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Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
Era il 5 settembre 2025 e i primi nove mesi di possesso del Pentagono avevano confermato la sua sensazione che la struttura di vertice delle Forze armate statunitensi mancasse di mordente. Nonostante gli show di bullismo del suo predecessore Austin, anche al Pentagono tirava la stessa aria euforica del Dipartimento di Stato: birra e chitarra rock con quattro amici al pub di Kiev. Vinceremo e chi perde paga le consumazioni. Bisognava segnalare al mondo, ma soprattutto alle forze armate stesse, che la musica doveva cambiare. Anche Trump aveva...
La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum. E' chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa. Provo a spiegarmi meglio. La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com'è...
Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è detto che arrivi al traguardo, ma si muove… Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev. “Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli...
Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il...
Napoli è una città che tende alla sineddoche, alla mise en abyme, alla generalizzazione: lo dimostra il suo stesso nome, perché nel chiamarsi “città nuova” tende a considerarsi città par excellence, sottolineando quella sua irriducibilità che in tanti nel corso del tempo hanno provato a rivendicare. Prendiamo un esempio paradigmatico: diceva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista (1977) che l’uomo produttivo, ossia “il milanese”, preferisce la doccia perché consuma meno acqua, meno tempo e si lava meglio, campione di efficientismo. “Il...
Pubblichiamo la traduzione di un’analisi che ci è sembrata tra le migliori delle lotte degli studenti delle scuole francesi, anche se ormai la situazione si è andata via via sviluppando fino alla grandiosa manifestazione di sabato 17 ottobre, sulla quale abbiamo raccolto le prime impressioni di chi l’ha vissuta. Era stata indetta da tempo e aveva come ragione di fondo l’aggravarsi della condizione di vita a seguito dell’inflazione. Nel frattempo però scoppia, inattesa e soprattutto imprevedibile nelle modalità e nella composizione, la lotta...
Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito… Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori. Hanno solo un...
Ieri il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è recato in Iran dove si è incontrato con il suo omologo Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian. In agenda impedire la ripresa di una guerra di larga scala da parte di Israele e Stati Uniti. Non è la prima volta che la Russia tenta chiudere la pericolosa/disastrosa querelle iraniana, ma stavolta è diverso perché Lavrov giunge a Teheran sull’onda della telefonata tra Putin e Trump di venerdì 9 ottobre, nella quale i due presidenti hanno parlato anche del conflitto iraniano e perché...
Ma cosa si aspettavano, che una massa di giovani relegati nelle periferie delle cittadelle del lusso, ridotti a eccedenze produttive o a manovalanza precaria, potessero accettare un presente di miseria con l’ascensore sociale non bloccato, ma sbarrato con violenza e un futuro fatto di nulla con la guerra, senza reagire? Chi ha fatto questi calcoli, che non sono calcoli ma diktat dettati dai vertici del potere imperialista finanziario e multinazionale, li ha proprio sbagliati: ma il pilota automatico si sa, non è come le city car di ultima...
19 ottobre. Che ansia, che tormento agita le fragili cristiane coscienze delle cancellerie euro-atlantiste, al pensiero di come il loro pupillo, personificazione del vallo euroliberale che si erge contro le “autocrazie asiatiche”, sia stato lasciato solo e indifeso dalle sconsiderate decisioni della Casa Bianca. L'impellente imperativo è quello di sostituire l'infido alleato yankee nel sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e assumere, con ciò stesso, l'impegno a fare da muro alla “postura” - un termine che, nella nuova lingua liberale, fa...
Prevengo i commenti. Ma perché perdi tempo con Veneziani? Perché ne parli? Per un motivo semplice: l’egemonia. Vi ricordo che queste persone indottrinano anche chi governa; questi discorsi ve li ritroverete in Valditara e Meloni. Vi ricordo che queste persone, alla fine, approvano tagli e finanziarie. Il ruolo degli “intellettuali” è svuotare di senso le rivendicazioni materiali. Leggasi: arrampicarsi sugli specchi e dare la colpa a tutti/e tranne che a se stessi. «La rivendicazione economica è fuorviante», sentenzia Marcello Veneziani dalle...
“Ricostruire la base produttiva europea” è la frase che circola in ogni documento della Commissione europea. È un riflesso verbale che non impegna nessuno. Non dice quali industrie, con quali soldi, in quanto tempo, contro quali interessi. È una formula di copertura, non un programma. Il suo uso più recente è nel braccio di ferro con Pechino. Bruxelles ha scoperto, con dieci anni di ritardo, che il deficit commerciale con la Cina corre al ritmo di 1 miliardo al giorno. Minaccia salvaguardie sulle auto ibride, quote sull’acciaio, condizioni...
Parliamo delle vetrine, quel velo ideologico del commercio che ci fa salivare come cani di Pavlov al suono della campanella, quella nebbia di cristallo dove si vede e non si vede la reificazione che si incontra/scontra con l’ideologia borghese che critica il sistema finché qualcuno non lo tocca e lo mette sul serio in discussione. Insomma quel vetro che segna il limite tra chi ha e chi non ha, o meglio tra chi è e chi non è. La dinamica del velo che frena la pulsione, lo squarcio dietro al quale non si vuol vedere ciò che quel vetro nasconde:...
La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è stata attraversata da gruppi di giovani che alla fine si sono scontrati con la polizia. La quale – dopo che evidentemente erano stati monitorati i social più utilizzati per la giornata di sabato – fin dalla mattina aveva cominciato a filtrare l’accesso al centro sulla base di due criteri piuttosto indicativi: chi indossava felpe con cappuccio e chi si porta dietro un colore di pelle un po’ diverso. Scene tra il comico e il tragico, con proteste...
“Il tempo”, scrive in L’evoluzione creatrice (1907) il più geniale filosofo della scienza del ventesimo secolo, Henri Bergson, “è invenzione”. In effetti, così prosegue il filosofo francese, “non appena ci si ritrova in presenza della durata vera, si vede che essa significa creazione”; una creazione che coincide con la “vita del reale”. Si tratta di una vita, è questo il punto forse più attuale del libro di Bergson, che evidentemente è molto più ampia di quella che ancora chiamiamo in senso assai più ristretto “vita”. Si tratta di una vita...
Che la libreria Feltrinelli, antico emblema della cultura antagonista italiana, venga devastata, durante una rivolta giovanile, possiede una sua ironia dialettica. Sono vent’anni che evito quelle librerie. Avete visto cosa espongono in vetrina? La conoscenza definitivamente sussunta nell’industria culturale, l’antagonismo convertito in valore di scambio. Adorno e Horkheimer hanno perso, e noi con loro. Del resto, è piuttosto facile mercificare Che Guevara sulle magliette e poi indignarsi quando una generazione, sottoposta a decenni di...
E’ difficile sottovalutare la portata dell’ingresso in campo degli studenti italiani avvenuto ieri in modo così clamoroso da costringere persino alcuni telegiornali Rai a metterlo come prima notizia. Mentana e La7, i presunti “progressisti” dell’”informazione indipendente”, sono invece riusciti nell’impresa di far peggio della Rai. In entrambi i casi le fumose “tensioni tra studenti e polizia” non sono riuscite stavolta a nascondere la portata della mobilitazione. E pure gli “incappucciati” che si muovono esattamente come i governi europei...
«Vedo nuvoloni all’orizzonte», avverte Giorgetti. Omettendo che le danze sue e di Meloni stanno contribuendo non poco a incupire i cieli. Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil. Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia. L’uscita dalla procedura di infrazione dunque si allontana. Scomodo lascito per il governo prossimo venturo. È uno dei pochi punti fermi della manovra di bilancio, per altri versi ancora avvolta...
