Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 205
Gaza, le prove della complicità britannica e il trucco contabile per negare i crimini d'Israele
di Peter Oborne* - Middle East Eye
Sono trascorsi venticinque anni da quando il sociologo Stanley Cohen si è posto una domanda che rimane urgente oggi quanto allora: come è possibile che istituzioni, governi e persone comuni siano a conoscenza di atrocità, stermini di massa e violazioni dei diritti umani, ma allo stesso tempo riescano a rimuoverli dalla propria mente?
Il suo brillante studio, States of Denial: Knowing About Atrocities and Suffering, si basava sulle sue stesse inchieste relative a insabbiamenti, sparizioni e torture nella sua terra natale, il Sudafrica. Tuttavia, l'esame dei modi in cui fingiamo a noi stessi che certi eventi terribili non stiano accadendo era più ampio, abbracciando l'America Latina, il genocidio in Ruanda, l'Olocausto, il Medio Oriente e altri esempi.
Cohen ha distinto i diversi modi in cui politici, giornalisti e altri soggetti hanno soffocato la conoscenza della verità. Ha identificato ciò che ha definito "negoziazione letterale" (o literal denial): la sfacciata affermazione che i crimini non stiano avvenendo.
Il recente discorso del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite ha fornito numerosi esempi di negoziazione letterale. Ha sostenuto che il rapporto tra vittime civili e combattenti a Gaza fosse eccezionalmente basso, che Israele non stesse bloccando gli aiuti umanitari e che Hamas fosse da ritenere responsabile delle carenze. Ha inoltre reso la tesi assurda secondo cui la violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata sia da attribuire a una "manciata di giovani delinquenti".
- Details
- Hits: 237
Il Nobel per l’economia e l’equivoco della scienza
di Marco Veronese Passarella
Come ogni ottobre, con l’assegnazione del “Nobel per l’economia” si ripropone l’annosa disputa sulla scientificità della disciplina: non è una scienza, usa troppa matematica, non sa prevedere le crisi, e il suo non è nemmeno un vero Nobel. Sono critiche mosse in buona fede, ma mancano il bersaglio. E una critica ben più radicale è possibile.
Il dibattito tende sempre più a polarizzarsi. Da un lato si colloca la maggioranza degli economisti, i quali assimilano l’economia a una scienza naturale, adottano il linguaggio matematico come criterio di scientificità e giustificano i recenti insuccessi previsionali invocando la natura stocastica delle crisi. Dall’altro lato vi sono quanti negano alle discipline economiche ogni statuto scientifico, condannano l’uso della matematica tout court e brandiscono quegli stessi fallimenti previsionali come prova inoppugnabile di non-scientificità. Nessuna delle due posizioni è, a ben vedere, interamente persuasiva. Tuttavia, è sulla seconda che conviene soffermarsi, perché, mentre muove dalla comprensibile esigenza di sottoporre a critica il pensiero economico dominante e le sue roccaforti, i suoi tre argomenti più popolari non reggono.
Il primo è quello del “falso Nobel”. È vero: il cosiddetto “Nobel per l’economia” non figurava fra i riconoscimenti istituiti da Alfred Nobel nel suo testamento del 1895. Fu creato solo nel 1968 dalla Banca Centrale Svedese e porta il nome di “Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”. Questa origine posticcia viene talora invocata a dimostrazione del fatto che l’economia si sarebbe indebitamente arrogata una patente di scientificità. Si tratta, a mio avviso, di una critica benintenzionata ma fallace.
- Details
- Hits: 264
La finanza elimina il lavoro
di Alessandro Volpi*
A lungo almeno una parte della riflessione economica si è nutrita della convinzione che la ricchezza aziendale fosse il risultato diretto del lavoro umano e che al crescere del valore di un’impresa corrisponda inevitabilmente un incremento delle persone impiegate.
La cruda realtà dei mercati finanziari ha smentito questo paradigma dimostrando l’esistenza di una profonda e pericolosa scissione tra la forza lavoro e la produzione di valore.
Sulle schermate di Borsa, la capitalizzazione di mercato misura la ricchezza finanziaria attribuita dagli investitori a una società, rispondendo a logiche del tutto avulse dall’impatto occupazionale diretto, come emerge chiaramente dall’analisi dei colossi del listino milanese FTSE MIB, dove il divario tra il valore di Borsa e il numero di dipendenti assume dimensioni vertiginose e dimostra quantitativamente la frattura in atto.
Il caso più emblematico del listino italiano è rappresentato da Ferrari, la cui capitalizzazione di Borsa sfiora i 60 miliardi di euro a fronte di un organico di poco superiore ai 5.200 dipendenti, il che significa che in termini finanziari ogni singolo lavoratore “incarna” o sostiene una quota di valore aziendale pari ad oltre 11,5 milioni di euro.
