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Per le differenze
Adelino Zanini e la filosofia economica
di Ubaldo Fadini
Nel testo che pubblichiamo oggi, Ubaldo Fadini riflette sulla nuova edizione di Filosofia economica (DeriveApprodi, 2025) di Adelino Zanini, sottolineando la «differenza» di Marx nel confronto con i teoremi sofisticati degli economisti «classici», come lo sono non soltanto Smith e Ricardo ma anche quelli dentro il Novecento, da Schumpeter a Keynes.
Prossimamente, pubblicheremo un altro contributo, a cura di Federica Giardini, sul libro di Adelino Zanini.
* * * *
La nuova edizione ampliata di Filosofia economica presenta indubbie novità rispetto all'edizione del 2005. Innanzitutto il sottotitolo: Fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche, che indica proprio nell'ultima formula un'aggiunta essenziale rispetto al precedente, Fondamenti economici e categorie politiche. Il rinvio alle «forme giuridiche» mi permette di considerare la nuova edizione come una sintesi certo parziale ma ben calibrata e incisiva di un percorso di ricerca assolutamente indispensabile per coloro che vogliono acquisire strumenti raffinati per l'articolazione di un pensiero critico-radicale all'altezza dei tempi estremamente difficili a cui siamo consegnati.
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Piovono sull’Europa la minaccia dei missili Oreshnik e quella dei dazi di Trump
di Francesco Cappello
La strategia di destabilizzazione che, attraverso operazioni di forza e il disimpegno sancito dalla nuova National Security Strategy, ha trasformato l’Europa da alleato a concorrente isolato. La pressione statunitense si intreccia con la nuova coscienza della capacità militare russa, veicolata dal missile ipersonico Oreshnik, che espone il continente a un’inedita vulnerabilità tecnologica e psicologica.
Il forzato mutamento e lo spaesamento nel cambio repentino di retorica dei leader europei i quali, dopo il fallimento delle politiche sanzionatorie e la fine della protezione americana, si trovano costretti a ricercare un nuovo e autonomo assetto di sicurezza continentale per far fronte alla doppia morsa dei dazi USA e della potenza balistica di Mosca.
Lo stato delle cose
I fatti avvenuti tra fine dicembre e gennaio permettono di intravedere l’attuazione di una strategia dell’amministrazione Trump e della CIA volta a destabilizzare il potere russo e il tentativo del processo di pace in atto, attraverso una serie di operazioni coordinate a livello globale. Gli attacchi avvenuti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, tra cui l’incursione di droni sulla residenza di Putin a Valdai (28 dicembre 2025), il sequestro di Maduro in Venezuela e i disordini provocati in Iran (stretto alleato della Russia), non sono eventi isolati ma tasselli di un unico piano per colpire Mosca e i suoi alleati (In particolare Cina e Iran). È lecito, infatti, pensare che la telefonata diplomatica di Trump a Putin abbia funzionato come esca per facilitare la localizzazione del leader russo proprio a ridosso dell’attacco. Questa interpretazione suggerisce che le aperture al dialogo della Casa Bianca siano state una manovra diversiva per coprire azioni di forza, portando Mosca a interrompere ogni trattativa mirante alla pace e a puntare ora esclusivamente sulla vittoria militare in Ucraina prima di riconsiderare qualsiasi equilibrio con l’Occidente.
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Autonomia di classe e organizzazione rivoluzionaria
Riflessioni sull’operaismo italiano degli anni Settanta
di Marco Scavino
L’articolo di Marco Scavino è una utile ricostruzione delle vicende della complessa corrente che va sotto il nome di operaismo italiano.
A una più completa compressione di quell’esperienza sarebbe utile tener conto dell’esistenza di un operaismo di segno libertario.
Vale la pena, a questo proposito, di leggere Francesco Schirone (a cura di), “L’Utopia concreta. Azione libertaria e Proletari autonomi. Milano 1969-1973”, Volume I, Zero in Condotta, Milano 2023 una raccolta di testi e documenti della componente libertaria dell’area dell’autonomia in particolare, ma non solo, milanese.
È importante tener conto del fatto che la stessa storia dell’operaismo non può prescindere da alcuni riferimenti alla sinistra antiburocratica ed eretica sviluppatasi all’estero e, in particolare, in Francia.
Segnaliamo, fra le altre, due importanti pubblicazioni:
“Socialisme ou barbarie” (1949 – 1967) viene fondata da militanti di formazione trotskista ai quali se ne aggiungeranno nel tempo altri di formazione bordighista. Sviluppa una critica radicale dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti giudicati società caratterizzate dal capitalismo di stato e delle burocrazie del movimento operaio riprendendo temi che caratterizzano la corrente comunista dei consigli sviluppatasi in particolare in Germania negli anni ’20 del ‘900;
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Su la testa!
di Algamica*
Che razza di marinai saremmo se passassimo da uno straordinario entusiasmo con il mare in bonaccia a un totale smarrimento di fronte a un Maestrale? Sono passati solo 4 mesi dal settembre scorso, 2025, quando sembrava che avessimo il mondo fra le mani e oggi siamo qui come scoraggiati e demoralizzati, nel tentativo di chiederci cosa fare.
Agli increduli della forza della storia, quella vera e impersonale, va ricordato che nel gennaio 1917 Lenin, il grandioso Lenin, esule in Svizzera, in una assemblea di giovani socialisti parlò in modo scoraggiato circa la rivoluzione in Europa, quando poi alla Russia « manco a parlarne »! Così si espresse.