Le immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il crollo del campanile, stanno facendo il giro del mondo. Il giudizio rispetto a episodi come questo non può che essere di condanna, così come non si possono che condannare gli atti di saccheggio che hanno accompagnato le proteste in molte zone della Francia. Tuttavia, se ci limitassimo a questo livello di considerazioni faremmo soltanto una classica operazione di conservatorismo piccolo-borghese, che ha le sue ragioni ma che è anche drammaticamente miope....
La Guerra fredda non è stata solo una questione di missili, spie e sbarramenti militari. Quello che la storiografia ufficiale spesso dimentica — o finge di non vedere — è che la battaglia più feroce e decisiva si è combattuta direttamente dentro le teste delle persone. Gli Stati Uniti non si sono accontentati di dominare il mondo con la forza delle armi e il peso del dollaro: hanno voluto plasmare le categorie stesse con cui le società occidentali interpretano la realtà, ridefinendo da cima a fondo ciò che è desiderabile, accettabile o anche...
Nel Landtag della Sassonia-Anhalt in Germania si è verificato un passaggio politico fondamentale che potrebbe segnare una svolta duratura per l’intero panorama politico tedesco e che, forse, potrebbe insegnare qualcosa anche nel resto d’Europa. Con l’approvazione di una mozione presentata dal BSW insieme all’AfD – rispettivamente il partito della sinistra patriottica fondato da Sahra Wagenknecht e il partito nazionalista di destra accusato di “fascismo” – il parlamento regionale ha formalmente impegnato il governo del Land a farsi promotore...
L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. La falsa élite che attualmente governa in molti Paesi europei e nell'Unione Europea a Bruxelles è determinata a scatenare una guerra contro la Russia. Sfortunatamente per loro i cittadini su cui governano non hanno alcun interesse al riguardo e i leader stanno quindi conducendo una massiccia campagna propagandistica per far cambiare loro idea. Stanno seguendo la linea tracciata da Hillary Clinton che dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2016 contro Donald Trump...
CANDELA (FOGGIA) – Il sit-in è cominciato questa mattina alle cinque. Gli agricoltori e gli autotrasportatori che presidiano il casello autostradale per Napoli e Pescara con tir e trattori stanno accanto a due pattuglie dei Carabinieri e della Polizia stradale. Nessun ostacolo alle autovetture. Non vengono fatti passare solo i mezzi pesanti. Ma se qualche camionista insiste, lo lasciano andare. «Deve essere una protesta efficace – dicono i manifestanti -. Non dobbiamo permettere che il problema, che è economico e sociale, diventi un problema...
È un po’ di tempo che non riesco a occuparmi dei conflitti in corso in Europa e in Medio Oriente, in quanto ho voluto privilegiare lo spazio mediatico e il controllo della narrativa, il soft power, che ha oggi un ruolo essenziale nell’orientamento della politica interna e internazionale. Gli storici che dovranno un giorno soffermarsi sulla guerra suicida europea, sullo sterminio del popolo ucraino, come sul genocidio palestinese, sottolineeranno le responsabilità dei giornalisti e degli accademici che sono riusciti a normalizzare la guerra e...
Prima le sanzioni finanziarie contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e contro alcuni giudici della Corte penale internazionale. Poi, il 26 agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella sua lista nera anche Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti e associazioni. Una decisione che ha costretto Banca Etica a sospendere e poi chiudere il conto dell’associazione, per non incorrere a sua volta nelle sanzioni....
Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che con una certa approssimazione potremmo definire una spirale inflattiva dell'analogia coi regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o per meglio dire nutre una profonda avversione, per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere, ma qui quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è una riflessione sul...
Tra le quattro principali nazioni dell’Europa continentale negli ultimi trenta anni l’Italia è stata sicuramente la più stagnante, a fronte di paesi come Germania, Francia e Spagna, che hanno invece presentato un quadro di maggiore dinamicità economica e salariale. La cronicità della stagnazione italiana spiega anche perché non stia subendo le stesse fibrillazioni sociali che oggi attraversano gli altri tre maggiori paesi europei. Ma non va neppure sottovalutata la capacità dell’oligarchia nostrana di surrogare il conflitto sociale reale con...
Alberto Deambrogio: Nel tuo articolo apparso su Machina, tu utilizzi l’analisi di Fernand Braudel per scardinare l’idea che il capitalismo coincida con la logica della concorrenza o con una semplice estensione dell’economia di mercato, definendolo invece come una strategia monopolistica e statale di puro potere e centralizzazione. Molta sinistra ha sicuramente considerato importanti le teorie ordo-capitaliste o la critica al neoliberismo inteso come “iper-concorrenza”, concentrando rivendicazioni sulla regolazione del mercato. Se accettiamo...
Trump aveva chiesto a Zelensky di cessare gli attacchi alle raffinerie russe “una mezza dozzina di volte negli ultimi mesi a causa dell’impennata dei prezzi del gasolio. Ciò che ne è seguito era prevedibile: Zelensky ha esitato; Trump ha concluso l’accordo” con Putin. Così David Ignatius, sul Washington Post, ha ricostruito quanto avvenuto sabato scorso. Insomma, la decisione di Trump era meditata e la svolta repentina è dovuta ai ripetuti niet dell’alleato. La frustrazione ha spinto il presidente americano a forzare e, per piegare la...
L’immigrazione occupa ormai da tempo un ruolo cruciale nell’agenda politica, domina le campagne elettorali e incide sul loro esito. Serve infatti a movimenti e partiti per suscitare il clima di allarme sociale necessario a procacciarsi il consenso di una opinione pubblica che si sente minacciata sotto diversi punti di vista. I fantasmi agitati dal marketing della paura sono numerosi, ma quello prevalente, e che fa da cornice giustificativa alla volontà di mettere al bando categorie di persone ritenute inammissibili perché inassimilabili, è di...
Nell’annus horribilis 2026, in cui l’imperialismo ha arrestato legittimi presidenti come Maduro in Venezuela e massacrato guide spirituali e religiose come Khamenei, l’Occidente collettivo continua a ergersi a giudice dei “diritti umani”. Sembrerebbe grottesco, non fosse tragico. Se si approfondisce il tema però emergono tutte le ramificazioni della vicenda che rientrano pienamente nella visione colonialista che l’Occidente mantiene verso il resto del mondo, considerato semplicemente come un’entità indistinta da giudicare, processare e...
C’è un bambino che dorme. Stringe un orsetto senza un occhio, ha una coperta troppo corta e la certezza – che solo i bambini possiedono – che domani esisterà. Questa certezza è la cosa più preziosa che abbiamo. E siamo disposti a spegnerla per un pezzo di terra. Non è sempre stato così. Per secoli l’Europa, con tutte le sue colpe e tra errori e roghi, ha elaborato un’idea altissima e fragilissima: che ogni uomo valga in quanto uomo. Che la vita non sia proprietà del sovrano, della nazione, dell’esercito, della storia; che la vita non sia...
Prima c’è stato un articolo giovedi 8 ottobre del giornale Politico.eu a rivelare che l’Unione Europea “di fronte all’escalation delle operazioni ibride russe” si stia preparando all’eventualità che, prima o poi, queste azioni provochino delle vittime in Paesi Ue o Nato. Una riunione di diplomatici della Ue svoltasi a porte chiuse, senza telefonini e senza assistenti, ha valutato il rischio di attacchi gravi, “capaci di provocare vittime su larga scala”. Se diversi cittadini di Paesi membri dell’UE o della NATO venissero uccisi in quello che...