All’estremo opposto si colloca Poste Italiane, che rappresenta il principale datore di lavoro privato del Paese con circa 118.000 lavoratori ma registra una capitalizzazione di mercato di circa 37 miliardi di euro, facendo scendere il valore di Borsa per singolo addetto a poco più di 313.000 euro, ovvero meno di un trentaseiesimo rispetto a Ferrari pur garantendo un assorbimento occupazionale immensamente superiore.
- Details
- Hits: 169
Gli Usa lasciano l’Iraq: la guerra è finita?
di StoriaSegreta
Il 30 settembre 2026, con uno stringato comunicato, il portavoce del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, Sean Parnell, ha annunciato il ritiro da Erbil, l’ultima base americana in Iraq (qui).
Si chiude un capitolo lungo decine di anni che si può far risalire all’attacco alla Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, al di là del comunicato ufficiale che dichiara chiusa un’operazione Inherent Resolve iniziata nel 2014: l’ISIS è stata finalmente sconfitta e la presenza USA non è più necessaria.
Il ritiro delle truppe era stato concordato da Biden nel 2024 e Trump, ufficialmente, non ha fatto altro che rispettare un accordo firmato dal suo predecessore, nonostante il permanere dello stato di guerra con l’Iran. Il comando delle operazioni statunitensi è già stato trasferito in Giordania.
Al di là delle versioni ufficiali, il completamento del ritiro USA è una pietra miliare nella storia del Medio Oriente le cui conseguenze hanno portata globale.
Anche un osservatore distratto fatica a non mettere in relazione questo ultimo atto con la recente visita di Xi negli Stati Uniti.
Questo sito sostiene da tempo che per capire quello che sta succedendo nel mondo bisogna partire dalla convinzione di gran parte dell’establishment statunitense che mantenere l’egemonia globale è impossibile e che, per evitare guai maggiori, sia urgente adesso definire i confini del futuro impero americano, invece che disperdere le risorse in modo velleitario e inconcludente (si veda qui).
- Details
- Hits: 247
Yemen, stavolta David è arabo - Bab el Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugulare
di Fulvio Grimaldi
Andare da Damasco a Sanaa, 2.872 km, significa fare un viaggio accompagnato dai millenni. Percorso tra due facce di un’unica civiltà dalle mille espressioni, quella della moschea degli Omayyadi in Siria e quella, in Yemen, del mercato storico di Bab el Yaman, vegliato da piccoli grattacieli di fango (scarseggiava il piano in cima a quelle vette sollevatesi dal Mar Rosso), decorati a calce. Per compierlo, tanti anni fa, ci avevo messo due giorni e una notte, tra fuori strada, autobus, un trattino in carovana e taxi finale.
Era quando, raccontato a Paese Sera ciò che avevo visto nella Guerra dei Sei Giorni e il giornale mi disse di vedere che effetto ne era venuto ai paesi arabi della regione, arrivai a Sanaa. Poi, sempre da Damasco, ma stavolta in due ore da aeroporto ad aeroporto, vi capitai in fuga dalla mattanza allestita dai “falchi” di Cossiga, ministro degli Interni e nel quale, a qualche decina di metri da noi in trincea sul Ponte Garibaldi, un suo sgherro aveva ucciso Giorgiana Masi, 16 anni, colpendola alla schiena. 12 maggio 1977.
Colpito anch’io da un candelotto, con un ginocchio mezzo spappolato, perlopiù marchiato di Lotta Continua, su suggerimento di Giorgio Alpi, papà della collega Ilaria e chirurgo, giunto via Roma-Damasco-Sanaa in Yemen, ci feci la mia seconda latitanza (da ordine di cattura per reati di stampa!). Ci rimasi per due bellissimi anni che mi permisero di fraternizzare con la regione, dall’Eritrea all’Iraq.
Oggi la distanza politica tra queste due capitali di un unico e millenario aggregato di civiltà è come quella tra la nazionalizzazione di Nasser del Canale di Suez, che il colonialismo ha dovuto subire, e l’insediamento del capo di Al Qaida nel palazzo presidenziale di Damasco con tanto di legittimazione nientemeno che del segretario dell’ONU. Un Guterres che si è adeguato al colonialismo 2.0 dalle unghie limate, trascinando la comunità delle nazioni, da statuto impegnata per pace e democrazia, a inchinarsi alla titolarità sul paese del tagliateste che, uccidendolo, ha eseguito il mandato commissionatogli.
