Il neoliberismo di guerra va oltre la democrazia borghese
di Nico Maccentelli
Da più parti si continua a ripetere che con Trump presidente USA si sono violate le regole e che ora vige la legge del più forte. C’è chi dice anche che però l’imperialismo USA ha da sempre fatto guerre, colpi di stato, usato proxy come false bandiere, e che se non altro Trump ha il “pregio” di sostenere apertamente ciò che fa.
Queste due considerazioni, avanzate da politologi e opinionisti dissenzienti, si fermano però ai postulati, senza andare oltre. Ma oltre cosa c’è? Dobbiamo capire che se la prima considerazione ci porta a delle ricadute politiche e sociali di conflitto che non si sono ancora esplorate, la seconda mi pare piuttosto superficiale nella sua enunciazione, che se un pregio può avere è solo per il semplice fatto che un’intenzione dichiarata non necessita di smascheramenti e che può essere visibile a tutti o, per lo meno, a chi la vuole vedere.
Ma ciò che va colto in quell’oltre che prima ho accennato è riassumibile in questo enunciato: chi ha superato la soglia del genocidio, facendolo o sostenendolo può poi proseguire l’abominio criminale anche in casa propria.
Dunque non stiamo parlando solo di assenza di regole e di legge del più forte, ma del superamento di una soglia che da Auschwitz in poi nell’Occidente delle cittadelle dei consumi e delle classi medie (oggi in crisi) e di un proletariato border line per sussistenza precaria, non era mai stato superato se non nei paesi in cui l’imperialismo faceva quello che voleva, raccontando a noi che portava la civiltà e la democrazia.





Come emerge sia dalla National Security Strategy, che dalla più recente National Defence Strategy, la difesa della residua posizione dominante degli Stati Uniti, e ancor più il tentativo di invertire il declino, richiedono uno strumento militare capace di rispondere adeguatamente alle sfide di questo secondo quarto di secolo. Sfide che provengono non solo dalla crescita di attori globali in grado di competere con gli USA, o di attori regionali indisponibili al ruolo subalterno, ma anche dalle stesse ambizioni statunitensi, e dal modo in cui immaginano strategicamente di perseguirle.
Povera Europa! Minacciata e poi canzonata da “Bulldozer Donald Trump” e infine redarguita col ditino alzato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky che, dismessi ormai definitivamente gli abiti del comico, sfoggia quelli del severo professore.
Il libro “Dialettica dell’economia cinese” è scritto da cinesi (Cheng Enfu ed i suoi collaboratori) per i cinesi. Quindi non va letto per rispondere alla domanda classica “quanto di socialismo e quanto di capitalismo c’è nell’economia cinese”?




Tra Piantedosi e Askatasuna
Non ti vietano di parlare: ti rendono invisibile. Il caso Barbero è solo l’ennesimo segnale di una democrazia digitale in ostaggio, dove poche multinazionali decidono cosa può diventare coscienza collettiva e cosa deve sparire dal dibattito pubblico
Le mosse di Trump sembrano cercare in primis di ostacolare in tutti i modi possibili, direttamente e indirettamente, l’ascesa della Cina sul piano economico, tecnologico, politico, rafforzando le strategie già praticate dagli Stati Uniti almeno sin dai tempi della presidenza Obama. Per altro verso, l’arrivo al potere di Trump sembra avere accelerato un processo di divergenza crescente tra i modelli politici ed economici dei due rivali.