A distanza di un mese, l’otto marzo (quella che viene definita la Rivoluzione di febbraio) scoppiano le rivolte delle donne contro la guerra, mentre le lavoratrici tessili buttano giù dalle brande i bolscevichi che aspettavano la classe operaia siderurgica e metallurgica – quella che era insorta contro i capitalisti occidentali presenti in Russia, ed era stata sconfitta nel 1905 con un bagno di sangue nella famosa domenica di gennaio. Una classe operaia che proprio perché memore di quella sconfitta faceva difficoltà a mobilitarsi. Scoppia così la Rivoluzione, che sorprende i rivoluzionari bolscevichi.
In aprile, quando i bolscevichi pensavano di sostenere il governo provvisorio, Lenin arriva a San Pietroburgo e capovolge l’orientamento del suo partito, e in luglio dirà « questi soviet sono inservibili.».
Ancora in luglio Lenin coi bolscevichi indicono lo sciopero generale contro la guerra, lo sciopero fallisce clamorosamente.
Quando tutto sembrava perso, in autunno scoppiano le rivolte contadine, una classe mai presa in considerazione prima dai teorici del marxismo. Lenin induce i bolscevichi a sostenere in modo incondizionato la loro rivolta che si sviluppa in modo da seminare il terrore per le campagne, che invoca l’Assemblea Costituente per arrivare infine, col sostegno dei soldati alla presa del Palazzo d’Inverno.
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Trump è il risvolto pornografico del politicamente corretto
di comidad
Sono dieci anni che ci si impone il mantra secondo il quale Trump sarebbe un outsider avverso ai neoconservatori e a Soros, e soprattutto una deroga, o addirittura un attacco, al politicamente corretto; eppure le smentite a questa falsa tesi sono continue. Di recente Enrico Mentana ha avallato l’operato di Trump, dichiarando che senza la caduta del regime di Maduro non ci sarebbe stata la liberazione di Alberto Trentini, l’operatore umanitario italiano detenuto in Venezuela. Mentana ha anche sfidato i sostenitori del regime di Maduro a spiegare perché Trentini fosse in carcere senza processo e accuse. In realtà la sfida è male indirizzata, dato che qui non si tratta di sostenere nessun regime, ma semplicemente di smascherare dei paralogismi tipici del razzismo e del colonialismo. Anzitutto, Maduro non è “caduto”, ma è stato sequestrato insieme con la moglie. Ora, mentre Maduro viene imprigionato in base ad accuse e forse un processo, altrettanto non si può dire della moglie, che sembra essere diventata un dettaglio secondario per i media. Inoltre il sequestro di Maduro da parte di forze speciali statunitensi è costato circa centoquaranta morti, che evidentemente per Mentana rappresentano un trascurabile prezzo da pagare per ottenere la liberazione di un connazionale.
C’è anche da dire che non possiamo essere certi che Trentini fosse detenuto senza accuse, dato che l’informazione mainstream sul caso è risultata sempre “lacunosa”, per usare un eufemismo. Trentini era un dipendente dell’ONG Humanity & Inclusion, la quale dichiara di essere finanziata dall’USAID, l’agenzia del Dipartimento di Stato USA per interventi “umanitari” all’estero.
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Il governo Meloni, il ponte immaginario
di Salvatore Bianco
«Essere nemici degli USA è pericoloso. Essere loro amici è letale», diceva Kissinger. L'Italia è stretta da un doppio vincolo esterno (Bruxelles e Washington) che ha soppiantato il vincolo costituzioanle interno. Ci vuole un altro paradigma geo-storico che tenga assieme politica, storia e spazio geografico. una «lega» dei Paesi mediterranei
Vi è un racconto leggendario che si è intrecciato, fra l’altro, con la vicenda umana e la parabola politica di Masaniello (1620-1647). Le cronache del ‘600 narrano di un ponte – da costruire – che per la sua smisurata lunghezza avrebbe collegato il periferico e martoriato vicereame di Napoli direttamente con i magnanimi regnanti spagnoli sul suolo iberico. Quel ponte per intuibili ragioni non vedrà mai la luce…
L’Italia in orbita Trump
«Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza»: questo il laconico comunicato ufficiale fatto uscire da Palazzo Chigi dopo l’attacco militare proditorio statunitense del 3 gennaio 2026. Quell’attacco, è bene tenerlo a mente, ha portato al sequestro di un capo di Stato, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e alla sua deportazione coatta negli Usa.
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Contro la polizia morale. Antisemitismo e microfascismi a partire da un recente caso editoriale
di Pasquale Liguori
Viviamo in un tempo saturo di ambiguità tossiche. Il dibattito pubblico intorno al rapporto tra antisemitismo, antisionismo e potere è un campo minato, attraversato da forzature concettuali, manipolazioni semantiche e operazioni politiche che, con eufemismo, potremmo definire opache. In diversi contesti occidentali – e in Italia in modo sempre più evidente – si moltiplicano iniziative legislative e prese di posizione istituzionali che, sotto il vessillo della lotta all’antisemitismo, mirano in realtà a reprimere la critica a Israele, a disinnescare il dissenso e a restringere lo spazio del dicibile. In questo scenario, figure che si muovono nel perimetro liberal-progressista assumono un ruolo peculiare. Si autorappresentano come garanti di un dibattito “corretto”, anche rivendicando la propria appartenenza al mondo ebraico unita a una postura genericamente antisionista come scudo simbolico e godendo così di un’aura di credibilità preventiva. Questa posizione, tuttavia, non viene utilizzata per aprire il confronto, ma per immunizzarlo. Non discutono: qualificano. Non confutano: insinuano. Non si limitano a criticare testi o tesi, ma agiscono come enti certificatori, distribuendo patenti di legittimità e stabilendo a priori chi è autorizzato a parlare e chi no. Il marchio di antisemitismo viene apposto senza esitazioni, come atto conclusivo, non come ipotesi da verificare o discutere.