Pochi giorni fa, dopo l’ennesima notte di bombardamenti su Kiev, il cancelliere tedesco Merz s’è recato in segreto da Zelensky. Un precedente analogo risale al 2022, quando Boris Johnson intervenne per impedire un accordo con la Russia, minacciando il presidente ucraino proprio mentre sembrava disposto ad accettare una soluzione negoziale. Merz sarebbe intervenuto per scongiurare il collasso psicologico di Zelensky e rilanciare un sostegno occidentale sempre più incerto. Ha promesso il proseguimento del riarmo tedesco e 1,3 miliardi di euro...
Alberto Deambrogio: Nel tuo libro riprendi la tesi di Raniero Panzieri sulla non-neutralità della tecnologia, nata negli anni della catena di montaggio e del boom industriale. Se Panzieri oggi potesse osservare la transizione digitale e i moderni algoritmi di intelligenza artificiale applicati al mondo del lavoro, quale aspetto dell’odierno capitalismo delle piattaforme lo sconvolgerebbe di più e quale, invece, considererebbe la logica evoluzione di quanto aveva già previsto? Massimiliano Amato: Credo che Panzieri non si stupirebbe affatto...
Anwar Shaikh è nato a Karachi nel 1945 da una famiglia sindhi. Diplomatosi alla Stuyvesant High School di New York nel 1961 ha poi conseguito una laurea in ingegneria (B.S.E.) presso l'Università di Princeton nel 1965. Dal 1965 al 1967 lavorò per due anni in Kuwait: inizialmente come impiegato bancario e ingegnere, e successivamente, dal 1966, come insegnante di matematica, fisica e scienze sociali presso la Kuwait-American School di Kuwait City. Una volta tornato negli Stati Uniti per studiare economia con Gary Becker, Robert Heilbroner e...
14 ottobre. Inni alla guerra e proclami di attacco. I media di regime italici pullulano di incitamenti ad armarsi e passare all'offensiva. Questa l'atmosfera che circola nelle redazioni romane, torinesi, milanesi che, fiutata l'aria delle cancellerie europee, ardiscono prendere le distanze dai padroni d'oltreoceano, specialmente dopo il cosiddetto “Diesel deal”. Non sia mai che, seppur sommessamente e senza delinearne tempi e termini, qualcuno osi parlare di accordi per mettere almeno un freno al conflitto in Ucraina. Nemmeno le più che...
I BRICS e le analoghe aggregazioni del Grande Sud stanno cambiando in meglio l’economia mondiale. E in modi che gli economisti dell’establishment, i vari Draghi, Monti e simili, non hanno neppure immaginato. La stabilità economica del pianeta non viene più prodotta da un egemone occidentale, ma da un insieme di economie che producono stabilità e sicurezza come beni pubblici, a disposizione di tutti. Di cosa sto parlando? Parlo della tenuta della domanda cinese e asiatica durante le ultime recessioni, del freno alla piovra finanziaria...
È da più di un secolo che si parla di Tramonto dell’Occidente, da quando, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, Oswald Spengler scrisse il suo tanto fortunato quanto discusso libro. La Prima Guerra Mondiale è effettivamente lo spartiacque storico: per la prima volta in modo massiccio e organizzato la tecnologia diventò uno strumento decisivo di distruzione e di devastazione. Anche se ancora c’era l’assalto con la baionetta e quella terribile vita stagnava dentro le trincee, dove, come ricorderà genialmente Marc Bloch, ebbero origine le...
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Dove sta oggi il potere?
di Pier Paolo Caserta
Abbiamo bisogno di un’analisi aggiornata della composizione delle classi dominanti
La riflessione sui problemi dei quali cerco qui di offrire una prima sistemazione ha preso avvio dal dibattito attorno al “woke”, perché mi è parso evidente che quando si prova ad arrivare al nocciolo si trova che non è possibile impostare la questione del riposizionamento dell’ideologia egemone senza porre, a monte, la questione della composizione delle classi dominanti.
Devo, pertanto, preliminarmente richiamare le linee essenziali di quel dibattito. A dire il vero, non ho mai usato molto il termine “woke”, preferendo fare riferimento ad altri, quali il “politicamente corretto” e le altre sue strutture discorsive. Credo, comunque, che si dica la stessa cosa, a patto di aver chiaro che espressioni come “capitalismo woke” non indicano un modo di produzione, ma appunto una sovrastruttura discorsiva, che ha posto come cruciali alcune “battaglie” (uso doverosamente le virgolette) quali l’ambientalismo disancorato dalla questione sociale, il femminismo liberale, le “pari opportunità” o le istanze dei movimenti lgbtq+. Ma nel fare questo ha fatto molto di più. Non ha soltanto deviato l’attenzione dai diritti sociali, ha anche proiettato le divisioni nel campo dei subalterni, dividendoli e mettendoli in contrasto tra loro. Ha suscitato guerre orizzontali. E, quindi, il woke è stata, ed è, un’ideologia delle élite.
Si ricorderà il punto di innesco del dibattito sul woke proveniente dagli Stati Uniti: Ocasio-Cortez, da sempre paladina delle “battaglie” woke, dichiarò che il woke 1 è stato “folle”, e che serve ora un woke 2. Insomma non era sbagliato, soltanto che adesso c’è bisogno di un woke meno pazzerello.
Stando così le cose, la questione centrale diventa quella che viene rilanciata e approfondita da Alessandro Visalli in un lungo articolo (1) (che dialoga anche con un altro mio più breve): “Perché proprio adesso?”. Visalli inquadrava in prima battuta le dichiarazioni di Ocasio-Cortez come un vero “programma politico; rappresenta il tentativo suo e dei suoi compagni di uscire dal recinto della politica elitaria [nel quale è confinato il Socialismo USA] cambiando linguaggio per creare un contatto con i lavoratori.”. In altre parole, il woke non ha mai sfondato nelle classi lavoratrici, quindi bisogna cambiare registro. Un riposizionamento tattico, dunque, in primo luogo.
Qualche tempo fa è stato pubblicato – e ripreso anche da Contropiano - un articolo dell’analista geopolitico e giornalista indipendente statunitense Mike Whitney.
Vale la pena di tornare su questo articolo – anche se su di esso si è già discusso in rete – per spazzare via gli equivoci alimentati spesso dal pensiero “progressista” e “liberal” occidentale.
Parlando della strategia che sarebbe dietro l’azione del 7 ottobre 2023, attribuita – secondo l’autore – solo ad Hamas ed al suo responsabile militare di Gaza, Sinwar (poi eroicamente ucciso in combattimento), Whitney scrive:
“la strategia …. era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo”.
Questa affermazione, fatta probabilmente in buona fede e con le migliori intenzioni, cela però l’arroganza tipica del pensiero “liberal” occidentale, secondo cui al primo posto viene sempre la cosiddetta “pubblica opinione” come si manifesta nei “paesi che contano” dell’Occidente.
Innanzitutto è sbagliata l’attribuzione ad un solo soggetto di un pensiero e di un’azione strategica: cioè Sinwar, in quanto rappresentante di Hamas. L’azione ha visto mobilitata l’intera Resistenza palestinese dalla Jihad Islamica al Fronte Popolare, gruppo di ispirazione marxista-leninista, ad altri gruppi minori. Inoltre l’azione si è svolta in un ambito dell’Asia Occidentale, in cui è forte e attivo un Asse della Resistenza e del Rifiuto (del Sionismo).
