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eticaeconomia

Che fine ha fatto il diritto internazionale?

di Michele Grillo

31337096345 e8888f75ff b scaled.jpgMichele Grillo ritiene illusorio, di fronte ai mutamenti in atto, evocare il diritto internazionale senza comprendere l’intreccio di comportamenti economici, assetti giuridici e norme etiche che ne ha accompagnato l’affievolimento. Al diritto non compete di modificare la realtà. Non è la pace che nasce dal diritto, ma il diritto che nasce dalla pace. Organizzare pacificamente la convivenza sociale è prioritario e la teoria dei giochi chiarisce che sono possibili molteplici equilibri sociali per superare i contrasti tra individui e collettività con beneficio di tutti.

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1. Sul Manifesto del 28 gennaio, Roberta De Monticelli ha espresso apprezzamento per le parole del premier canadese Mark Carney a Davos. Ha però anche sottolineato che Carney (svelando la finzione di un governo delle relazioni internazionali che tutti sanno non essere (più) vero) chiama in gioco un incerto “ordine basato sulle regole”, senza riferimenti al diritto internazionale e all’ONU. L’esortazione di Carney, di finirla con la finzione e di “vivere nella verità”, evocherebbe, per Roberta De Monticelli, l’invito del Caligola di Camus che, interrogandosi su come far cessare il lamento degli uomini che “le cose non sono quelle che dovrebbero essere”, proponeva di cancellare il “dover essere”, per lasciare solo “i fatti puri e le forze della storia”.

Le considerazioni di Roberta De Monticelli stimolano la riflessione dell’economista che oggi si confronta con lo sconvolgimento inatteso e repentino di ciò che ha ritenuto a lungo presupposto della sua disciplina: i rapporti economici (tra individui, come tra nazioni) quali strumento di benessere e di pace.

Intrinseco alla cultura occidentale nel dopoguerra, il presupposto si rafforzava con la prospettiva di una rapida crescita degli scambi internazionali che negli anni Novanta si estendevano al mondo intero. L’espansione dei commerci si accompagnò, peraltro, alla orgogliosa rivendicazione di essere una conferma storica della supremazia economica e politica per l’Occidente, uscito vincitore dal secolare confronto tra sistemi contrapposti. Tuttavia, nel volgere di pochi anni, la globalizzazione ha mantenuto poco delle sue promesse. Da due decenni, gli scambi mondiali (e la crescita economica) rallentano in Occidente più che nel Resto del Mondo, che controbilancia la riduzione dei rapporti commerciali con il mondo occidentale con scambi al proprio interno.

In una diversa prospettiva, un approccio contraddittorio dell’Occidente verso la globalizzazione aiuta a comprendere perché il richiamo al diritto internazionale sia diventato evanescente, lasciando spazio a un fluido “ordine basato sulle regole” che Le Monde diplomatique (novembre 2024) ha giudicato “intrinsecamente conflittuale”. All’avvio, la globalizzazione fu affrontata in un quadro di governo multilaterale. L’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), sorta in sede ONU dalla trasformazione del GATT (Accordo Generale su Commercio e Tariffe doganali), fu incaricata di regolare i rapporti economici globalizzati. Il WTO stabilì che gli scambi internazionali fossero affidati al meccanismo concorrenziale, con la sola preoccupazione di tenere sotto controllo il potere di mercato degli operatori. I Paesi partecipanti al WTO furono così sollecitati a recepire nei propri ordinamenti il diritto antitrust, diffuso fino ad allora in USA, Canada e Unione Europea. Molti Paesi del Resto del mondo (tra cui Cina e Vietnam) aderirono all’invito del WTO. Il disegno di un governo multilaterale in sede ONU entrò però in contrasto con la presunzione occidentale che al mondo che aveva vinto il confronto del XX secolo, e al suo Paese leader, competesse di farsi carico unilateralmente dell’ordine internazionale. Lo stesso invito a regolare gli scambi globali tramite il diritto antitrust sembrava contraddire il multilateralismo istituzionale del WTO (e gli USA si sono persistentemente rifiutati di nominare un giudice di propria competenza per l’organo di risoluzione delle controversie in sede WTO)

La contraddizione occidentale ha inciso sulle difficoltà della globalizzazione nel mantenere le promesse. Ampia parte del Resto del Mondo è oggi ben più favorevole a un governo multilaterale delle relazioni economiche, viste come strumento di pace e di benessere, di quanto non lo sia il mondo occidentale che – nei comportamenti e con le dichiarazioni di principio – privilegia rapporti bilaterali che subordinano gli scambi a valutazioni previe sulla natura, ostile o amichevole, dei rapporti politici tra i Paesi. Stephen Miran, consulente di Trump, ha giustificato la politica dei dazi USA con l’argomento che i dazi fanno meno danno all’economia USA, meno aperta agli scambi internazionali, e forzano gli altri Paesi a sostenere artificialmente il dollaro come valuta internazionale.