Ne derivano reazioni spesso sproporzionate, talvolta persino isteriche. Ogni parola viene soppesata come prova di colpevolezza, ogni analisi sospettata di secondi fini, ogni tentativo di interrogare i rapporti di potere immediatamente ricondotto a una presunta pulsione razziale.
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Quando le parole colpiscono più dei missili
di Marco Bonsanto
L’anno 2026 è iniziato col botto. In pochi giorni di decisioni e dichiarazioni pubbliche scioccanti su Venezuela, Groenlandia e Iran, Donald Trump sembra aver voluto fornire ai suoi detrattori la prova definitiva della propria conclamata “follia”. Il mondo trema, si indigna, protesta vibratamente… All’ONU si tuona, si denuncia, si reagisce – forse. Oppure si finge di reagire, scambiandosi circolarmente di posto come in una grande maratonda, per tornare infine ciascuno al proprio scranno. L’iniziativa geopolitica resta nelle mani del presidente americano, per la percezione comune ormai completamente inabissato in un evidente e fosco delirio di onnipotenza.
Ora, tralasciando i curiosi risvolti psicologici del personaggio, che poco o punto hanno mai spostato nella valutazione storica delle azioni politiche, si consideri invece la lezione di Augusto Frassineti sulla logica dei sistemi amministrativi: “Esiste una forma di pazzia che consiste nella perdita di tutto, fuorché della ragione!”. Chi si ingegni di capire quanto sta accadendo in questo mondo dagli equilibri sconvolti dovrà chiedersi allora almeno una volta, come Polonio, se per caso non ci sia del metodo in questa follia; ossia nelle decisioni che non riusciamo più a comprendere, perché indecifrabili sul piano della razionalità veicolata dal linguaggio dominante e condiviso.
Che cos’è, infatti, che nelle azioni e nelle parole di Trump produce nell’opinione pubblica mondiale quell’impressione di irricevibile novità?
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Si scrive Groenlandia, si legge guerra mondiale
di Dante Barontini
Rispondere con le barzellette a problemi enormi per cui non si ha alcuna soluzione concreta è un classico escamotage da adolescenti. Certo non ci si aspetta che possa essere anche il comportamento di un insieme di paesi che solo qualche mese fa ancora aspirava a diventare un «imperialismo concorrenziale» sulla scena mondiale.
La barzelletta – come l’ha definita il ministro della difesa Guido Crosetto («…15 soldati mandati in Groenlandia. Mi chiedo a fare cosa? Una gita? 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l’inizio di una barzelletta») – è stata la prima risposta «europea» all’offensiva trumpiana per prendersi la Groenlandia.
Una mobilitazione finta, quasi simbolica, con pochissimi soldati, per far capire al tycoon che «si sta allargando» un po’ troppo e in modo un po’ troppo insultante, ma allo stesso tempo mirata a non irritare l’Irascibile.
Com’era ampiamente prevedibile, gli Usa hanno rilanciato: i paesi europei che manderanno davvero soldati nel continente di ghiaccio saranno puniti con dazi commerciali accresciuti del 10% rispetto a quelli giù imposti – e concordati successivamente – meno di un anno fa.
Tra i neo-sanzionati non c’è l’Italia, visto che «Gioggia» Meloni ha preso una posizione «alla Pd», ovvero «manderemo soldati solo nel quadro di un accordo Nato» (siccome a capo della Nato ci sono gli Usa, non ci potrà essere alcun accordo). Il che fa incazzare gli altri europei, rimasti in mezzo al ghiaccio senza armi né calzini di lana.
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La nuova mappa dell’Impero e le linee di faglia
di Eros Barone
Il capitale non lavora più da solo alla sua dissoluzione; ha fatto in modo che al suo abbattimento collabori il mondo intero.
Martin Nicolaus, L’oggettività dell’imperialismo.
1. Economia e politica dell’imperialismo
La categoria di imperialismo rivela tutta la sua produttività dal punto di vista conoscitivo, allorquando viene applicata all’analisi del conflitto intra-imperialistico (ossia tra i vari capitali di una stessa potenza imperialistica) mediante la ricognizione puntuale della composizione del potere economico e delle contraddizioni che lo attraversano nell’attuale congiuntura. Da questo punto di vista, è possibile affermare che lo scontro interno al capitale finanziario statunitense è stato guidato, nel periodo delle presidenze ‘democratiche’, dai settori ad alta tecnologia (aerospazio, finanza, armi, elettronica, informatica, ‘mass media’, farmaceutica, ‘green economy’) ai danni dei settori tradizionali (petrolio-gas-carbone, trasporti, turismo, agricoltura, manifatturiero, immobiliare, alimentare, tessile). All’inizio del conflitto i fattori di convergenza tra i due settori prevalevano sui fattori di divergenza, poiché nel pieno di quella congiuntura critica (2022-23) lo scontro interno al capitale statunitense si scaricava sul contesto russo-ucraino in due modi: per un verso, accelerando il processo di penetrazione dei capitali ‘verdi’ in Europa; per un altro verso, offrendo sbocco al settore petrolifero Usa, in difficoltà sul fronte interno. In quella fase, un’accelerazione delle tensioni in Ucraina piaceva ad entrambi gli schieramenti: da una parte, consentiva alle multinazionali ‘green’ di andare alla conquista del mercato europeo; dall’altra, dava modo alle compagnie petrolifere di rifarsi all’estero della sconfitta subita in patria. Dopodiché, a mano a mano che l’offensiva russa penetrava nel territorio dell’Ucraina dell’est e del sud e la controffensiva ucraina veniva o circoscritta o respinta, i settori tradizionali del capitale americano hanno pragmaticamente preso atto della inevitabile sconfitta dell’Ucraina e della superiorità schiacciante delle forze armate russe, cambiando di 90 gradi (se non di 180) la posizione assunta in quella guerra per procura dall’amministrazione Biden e ponendo in atto lo sganciamento progressivo da un conflitto sempre più svantaggioso per gli Stati Uniti.
