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sinistra

Il reddito di cittadinanza per il riscatto del mondo del lavoro

di Carlo Lucchesi21desk1 riapertura alla manifestazione ci vuole un reddito del 27 maggio a roma foto lapresse.jpg

Con l’intensificarsi dei processi di innovazione tecnologica e, in particolare, con il diffondersi dell’Intelligenza Artificiale, andiamo incontro a un’epoca segnata da crescenti fenomeni di disoccupazione di massa e di dequalificazione del lavoro. La drastica riduzione degli orari di lavoro e il Reddito di cittadinanza sono i due soli strumenti in grado di contrastarla. Non agirli entrambi sarebbe imperdonabile.

Proviamo a ragionare su cosa potrebbe rappresentare il ripristino, con opportuni aggiornamenti, del Reddito di cittadinanza (RdC). Sotto questa denominazione intendo qui sia il reddito erogato per contrastare la povertà, sia quello offerto alle persone in cerca di lavoro. La prima considerazione da fare è che, pur essendo due finalità nettamente distinte, converrebbe mantenere un solo istituto. In questo modo si terrebbero strettamente uniti gli interessi, diversi ma del tutto compatibili e per molti aspetti convergenti, di una massa considerevole di persone e di famiglie quale quella che si ottiene sommando le due tipologie. Così facendo, ogni eventuale tentativo di ridurre nel tempo il finanziamento dell’istituto alienerebbe al decisore politico una grandissima quantità di consensi e susciterebbe verosimilmente una forte reazione popolare. Del resto, in entrambe le finalità si conferma in via di principio che lo Stato ha il dovere di intervenire per assicurare il minimo vitale a tutti i suoi cittadini. In questo senso l’unico criterio da osservare per l’erogazione del reddito a contrasto della povertà dovrebbe essere quello derivante dal valore dell’ISEE dei componenti il nucleo familiare ricalibrato sulla base del loro numero e di altri riscontri oggettivamente accertabili.

Diverso e più complesso è il ragionamento sul RdC a sostegno delle persone in cerca di lavoro. Sotto questo profilo occorre assumere un punto di vista più ampio e più di parte, si dovrebbe dire di classe, rispetto a come è stato concepito e realizzato originariamente. Deve essere dichiarato apertamente il suo scopo, quello di strumento fondamentale per combattere la precarietà del lavoro, e i suoi modi di funzionare debbono essere finalizzati al raggiungimento di questo scopo.

Per capire il senso di questa scelta è bene fare qualche passo indietro. La ristrutturazione capitalistica iniziata attorno alla metà degli anni ‘70 come risposta alla grande avanzata del movimento operaio del decennio precedente si è posta per primo obiettivo la riconquista del controllo della classe operaia sottraendole quella che paradossalmente era diventata la causa principale della sua forza, vale a dire la rigidità dell’organizzazione del lavoro e del processo produttivo. Da questa rigidità (il taylorismo ne è stata - e da tante parti ancora lo è, ma in un contesto di rapporti di forza rovesciati - l’espressione più significativa) i capitalisti avevano tratto grandi successi in termini di produttività, ma avevano messo nelle mani degli operai un enorme potere di interdizione visto che potevano bloccare la produzione in varie fasi del ciclo lavorativo e con la minima penalità. Agendo su questa formidabile leva, i lavoratori avevano alzato via via il livello qualitativo dei loro obiettivi finendo in tante situazioni col mettere in discussione il potere di comando dell’impresa. La risposta, tutt’altro che imprevedibile ma poco prevista e ancor meno contrastata dalla sinistra politica e da un sindacato indebolito e costretto sulla difensiva, è stata appunto nel segno della massima flessibilizzazione, tanto del ciclo di produzione (scomposizione, decentramento, delocalizzazione), quanto dell’organizzazione del lavoro interna alla fabbrica. Riacquisito il controllo, l’attacco è stato portato al livello più generale, vale a dire alla normativa che disciplinava il lavoro e, col compiacente consenso di quasi tutte le forze politiche, comunque di tutte quelle che si sono succedute al governo che si chiamassero di centro-sinistra o di centro-destra, si è reso strutturale un gigantesco processo di precarizzazione del lavoro che è tutt’oggi il tratto dominante, l’essenza vera del lavoro. Non è questa la sede per una disamina delle altre componenti che hanno concorso a rendere così catastrofica la sconfitta del movimento operaio (dilagare della cultura individualistica e consumistica propagata a getto continuo dai media, svuotamento della democrazia rappresentativa, finanziarizzazione dell’economia e sua presa di potere sullo Stato e le istituzioni pubbliche, globalizzazione, rivoluzione tecnologica). E neppure per analizzare le responsabilità di chi ha ceduto quasi senza combattere. Su queste ultime mi fermo a una sola considerazione, perché tornerà utile più avanti. Nella lotta col capitale il lavoro si trova spesso costretto a perdere posizioni. Lo decidono i rapporti di forza. Chi lo rappresenta ha un dovere preciso, quello di capire qual è il campo di gioco scelto dall’avversario quando l’avversario ha la forza per imporlo, e cosa occorre fare per evitare la disfatta e conservare nella propria parte quel tanto che serva a limitare i danni e su cui si possa poggiare una futura ripresa di iniziativa. Non aver visto che la precarizzazione del lavoro era la vera posta in gioco nascosta dietro false equivalenze (flessibilità=maggiore professionalità, produttività=più salario e più occupazione, merito=riconoscimento e valorizzazione delle capacità) è stato un errore così madornale da far pensare che si sia piuttosto trattato di una resa incondizionata, culturale, politica e ideologica. E altrettanto si può dire per non aver capito che la distruzione del RdC operata dal centro-destra aveva precisamente lo scopo di non aprire il minimo varco sul fronte della precarietà del lavoro.