- Details
- Hits: 347
La vergogna sbagliata
di Mario Sommella
Paolo Gentiloni descrive con precisione la «guerra totale» di Putin e poi ne ricava la conclusione che la prolunga: più armi, più debito, nessuna iniziativa diplomatica europea, e la gogna per chi chiede di negoziare. Rileggiamo le sue tesi una per una, partendo dai suoi stessi numeri
1. Il ponte Nord e la parola che manca
Domenica 4 ottobre, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz arrivava a sorpresa a Kiev, i droni russi colpivano di nuovo il ponte Nord sul Dnipro, nell’ora in cui era pieno di automobili. La capitale ucraina è tagliata in due dal fiume, largo circa un chilometro e attraversato da otto ponti: in quei giorni la circolazione era ridotta o interrotta su cinque di essi. Basta questa immagine per capire che cosa significhi, per una famiglia di Kiev, andare al lavoro o portare un figlio a scuola nel quinto autunno di guerra.
Due giorni prima, a Ginevra, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk aveva presentato il conto: 15.280 civili uccisi o feriti in Ucraina nei primi otto mesi del 2026, in media più di quattrocento ogni settimana, il 55 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La missione ONU di monitoraggio aveva documentato, in settembre, vittime civili a Kiev in sedici dei primi ventiquattro giorni del mese, una frequenza mai registrata nella capitale dall’inizio dell’invasione su larga scala. Tra i morti ci sono operai uccisi mentre smistavano verdura in un magazzino.
È da qui che parte Paolo Gentiloni nel suo intervento pubblicato oggi su la Repubblica, e sulla descrizione non c’è nulla da obiettare. La responsabilità di questi bombardamenti è del Cremlino, e una sinistra che esita a dirlo con chiarezza fa un torto alle vittime prima ancora che alla propria credibilità. Il problema dell’articolo non sta nella fotografia, ma in ciò che Gentiloni sceglie di non inquadrare.
Il discorso di Türk portava un titolo preciso: accanto alla pace, deve esserci l’accertamento delle responsabilità. E il messaggio che le Nazioni Unite hanno affidato al mondo è che questa guerra, definita una catastrofe per i diritti umani, deve finire. Non che deve essere vinta: che deve finire. La stessa missione ONU, nel rapporto di fine settembre, segnalava anche un aumento delle vittime civili in territorio russo causato dagli attacchi ucraini a lungo raggio, descrivendolo come una tendenza all’escalation contraria al diritto internazionale umanitario.
- Details
- Hits: 215
Si alza il vento / 6 – Tutta un’altra (prei)storia
di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Lungo la storia che conosciamo, e in particolare nei secoli della modernità, i tempi cupi abbondano. Violenza, dominio, guerra sono molto più presenti dei loro antonimi, l’ingiustizia la fa da padrona, crudeltà e stermini spuntano ovunque. A valle di tanta infelicità, vien da pensare che sia la natura umana stessa a essere bacata, a portare in sé un’incorreggibile stortura che, volta dopo volta, ci fa ripiombare nella ripetizione del già visto (e già patito). Come notava Portelli nella scorsa puntata, fior di filosofi l’hanno teorizzato e, in tutta onestà, ci sono giorni tristi in cui questa lettura sembra imporsi come un’evidenza. In altri giorni, invece, pare d’intravedere, fra le righe del consueto orrore, lo scorrere di un mondo altro, dove – anziché quelle del dominio e dello sfruttamento – s’inanellano le conseguenze del mutuo sostegno, della libera discussione, dell’attenzione e della cura reciproca. Quel mondo balena a volte nelle pagine di un libro, nel gesto di un amico, nella grazia di un animale; a volte se ne ha sentore in un vecchio vicolo di case in pietra o nella modulazione di un canto popolare. L’intuizione, che pur ci arriva, di un mondo meno schifido è illusione da condannati oppure è nostalgia e prefigurazione? E se non è illusione, a quale bivio storico abbiamo sbagliato strada?
Questa domanda è stata a lungo soffocata, irrisa: «Ma quale errore, non c’è stato nessun errore, è il progresso, baby!». Già. Per consolarci dallo sgomento della storia ci hanno detto, fin da quando eravamo bambini, che tutto avveniva in vista di qualcosa di meglio; che la violenza era levatrice di un nuovo paradiso in terra; e che proprio noi (noialtri occidentali, pensa un po’!) eravamo la civiltà superiore destinata a portare ovunque la buona novella. Passata con l’infanzia l’allergia all’ingiustizia, quella domanda è rimasta a lungo sepolta.
Oggi invece è possibile disseppellirla, come i tamburi degli sciamani siberiani: non solo tornare a porla, ma anche azzardare delle risposte. È quanto hanno fatto un antropologo e un archeologo – David Graeber e David Wengrow – in un libro destinato a diventare un classico moderno della “nuova pensabilità storica” e di cui, infatti, si discute moltissimo nei contesti militanti.
L’alba di tutto è un testo magmatico, ondivago, poderoso. Un po’ perché, a rigor di termini, è un’opera scientifica che poggia le sue 720 pagine sopra un’enorme letteratura specializzata.