2. Nel quadro descritto, evocare il “diritto internazionale”, come pilastro di convivenza pacifica, si risolve in un pensiero illusorio se, analizzando l’intreccio tra comportamenti economici, assetti giuridici e norme etiche alla base degli uni e degli altri, non ci si preoccupa innanzi tutto di comprendere le ragioni che ne hanno prodotto l’affievolimento. I filosofi e gli storici del diritto sanno che al diritto non compete di modificare la realtà. Prima di essere enunciato, il diritto esiste, e deve essere cercato, nei rapporti tra gli uomini. C’è, su questo, sintonia tra l’economista e il giurista. Per un verso, l’economia si occupa di fenomeni (scambio, produzione, divisione sociale del lavoro) con cui le società hanno sempre convissuto. Per altro verso, l’economia politica è nata molto tardi come disciplina autonoma, da un intreccio settecentesco tra lo studio in positivo di quei fenomeni e la riflessione etica. L’intreccio è insito nella nozione di catallassi (καταλλάσσειν significa “trasformare un nemico in un amico”) che definisce aulicamente lo scambio di mercato per enfatizzarne il valore di relazione sociale. Per l’economia, non c’è pace (tra individui, come tra nazioni), né diritto che governi gli uni e le altre, se non c’è, prima di tutto, una capacità di convivenza che fa leva sul riconoscimento reciproco della diversità dei soggetti e sul rapportarsi tra di loro mediante relazioni di scambio. Così, per l’illuminismo scozzese, di cui Adam Smith fu esponente, la convivenza tra gli uomini non scaturisce da una conversione etica (da una μετάνοια), né da norme giuridiche che trasformano coercitivamente i rapporti umani. Fonte della morale, come del diritto, è una capacità (riferibile alla natura umana, ma che deve essere scoperta) di trarre beneficio dalla convivenza pacifica. In altre parole: la pace non nasce dal diritto, ma è il diritto che nasce dalla pace.

Raccontando dell’Olimpo, dove si celebravano le Nozze di Cadmo e Armonia, per parlare delle tensioni del pensiero occidentale degli ultimi secoli, Roberto Calasso scrive che “costringere Necessità a generare Bellezza … fu … l’impresa più alta del regno di Zeus”. Non è però di immediata evidenza come sia possibile costringere la necessità (della natura umana) a generare la bellezza (di una convivenza di benessere e di pace). Per la radicale (ma ingannevole) premessa su cui si è retto il neoliberismo, nessuna bellezza può essere generata da necessità nel mondo di Margaret Thatcher, nel quale There Is No Alternative. Un mondo che non ammette alternative è, per dirla con Pangloss, “il migliore dei mondi possibili”. Questo però non basta a farlo “bello”. Per “costringere necessità a generare bellezza” deve essere possibile associare, a uno stesso insieme di circostanze univocamente determinato, una pluralità di esiti, tutti possibili e tutti necessitati, pur precludendosi a vicenda. Per lungo tempo, questo modo di porre il problema è apparso ostico nelle scienze sociali. Oggi però l’economia può considerarlo da una posizione di vantaggio, che favorisce il confronto con i giuristi e i filosofi morali. Che, in un contesto univocamente determinato, l’interazione sociale produca in genere esiti diversi e alternativi, ma tutti ugualmente e necessariamente riconducibili a quel contesto, è un risultato fondamentale della moderna teoria economica (noto come Folk Theorem della teoria dei giochi). Il risultato stabilisce che, in qualsiasi contesto di interazione sociale in cui l’individuo può entrare in contrasto con la collettività (generando conflitti che condannano a una vita “solitaria, povera, bestiale e breve”), esiste sempre una pluralità di vie d’uscita, che devono essere comprese come necessitate (pure ammettendole differenti). In altri termini, non siamo inesorabilmente condannati per uscirne- (a seconda della teoria che assumiamo – alla guerra di tutti contro tutti dove sola fonte del diritto è la forza; e neppure al “migliore dei mondi possibili” esaltato da Pangloss; né, ancora, a una μετάνοια univocamente identificata e condivisa; o al pactum subjectionis verso Leviatano. Al contrario, possiamo (e dobbiamo) sempre fare i conti con una molteplicità di esiti sociali, tutti differenti ma tutti coerenti con una stessa interpretazione teorica.

In taluni di tali esiti può permanere, con gradi differenti, il contrasto tra prospettiva individuale e collettiva; altri superano il contrasto, dando luogo a ciò che l’economia chiama situazione sociale efficiente. Ma gli esiti non si danno “dall’esterno”. Ciò che li accomuna è la condizione di fare leva necessariamente su comportamenti condivisi (equilibri sociali, per l’economia di oggi; costumi, per il XVIII secolo). Anche se non è sufficiente per garantire bellezza, la condivisione di comportamento è condizione necessaria. Se si vuole perseguire bellezza, occorre perciò farlo con la consapevolezza che solo necessità – non una bacchetta magica che trasforma gli uomini – può (essere costretta a) generarla. In altri termini, la condivisione dei comportamenti deve essere cercata prioritariamente guardando alla capacità, degli uomini e delle nazioni, di riconoscersi reciprocamente. Il diritto (e, più di altri, il diritto internazionale al quale è preclusa ogni leva esterna di enforcement) ci sarà dato, successivamente, in sovrappiù. Nella relazione invitata al convegno della Società italiana di diritto ed economia del 2019 a Milano, Kaushik Basu ha sostenuto che il diritto è lo strumento con il quale la società si coordina su uno specifico equilibrio che esprime un comportamento condiviso.