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Le radici della russofobia occidentale svelate da un nostalgico della östpolitik
di Carlo Formenti
Hauke Ritz: Perché l'Occidente odia la Russia, Fazi, 2026
Hauke Ritz è un giovane (Kiel 1975) filosofo tedesco che si occupa di relazioni fra Europa e Russia (ha insegnato, fra le altre, all'Università Statale di Mosca) e, più in generale, del conflitto Est-Ovest. Il suo Perché l'Occidente odia la Russia? (appena uscito per i tipi di Fazi) è, assieme alla Sconfitta dell'Occidente di Emmanuel Todd (ancora Fazi), uno dei libri più interessanti che mi sia capitato di leggere sul tema (del resto hanno pochi concorrenti, visto che la cultura europea sforna propaganda più che ragionare). La sua analisi è articolata, complessa, a tratti convincente ma presenta anche limiti, contraddizioni e illusioni utopistiche. Per esporne le linee essenziali, organizzerò l'argomentazione in sei sezioni, nelle quali tratterò, fra gli altri temi: similitudini e differenze fra cultura e storia russa e cultura e storia europea (con particolare attenzione al permanere dell'influenza sovietica sulla Russia contemporanea); differenze radicali fra Usa ed Europa, mascherate dal costrutto artificiale del cosiddetto "Occidente collettivo"; la perdita di memoria storica che ha favorito l'americanizzazione di intellettuali, politici e media europei; filosofia neocons e miti fondativi americani; la guerra fredda culturale e i successi del soft power Usa; la Ostpolitik come modello utopistico di un'Europa sovrana e indipendente, capace di assumere il ruolo di mediatore dei conflitti globali.
I.
Non è possibile capire i motivi dell’odio antirusso, argomenta Ritz, se non si tiene conto del fatto che l’Occidente che nutre tale sentimento è un’entità geopolitica storicamente recente, nata dopo la Seconda guerra mondiale e frutto della rimozione delle differenze di civiltà fra Stari Uniti ed Europa. È vero che i primi hanno origini europee, ma è altrettanto vero che, fin dalle origini, ne hanno preso le distanze, costruendo la propria identità sul rifiuto di una civiltà e di una cultura che li aveva espulsi, sia perché ne perseguitava le idee religiose (sette protestanti) , sia perché opprimeva certe minoranze etniche (irlandesi, ebrei, ecc.), sia perché marginalizzava certi gruppi sociali.
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Numeri contro narrazione: l’economia statunitense e la crisi strutturale della leadership globale
di Mario Pietri
In queste ultime 48–72 ore si è visto con chiarezza un fenomeno che, fino a poco tempo fa, veniva sistematicamente anestetizzato dalla narrativa dominante: la potenza americana non è più un blocco monolitico, ma un sistema che dipende in modo crescente da fattori esterni (finanza globale, domanda di debito, alleanze) e interni (tenuta sociale, consenso, costi del capitale). Quando queste variabili si muovono insieme nella direzione sbagliata, l’impero non “proietta forza”: reagisce.
La stampa finanziaria anglosassone, negli ultimi giorni, ha fotografato almeno due aspetti chiave: da una parte il costo e la vulnerabilità della postura globale, dall’altra l’autolesionismo economico di una politica dei dazi che, presentata come rinascita industriale, finisce per somigliare a una tassa interna travestita da patriottismo. A quel punto i numeri diventano la lingua madre della crisi.
1) Il dato che conta davvero: il debito come infrastruttura dell’impero
La cartina di tornasole è la più banale e la più spietata: quanto costa, ogni giorno, mantenere in piedi la macchina federale e la postura imperiale.
- Debito pubblico totale (Public Debt Outstanding): 38.396.062.667.874,39 dollari al 14 gennaio 2026. Non è una stima: è il conteggio ufficiale del Tesoro.
- Nei primi tre mesi dell’anno fiscale 2026 (ottobre–dicembre 2025) gli USA hanno accumulato 602 miliardi di dollari di deficit, inclusi 145 miliardi nel solo mese di dicembre.
- Il Congressional Budget Office, nel monitoraggio mensile, segnala che a dicembre 2025 il bilancio federale avrebbe mostrato un deficit intorno a 111 miliardi (al netto di effetti di calendario).
- E soprattutto: la voce che cresce più rapidamente è l’interesse. Analisi bipartisan a Washington evidenziano l’aumento dei pagamenti di interesse e il loro peso crescente tra le maggiori voci di spesa federale.
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La guerra ibrida USA-Israele contro l’Iran
di Jeffrey D. Sachs, Sybil Fares - Common Dreams
Comprendere le tattiche della guerra ibrida aiuta a spiegare perché la retorica di Trump oscilli così bruscamente tra minacce di guerra e finte offerte di pace
La questione non è se gli Stati Uniti e Israele attaccheranno l’Iran, ma quando. Nell’era nucleare, gli Stati Uniti si astengono dalla guerra totale, poiché essa può facilmente portare a un’escalation nucleare. Invece, gli Stati Uniti e Israele stanno conducendo una guerra contro l’Iran attraverso una combinazione di sanzioni economiche schiaccianti, attacchi militari mirati, guerra cibernetica, fomentazione di disordini e incessanti campagne di disinformazione.
