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Perché l’America molla gli alleati? Le rivelazioni scioccanti del think tank

Non è finita qui!

di OttolinaTV

Disegno di Donald Trump che fugge da una citta cinese a sinistra e di un set hollywoodiano pieno di armi da guerra a destra 360x180.jpg

È fallito: il Pivot to Asia, la grande strategia americana per contenere la Cina, non esiste più; non perché Washington abbia cambiato idea, ma perché non ha più i mezzi per realizzarla. Questo, in sostanza, è il cuore dell’analisi del ricercatore Zack Cooper pubblicata su Foreign Affairs – che, come sai, non è un pamphlet militante, ma il luogo dove Generali, consiglieri di sicurezza nazionale e think tank espongono al mondo la dottrina imperiale: se lì si scrive che la strategia asiatica americana è irrealizzabile, significa che il problema è davvero strutturale. Ma veniamo all’articolo: il Pivot nasce formalmente nel novembre 2011, quando Barack Obama parla al Parlamento australiano e annuncia che gli Stati Uniti sposteranno il baricentro strategico verso l’Asia-Pacifico. La dottrina era semplice: la crescita della Cina rappresenta la principale sfida sistemica al potere americano e, quindi, bisogna investire nella regione che concentra la maggior parte del PIL mondiale, delle rotte commerciali e delle catene industriali. Il piano prevedeva tre pilastri operativi; il primo era, ovviamente, militare: spostare il 60% della flotta americana nell’Indo-Pacifico, rafforzare le alleanze con Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine e aumentare la presenza di basi e pattugliamenti. Il secondo era economico: creare un blocco commerciale guidato da Washington, il Trans-Pacific Partnership, per scrivere le regole del commercio asiatico escludendo Pechino. Il terzo era politico-istituzionale: promuovere governance liberale, anticorruzione e standard democratici per rendere gli Stati regionali più compatibili con l’ordine americano. Cooper, nell’articolo, sostiene che questi tre pilastri avrebbero dovuto funzionare insieme: economia forte, governi stabili e capacità militari locali avrebbero impedito alla Cina di costruire una sfera d’influenza regionale; il problema è che due di questi pilastri non sono mai stati costruiti – provate a indovinare quali.

Il Trans-Pacific Partnership è il primo esempio concreto del fallimento economico: firmato, nel 2016, con dodici Paesi, tra cui Giappone, Vietnam, Malesia e Australia, avrebbe creato una zona di libero scambio che rappresentava circa il 40% del PIL mondiale; il Congresso americano, però, non lo ha mai ratificato.

Nel 2017, Trump si è ritirato definitivamente; Biden non è rientrato: il risultato è che l’accordo esiste ancora, ma senza gli Stati Uniti. Si chiama CPTPP e funziona comunque, solo che Washington non ne fa parte; nel frattempo, la Cina è diventata il primo partner commerciale per la maggioranza dei Paesi asiatici e ha firmato il Regional Comprehensive Economic Partnership, il più grande accordo commerciale del pianeta. Questo significa che la leva economica americana in Asia è ormai inferiore a quella cinese; non per mancanza di potenza assoluta, ma per scelta politica interna: il protezionismo americano ha reso Washington meno appetibile come mercato.

Il secondo pilastro crollato è quello politico: la promozione della democrazia, che doveva creare regimi amici e prevedibili, è stata percepita da molti governi asiatici come un tentativo di interferenza (e come dargli torto…). Quando l’amministrazione Biden ha organizzato il Summit for Democracy, nel 2021, ha escluso una lunga lista di Stati asiatici: Bangladesh, Vietnam, Thailandia, Singapore, Cambogia, Laos e Myanmar. Per Washington era una questione di valori; per quei governi era un chiaro segnale di ostilità. La seconda amministrazione Trump ha poi invertito completamente l’approccio: meno interesse per i diritti umani, meno seghe mentali sull’anticorruzione, niente più multilateralismo; così si sono inimicati pure tutti quei Paesi che a queste scemate ci credono davvero. Cooper lo dice chiaramente: questo ha ulteriormente eroso la credibilità americana, perché gli Stati Uniti sono passati da predicare norme universali a ignorarle completamente quando conviene.

