una genealogia precisa: nasce dalla mutazione di forme partitiche che erano, alle origini, rivendicazione di autonomia territoriale contro un centro percepito come estraneo, e si è poi trasformato in rivendicazione nazionale contro un’estraneità pensata su scala più larga.
In Germania questa frattura ha trovato una delle sue espressioni politiche nell’ascesa di Alternative für Deutschland; in Francia ha assunto altre forme, così come negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Non si tratta di sovrapporre esperienze nazionali differenti ma di riconoscere una matrice comune: la difficoltà delle forze politiche tradizionali nel dare una rappresentazione convincente a una trasformazione sociale che ha modificato contemporaneamente lavoro, territorio, identità, mobilità e rapporto con le istituzioni.
Il caso italiano va allora letto dentro questa mutazione.
- Details
- Hits: 186

Il “rivolgimento” necessario e urgente
di Alfonso Gianni
Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C'è un'umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all'altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine. Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un'opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell'esistenza quotidiana. Non una bandiera e un'idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell'uccisione e della soggezione di sé e dell'altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile.
Luigi Pintor
Il vero guaio è che forse ci stiamo abituando. O meglio che non stiamo facendo abbastanza per evitarlo. E non è un pericolo da poco, perché toglie la capacità di opporsi e di reagire, sostituendo all’indignazione e alla rivolta morale uno stato di inerte sofferenza. Conviviamo con un sistema di guerra nel quale è direttamente impegolato anche il nostro paese, senza neppure l’avvertenza di nasconderlo. Le parole di papa Francesco sulla guerra mondiale a pezzetti ci sembrano persino ovvie, al punto da risultare depotenziata la forza della denuncia in esse contenute. Il fatto che la durata del conflitto russo-ucraino abbia superato quello tra l’Urss e il Terzo Reich sembra non stupire né impressionare più di tanto. Che il genocidio e la pulizia etnica continui, seppure con diverse e variabili intensità, a Gaza e in Cisgiordania, o che l’Iran sia oggetto di un’aggressione continua e addirittura minacciato apertamente di una sua integrale distruzione, pare un’afflizione biblica cui è impossibile sfuggire. Che si moltiplichino i campi di internamento dei migranti con decisione europea non costituisce più una notizia sconvolgente. Certo il tycoon straparla in un crescendo di delirio di onnipotenza, ma le bombe che scaricano i suoi aerei sulle popolazioni civili sono reali.
Page 6 of 700































