Questa strategia combinata è chiamata “guerra ibrida“. Sia il Deep State americano che quello israeliano sono dipendenti dalla guerra ibrida. Agendo insieme, la CIA, il Mossad, i contractor militari alleati e le agenzie di sicurezza hanno fomentato il caos in Africa e nel Medio Oriente, in una serie di guerre ibride che includono Libia, Somalia, Sudan, Palestina, Libano, Siria, Iraq, Iran e Yemen. Il fatto scioccante è che per più di un quarto di secolo, i militari e le agenzie di intelligence di Stati Uniti e Israele hanno devastato una regione di centinaia di milioni di persone, bloccato lo sviluppo economico, creato terrore e movimenti di profughi di massa, senza ottenere nulla se non il caos stesso. Non c’è sicurezza, non c’è pace, non esiste un’alleanza stabile filo-USA o filo-Israele, solo sofferenza.
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A Davos la foto di un sistema al collasso
di Alessandro Avvisato
Quest’anno il World Economic Forum di Davos riunisce quasi 3.000 partecipanti tra manager, banchieri, finanzieri, politici provenienti da oltre 130 Paesi. Tra questi ci sono circa 400 leader politici, tra cui quasi 65 capi di Stato e di governo.
Il presidente Usa Trump è arrivato ieri con grande clamore e già se ne sente il protagonista ma, secondo molti osservatori, rischia di ribaltare gli ormai fragili rapporti multilaterali nel mondo capitalista che il Wef di Davos ha sempre rivendicato come propria caratteristica.
La rivista dei ricchi – Forbes – elenca i temi al centro del World Economic Forum di quest’anno in ordine di importanza: la geopolitica e la sicurezza globale saranno temi di primo piano, con Ucraina e Groenlandia al centro del confronto tra Stati Uniti ed Europa. Al centro delle discussioni ci saranno anche le guerre commerciali e la geoeconomia, tra dazi, strumenti di deterrenza e controllo delle filiere strategiche. Non mancheranno dossier strategici come energia e intelligenza artificiale, considerate leve centrali del potere economico e tecnologico.
Ma la stessa Forbes sottolinea come nell’agenda siano scomparsi o ridimensionati temi come clima, inclusione e cooperazione multilaterale che pure erano stati centrali nelle edizioni precedenti.
A differenza dagli anni scorsi, infatti non risulta in programma nessun riferimento ai cambiamenti climatici o alla necessità di una transizione energetica ma solo la promessa di affrontare “le questioni più importanti per popoli, economie e pianeta”.
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Dalla pace multilaterale alla pace selettiva: il Board of Peace come tassello della dottrina Trump
di Tiberio Graziani
Nato nel contesto del dopoguerra a Gaza, il Board of Peace promosso da Donald Trump si configura come un modello alternativo al multilateralismo tradizionale. Più che un’iniziativa contingente, rappresenta un tassello coerente di una strategia statunitense volta a ridefinire il potere globale in una fase di transizione ancora aperta.
L’iniziativa Board of Peace, lanciata dal Presidente Donald Trump nel gennaio 2026, rappresenta uno dei tentativi più radicali di riscrivere le regole della diplomazia internazionale e della gestione dei conflitti.
Più che un’iniziativa di pace, il Board of Peace solleva una questione centrale, vale a dire se la gestione dei conflitti debba restare ancorata al multilateralismo o essere affidata a forme di leadership selettiva e personalizzata.
In questa prospettiva, il Board of Peace può essere letto come un ulteriore tassello della dottrina politica di Donald Trump, coerente con altre iniziative spesso interpretate come eccentriche o improvvisate, ma riconducibili a una visione precisa delle relazioni internazionali. Una visione che privilegia leadership diretta, accordi selettivi e strumenti economici rispetto alle architetture multilaterali tradizionali, e che mira a ritagliare per gli Stati Uniti uno spazio di influenza centrale nella riconfigurazione di un equilibrio globale sempre più fluido. In un contesto segnato da transizioni e riposizionamenti continui, più che di un sistema internazionale, sembra infatti più appropriato parlare di un equilibrio internazionale in fieri, aperto e instabile.
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I giuristi di regime contro Barbero
di Pier Paolo Caserta
Adesso è partito un coro all’indirizzo di Alessandro Barbero, intonato da alcuni giuristi di regime, cioè sostenitori della de-forma costituzionale.
Il coro ha lo scopo di cercare di delegittimare Barbero in quanto personalità autorevole che ha preso posizione per il NO. Gli "argomenti" utilizzati contro Barbero, prima ancora di entrare nel merito, mettono l’accento su quello che, secondo i giuristi di regime si configurerebbe come uno sconfinamento commesso dal Professore e divulgatore di Storia.
Poteva continuare a fare l’influencer - suggerisce un giurista di regime - ma non ha le necessarie competenze giuridiche per esprimersi sull’argomento. È come se, continuano i giuristi di governo, io volessi parlare di Storia ecc. Insomma non vale la pena proseguire, la linea è questa, di sconcertante povertà culturale.
Quali sono, infatti, queste “competenze” richieste per potersi pronunciare in merito al prossimo referendum sulla riforma costituzionale della giustizia? Sono competenze di natura "tecnica"? Bisogna essere per forza magistrati oppure tacere?