Ammetto subito che il titolo è una mediocre spiritosaggine. Mi è venuto così e non ho resistito. Cercherò di chiarire in seguito gli aspetti seri che può presentare. Non voglio spingere troppo in là l’evidente assonanza col noto scritto leniniano, e in particolare mi guarderò bene dal pensare che si tratti qui di una malattia senile del capitalismo. Il capitalismo è in ottima salute e sta vivendo una seconda (o terza, o quarta…) giovinezza. Trump non è così importante da creargli problemi. Ben poco al mondo può creargliene. La questione di cui parliamo è molto più contingente. Troppo contingente, in realtà, per capirla a fondo e prevederne gli sviluppi anche immediati. Domani Trump potrebbe occupare militarmente la Groenlandia o bombardare l’Iran. O decidere che non vuole più la Groenlandia e che bisogna trattare con l’Iran. Non mi sembra serio anticipare qualcosa che probabilmente neanche lui sa. Quel che si può fare intanto è cercare di prendere le distanze da alcuni stereotipi. Hanno, come tutti gli stereotipi, una base nella realtà, ma ne perdono di vista il carattere essenziale: l’incertezza e l’esposizione al mutamento imprevedibile. La semplificano troppo e così finiscono per offuscarla. Gli stereotipi in questione sarebbero tanti. Ne prenderò in considerazione qualcuno.
Nel precedente articolo abbiamo affrontato in termini generali la questione del ruolo negativo assunto dalle grandi imprese nell’evoluzione dell’economia nazionale, figlio sia delle modalità di conduzione delle medesime a opera dei loro titolari, sia dei condizionamenti esercitati da questi sul ceto di governo, che hanno fatto sì che il secondo tutelasse gli interessi dei primi anche a scapito delle possibilità di sviluppo industriale complessivo del paese. Abbiamo inoltre accennato al fatto che dal 1992 in avanti la nostra classe politica abbia agito contro l’interesse nazionale anche per soddisfare appetiti di soggetti stranieri. Ora vogliamo illustrare le forme che concretamente assunsero questo ruolo negativo della nostra élite imprenditoriale e questa sottomissione del nostro ceto politico a interessi stranieri, attraverso la ricostruzione di sette casi esemplari: aziende o interi settori industriali che sono stati condannati al declino o alla sparizione dalle scelte compiute da imprenditori e governanti. Si tratta di aziende e comparti il cui sviluppo era stato tale da renderli dei motivi di vanto per il nostro paese, o che comunque si connotavano per le notevoli potenzialità che avrebbero potuto esprimere, se adeguatamente tutelate; le loro vicende costituiscono dunque delle vere e proprie storie dell’orrore, che a nostro avviso dovrebbero turbare i sonni degli italiani comuni (di tutti quelli, cioè, che non hanno ricavato da esse un beneficio personale).
Il tema dell’inclusione è uno dei dogmi culturali e pedagogici del liberalismo. La parola inclusione è utilizzata quale mezzo di propaganda per mascherare scelte aziendali e capitalistiche come democratiche e per tacitare i dissenzienti, giacché solo un essere antidemocratico e ostile all’umanità potrebbe essere contrario all’inclusione. Con tale propaganda i dissenzienti sono zittiti e posti ai margini della vita culturale e, nel contempo, coloro che sono per l’inclusione indifferenziata nel “migliore dei mondi possibili e specialmente nell’unico possibile” sono nei fatti discriminati. Si include e si discrimina, tale ritmo censorio non è mai colto, poiché è già il segno della profondità del male. Il risultato di questa campagna inclusiva che passa dalla formazione, in particolare, ma è generalizzato, è il nuovo dogma, anche, della chiesa e giunge nelle aziende fono a fondare un corpo sociale interno al dogma (inclusione) mai pensato e mai problematizzato. Chiunque osi pensare il dogma dell’inclusione è guardato con sospetto e marginalizzato, le sue parole sono niente, poiché sono respinte in modo meccanico e immediato. L’inclusione è il dogma che neutralizza la contestazione, poiché non si può contestare una società inclusiva che consente a ogni differenza di esprimersi sul mercato della diversità, purché si taccia sullo sfruttamento, sulla mercificazione delle vite, sulla precarietà erotica con annesso depopolamento programmato, su un regime pensionistico semplicemente disumano e sull’iniqua e scandalosa distribuzione delle ricchezze. Il pedaggio da pagare per l’espressione, all’interno dei confini del capitalismo, delle differenze è l’accettazione sovrana delle contraddizioni rese fatali e inemendabili. Nella società inclusiva le pulsioni sono “libere” e sono sganciate dall’etica e dalla progettualità, sono materialità primitiva e meccanica da scaricare, la mente è, invece, nella gabbia d’acciaio del pensiero unico. L’alternativa reale al sistema è resa impensabile mediante il terrore orchestrato dello stalinismo e del fascismo sempre alle porte che bussano per privarci della società inclusiva, per cui bisogna solo accettare e ringraziare “il dio mercato-” con i suoi dogmi.





