Rimane quindi solo una cosa, l’ultimo baluardo di democrazia, il solo appiglio che il mondo libero ha per mantenere la giustizia contro i regimi usurpatori: le bombe, le portaerei, i sottomarini nucleari, i fucili d’assalto; insomma, quelle cose che le democrazie liberali chiamano apparato militare. Ma anche questo è un tasto dolente; Cooper ci racconta come Washington non abbia mai realmente concentrato le sue risorse sull’Asia perché ha continuato a combattere guerre e crisi altrove: la guerra in Ucraina ha assorbito armamenti, munizioni e attenzione strategica; il Medio Oriente continua a richiedere basi e presenza navale; la politica di sicurezza nelle Americhe aggiunge ulteriori priorità. Di conseguenza, gli Stati Uniti non sono riusciti a costruire una presenza stabile in tutta l’Asia, ma solo in una fascia limitata: quella della cosiddetta first island chain; questa linea difensiva corre dal Giappone meridionale, attraversa Taiwan, passa per le Filippine e chiude lo stretto di Malacca. Chi controlla questa catena, controlla l’accesso della marina cinese al Pacifico: è proprio una catena di contenimento, e gli USA ci si aggrappano con le unghie e con i denti.

La National Security Strategy del 2025 rende esplicite le priorità: gli americani non possono più concentrarsi sull’intera Asia, ma non possono abbandonare la difesa di questa linea marittima. È un cambio di dottrina enorme: significa passare dalla gestione dell’ordine regionale alla difesa di un perimetro strategico minimo. Il problema è che questa linea poggia su Paesi economicamente dipendenti dalla Cina: il Giappone commercia con Pechino più che con Washington, la Corea del Sud ha la Cina come primo partner commerciale e le Filippine hanno bisogno di investimenti cinesi per infrastrutture e sviluppo. Zack Cooper ci spiega quanto questo crei una vulnerabilità strutturale: la Cina può usare leve economiche e pressioni politiche per erodere la coesione del fronte americano senza sparare un colpo – come già sta avvenendo con il Giappone e la Corea, peraltro.

Ma anche l’esempio dell’India è illuminante: per due decenni, Washington ha tentato di trasformarla in contrappeso continentale alla Cina; il partenariato strategico si è rafforzato dopo il 2005 con accordi nucleari civili, cooperazione militare e vendita di tecnologia, ma, nel 2025, l’intervento diplomatico americano nel conflitto tra India e Pakistan è stato percepito a Nuova Delhi come favorevole a Islamabad. Il risultato è stato un raffreddamento immediato delle relazioni e lo stallo del Quad, l’alleanza tra Stati Uniti, India, Giappone e Australia; senza l’India, il contenimento terrestre della Cina diventa quasi impossibile. Nel Sud-est asiatico la situazione è analoga: Indonesia, Malesia, Thailandia e Singapore stanno ricalibrando le loro politiche perché vedono gli Stati Uniti sempre più protezionisti e meno impegnati su temi cruciali per loro, come sviluppo, clima e sanità; nel Pacifico insulare, la riduzione dei programmi americani di assistenza ha aperto spazi enormi alla diplomazia economica cinese.

Tutto questo converge su Taiwan, che diventa il fulcro della strategia americana: la deterrenza nella regione è ormai definita quasi esclusivamente dalla capacità di impedire un’invasione cinese dell’isola, che rappresenterebbe la rottura della catena contenitiva; il problema è che la posizione americana è ambigua.
Trump sostiene che Xi non attaccherà Taiwan durante il suo mandato, ma non chiarisce se gli Stati Uniti interverrebbero militarmente se ciò avvenisse; questo mantiene la tradizionale ambiguità strategica, ma Foreign Affairs interpreta questo atteggiamento incerto come un profondo segnale di debolezza. Nel frattempo, la Cina aumenta la pressione militare: più incursioni aeree nella zona di difesa taiwanese, più pattugliamenti navali intorno alle isole giapponesi e filippine, più esercitazioni anfibie. Non sono mosse simboliche: sono la risposta all’atteggiamento sempre più assertivo degli americani con pacchetti di armi miliardari a Taiwan, i nuovi missili schierati nelle Filippine e il Giappone che ragiona se dotarsi o meno della bomba atomica.