Dunque, ben oltre l’inganno delle rassicuranti statistiche, il lavoratore vive oggi una condizione di precarietà strutturale. E’ precario quando viene assunto con uno dei tanti contratti a tempo determinato, è precario quando viene gentilmente invitato ad aprire una partita IVA per fargli credere di essere autonomo mentre in realtà è più dipendente di un formale dipendente di cui non ha neppure i diritti elementari, è precario quando si vede costretto a lavorare in nero, è precario anche quando sembra fuori pericolo grazie a un rapporto a tempo indeterminato perché sa di poter essere licenziato discrezionalmente in qualsiasi momento, e si potrebbe continuare. Le conseguenze di tale stato di precarietà sono evidenti: tendenza del lavoratore a isolarsi dagli altri, rinuncia a rivendicare i propri diritti, difficoltà ad aderire ai sindacati e ad azioni di lotta, subordinazione alla volontà dell’impresa e delle sue gerarchie. Vi si sottrae, ma sempre a titolo individuale, solo chi possa far valere una competenza elevata e scarsamente presente nel mercato del lavoro, vale a dire una percentuale irrilevante di lavoratori. In sostanza, chi si propone di lavorare si vede offrire uno spettro di possibilità che hanno come denominatore comune la precarietà con tutte le sue annichilenti derivate, a prescindere dalle intenzioni dello stesso datore di lavoro che può pure essere una brava persona. Come si può stupirsi se il salario reale dei lavoratori in Italia negli ultimi trent’anni è diminuito? Sono i rapporti di forza che decidono quanto va a profitto e quanto a salario. E’ vero che sul piano generale a determinarli agiscono anche altri fattori, ma l’esito del rapporto di forza nei luoghi di lavoro sarà sempre un elemento decisivo. E come stupirsi se i lavoratori finiscono per rassegnarsi a una condizione che gli appare come ineluttabile, e sul piano politico confluiscono in gran numero nell’astensionismo e nel voto alle destre?