A ben vedere i giuristi di regime contro Barbero non fanno altro che attingere al bestiario neoliberale e tecnocratico secondo il quale occorre far parlare solo gli “esperti”: soltanto i medici parlino di Sanità, soltanto i magistrati di riforma della giustizia ecc. Lasciamo stare ora la folla di problemi che nasce a voler prendere sul serio questa diffusa posizione: per esempio cosa succede, come di fatto accade, quando esperti in uno stesso campo sono in disaccordo tra di loro? Lasciamo stare, perché questo significherebbe già confrontarsi presupponendo la buone fede dell'interlocutore.
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La Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán.
di Alessandro Visalli
Nell’antica Cina si chiamava 逐鹿中原 / zhúlù zhōngyuán, ovvero “Dare la caccia al cervo della pianura centrale”. Si tratta di una metafora politica molto antica, che risale alla conquista Zhou (circa anno mille) e struttura un’immaginazione geopolitica che presume tre cose, nella ricerca della sovranità (il Cervo, lù):
- c’è un centro ordinatore, il zhōngyuán, la Pianura Centrale, che è insieme normativo-politico e geografico;
- ogni frammentazione è patologica e va considerata temporanea, sono interregni e vanno riassorbiti;
- la legittimità, conseguentemente, è essenzialmente capacità di unificare.
Zhao Tingyang scrive che:
“il potere politico significa stabilire un ordine sociale mediante la trasformazione di risorse disponibili in risorse controllate, cioè di trasformare la semplice continuazione della vita in un’aspettativa credibile. In questo senso la politica costituisce un tentativo di appropriarsi in maniera ordinata dell’avvenire”[1].
Secondo la massima di Confucio, “che coloro che sono vicini siano felici, e coloro che sono lontani accorreranno alla vostra Corte”, qui si tratta di sviluppare unità (nella Piana Centrale) tramite attrazione, e non espansione. Tingyang parla di un “modello a vortice” che sviluppa una “potente forza centripteta”.
La descrizione è interessante e rende molto vividamente l’idea:
“le numerose parti che entrano a far parte del gioco non riescono a resistere all’attrazione esercitata da tale vortice e si battono l’una dopo l’altra partecipando ‘volontariamente’ al gioco in maniera concorrenziale, mentre altri partecipanti vi vengono trascinati passivamente, e così il vertice si fa sempre più ampio e più forte, fino a raggiungere una situazione di stabilità che è quella che dà forma all’estensione complessiva del paese”[2].
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La sinistra nostrana e le “rivoluzioni colorate”
di Nico Maccentelli
Le vicende avvenute nelle ultime settimane, rivelano come ormai quella che qui chiamiamo sinistra, non sia altro che un terminale che risponde a comando a ogni campagna criminale dell’imperialismo, ossia dell’egemone USA e i suoi vassalli occidentali. Il meccanismo è sempre lo stesso: si parte dalla definizione indiscutibile che qui c’è la democrazia e oltre il “giardino occidentale” ci siano invece autocrazie feroci, oligarchie e dittatori vari, onde per cui ogni mobilitazione o anche solo l’esternazione che favorisca le politiche belliche, golpiste, sanzionatorie o terroristiche fatte da USA e scimmiottate dalle peggiori camarille di regime europee siano giuste a prescindere.
Dunque, la vulgata priva di riscontri definisce Maduro un dittatore, gli Ayatollah dei sanguinari repressori e si glissa sulla natura nazista dei banderisti ucraini, presentando spesso un mondo alla rovescia, che conferma anch’esso a prescindere un suprematismo atlantista, che calpesta sistemi politici, culture e religioni non in linea con una visione del mondo liberale. La novità è che questo giochino funziona da noi, ma non nel resto del mondo, nel suo complesso di identità e dinamiche sociali e statuali spesso antiche di secoli se non millenni, che dovrebbero essere affrontate, al contrario, con uno spirito di rispetto e cooperazione paritetica. Cosa che l’imperialismo non fa. Anzi attacca con violenza e anti-diplomazia ogni paese e popolo che ostacola la predazione ultrasecolare, arrivando anche al genocidio come stiamo vedendo in Palestina.
Sarebbe scontato e facile analizzare il consenso ideologico al sistema imperiale da parte di forze di destra come FdI della premier Meloni. È più utile e importante invece andare a vedere cosa accade nella sinistra cosiddetta radicale, più ancorata a questioni di principio come il dirittumanitarismo che a una politica rivoluzionaria che si pone obiettivi politici nella direzione di una vittoria sull’imperialismo e nell’interesse dei processi di decolonizzazione e di emancipazione dei popoli e delle classi lavoratrici.
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Petrodollari vs petroyuan: il Grande gioco di Trump in difesa del dollaro
di Elisabetta Burba e Maria Pappini
Per blindare l'egemonia Usa, la «dottrina Donroe» punta al controllo fisico delle risorse strategiche. Dal Venezuela alla Groenlandia
L’energia è il cuore dell’ultimo scontro globale: ogni barile venduto fuori dal circuito del dollaro è una crepa nel primato di Washington. Per 50 anni, il sistema ha retto su patti che imponevano ai produttori di scambiare greggio in dollari, alimentando Wall Street e sostenendo i titoli di Stato Usa. Ma oggi, sotto la spinta della de-dollarizzazione, quel modello vacilla. La risposta di Donald Trump è un cambio di passo, che impone la linea dura del controllo delle risorse strategiche.