Si arriva quindi al consiglio finale di Cooper: gli Stati Uniti devono allineare impegni e capacità; se promettono di difendere tutta l’Asia, ma non hanno le risorse per farlo, la deterrenza crolla; se, invece, si ritirano troppo, l’espansione cinese sarà inevitabile. Se Washington arretrasse davvero oltre la prima catena di isole, entrando in quella che gli strateghi chiamano second island chain, l’impatto strategico sarebbe molto più radicale di quanto appaia sulla carta: questa linea difensiva corre migliaia di chilometri più a est e comprende arcipelaghi come le Bonin, le Marianne, Guam, Yap e Palau; è una cintura fatta di isole piccole, isolate e logisticamente fragili; difenderle significherebbe operare a distanze enormi dalle coste asiatiche, lasciando alla Cina il controllo di fatto dei mari vicini al continente. Questo avrebbe effetti immediati sulla sicurezza regionale: le Filippine perderebbero la copertura militare diretta americana nel Mar Cinese Meridionale, rendendo praticamente impossibile difendere le proprie rivendicazioni territoriali contro Pechino; la Corea del Sud si troverebbe circondata da tre potenze nucleari (Cina, Russia e Corea del Nord) senza la garanzia credibile dell’ombrello atomico statunitense. In uno scenario del genere, il dibattito interno sudcoreano sul deterrente nucleare nazionale, già oggi presente, diventerebbe una questione di sicurezza immediata, non più teorica.

Il Giappone si troverebbe in una posizione ancora più delicata: le isole Ryukyu, compresa Okinawa, sono già oggetto di pressione diplomatica e storica da parte cinese, e l’isola di Yonaguni dista appena settanta miglia da Taiwan; se Pechino riuscisse a installare forze militari a Taiwan o a controllare stabilmente lo stretto, difendere queste isole con mezzi convenzionali diventerebbe estremamente difficile. In quel contesto, Tokyo dovrebbe immediatamente procedere con l’acquisizione di un deterrente nucleare proprio o la partecipazione a un sistema di condivisione nucleare con Washington sul modello NATO; il problema per gli americani non sarebbe solo politico, ma anche tecnico-operativo: senza basi avanzate nella prima catena di isole, gli Stati Uniti perderebbero capacità di sorveglianza e allerta precoce sui movimenti navali e aerei cinesi. Monitorare lo stretto di Taiwan o le uscite della flotta del Mar Cinese Orientale diventerebbe impossibile; inoltre, molte delle isole della seconda catena sono vulnerabili non solo a missili balistici e attacchi aerei, ma anche a pressione politica ed economica. In diversi arcipelaghi del Pacifico, investimenti cinesi in infrastrutture civili stanno già creando dipendenze economiche che potrebbero trasformarsi in leve strategiche; il risultato, secondo l’analisi, sarebbe una linea difensiva fatta più di bolle isolate che di un vero perimetro militare continuo. Una postura del genere non garantirebbe né la sicurezza dei territori americani nel Pacifico, né la fiducia degli alleati; al contrario, rischierebbe di accelerare proprio quel processo che Washington vuole evitare: la costruzione di una sfera d’influenza di Paesi asiatici indipendenti ed alleati economicamente a Pechino che si estenda dal continente fino alle rotte oceaniche occidentali, magari integrando tutto il continente euroasiatico. Per loro, sarebbe la fine.

La soluzione più probabile, sostiene Cooper, è un ripiegamento controllato sulla prima catena di isole: mantenere Giappone, Taiwan, Filippine e Australia come pilastri difensivi e ridurre l’impegno nel resto della regione; ma anche questa strategia richiede più spesa militare, più integrazione industriale tra alleati e maggiore cooperazione operativa balistica. Non è affatto certo che il Congresso americano o gli alleati stessi siano pronti a sostenerla; si tratterebbe di rendere tutta l’Asia una polveriera pronta a saltare da un momento all’altro. Ma se gli Usa non riescono a convincere i cittadini e gli alleati a fare questo passo, per Cooper il crollo sarà inevitabile: gli Stati che cercheranno accomodamenti con Pechino, corsa al nucleare in Corea e Giappone e progressiva costruzione di una sfera d’influenza cinese su gran parte dell’Asia. Il punto implicito dell’articolo è devastante per la narrativa occidentale: la questione non è se la Cina diventerà egemone regionale, ma se gli Stati Uniti riusciranno a impedirlo abbastanza a lungo per trovare una strategia alternativa senza scatenare una guerra di proporzioni mai viste. Il Pivot doveva bloccare l’ascesa cinese; oggi le armi servono a ritardarla. Ma quando una strategia passa dal vincere a tutto campo al guadagnare tempo, significa che l’equilibrio di potere è già cambiato.

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