Da qualche tempo, in verità troppo poco tempo, in una parte dell’area di centro-sinistra si è fatto strada un ripensamento, quello da cui sono scaturiti la proposta del salario minimo e poi, per iniziativa della CGIL, quella dei referendum contro il jobs act e per la sicurezza. Il salario minimo è senza dubbio un giusto obiettivo. Se realizzato, sanerebbe una buona parte delle sacche di povertà che affliggono soprattutto i lavoratori immigrati, e comunque avvicinerebbe a una soglia quasi dignitosa la retribuzione oraria più bassa, anche se non va dimenticato che il potere d’acquisto andrebbe misurato tenendo conto delle entrate mensili e della loro continuità nel corso dell’anno. Ma il salario minimo non agisce sulla precarietà. A loro volta, i referendum non hanno avuto successo. Se l’avessero avuto, avrebbero creato una situazione nuova e favorevole al mondo del lavoro, ma la precarietà sarebbe stata solo parzialmente ridimensionata e si sarebbe fatto solo un piccolissimo passo verso rapporti di forza meno sfavorevoli e verso la riconquista di un’identità sociale dei lavoratori. E’ proprio su questo versante che il RdC potrebbe avviare davvero una nuova stagione nello scontro fra capitale e lavoro.

Nei suoi meccanismi non dovrebbe essere molto diverso da quello istituito dal primo governo Conte. Una erogazione mensile a tutti coloro che cercano lavoro fino a quando non raggiungano un’occupazione. Un’entità più consistente, attorno ai 1.300 euro, con esenzione fiscale e con una leggera modulazione verso il basso qualora il reddito complessivo dei familiari con cui il richiedente dovesse convivere superi un determinato livello. Il beneficiario avrebbe l’obbligo di aderire ai corsi di formazione proposti dal Centro per l’impiego purché erogatori di un titolo quanto meno equipollente o di una professionalità di valore non inferiore a quelli posseduti. Perderebbe il sostegno solo dopo aver rifiutato per due volte consecutive una proposta di lavoro che in ogni caso dovrebbe essere corrispondente alla sua qualificazione professionale e avere la sede raggiungibile dalla residenza con i mezzi pubblici entro un tempo ragionevole. Questa configurazione, mediante la decadenza derivante dal reiterato rifiuto di proposte di lavoro congrue, mira a controbattere le due critiche che si sono dimostrate letali, quella secondo cui l’istituto favorirebbe la “poltroneria”, vizio attribuito soprattutto alle giovani generazioni, e quella che, potendosi sommare il RdC a un qualunque lavoro in nero, quest’ultimo continuerebbe ad avere via libera. In linea teorica questa possibilità sussisterebbe, ma solo fino al raggiungimento di un’occupazione e in ogni caso per una durata che non andrebbe oltre l’eventuale secondo rifiuto, anche se, di fatto, un livello decoroso di RdC, come quello indicato, la renderebbe assai poco probabile. L’unica obiezione seria è quella che riguarda l’esclusione dal RdC di coloro che non hanno la cittadinanza italiana i quali continuerebbero a essere utilizzati da molte imprese non solo per abbassare i costi senza rischiare nuovi investimenti, ma anche per ridurre il potere contrattuale dell’intera forza lavoro. Su questo versante il salario minimo, pur non risolvendo interamente il problema, ne attenuerebbe in notevole misura l’impatto negativo.

Con un RdC come quello descritto verrebbero a cadere tutte le pretestuose obiezioni e avremmo un mercato del lavoro capovolto rispetto a quello attuale. Oggi il lavoratore che cerca lavoro alla fine dei salmi si trova costretto a sottostare al ricatto dell’impresa: “queste sono le condizioni, se le accetti, bene, altrimenti ne trovo quanti ne voglio”. Domani, coperto da un reddito dignitoso, potrebbe attendere una proposta che dovrebbe essere conforme alle sue ragionevoli aspettative, non subirebbe ricatti, occuperebbe un posto di lavoro senza dover sacrificare la sua libertà di giudizio e di azione. Nello stesso tempo, i Centri per l’impiego, cui compete favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, sarebbero indotti ad assolvere al loro compito nel modo migliore e più rapido perché a ogni nuova occupazione corrisponderebbe per il bilancio pubblico un RdC risparmiato. Con il progressivo superamento della precarietà, gradualmente gli stessi rapporti di forza nelle imprese troverebbero un nuovo equilibrio a tutto vantaggio dei lavoratori.