Un diritto che pretenda di generare da sé condivisione dei comportamenti si risolverebbe in una congerie di “grida”, come metteva in guardia un interprete dell’illuminismo come Manzoni. Per comprendere le sfide con le quali, a fronte di vasti mutamenti del contesto internazionale, siamo oggi chiamati a confrontarci, è prioritario andare alla radice di un intreccio complesso tra comportamenti economici, assetti giuridici e norme etiche. Essendo una condizione necessaria, ma non sufficiente, a generare bellezza, la condivisione dei comportamenti indotta da un “ordine internazionale basato sulle regole”, può essere, in molte circostanze, frutto di un infingimento collettivo. Può fare leva su presupposti inadeguati e fragili, come denunciato da Mark Carney a Davos parlando della finzione di un ordine che non governa più le relazioni internazionali. Anche operando senza infingimenti, può risultare indesiderabile. Ciò che però, in ultima analisi, resta illusorio è invocarne il superamento assumendo una priorità logica del diritto, piuttosto che di un equilibrio sociale. La molteplicità dell’agire umano alla base degli equilibri sociali è, in ampia misura, sfuggente. Il diritto (pur considerandone le dinamicità) è però un disegno congelato, soprattutto nelle forme istituzionalizzate con le quali inevitabilmente possiamo richiamarlo. Superare l’inadeguatezza di un ordine corrente è, pertanto, possibile solo cercando un diverso equilibrio in grado di sorreggere un diverso ordine, più solido e preferibile ma che si regga, comunque, necessariamente sul presupposto di un reciproco riconoscimento di soggetti differenti che, nella loro diversità, colgono le ragioni per sviluppare pacifici rapporti di scambio (in senso lato). In questi termini, le parole di apertura espresse da Carlo Rovelli, sul Corriere della Sera dell’11 dicembre scorso, su una possibile – e, se così, lungimirante – prospettiva multilateralistica offerta dal recente documento USA di National Security Strategy sono, a mio avviso, ampiamente condivisibili.

3. Astenendomi da riflessioni sul “che fare?”, vorrei però mettere in luce una tensione tra le considerazioni svolte e un potente “idolo del foro” del dibattito odierno in Europa. Anche invocando solamente “pragmatismo”, si sostiene da più parti che l’Europa deve far cadere la regola dell’unanimità tra Paesi membri che, a fronte delle sfide odierne, la condanna all’inazione. Se la ricerca di comportamenti condivisi è prioritaria ed essenziale per qualsiasi disegno istituzionale, far decadere l’unanimità non rafforzerebbe affatto il progetto politico in Europa; al contrario, potrebbe rivelarsi foriero di conseguenze sventurate. Temendo che la difficoltà di trovare un diverso equilibrio sia fonte di inazione, i Paesi europei lavorerebbero alla propria disgregazione: invece di fare delle reciproche diversità un fondamento di unione e di intensificazione dei rapporti economici, sociali e politici, le trasformerebbero in motivo di tensione. (In)auspicabili coalizioni di volenterosi si riproporrebbero con numeri sempre più piccoli nell’ambito di aggregazioni di dimensioni sempre più limitate; alla fine, qualsiasi comportamento sul quale non si trovi una immediata condivisione unanime si risolverebbe in un motivo di contrasto tra i Paesi europei.

Con la consapevolezza del limite di un senno di poi, i Paesi europei (e tra questi l’Italia) e i partiti della sinistra europea (e tra questi la sinistra italiana) dovrebbero richiamare alla memoria che, negli anni Novanta, la crisi balcanica è stato primo segnale di una gestione inadeguata della globalizzazione da parte dell’Occidente. La Repubblica federale jugoslava di Tito era ben lontana da un sistema politico modello. Ma l’aggregarsi tra repubbliche federate aveva protetto, per la prima volta dopo molti secoli, ampia parte della regione balcanica dalla maledizione di essere luogo di guerre che impero asburgico e impero ottomano delegavano sistematicamente a stati “cuscinetto” (come denunzia Il ponte sulla Drina di Ivo Andric). La Jugoslavia riuscì peraltro anche a svolgere un ruolo nell’arena internazionale tra Paesi non allineati. Incoraggiando le repubbliche federate più ricche a rifiutarsi a prospettive di comportamenti condivisi, i paesi europei, negli anni Novanta, hanno “ribalcanizzato” la regione. L’Europa farebbe bene a interrogarsi sul rischio di essere essa stessa trasformata, e perfino di contribuire alla propria trasformazione, nei Balcani del XXI secolo.

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