- Details
- Hits: 266
Il grande bluff di Trump sull’Iran
di John Mearsheimer
L’amministrazione Trump e i suoi sostenitori – compresa la pagina editoriale del Wall Street Journal – stanno lavorando senza sosta in questi giorni per manipolare le notizie sulla guerra con l’Iran, in modo da far sembrare che gli Stati Uniti stiano vincendo e che Teheran farebbe meglio a sottomettersi alle richieste di Washington prima di essere distrutta, forse addirittura “annientata”. In effetti, Trump sta preparando l’opzione di sferrare un duro colpo militare contro l’Iran dopo le elezioni di medio termine, qualora Teheran non si fosse arresa entro quel momento.
* * * *
Di fatto, Trump e i suoi sostenitori stanno conducendo una «campagna di massima pressione» contro l’Iran sui media mainstream. Questa campagna è destinata a fallire. Semmai, riflette la disperazione dell’amministrazione Trump. Il presidente ha dato inizio a una guerra che gli Stati Uniti erano destinati a perdere, e ormai c’è ben poco che possa fare per cambiare questo dato di fatto.
La campagna di propaganda di Trump ha due dimensioni: una economica e l’altra militare.
- Details
- Hits: 274
La lotta di classe dopo la fine della lotta di classe
Francia e Spagna in rivolta e anche nel Sud Italia qualcosa si muove.
di Lavinia Marchetti
Non vorrei azzardare ipotesi senza prove, ma ho come il vago sospetto che le guerre coloniali in Medio Oriente (accluso un genocidio), le sanzioni alla Russia, il finanziamento ad libitum dell’Ucraina, il dissennato riarmo proposto dalla classe dirigente e criminale europea, possano entrarci qualcosa. Ma è solo un impressione. Vediamo che succede.
1. In Francia la rivolta comincia dentro una scuola che cade a pezzi.
La Seine-Saint-Denis è giovane, povera e da anni riceve una scuola pubblica peggiore di quella promessa dalla République. Mancano professori e saltano settimane di lezione, gli edifici hanno infiltrazioni e topi, anche i controsoffitti che cedono. Un rapporto parlamentare citato dal Manifesto di ieri calcolava che uno studente del dipartimento perda durante il proprio percorso scolastico l’equivalente di diciotto mesi di lezione per le assenze dei docenti e la difficoltà di sostituirli.
I liceali hanno bloccato gli ingressi e la protesta si è propagata molto oltre Parigi diventando ormai un movimento nazionale. La questione del riarmo è entrata direttamente nelle rivendicazioni. Marius Mesnil, diciott’anni, dirigente dell’Union syndicale lycéenne, la mette in termini piuttosto chiari: «Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare».
- Details
- Hits: 137
I conti nascosti del Pentagono
di Mario Lombardo
Il bilancio militare degli Stati Uniti è talmente enorme da sembrare quasi impossibile da aumentare ulteriormente. Eppure anche la cifra di 1.500 miliardi di dollari che l’amministrazione Trump si appresta a mettere sul tavolo per il prossimo esercizio rischia di essere un dato fortemente sottostimato. Il problema è che una parte consistente della spesa militare americana non compare nel bilancio del Pentagono, ma viene disseminata tra decine di altre voci e agenzie federali, fino a rendere il costo reale dell’apparato bellico statunitense molto più alto di quello ufficialmente dichiarato.
È questa la conclusione cui arriva un recente articolo di David Vine sul blog indipendente TomDispatch, basato anche sul lavoro del “Project on Government Oversight” (POGO), che ha provato a ricostruire il vero ammontare della spesa militare americana attraverso diverse metodologie. Il risultato è impressionante: già nel 2025, ultimo anno fiscale completo preso in esame, la spesa militare effettiva sarebbe stata compresa tra 1.500 e 1.800 miliardi di dollari. Con le richieste di Trump per il 2027, il conto potrebbe invece arrivare ad almeno 2.581 miliardi.
La ragione di una differenza tanto gigantesca rispetto ai numeri abitualmente citati è relativamente semplice. Negli Stati Uniti le spese per le forze armate e per le guerre non vengono contabilizzate tutte nello stesso posto. Oltre al Dipartimento della Difesa – che Trump ha ribattezzato “Dipartimento della Guerra” – centinaia di miliardi di dollari vengono iscritti nei bilanci di almeno altri 17 dipartimenti e organismi federali.
- Details
- Hits: 134
“Naza”. Quando il genocidio diventa sistema
di Fabrizio Marchi
Ho visto ieri sera il film “Naza”. In realtà si tratta di un documentario dove parlano, naturalmente in incognito e senza mostrare il volto, alcuni dei protagonisti del genocidio in corso da anni a Gaza. Sono per lo più tecnici specializzati (soprattutto informatici) e anche alcuni membri delle unità di elite dell’esercito israeliano che hanno deciso, non so per quale ragione – soltanto uno per un autentico pentimento, tutti gli altri forse per un non ancora consapevole bisogno inconscio di portare alla luce l’immane massacro di cui anch’essi sono stati protagonisti e di cui sono responsabili per la loro parte – di rispondere alle domande che venivano loro poste.