«La Cina può comprare tutto il petrolio che vuole da noi». Con queste 11 parole, il presidente Donald Trump ha svelato il baricentro dello scontro globale in atto: il petrolio. Lo ha fatto all’incontro con i vertici di Big Oil riuniti alla Casa Bianca il 9 gennaio scorso. Cinque giorni prima, il concetto era stato declinato in modo molto più diretto dal senatore repubblicano Thomas Massie. «Svegliatevi, Maga. Il Venezuela non riguarda la droga. Riguarda il petrolio» aveva detto ai suoi il guastafeste di Trump. Il senatore ribelle aveva messo a nudo la posta in gioco a Caracas: la partita non è morale, è materiale.
https://youtu.be/iaE8lw8_x30
In Venezuela, Iran e Nigeria, i tre Paesi contro cui l’amministrazione Trump ha condotto azioni militari dirette (anche se l’attacco annunciato a Teheran pare sia stato sospeso), il cuore del problema è il petrolio. O, meglio, il dominio fisico delle filiere, come insegna la lezione della Groenlandia, dove la posta in gioco sono le terre rare e il controllo delle rotte artiche. Ma, attenzione, non si tratta di risorse fini a se stesse. Ogni barile di petrolio o di gas naturale che sfugge al circuito americano riduce la domanda strutturale di dollari. Quindi è una minaccia esistenziale all’egemonia di Washington. E il presidente Trump ne è consapevole.
Nella sua strategia, il controllo dei nodi in cui le materie prime passano o vengono estratte è lo strumento per affrontare il problema dei problemi: la dedollarizzazione.
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La debole Armada: l’inganno di Trump
di Pino Arlacchi*
Quasi tutti, a destra come a sinistra, pensano che dietro le sparate di Trump contro mezzo mondo ci sia una macchina militare invincibile, impareggiabile e senza precedenti nella storia del pianeta.
Essa conferisce al presidente americano una pretesa di potenza pressoché illimitata. Trump può violare impunemente diritti, valori e interessi di popoli e nazioni in base al principio atavico che è la forza più bruta, la violenza delle armi, che dà ordine al mondo. A discapito delle risorse a disposizione delle vittime, che possono contare solo sull’energia immateriale generata dal senso, anch’esso atavico ma perdente, della giustizia.
Questa è la visione della potenza americana oggi prevalente. Una visione sbagliata e fuorviante. E ciò per due ragioni. Perché è il frutto di una mistificazione ben costruita, e perché è la realtà dei fatti a dimostrare l’esatto opposto. Le menzogne e le violenze di Trump non sono il frutto di una forza militare soverchiante ma, al contrario, derivano da una debolezza profonda, rimasta nascosta per mezzo secolo dopo essere venuta alla luce con la sconfitta del Vietnam.
Seppellita sotto il trionfo americano della Guerra fredda e continuata sottotraccia durante la Bell’Époque clintoniana, questa magagna di fondo è riemersa su scala più vasta nel nuovo secolo con la serie di sconfitte militari e politiche del Medioriente (Iraq, Afghanistan, Yemen) e dell’Ucraina, ed è la vera base da cui partono le raffiche trumpiane di aggressione solitaria a tutto e tutti. Dietro di esse non c’è la gravitas di un potere sicuro di sé, che non ha bisogno di minacciare, di lanciare insulti e attacchi che sanno di insicurezza e di ossessività.
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C’è un aggressore e un aggredito, si diceva una volta, no?
Luca Busca intervista Carlo Rovelli
Viviamo in un contesto molto incerto, in cui ogni giorno un paese sovrano viene minacciato dall’Impero Americano di essere invaso al fine di appropriarsi delle sue risorse. Spesso l’impressione è quella di un’egemonia in declino, sull’orlo del baratro, che tenta gli ultimi colpi di coda per non cadere. In due settimane, dall’inizio del 2026, Trump ha attaccato il Venezuela, sequestrandone il legittimo rappresentante. Ha minacciato l’Iran e la Nigeria, dichiarandosi disponibile a uscire dalla NATO pur di avere la Groenlandia, che, ironia della sorte si troverebbe nella condizione di invocare l’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, portando l’Europa in guerra contro gli Stati Uniti. Casualmente tutti paesi ricchi di petrolio.
Abbiamo chiesto a Carlo Rovelli, fisico e divulgatore di fama mondiale reduce dalla pubblicazione del suo ultimo libro, “L’uguaglianza di tutte le cose”, cosa pensa di questo particolare momento storico.
* * * *
L.B. Gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela e sequestrato il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, al fine di processarlo. Possiamo parlare di “processo” o siamo davanti a uno strumento politico travestito da giustizia?
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Le smanie bellicose di Ursula von der Leyen
di Gianandrea Gaiani
Forse ispirata dall’autoreferenzialità di Donald Trump, anche il presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen sembra ormai nutrire un ego smisurato che la induce a travalicare ancora una volta i poteri della Commissione europea.
Comer accade anche al presidente statunitense, sembra che nulla affascini più del “military power” i sogni di gloria della signora von der Leyen, che è ricaduta in un errore già commesso in passato.
A inizio settembre dello scorso anno aveva affermato che esistevano “piani piuttosto precisi” per il dispiegamento di truppe europee in Ucraina ma era stata duramente ripresa dal connazionale Boris Pistorius, ministro socialdemocratico della Difesa tedesca. “La Ue non ha alcun mandato né competenza sul posizionamento delle forze armate. Andrei piuttosto cauto nel commentare considerazioni del genere. Si tratta di questioni di cui non si discute prima di sedersi al tavolo dei negoziati con le molte parti che hanno voce in capitolo” dichiarò Pistorius.