Tutto quello che non vi raccontano su Youssef Siher
di Agata Iacono
Di Youssef Siher sappiamo tutto: le sue origini, il suo eccezionale curriculum scolastico e lavorativo, il suo attivismo nella denuncia contro il genocidio del popolo palestinese. I media stanno profilando il mostro perfetto, il capro espiatorio di seconda generazione, capace di "guidare" tanti ragazzini "maranza" in tutta Italia. Funziona meglio della ingerenza di Putin, è più credibile e rassicurante.
Perché è rassicurante?
Perché questa "orda" di ragazzi giovanissimi che nessuno ha sentito arrivare e che rifiutano qualsiasi inquadramento, che non si sentono rappresentanti neppure dalla miriade di associazioni extraparlamentari sempre in competizione tra loro, che non vogliono padroni né rappresentanti, fa paura.
Molta paura.
Allora è indispensabile inquadrare questi nostri figli alieni non omologati in un cliché rassicurante: "c'è un capo, c'è un mostro che li plagia, c'è un responsabile da sbattere alla gogna."
Ma davvero sono arrivati all'improvviso?
No. Questi ragazzi ci sono sempre stati nelle piazze all'indomani del 7 ottobre, hanno abbracciato la causa palestinese, chiedendo di non essere complici, occupando le università perché interrompessero i rapporti con i finanziamenti israeliani.
In Brasile le elezioni presidenziali sono state vinte da Luiz Inácio Lula da Silva, ma in America Latina più che altrove si vota, sì, ma la direzione di marcia viene spesso rovesciata da Washington.
Con lo scrutinio completato al 100%, la corte elettorale brasiliana ha dichiarato che Lula ha ottenuto un vantaggio incolmabile. Rispetto ai risultati del primo turno Lula ha compiuto una rimonta straordinaria, sorpassando lo sfidante di estrema destra, Flávio Bolsonaro, con il 51,79% dei voti contro il 48,21%. Circa 4 milioni di voti di differenza.
Ma qui comincia una partita del tutto diversa, dall’esito davvero incerto, che si potrebbe giocare su filo della guerra civile a seconda delle scelte degli Stati Uniti. Molto dipenderà anche dalle elezioni di midterm lassù, martedì prossimo. E non stranamente anche dall’esito delle elezioni israeliane, domani.
Mai come in questa fase, del resto, ogni scontro politico all’interno di un paese è strettamente intrecciato con l’evoluzione della crisi nell’emisfero occidentale a guida americana.
Il risultato brasiliano è stato subito contestato dallo sconfitto, figlio dell’ex presidente parafascista Jair, condannato a 27 anni di carcere per aver tentato un colpo di stato al momento della precedente vittoria di Lula, nel 2022, quando lanciò i suoi sostenitori all’assalto del Congresso nazionale, a Planalto, sulla falsariga dell’assalto al Congresso degli Stati Uniti, nel 2020. Li sta comunque scontando ai domiciliari per provvidenziali “problemi di salute”.
Dopo aver sabotato la diplomazia, Bruxelles ora cerca un posto al tavolo
di Alessandro Bartoloni
La capacità di negoziare è uno degli strumenti fondamentali del potere politico. Si può essere in disaccordo con un avversario, imporgli sanzioni o sostenere militarmente i suoi nemici, ma rinunciare al dialogo significa rinunciare anche alla possibilità di influenzare l’esito di un conflitto. E quando si smette di parlare con qualcuno, non lo si cancella dalla realtà: si lascia semplicemente che siano altri a trattare con lui e a decidere le condizioni della pace.
È la lezione che l’Unione europea sembra aver imparato nel modo più umiliante.
Dopo anni trascorsi a inseguire la contrapposizione con la Russia, a inasprire le sanzioni economiche, a sostenere militarmente l’Ucraina e a perseguire l’isolamento politico di Mosca, Bruxelles starebbe ora valutando la nomina di un rappresentante di alto livello incaricato di dialogare direttamente con Vladimir Putin.
Una prospettiva che, se confermata, avrebbe un significato politico enorme. L’Unione europea, che per anni ha presentato la propria linea come l’unica moralmente e strategicamente accettabile, si ritroverebbe a cercare disperatamente un canale diplomatico proprio con quel governo con cui aveva promesso di non normalizzare i rapporti.
La questione non è soltanto chi verrà mandato a parlare con il Cremlino. La domanda è molto più scomoda: com’è possibile che una delle maggiori potenze economiche mondiali si sia ridotta a inseguire gli altri per ottenere un posto al tavolo delle trattative su una guerra che coinvolge direttamente la sua sicurezza?
Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti
di Emiliano Brancaccio
Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento
Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento. I servizi digitali di marca americana, che governano merci, prenotazioni e logistica, inceppati. Le carte Visa e Mastercard che non passano. Molti conti bancari bloccati. E i dollari digitali situati in Europa congelati. Esagerata distopia? Per ora sì, nella sua versione totale. Ma il problema è già evidente.
Gli Stati Uniti manifestano un bisogno crescente di consolidare le vendite di dollari, di titoli, di armi, energia e tecnologia americane a caro prezzo, da riversare in primo luogo sugli alleati europei. È un modo per scaricare su questi il debito statunitense. E di governare il loro allineamento alla politica estera americana. Allineamento non più scontato, come è noto. Con gli Stati Uniti al momento vogliosi più dell’Europa di chiudere la guerra con la Russia. E con l’Europa riluttante sulla nuova guerra americana nel Golfo. E non è finita. Si vedrà presto che le tensioni principali verranno sulla Cina. Un dissidio tra Europa e Stati Uniti sul modo di gestire i rapporti con Pechino sarebbe deflagrante per le relazioni atlantiche. Ebbene, in quel caso, Washington difficilmente manderebbe droni contro le capitali europee. Ma potrebbe far qualcosa di più sottile.
Massimo Ilardi parte dall’articolo di Gigi Roggero per discutere alcuni elementi generali che caratterizzano le nuove forme di rivolta metropolitana. Secondo Ilardi, se il mercato ha bisogno di alimentare continuamente nuovi desideri per espandersi, ha anche bisogno di disciplinarli e addomesticarli, imponendo regole e limiti alla loro realizzazione. È proprio in questa contraddizione che il consumo può trasformarsi in una forza dirompente, capace di mettere in discussione l’ordine stesso del mercato. La rivolta diventa allora espressione di un desiderio che non rimanda al futuro, ma cerca di realizzarsi nel presente, attraversando e rompendo i confini imposti al territorio. Una riflessione che apre interrogativi importanti sulle forme del conflitto contemporaneo e sulla possibilità stessa della politica di confrontarsi con la loro radicalità.
* * * *
Nel suo intervento, Benvenuti nel deserto del globale. Note sul weekend maranza, Gigi Roggero affronta, tra le altre, due questioni che ritengo essenziali per capire la natura e i motivi delle rivolte urbane esplose nelle ultime settimane in alcune città europee.
Sembra proprio essere questa la conclusione che possiamo trarre, dopo giorni di commenti sulle violenze compiute ai margini delle manifestazioni degli studenti delle scuole superiori. Possibile che non si sia capaci di andare oltre la “condanna” della violenza? Se c’è chi inneggia alla rivolta come prodromo insurrezionale, al ribellismo spontaneo – vedendoci qualcosa che sinceramente è difficile vedere – dall’altro è solo un peana contro “maranza” e giovani “deviati” – e non parlo dei commenti della destra – o, al più, ad una rivolta “pre-politica” che andrebbe indirizzata. «Chi è violento si pone al di fuori della protesta democratica». Ma perché, forse che qualcuno di quelli che è andato a sfasciare vetrine aveva portato una qualche istanza, aveva voluto fare una protesta democratica? Ma di cosa stiamo parlando?