Ciò che emerge è ciò che quelli come noi, più informati sui fatti e soprattutto sulla natura dello stato israeliano, sapevano già, ma un film è potenzialmente destinato ad un pubblico enormemente più vasto e meno informato sulla carneficina tuttora in corso e destinata a non finire se non con l’annientamento dei palestinesi di Gaza (e poi della Cisgiordania).
Sono diversi gli aspetti che vengono alla luce.
Il primo. Non c’è dubbio che quanto sta accadendo a Gaza è ciò che, storicamente parlando, si avvicina di più a quanto ideato e poi messo in pratica dai nazisti durante la seconda guerra mondiale sia nei confronti degli ebrei che delle popolazioni slave e russe.
Il secondo. Il documentario mostra e dimostra la vera finalità di ciò che sta accadendo che non è la distruzione di Hamas e delle altre organizzazioni della resistenza palestinese ma il vero e proprio annientamento del popolo palestinese.
- Details
- Hits: 301
- Details
- Hits: 228
I russi attaccano i ponti sul Dniepr, Zelensky punta a indebolire Trump
di Gianandrea Gaiani
Nelle prime ore del mattino di ieri un attacco russo contro Kiev ha colpito nuovamente il ponte Pivdennyi (Ponte Sud) della capitale ucraina, già bersagliato più volte nella giornata di ieri. La notizia è riportata da Ukrinform, che cita il sindaco Vitali Klitschko su Telegram. Klitschko ha inoltre riferito che detriti sono caduti in un’area aperta nel quartiere di Holosiivskyi. Finestre di un edificio non residenziale e diverse automobili sono state danneggiate. A
Kiev dunque il traffico dei mezzi pubblici è temporaneamente limitato su alcuni ponti, ha fatto sapere l’amministrazione cittadina tramite Telegram. Il Ponte Sud, in particolare, è chiuso in entrambe le direzioni; il ponte della metropolitana è chiuso in direzione della riva destra. Il Comune ha comunicato ai cittadini le modifiche al trasporto pubblico.
Il traffico a Kiev è andato in tilt dopo la chiusura di uno dei ponti principali della città e l’imposizione di restrizioni su altri, in seguito a una nuova ondata di attacchi russi con droni. I reporter dell’AFP hanno osservato lunghe code di auto e autobus bloccati sulle arterie principali della capitale ucraina, mentre i pendolari cercavano percorsi alternativi.
Il congestionamento è stato causato dalla chiusura totale al traffico, in entrambe le direzioni, del Ponte Sud (Pivdennyi Mist), uno degli otto ponti che collegano la parte orientale e quella occidentale di Kiev attraversando il fiume Dnipro. Il Ponte Paton, situato più a nord, è rimasto aperto in un solo senso di marcia, ha dichiarato il sindaco Vitali Klitschko, senza tuttavia segnalare danni alla struttura.
I droni russi hanno colpito le strutture portanti del Ponte Sud. Il passaggio è stato chiuso temporaneamente per consentire una valutazione strutturale. Sebbene avesse riaperto al traffico veicolare e alla metropolitana poco dopo, il ponte ha subito nuovi attacchi con droni nella notte appena trascorsa, ha riferito Klitschko. Il secondo attacco notturno ha danneggiato un pilone, il manto stradale e una barriera protettiva in calcestruzzo lungo la linea della metropolitana, ha aggiunto il sindaco.
- Details
- Hits: 295
Morire di abbondanza
di Onofrio Romano
Ci sono libri con i quali si discute e libri nei quali, con un certo sconcerto, ci si ritrova. Il libro di Massimiliano Civino (Max, per me), Quel pane che non sazia. Scarsità, bisogni e crisi dell’uomo nell’età dell’abbondanza (Independently published, 2026) appartiene decisamente alla seconda categoria. Il saggio s’installa dentro una domanda che continua a sembrarmi scandalosamente rimossa: e se il nostro problema non fosse più, o non fosse soltanto, la scarsità?
Siamo così addestrati a pensarci come esseri mancanti che persino quando critichiamo il capitalismo continuiamo spesso a raccontare il mondo con le sue categorie. Non ce n’è abbastanza. Non produciamo abbastanza. Non abbiamo abbastanza. E quando finalmente immaginiamo l’alternativa, essa consiste quasi sempre nel distribuire meglio ciò che continua a essere pensato sotto il segno della penuria.
Civino prende la questione dall’altro lato. Il suo Erisittone mangia e più mangia più ha fame. Non perché il pane non ci sia, ma perché non riesce più a nutrirlo. È una differenza gigantesca. La maledizione non consiste nella mancanza dell’oggetto, ma nell’impossibilità di stabilire con esso una relazione che possa, almeno per un istante, concludersi. Il libro parte da qui: la modernità ha prodotto una potenza tecnica e sociale capace, almeno potenzialmente, di allentare la presa della necessità materiale, e proprio nel momento in cui questa possibilità diventa storicamente pensabile la fame cambia natura. Sopravvive dentro il soggetto.