Nonostante queste evidenze, in alcune aree della sinistra il RdC continua a non piacere. Si sostiene che anziché assegnare un reddito a chi non lavora, lo Stato dovrebbe promuovere investimenti che fossero fonte di lavoro. Prima di tutto non si capisce perché non si possano, anzi, non si debbano fare entrambe le cose. Non esiste fra loro alcuna incompatibilità di ordine concettuale. E anche quella che potrebbe essere attribuita a un carico eccessivo sul bilancio non ha molto senso perché il RdC nella parte lavoristica produrrebbe un’occupazione più qualificata e spingerebbe le imprese verso nuovi investimenti, mentre l’impegno diretto o indiretto dello Stato nella creazione di lavoro sarebbe ampiamente ripagato dalla crescita che ne deriverebbe. Ma vi è un ulteriore motivo per riconoscere la centralità del RdC. Ed è che si tratta di un obiettivo che unisce persone e famiglie indigenti con l’intero mondo del lavoro, in modo diretto con quanti cercano un’occupazione, e indirettamente attraverso il drastico restringimento del precariato dal quale trarrebbero un grande beneficio tutti i lavoratori già contrattualizzati qualunque fosse la forma del loro rapporto di lavoro. Anche i lavoratori con contratto a tempo indeterminato sanno perfettamente di non avere il futuro garantito. In sostanza, per la conquista del RdC dovrebbero essere chiamate a mobilitarsi quelle forze sociali dalle quali un progetto di trasformazione della società deve trarre la sua linfa vitale.

E’ proprio questo l’elemento dirimente. La possibilità di chiamare alla lotta politica un’area sociale così grande e potenzialmente coesa è quanto occorre per spingere a unirsi attorno a questo obiettivo un arco di forze politiche, sindacali e associative di notevole ampiezza. Restano da risolvere due punti. Il primo è relativo a chi dovrebbe lanciare la proposta. Si può rispondere: va bene tutto, purché qualcuno lo faccia. Ma si sa quanto siano delicati gli equilibri che accompagnano la lotta politica. In via prioritaria sarebbe preferibile che la proposta partisse dal mondo dell’associazionismo di sinistra per allargarsi subito dopo alle forze politiche e sindacali. Se questa ipotesi non prendesse corpo, seppure il Movimento 5 stelle può vantare una primogenitura, sarebbe opportuno che fosse un nucleo rappresentativo di più soggetti a farsene promotore in modo da evitare che l’iniziativa partisse con un marchio di fabbrica che ne ostacolerebbe l’allargamento.

Il secondo punto è quello decisivo. Occorre che i promotori progettino una grande e durevole campagna di mobilitazione. Assemblee ovunque, nei posti di lavoro, nelle università e nelle scuole superiori, una pressante informazione che utilizzi appieno tutte le sedi, dalle case del popolo alle parrocchie, e tutti gli strumenti, dai volantini e manifesti ai social fino alle presenze nei media nazionali e territoriali. Questo obiettivo deve entrare a caratteri cubitali nel programma elettorale sperabilmente della coalizione che si contrapporrà al centro-destra, altrimenti in quello della maggior parte possibile dei partiti che vogliono caratterizzarsi per una politica alternativa al liberismo. Il mondo del lavoro può e deve tornare a essere una grande forza di trasformazione della società.

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Comments

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Lorenzo
Sunday, 22 February 2026 17:32
Il discorso di Lucchesi potrebbe essere condivisibile, se non fosse che qui nell'Italia settentrionale il reddito di cittadinanza vien visto, correttamente, come un nuovo flusso di soldi a fondo perduto verso il meridione, e sia qui che in tutta l'Europa occidentale, come l'ennesimo, gigantesco regalo alle orde extracomunitarie (che lavorano compattamente in nero).

In un discorso recente al parlamento tedesco la Weidel, segretaria di Alternative fuer Deutschland, ha spulciato le statistiche governative e dimostrato che quasi il 70% dei sussidi sociali elargiti dallo stato tedesco vanno agli immigrati, e due terzi dei rimanenti ad... altri immigrati ancora, cui il regime antirazzista e migrazionista ha concesso la cittadinanza.

Ricordo che Alternative fuer Deutschland, accesamente ostile ad ogni reddito di cittadinanza, viene votato in massa da ciò che resta della classe operaia.

Col vostro sostegno all'immigrazione siete riusciti nell'incredibile impresa di trasformare il proletariato nel più accanito avversario dei sistemi di solidarietà e sicurezza sociale.
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