Perché nessuno pare in grado di andare oltre, di guardare dentro, sotto, di capire, di farsi domande? Non che io lo sia, ma non posso che constatare, con grande scoraggiamento, quanto povera sia la risposta. Perché se alle manifestazioni di migliaia di ragazzi e ragazzini, ragazze e ragazzine, che sono scesi in piazza per protestare, per chiedere una scuola che li formi e risponda ai loro bisogni, edifici non fatiscenti, docenti stabili e motivati, si sono uniti anche altri che di quelle istanze non sapevano che farsene o che volevano usare l’occasione per “fare casino” non sappiamo dare una risposta, allora c’è un problema. Il problema è che esistono anche loro e sta a tutti noi chiederci perché hanno fatto quello che han fatto.
Il trucco del “doppio uso” che militarizza le infrastrutture civili, azzera le autonomie locali ed espone i nostri territori annullando la distinzione tra fronte e retrovia. É la violenza organizzata, nella forma della guerra moderna su scala industriale, che esige la conversione strategica delle infrastrutture digitali civili, con in testa i data center e l’intelligenza artificiale arruolati nella Hyperwar
Sotto la veste rassicurante del titolo “Preservare la pace”, la Comunicazione Congiunta JOIN(2025) 27 della Commissione Europea e dell’Alto Rappresentante, pubblicata il 16 ottobre 2025, ha rappresentato l’atto di consacrazione della transizione dell’Unione Europea verso un’economia di guerra permanente. La cosiddetta “Tabella di marcia per la prontezza della difesa 2030” non costituisce un piano di tutela della cittadinanza, bensì una colossale operazione di dirottamento di risorse pubbliche a vantaggio dei complessi militari-industriali e della finanza speculativa.
La narrazione ufficiale ha costruito il proprio impianto sulla minaccia rappresentata dalla Russia, che nel 2025 ha destinato al comparto militare oltre il 7% del proprio PIL (Prodotto Interno Lordo) che corrispondono a circa 140 miliardi di euro. L’Unione europea ha attivato una pericolosa corsa al riarmo che ha sistematicamente e strumentalmente abbandonato ogni canale diplomatico. I dati quantitativi illustrano un’impennata della spesa militare collettiva dagli iniziali 218 miliardi di euro del 2021 fino ai 343 miliardi di euro del 2024, con una proiezione di 392 miliardi di euro per il 2025. Solamente nel 2024 gli investimenti per il settore bellico sono cresciuti del 42%, con 106 miliardi di euro stanziati per lo sviluppo di nuove armi e 88 miliardi di euro destinati agli appalti di equipaggiamenti.
Questa vertiginosa espansione finanziaria trova la sua massima espressione nel piano ReArm Europe, strutturato per mobilitare fino a 800 miliardi di euro, e nei nuovi parametri stabiliti dalla NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) per il 2035, che imponendo una spesa minima del 3,5% del PIL richiederanno agli Stati membri un esborso supplementare di almeno 288 miliardi di euro ogni anno. Queste risorse vengono sottratte direttamente ai servizi pubblici fondamentali, alimentando politiche di austerità sociale e privando di finanziamenti la transizione ecologica, la sanità, la scuola e la ricerca civile per trasferirli nei bilanci dei produttori di armamenti.
L’architettura della tabella di marcia delinea una forte saldatura tra enti pubblici, finanza e mercati privati.
L’antico problema del rapporto fra verità e opinione, già enunciato alle origini della filosofia occidentale nel poema di Parmenide, assume oggi una nuova attualità. È infatti evidente che la chiara distinzione fra le due forme di conoscenza, per gli antichi scontata, è oggi completamente cancellata. Ci sono soltanto opinioni, che pretendono di essere vere. Tanto più urgente è ricordare che la verità e le opinioni si pongono su due piani diversi. La verità – che i greci chiamavano aletheia, che significa non-nascondimento, apertura – concerne l’essere, cioè l’esperienza che qualcosa sia, che ci si qualcosa piuttosto che nulla. L’opinione (che i greci chiamavano – e ancora noi oggi chiamiamo – doxa) concerne gli enti, la conoscenza che le cose stiano in un certo modo piuttosto che in un altro. La prima, dice Parmenide, è immobile (atremes, che non trema, in-trepida), circolare e fuori dal tempo, la seconda può essere corretta o erronea ed è, pertanto, mutevole e incerta.
Decisivo è però comprendere il rapporto fra queste due forme della conoscenza umana. La prima non garantisce in alcun modo la correttezza delle opinioni, ma ci fornisce un luogo da cui considerarle, nel quale possiamo chiederci se esse sono giuste o sbagliate.
A proposito di vetrine rotte: la vera lista delle "vittime" che i media vi nascondono
di Agata Iacono
Nella narrativa della strategia della paura, che domina i media di regime, è evidente la volontà di perpetuare il conflitto orizzontale tra giovanissimi "violenti spaccavetrine", possibilmente di origine islamica, e "onesti piccoli negozianti" che ogni mattina con sacrificio e abnegazione alzano le saracinesche per sopravvivere.
Ma è davvero così?
Abbiamo cercato di individuare i centri commerciali della Milano da bere, in zona ZTL, che lamentano più danni al patrimonio. Abbiamo scoperto che si tratta di multinazionali, che non hanno sede fiscale in Italia, che sono super assicurate contro qualsiasi atto di vandalismo e che sono, spesso e volentieri, citati nei rapporti sulla complicità con l'entità sionista o che utilizzano manovalanza schiavizzata nei paesi più poveri del mondo e lavoratori della logistica senza alcuna tutela e diritti.
Ecco un piccolo esempio dei piccoli negozi di lusso oggetto di esproprio.
Via Torino e strade limitrofe
• Foot Locker: multinazionale con sede principale negli Stati Uniti (a New York) e migliaia di punti vendita in decine di paesi in Nord America, Europa, Asia e Oceania.
• Carrefour Market: multinazionale francese attiva nel settore della grande distribuzione organizzata, al centro della campagna Bds internazionale perché fornisce supporto concreto all’esercito sionista genocida.
Lo scorso weekend è stato caratterizzato da giornate di mobilitazione e conflittualità che, perlomeno in Italia, hanno assunto caratteri inediti. Gigi Roggero propone alcuni elementi di riflessione, anzitutto sottraendo quanto accaduto al provincialismo del dibattito italiano e ricollocandolo nel contesto delle metropoli globali, da Parigi a Londra, fino a Los Angeles, attraversate da forme di rivolta che si diffondono anche attraverso il contagio comunicativo dei social network. A partire da qui, pone una questione politica centrale: le forme di conflittualità caotica hanno sempre fatto parte della storia della lotta di classe, ma in passato, in modi differenti a seconda dei cicli storici, esisteva un soggetto capace di attrarre, scomporre, ricomporre e risignificare questi «sciami caotici». Oggi quel soggetto non c’è più. È ancora possibile costruirlo oppure è necessario ripensare radicalmente le forme dell'organizzazione politica?
* * * *
Nell’era definita postindustriale, postfordista o postmoderna, ci hanno spiegato i sociologi, i marchi cessano di essere semplici etichette che definiscono le gerarchie di prezzo delle merci.