È questo il primo motivo per cui il libro mi sembra importante. Non imbocca la comoda via penitenziale. Non ci racconta che eravamo felici quando eravamo poveri, che la comunità tradizionale era calda e accogliente e poi è arrivato il capitalismo cattivo a guastare la festa. Il mondo antico era anche fame vera, dipendenza, esposizione brutale alla necessità. E la modernità, insieme alle sue devastazioni, ha effettivamente liberato energie inaudite. Dimenticarlo significa trasformare la critica in una forma un po’ patetica di turismo nel passato.
Il punto interessante viene dopo.
- Details
- Hits: 171
E’ la bolla: quanta energia nelle mani dei padroni
di Infoaut
Stiamo entrando mani e piedi in un sistema di capitalismo finanziario in cui l’energia è la principale merce di scambio.
Merce immateriale ma profondamente terrena: senza energia non c’è vita, l’energia è il motore per curarci, per mangiare, per scaldarci. Terrena come le miniere di uranio per produrre energia atomica, terrena come ettari di suolo che ospitano palazzi di server, terrena come scatole di metallo che se colpite da missili o droni possono fare saltare in aria centinaia di petabyte. Quel che salta in aria non è una fabbrica di armi o una ferrovia ma è il contenitore dentro il quale non vi è più alcun confine tra militare e civile.
L’Italia è un teatrino grottesco. Il governo Meloni dall’inizio del suo mandato è passato dai proclami sull’hub del Mediterraneo per il gas e al Piano Mattei per poi voler dare seguito agli ultimi colpi di coda del Green New Deal europeo, per poi passare a encomiare la necessità delle trivellazioni di greggio – praticamente inesistente nella penisola – fino ad arrivare alla grande truffa del nucleare come soluzione finale.
Il Ministro della Sicurezza energetica ha dunque ottenuto il consenso per il disegno di legge sul ritorno all’atomo. Questo disegno di legge delega dovrà essere sostanziato dai decreti legislativi di attuazione ma intanto traccia delle cosiddette “linee guida”, fumose e insensate, che possono essere riassunte così: si parla di nuovi “small modular reactor” senza parlare di deposito per le scorie passate né di decommissioning delle vecchie centrali; si parla di nucleare sostenibile senza parlare di salute degli abitanti dei territori contaminati né dei costi ambientali ed economici, oltre che di sicurezza.
- Details
- Hits: 117
Torna l’inflazione, resta la questione di classe
di coniarerivolta
L’inflazione torna a mordere, e galoppa: +3.3% ad agosto, +4,2% a settembre, su base annua. Nel solo mese di settembre i prezzi sono aumentati dello 0,7%.
Da una parte la BCE che torna ad aumentare i tassi di interesse e così facendo colpisce i lavoratori e le famiglie due volte, se non tre: aumentando il costo dei mutui, aumentando i costi del finanziamento per le imprese, che possono trasferirne una parte sui prezzi, tanto più nei settori non concorrenziali e quindi alimentare l’aumento dei prezzi e, infine, ma non per questo meno importante, con questa manovra la BCE esprime la volontà di aumentare la disoccupazione e raffreddare sul nascere qualsiasi ipotesi di spinta salariale.
Dall’altra parte, il governo, che è affannosamente alla ricerca di misure simboliche per dimostrare di stare facendo qualcosa (l’intervento spot sulle accise per il carburante nei giorni del rientro estivo è illuminante in questo senso) e chiama in soccorso il capitalismo petrolifero nazionale, che disvela così tutta la sua misera opulenza. Tutte queste misure, tuttavia, non affrontano minimamente le radici strutturali della questione inflazione, e soprattutto le sue conseguenze distributive che vanno ben oltre il numeretto che mensilmente l’ISTAT distribuisce. Vediamo allora cosa ci dicono i dati, se allarghiamo un po’ lo sguardo prendendo in considerazione cos’è successo negli anni recenti.
- Details
- Hits: 187
La necessaria fatica dell'apprendere (IA, scuola, università)
di Il Chimico Scettico
Qua sopra fin dall'inizio si prese una posizione chiara sugli inviti allo studio e alla lettura che dilagavano sui media social e non. Si fece notare che il problema non era leggere, ma cosa leggi, e non era tanto studiare ma capire quello che si studia.