Per confermare la tendenza ad avventurarsi ben oltre i limiti del suo mandato, il 12 gennaio von der Leyen ha riferito ad alcuni giornalisti che “per l’Unione europea è fondamentare accelerare sul piano di pace in 20 punti discusso da Zelensky con Trump a fine dicembre. In questa fase i principi di base sono chiari: la prima linea di difesa sarà ed è costituita dalle forze armate ucraine e sarà compito dell’Ue fare in modo che siano ben equipaggiate”.
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Venezuela: “Bring them back”, il muro della dignità contro il fango dei traditori
di Geraldina Colotti
La "diplomazia delle cannoniere" di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L'accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l'integrità della nazione
Mentre un'orchestrata campagna di allarmi e fake news tenta di coprire la verità sulla brutale operazione di guerra illegale eseguita dagli Stati Uniti all'alba del 3 gennaio 2026, la realtà dietro la violenza imperiale comincia a emergere in tutta la sua crudezza. Non è stato affatto una "passeggiata", come ha cercato di far credere Donald Trump con il suo consueto cinismo arrogante. È stata un'aggressione terroristica in piena regola, un atto di forza bellica disproporzionata, asimmetrica, che ha violato ogni norma del diritto nazionale e internazionale, trovando però sulla sua strada la resistenza eroica del popolo venezuelano, dei militari venezuelani e cubani, e delle soldate.
I dati che emergono smentiscono la narrativa di un'operazione chirurgica e indolore. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce. Trentadue eroici combattenti cubani, presenti legalmente nel Paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi "come leoni" in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti.
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Viaggio al cuore dell’”Asse del Male”. TARGET IRAN
di Fulvio Grimaldi
Iran, orgia di disinformazione
Scrivo queste note sul “mio” (nel senso che ci sono stato) Iran con qualche giorno di anticipo sul martedì della pubblicazione. La situazione tumultuosa che si presenta in queste ore potrà aver subito ulteriori cambiamenti. Ciò che, però, non potrà essere cambiato è l’Iran nella sua verità intima, quella che con tutti i mezzi più subdoli o violenti hanno cercato di sottrarci.
Intanto a metà mese sembra scongiurata l’ennesima bombastica minaccia di sfracelli trumpiani. Utilizzando l’assicurazione iraniana che non ci sarebbero state quelle impiccagioni di massa di manifestanti che in Occidente i media avevano previsto (fantasticato), ma tenendo molto più conto degli avvertimenti russi di reazioni pesanti, il fuoritesta di Washington dice di aver rimesso la colt nel fodero.
Non so valutare con la precisione del bilancino quale sia la verità sull’asserita durezza della repressione in Iran, con le asserite uccisioni che rimbalzano tra alcune decine, alcune centinaia e chi si è spinto fino a giurare su migliaia (evidentemente da lui contate). Senza, peraltro che un solo rigo di un mainstream, in cui divampano più fiamme di quelle che ci presentano i video da Tehran, menzioni i due milioni in piazza a sostegno del governo.
Peggio, sfidando un vero degrado professionale, Sky (e non solo) fa passare le sterminate folle riunitesi in appoggio al governo, per manifestanti dell’opposizione. Tra i quali, ovviamente, nessuno menziona la documentata presenza di reparti armati curdi infiltrati dall’Iraq, o del MEK, l’organizzazione terroristica tenuta in piedi dalla CIA fin dalla rivoluzione khomeinista e alla quale vanno attribuiti numerosi attentati contro civili e, in particolare, l’assassinio di scienziati iraniani.
Peggio ancora, restano nei media “assolutamente pacifiche” le proteste in Iran e inermi le vittime della repressione, a dispetto della evoluzione della protesta del bazar contro l’aumento dell’inflazione, determinata dalle sanzioni, in insurrezione violenta perfettamente organizzata.
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Giovanni Mazzetti e il tramonto del lavoro salariato
di Eugenio Donnici
1.
C’è un dato di fatto che si fatica ad accettare nella società dei paesi capitalisticamente più sviluppati e si presenta come «scarsità di lavoro.»
Tutti i lavoratori che vivono del loro salario, quando percepiscono che il lavoro concreto che svolgono si sta dileguando e intuiscono che il valore di scambio della loro forza lavoro non trova una corrispondenza nel mercato, si aggrappano con veemenza a quella condizione, in quanto, sia dal profondo della loro mente che dalle loro esperienze pratiche, affiora la consapevolezza che la disoccupazione produca effetti più distruttivi nelle loro vite, al cospetto delle sofferenze e distorsioni derivanti dal rapporto di lavoro salariato.
La condizione di disoccupazione rappresenta il «nulla assoluto» per coloro che perdono il lavoro che svolgono, pertanto è una sana reazione opporsi a tale forma di esclusione sociale. Sulla base di questi presupposti, è possibile rilevare, come del resto fa Dahrendorf – osserva Mazzetti – che nei secoli della storia moderna hanno prevalso i principi della civiltà del lavoro.
E in questo contesto, la ricchezza si è presentata come lavoro oggettivato, come valore di scambio, come denaro e soprattutto come denaro che diventa capitale.
Se il riferimento alle categorie analitiche di Marx è evidente, la linea d’ombra dell’impostazione di Dahrendorf giace nelle accuse che indirizza a tutti i salariati che non riescono a emanciparsi dalla società del lavoro.
La legge del salario da cui dipende il reddito, per far fronte ai bisogni della vita quotidiana, esercita una forza di attrazione più grande delle spinte idealistiche dei “riformatori illuminati” come il noto direttore della London School of Economics, per circa un decennio.
Le proteste degli operai davanti le fabbriche, ogni volta che si presenta una crisi aziendale, possono essere considerate come un rifugiarsi in degli interessi corporativi, stando alle conclusioni a cui giungono gli studiosi del calibro di Dahrendorf?
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