Il diritto di manifestazione è una di quelle enunciazioni fumose che nessuna carta costituzionale si fa mancare. L’inghippo sta nel limitare il diritto al manifestare “pacificamente”, come se chi organizza una manifestazione avesse lui la gestione e il controllo dell’ordine pubblico; anzi, se si allestisce un servizio d’ordine allo scopo di impedire l’infiltrazione di provocatori, già per questo ci si mette fuori della legalità. Il controllo e la gestione dell’ordine pubblico spetterebbero esclusivamente alla polizia, che però è a sua volta uno strumento intrinsecamente contraddittorio con il proprio fine istituzionale. Tutte le polizie si creano la loro rete di confidenti e informatori e, per mera logica di produttività, ogni informatore tende a diventare automaticamente un agente provocatore, altrimenti rischia di non avere nulla su cui informare. Funziona così anche sui posti di lavoro, dove i dirigenti che vogliono fregare qualcuno non hanno nessun bisogno di organizzare complotti. Basterà infatti convocare qualche dipendente per chiedere informazioni sul loro collega. Chi si sente gratificato dalla funzione ispettiva non vorrà deludere le attese, perciò farà di tutto per stuzzicare il soggetto da controllare in modo da aver qualcosa da riferire al capo.
In concreto il “diritto” di manifestazione è un’arma in più per il potere, che così ha la possibilità di identificare gli oppositori quando si mostrano in piazza e di criminalizzare le opposizioni grazie ai tafferugli. L’ordine pubblico si rivela nei fatti come un pretesto, un alibi o un mito; la realtà è che il controllo stesso da parte delle cosiddette “forze dell’ordine” determina destabilizzazione.
A seguito degli scontri di piazza del passato fine settimana, culminati con la messa a soqquadro del “salotto buono” di Milano nella domenica pomeriggio del 18 ottobre da parte di folti gruppi di giovani e giovanissimi, si è scatenata la solita canea massmediatica contro i “violenti”, aggettivati nei modi più insultanti e criminalizzanti.
Il governo Meloni (garante Mattarella) ha subito partorito un nuovo decreto-sicurezza (l’ottavo in 4 anni!) per rassicurare i benestanti-benpensanti e raggranellare voti – un decreto sul quale abbiamo detto la nostra ieri (*).
La cosiddetta “opposizione”, o “campo largo” che dir si voglia, balbetta le solite frasi di circostanza: attacca le responsabilità del governo in carica, ma anche per loro i manifestanti pacifici, quelli buoni, si sono comunque lasciati “infiltrare” dai «violenti», i cattivi, senza accorgersi che in questo modo fanno “il gioco della destra”.
Un tratto comune unisce questi parassiti istituzionali di destra, di centro e di “sinistra”: la condanna senza esitazione della “violenza”.
Da Fratoianni a Vannacci, ognuno naturalmente alla sua maniera, tutti hanno risposto “presente” alla chiamata “legalitaria” della ducetta della Garbatella proprio nell’atto in cui questa varava il nuovo decreto da stato di Polizia.
Ci preme qui mettere i puntini sulle “i” sul tema della violenza evocato in questi giorni in forme spudorate.
Iniziamo coi destri o i destrosi al governo. Questa gentaglia, responsabile in prima persona delle guerre in giro per il mondo, del genocidio di Gaza e della macelleria sociale in corso qui in Italia, dà la nausea a vederla assumere posture da garante della “sicurezza” e della “civile convivenza”.
Camilla Costantini* intervista Stefania Ascari su Gaza, Governo e piazze italiane
Il 10 ottobre, giornata di mobilitazione globale per la Palestina indetta dalla Global Alliance for Palestine, l’Onorevole Stefania Ascari ha preso parte a un incontro organizzato a Modena intitolato “Voci dalla Palestina”. “È stato un onore partecipare all’incontro. I dottori che operano sul campo ci hanno parlato di un genocidio che non è finito, ma che sta continuando” mi ha raccontato Ascari. “Per colpa di un’informazione distorta e non corretta, che ha il fine di fermare le manifestazioni, è stato detto che il genocidio si era fermato. Ma chiaramente non è così: si è trattato di una bugia costruita dai media, dietro ai quali ci sono Israele e Stati Uniti. Lo hanno fatto perché le piazze fanno paura: associazioni, ONG, cittadini e cittadine si sono mobilitati, a prescindere dal colore politico, per chiedere ai potenti del mondo di fermare questo orrore che avveniva e continua ad avvenire a Gaza”.
* * * *
Pensi che l’attenzione sulla Palestina sia diminuita rispetto all’anno scorso? Se è diminuita, secondo te, da cosa è dipeso e come si può contribuire a rialimentarla?
“Sicuramente l’informazione distorta fornita dai media ha influito molto, ma le piazze non si sono fermate: il dissenso contro i crimini di guerra e contro l’umanità non può essere silenziato. I cittadini e le cittadine che si sono mobilitati non hanno la coscienza sporca di sangue come, invece, chi è al Governo. È evidente che vi sia stato un rallentamento delle piazze, ma a livello nazionale i comitati e i presidi restano attivi. Loro vanno sostenuti. Dobbiamo pretendere il rispetto della nostra Costituzione che, all’articolo 11, recita chiaramente: l’Italia ripudia la guerra. Questo Governo è complice: non ha mai smesso di dare supporto a Israele, nonostante il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Gallant e Netanyahu.
«Ha stato Putin?». Il Cremlino, i comunisti, i fascisti e gli infiltrati
di Lavinia Marchetti
La piazza contesa e la gara politica a trovare un colpevole per reprimere ancora
Ieri qualcuno suggeriva ai manifestanti di vestirsi da coloni israeliani per non avere problemi con le forze dell’ordine. Una boutade che coglie benissimo il paradosso del dissenso. Ciò che è permesso e ciò che è proibito. In un mondo globalizzato e connesso diventa complicata «La distinzione» (Bourdieu).
Ma veniamo ai fatti. Una fascia con la svastica, due bandiere della Repubblica Sociale Italiana custodite in automobile e un manganello telescopico infilato nei pantaloni. A Parma, il 17 ottobre, durante i controlli nei pressi di un presidio studentesco, la polizia ha identificato un uomo già noto per la sua appartenenza all’estrema destra. Nell’automobile custodiva anche una pistola a salve e un pugnale lungo ventidue centimetri. Una successiva perquisizione domiciliare ha portato al sequestro di un’altra pistola a salve, utilizzata in un filmato nel quale il nostro camerata sparava dal finestrino di una macchina in movimento. L’uomo è stato denunciato per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e per porto di oggetti atti a offendere. Il corteo del pomeriggio, invece, si è svolto pacificamente.
Curioso, vero? Da giorni assistiamo alla più straordinaria mobilitazione della pubblica indignazione contro l’eversione giovanile, con una quantità di esperti pronti a individuare negli antagonisti, nei comunisti, nei giovani tout court i responsabili del sovvertimento dell’ordine pubblico. Poi, così, d’emblée, a ridosso delle mobilitazioni studentesche, compare un nostalgico del “fascio” quello vero, attrezzato per qualcosa di più di una discussione sulla pressione fiscale durante il ventennio. La circostanza riguarda Parma e quell’individuo, naturalmente. Quello che è accaduto a Milano richiede altri tipi di indagini. Tuttavia, già prima del 17 ottobre, qualcuno aveva avuto il buon senso di sollevare una piccola questione che nessuno dei nostri arditi difensori della patria editorialisti sembra aver notato. Chi stava cercando di entrare nelle manifestazioni?
Il 20 ottobre Paolo Dimalio, sul Fatto Quotidiano, ha pubblicato un’inchiesta sulle discussioni legate alle mobilitazioni del 17 ottobre nei gruppi Telegram. Ve ne consiglio la lettura.