I media degli ultimi 30 anni e in particolare i social media hanno lavorato esattamente in direzione contraria, producendo vaste folle (bolle) dove chi accusava l'altro di analfabetismo funzionale era di fatto incolto quanto lui. La parola d'ordine, non compresa ma assimilata acriticamente, sostituiva il processo cognitivo. In questo quadro l'uso di massa degli LLM costituisce il passo successivo: non si delega all'IA semplicemente il processo cognitivo, gli si delega anche quello scrittorio - la perfetta quadratura del cerchio. E tale delega dello scrivere viene pure rivendicata da molti che di scrittura vivono, che si lamentano di una caccia alle streghe anti IA e non si rendono conto che tra scrivere con un word processor e ottenere testo tramite un LLM la differenza è abissale (in fondo solo una conferma delle infime competenze linguistiche che sono la cifra del pop contemporaneo?).
Già Nature aveva parlato del de-skilling dei medici negli ospedali che usano l'IA per le diagnosi: i medici usavano l'IA e perdevano capacità diagnostica. Ora sulla stessa rivista arrivano le preoccupazioni sull'uso dell'IA da parte degli studenti.
All’inizio di quest’anno, il ricercatore in scienze dell' educazione Lixiang Yan si è reso conto che gli studenti potevano affidare interamente a un’intelligenza artificiale il lavoro del suo corso universitario.
- Details
- Hits: 168
Gli USA stanno sfrattando Netanyahu?
di Domenico Moro
Negli ultimi giorni è arrivata l’ennesima conferma, questa volta da parte dell’intelligence egiziana, del fatto che Netanyahu sapeva in anticipo dell’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023. L’obiettivo è molto chiaro: liberarsi di Netanyahu, divenuto ormai impresentabile, a meno di un mese dalle elezioni israeliane.
Il mandante dell’operazione è piuttosto chiaro: il governo degli Usa. La soffiata dell’intelligence dell’Egitto, paese controllato e finanziato dagli Usa, è passata attraverso il Wall Street Journal, che è di proprietà del miliardario Rupert Murdoch, sostenitore della grande finanza Usa e ultra-repubblicano. Evidentemente, il mastino israeliano alla fine è risultato poco controllabile per il padrone Usa in diversi contesti (compresi quelli dell’Iran e del Libano). Urge, quindi, un cambio di premier.
Comunque, lo sfratto statunitense nei confronti di Netanyahu è anche una risposta a chi diceva che la potenza egemone dell’imperialismo occidentale, cioè gli Usa, potesse essere controllata da un paese come Israele, che ne è la centesima parte e che, senza aiuti militari e finanziari degli Usa e senza l’appoggio delle loro Forze Armate, collasserebbe in poco tempo. È, piuttosto il contrario, sono gli Usa che si servono degli israeliani per controllare l’area più importante del mondo in termini di risorse energetiche, anche se Israele spesso agisce di testa sua.
- Details
- Hits: 949
Perchè dovete vedere Palestine 36 e non applaudire NAZA
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Alla Mostra del Cinema di Venezia una sala si è alzata in piedi e ha applaudito per venticinque minuti. È l’ovazione più lunga nella storia del festival. L’anno prima il record era di ventitré minuti, e apparteneva anch’esso a un film su Gaza: La voce di Hind Rajab, costruito attorno all’ultima telefonata di una bambina palestinese intrappolata in un’auto sotto il fuoco.
Le due ovazioni più lunghe mai tributate a Venezia riguardano entrambe Gaza. La più lunga, però, non è per la voce della bambina. È per NAZA, un documentario in cui ufficiali dell’intelligence e soldati israeliani, con il volto nascosto, raccontano come Gaza sia stata trasformata in un sistema di bersagli, di punteggi, di morti civili calcolate in anticipo. Il titolo stesso è un termine che l’esercito israeliano usava per indicare quanti civili una singola incursione avrebbe presumibilmente ucciso.
Vale la pena fermarsi qui, prima di parlare del film.
Da quasi tre anni i palestinesi di Gaza documentano in tempo reale la propria distruzione. Hanno filmato le bombe mentre cadevano, i bambini estratti dalle macerie, gli ospedali che crollavano attorno ai medici, i giornalisti uccisi mentre lavoravano. Padri e madri hanno puntato le telecamere sui corpi dei propri figli. Hanno filmato se stessi mentre morivano di fame, fuggivano, tornavano, scavavano, seppellivano. È difficile immaginare la distruzione di un popolo documentata più di questa, e non solo da ottobre 2023, ma da decenni. Eppure non bastava. Non basta mai. Solo quando a parlare è un israeliano, la sala si alza.
Perché la verità cambia statuto quando a pronunciarla è un israeliano? Perché ciò che un palestinese racconta dalla propria casa distrutta viene trattato come testimonianza di parte, mentre la stessa cosa detta da qualcuno dentro l’apparato che ha prodotto quella distruzione diventa una rivelazione?
Il poeta palestinese Mohammed El-Kurd ha dato un nome a questo meccanismo.