IL “TRILIONE” Il bilancio del Pentagono per il 2026 si sta chiudendo con un’assegnazione ufficiale di 1.010 miliardi di dollari rispetto ai 903 previsti. Ma il problema sono il debito e le strutture industriali
Era il 5 settembre 2025 e i primi nove mesi di possesso del Pentagono avevano confermato la sua sensazione che la struttura di vertice delle Forze armate statunitensi mancasse di mordente. Nonostante gli show di bullismo del suo predecessore Austin, anche al Pentagono tirava la stessa aria euforica del Dipartimento di Stato: birra e chitarra rock con quattro amici al pub di Kiev. Vinceremo e chi perde paga le consumazioni. Bisognava segnalare al mondo, ma soprattutto alle forze armate stesse, che la musica doveva cambiare. Anche Trump aveva le “sue” ragioni per firmare il decreto: stavano girando pochi soldi attorno al supporto all’ucraina. Entrambi pregustavano e pretendevano i dividendi della guerra. Il decreto era di fatto un maquillage. Il nome ufficiale Dipartimento della Difesa non cambiava. Ci sarebbe voluta una legge del Congresso per ottenerlo. Si consentiva semplicemente, come denominazione secondaria, l’uso dei nomi “storici” e motivazionali dei defunti Department of War e Secretary of War. La parola “guerra” doveva fare il miracolo di svegliare i vertici militari, motivare il personale, agevolare le procedure di reclutamento e finanziamento delle forniture belliche e lanciare un messaggio di forza e determinazione al mondo. L’obiettivo dichiarato era segnalare la prontezza offensiva e la massima letalità strategica degli Stati Uniti nello scenario geopolitico globale.
La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum.
E' chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa.
Provo a spiegarmi meglio.
La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com'è all'interno di una morsa contabile quasi insuperabile.
Da un lato vi è il Quadro tendenziale, ovvero la proiezione della spesa e delle entrate a legislazione vigente, che assorbe la quasi totalità delle risorse disponibili solo per coprire i costi contratti in passato, l'indicizzazione, in realtà solo parziale, delle prestazioni e la spesa, ormai enorme, per interessi sul debito pubblico.
Dall'altro lato agiscono con forza i vincoli europei, ulteriormente irrigiditi dalle nuove regole del Patto di Stabilità e Crescita, voluto da Paolo Gentiloni e firmato da Giorgia Meloni, che impongono traiettorie severe di rientro dal deficit e dal debito, riducendo al minimo i margini di deficit aggiuntivo.
Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla
di Dante Barontini
Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è detto che arrivi al traguardo, ma si muove…
Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev.
“Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli attacchi in profondità dei droni ucraini, sia per segnalare quelli russi in arrivo.
Elon Musk ha mandato a quel paese Zelenskij ricordando che la gestione di quella parte della sua rete satellitare è stata ceduta per ovvi motivi al Pentagono (si chiama ora StarShield) e che comunque l’ex attore al comando è ora che si faccia da parte, lasciando il posto a qualcuno disposto a trattare.
Discorso simile fa ogni giorno anche Trump, dunque c’è poco da indovinare. Quando il mandante di un conflitto rivede i suoi progetti, per l’esecutore materiale non ci sono altre scelte che obbedire. Anche perché l’illusione che l’Europa – cioè: Gran Bretagna, Francia e Germania – potessero davvero sostituire Washington sul piano militare ed economico, si è rivelata per quel che era.
Che gli Stati Uniti in versione Obama-Biden siano stati “il mandante” della crisi ucraina fin da prima del Majdan (2014) è accertato da anni.
È inutile parlare di libertà ad uno schiavo che pensa di essere un uomo libero.
Gianni Rodari
1. Il presente come storia
Il problema a cui intendo dare risposta in questo articolo è quello concernente le ragioni della sconfitta del Sessantotto. Identificare tali ragioni mi sembra particolarmente utile per collocare nella giusta prospettiva il significato dell’attuale movimento di massa studentesco e giovanile. Proverò ad abbozzare una risposta, facendo leva su un aforisma del filosofo Enzo Paci, secondo cui la vera novità è un passo verso il passato e la vera comprensione del passato è un passo verso l’avvenire.
In primo luogo, occorre tenere presente che, dopo il grande ciclo di lotte operaie, popolari e studentesche degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, durissima fu la reazione delle classi dominanti: la trama reazionaria (il ‘filo nero’ che percorre tutta la storia dello Stato italiano) si concretò in stragi (a partire da quella di piazza Fontana, che ebbe luogo a Milano il 12 dicembre 1969), attentati, tentativi golpisti, repressione e intimidazioni senza fine. La sanguinosa “strategia della tensione e del terrore” fu l’arma con cui le classi dominanti cercarono di intimorire e disorientare il proletariato e le masse studentesche per fermarne il movimento di lotta. Il gruppo dirigente del PCI, intimorito dalla reazione borghese e dal colpo di Stato militare in Cile, che aveva dimostrato il fallimento delle teorizzazioni riformiste sulla “via pacifica al socialismo”, elaborò a questo punto, per impulso e sotto la direzione di Enrico Berlinguer, la strategia del “compromesso storico”, cioè del patto di governo con la DC. Da Berlinguer partì la proposta, rivolta alla DC, della politica di “solidarietà nazionale”, che nel triennio 1976-1979 si tradusse dapprima nella “non sfiducia” al governo Andreotti e poi nell’ingresso diretto del PCI nella maggioranza governativa. La politica berlingueriana di “unità nazionale” modificò profondamente i rapporti di forza tra le classi in Italia, indebolendo il proletariato e i movimenti antagonisti, rafforzando lo Stato borghese e la DC, e creando le premesse per la controffensiva reazionaria scatenata dal capitalismo contro il movimento operaio negli anni ’80.
La progressiva trasformazione del PCI in senso revisionista e socialdemocratico (sfociata, da ultimo, nella liquidazione, ad opera di Occhetto e di Napolitano, di quello che passava per “il più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico”) è stata, quindi, un importante fattore soggettivo della involuzione e della sconfitta della “generazione del ’68”, che in tal modo restò priva di un punto di riferimento politico, culturale e strategico essenziale nella lotta rivoluzionaria diretta a trasformare in senso socialista gli assetti sociali esistenti.
Mao Tse-tung, che di rivoluzioni se ne intendeva, sosteneva che quando sotto il cielo regna una grande confusione, la situazione può diventare eccellente. Naturalmente, Mao sapeva bene che il caos sociale non produce automaticamente una rivoluzione. Perché le contraddizioni di una società possano trasformarsi in un processo rivoluzionario occorrono una direzione politica, una capacità organizzativa e, soprattutto, una prospettiva alternativa all’ordine esistente. Senza questi elementi, la rabbia può esplodere, manifestarsi attraverso proteste e violenze, ma difficilmente riesce a trasformarsi in un progetto di cambiamento dei rapporti sociali. Non intendo sviluppare un’analisi di sociologia storica sulle cause delle rivoluzioni, ma richiamare alcuni passaggi utili a comprendere il presente. Dalla rivolta dei baroni contro Giovanni Senza Terra alla Riforma protestante, dalle rivoluzioni inglesi del Seicento alla guerra d’indipendenza americana, dalla Rivoluzione francese a quella russa del 1917, fino alle rivoluzioni cinese, vietnamita e cubana, ci troviamo davanti a processi profondamente differenti per natura e composizione sociale, ma accomunati, nelle loro esperienze più significative, dalla presenza di soggetti politici capaci di interpretare le contraddizioni del proprio tempo e di tradurle in una prospettiva di trasformazione.
Marx aveva individuato nei rapporti materiali di produzione il fondamento delle contraddizioni sociali; Lenin aveva posto al centro della propria elaborazione il problema dell’organizzazione e della coscienza rivoluzionaria; Gramsci avrebbe successivamente approfondito una questione decisiva per comprendere le società capitalistiche avanzate: il potere delle classi dominanti non si fonda esclusivamente sulla coercizione e sul controllo dei mezzi di produzione, ma anche sulla capacità di costruire un’egemonia culturale, di far apparire i propri valori, i propri interessi e la propria concezione del mondo come naturali, universali e condivisi.
È proprio partendo da questa considerazione che vorrei interpretare quanto sta accadendo nelle società europee. Francia, Germania, Belgio, Spagna, Italia e altri paesi sono attraversati da proteste che coinvolgono agricoltori, autotrasportatori, lavoratori, studenti, settori impoveriti del ceto medio e giovani delle periferie. Si tratta di fenomeni differenti, che non possono essere ricondotti meccanicamente a un’unica causa.
Trump, l’Europa e il gas russo: pesa più il danno o la beffa?
di Gianandrea Gaiani
Il 17 ottobre, pochi giorni dopo l’accordo per le forniture di gasolio russo agli Stati Uniti, l’Amministrazione Trump avrebbe suggerito agli europei di tornare ad acquistare energia da Mosca.
Secondo quanto riferito dal New York Times, i negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff hanno lanciato la proposta a funzionari europei e ucraini, incluso il presidente Zelensky: per spingere la Russia a porre fine alla guerra, Kiev dovrebbe prendere in seria considerazione la riattivazione dei gasdotti che trasportavano gas naturale russo verso l’Europa, flusso interrotto alla fine del 2024 con decisione unilaterale di Kiev accolta con favore dall’Europa nonostante la grave crisi energetica che attraversa.
Secondo le fonti, i due inviati di Trump impegnati a trovare una soluzione negoziata al conflitto in Ucraina, vedono nella ripresa delle esportazioni di energia russa un elemento rilevante di un possibile accordo di pace: l’Europa tornerebbe ad avere flussi di gas a buon mercato in quantità garantite e l’Ucraina tornerebbe a incassare miliardi preziosi per la ricostruzione post-bellica per i diritti di transito.
La proposta statunitense si presta a diverse valutazioni. Innanzitutto rappresenta un rovesciamento totale delle posizioni sostenute dagli USA da almeno 12 anni poiché già nel 2014, subito dopo il cambio di regime a Kiev sostenuto da Washington, l’Amministrazione Obama esortò l’Unione Europea a rinunciare al gas via tubo fornito da Mosca per acquistare, a prezzi ben più alti e in quantità insufficienti e non garantite, il gas liquido (GNL) dagli Stati Uniti.
Le reiterate pressioni americane continuarono in tal senso con la prima presidenza di Donald Trump e con quella guidata da Joe Biden che, con dichiarazioni dello stesso presidente e del sottosegretario Victoria Nuland, minacciò di “eliminare” i gasdotti Nord Stream che attraversavano il Mar Baltico diretti in Germania in caso di invasione russa dell’Ucraina, che infatti esplosero il 26 settembre 2022.
Da Parigi a Milano: infiltrati o azioni spontanee?
di Domenico Moro
Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il ministro Crosetto e in Albania il presidente Rama, che ha accusato esplicitamente i soliti noti, Iran e Russia.
In effetti, la pratica di impiegare agenti provocatori è vecchissima, ne parla in diversi racconti anche Joseph Conrad, in particolare nell'”Agente segreto” (pubblicato nel 1907 ma ambientato nella Londra anarchica del 1894). Molti, in questi giorni, hanno rispolverato il presidente Cossiga e le sue dichiarazioni sull’opportunità di favorire la diffusione della violenza per poter poi avere la legittimazione ad una stretta repressiva su tutti quelli che fanno lotte sociali e politiche. Altri hanno ricordato l’impiego documentato di poliziotti travestiti da “compagni” nelle manifestazioni degli anni ’70, come quando fu assassinata Giorgiana Masi. Dopo il Social Forum di Genova del 2001, dove fu ucciso Carlo Giuliani e molti partecipanti pacifici furono picchiati brutalmente dalla polizia alla Diaz, circolarono foto di incappucciati vestiti di nero, nascosti dietro ai furgoni della polizia.
La filosofia del rottame: Napoli vista da Sohn-Rethel
di Roberto Paura
Napoli è una città che tende alla sineddoche, alla mise en abyme, alla generalizzazione: lo dimostra il suo stesso nome, perché nel chiamarsi “città nuova” tende a considerarsi città par excellence, sottolineando quella sua irriducibilità che in tanti nel corso del tempo hanno provato a rivendicare. Prendiamo un esempio paradigmatico: diceva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista (1977) che l’uomo produttivo, ossia “il milanese”, preferisce la doccia perché consuma meno acqua, meno tempo e si lava meglio, campione di efficientismo. “Il napoletano invece, se si decide, preferisce il bagno: s’intallea come si dice a Napoli, cioè si attarda e tiene tutto il tempo che vuole per pensare” (De Crescenzo, 2019). Così, nel quotidiano, ogni piccolo episodio che può verificarsi nel corso della giornata, anziché restare chiuso in sé stesso, si trasforma in una favola di Esopo, con tanto di metafora finale sulla natura del napoletano; una tendenza di cui soffrono non solo gli autoctoni, ma anche – forse soprattutto – i forestieri, che magari gliel’hanno trasmessa. Dai tempi del Grand Tour, in effetti, il desiderio dei viaggiatori europei di vedere soddisfatte le proprie aspettative è sempre stato assecondato dai napoletani, che vi hanno intravisto la possibilità di guadagnarci semplicemente calcando un po’ la mano sull’inveterata attitudine alla teatralità, cosicché ancora oggi, nell’era dell’overtourism, la città diventa un teatro a cielo aperto a uso e consumo, soprattutto, dei suoi turisti.
Il movimento che non ci aspettavamo più. Appunti sulla mobilitazione degli studenti francesi
di Carlotta Benvegnù
Pubblichiamo la traduzione di un’analisi che ci è sembrata tra le migliori delle lotte degli studenti delle scuole francesi, anche se ormai la situazione si è andata via via sviluppando fino alla grandiosa manifestazione di sabato 17 ottobre, sulla quale abbiamo raccolto le prime impressioni di chi l’ha vissuta. Era stata indetta da tempo e aveva come ragione di fondo l’aggravarsi della condizione di vita a seguito dell’inflazione. Nel frattempo però scoppia, inattesa e soprattutto imprevedibile nelle modalità e nella composizione, la lotta nelle scuole e per la scuola, contro un sistema d’istruzione scandalosamente classista. La violenza con cui la polizia si scaglia contro ragazzi tredicenni fa scattare la reazione d’insegnanti e genitori, con un fronte che si allarga e un’eco internazionale che si estende da Bruxelles alla Spagna all’Italia. Terzo passaggio: entrano in scena gli studenti universitari. A differenza delle lotte degli scolari, che colgono forze dell’ordine e sistema politico impreparati, l’università offre metodi di reazione collaudati, almeno dal 2018, per impedire le occupazioni: la serrata. Appena i rettori vedono delle mobilitazioni di studenti dichiarano sospese le attività didattiche.
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
Salvatore Minolfi: Le origini della guerra russo-ucraina