- Details
- Hits: 176
La guerra non è un videogame
di Enrico Manera
Cercare di tracciare un confine tra reale e virtuale, analogico e digitale ha smesso di avere senso diverso tempo fa, nella misura in cui una porosità si è fatta prima intreccio e poi impasto. In Giocare alla guerra. Come l’industria ludica militarizza le nostre menti, (Nottetempo 2026), Dario Bassani conferma questa idea declinandola sul tema della guerra, tornata dal 2022 in modo macroscopico nell'orizzonte di senso comune: tanto nelle forme della violenza “calda”, brutale e ravvicinata, quanto nella forma “fredda” e a distanza; fare la guerra ha assunto l'aspetto di una pratica ibrida, digitalizzata e materiata di droni e intelligenze artificiali che potenziano le asimmetrie in campo e divaricano la forbice tra l'esercizio della violenza e i suoi effetti su carne, ossa e sangue.
Il libro, scritto da uno studioso nato nel 1994, getta uno sguardo vivido su una esperienza dai tratti autobiografici e generazionali che si muove tra storia, teoria e analisi del presente con un felice passo narrativo e sotto il segno di un certo disincanto. Quello di chi sa quanto la scrittura e l'impegno intellettuale, urgenti e necessari, siano in fondo “antiquati” e quasi inadatti a un presente in cui il linguaggio comune è armato (nel senso che l'inglese weaponizing rende in modo più efficace) e le forme del pensiero e degli stati di coscienza assumono nuances inaspettate per il modo in cui si costruiscono socialmente, collettivamente, digitalmente.
Uno degli assi del libro è storico-culturale e muove dall'idea che dall'epoca moderna-contemporanea guerra e gioco non siano mai stati davvero separati. Bassani ricostruisce una genealogia che muove dal Kriegsspiel prussiano tra Settecento e Ottocento e nei secoli attraversa giochi da tavolo, di ruolo e di strategia, in video e in rete, e si contamina con i simulatori di volo e gli scenari fantasy di Dungeons & Dragons fino ai First person shooters, ai contemporanei Doom, Call of Duty, Modern Warfare, e da lì senza soluzione di continuità giunge ai visori per realtà virtuale, alle Intelligenze artificiali, ai droni mobilitati per il combattimento.
- Details
- Hits: 292
Il lato oscuro di data center e giga factory dell'intelligenza artificiale
di Francesco Cappello
Ecco perché vogliono i piccoli reattori. Dietro la corsa a Data Center e gigaFactory dell’Intelligenza Artificiale si profila il ritorno del nucleare, la competizione per acqua e territorio, l’automazione del lavoro trasformato in materia prima algoritmica e la nascita di un nuovo complesso militare-informativo [Anteprima dell’inchiesta programmata per il mensile Lavoro e Salute].
* * * *
Il boom dell’intelligenza artificiale sta portando il consumo elettrico globale verso territori inesplorati. L’addestramento e il funzionamento dei grandi modelli linguistici (LLM) richiedono una potenza di calcolo senza precedenti. Le proiezioni indicano che, entro la fine del decennio, i data center per l’IA arriveranno ad assorbire circa 945 terawattora all’anno, una cifra sbalorditiva che eguaglia l’intero fabbisogno energetico di una nazione fortemente industrializzata come il Giappone. In Italia, secondo gli aggiornamenti diffusi da Terna alla fine dell’estate 2026, le richieste di connessione alla rete elettrica nazionale per i nuovi data center e le infrastrutture legate all’intelligenza artificiale hanno varcato la sbalorditiva soglia dei 95 gigawatt, arrivando a sfiorare i 100 gigawatt (vedi nota 1).
Non a caso anche in Italia si sta tornando al nucleare nella forma dei piccoli reattori
Per alimentare queste immense cattedrali di calcolo, note come AI Gigafactory, i tradizionali contratti di fornitura dalla rete elettrica nazionale non sono più sufficienti. L’industria tecnologica si è scontrata con un limite fisico invalicabile, che ha spinto i giganti del web, i cosiddetti hyperscaler, a trasformarsi da semplici consumatori in grandi investitori e sviluppatori del settore energetico.
- Details
- Hits: 146
Le elezioni israeliane e la guerra all'Iran
di Davide Malacaria
Quanto è accaduto ieri ha dato ossigeno alla campagna elettorale di Netanyahu. Non una nostra considerazione, ma quanto titola TimesofIsraele ”L’attentato al volo Flydubai salverà la campagna elettorale in difficoltà di Netanyahu?”
Nello stallo, s’intensificano le pressioni per una nuova guerra contro l’Iran. Dalla Gran Bretagna a Israele fino agli Emirati arabi tutto spinge in questa direzione, con Trump che apparentemente segue l’onda, avendo ribadito che dopo le elezioni di Midterm potrebbe riprendere la guerra su larga scala.
E alle parole stanno seguendo i fatti, con l’America che ha inviato una terza portaerei verso il Medio oriente insieme a una piccola flotta che imbarca altri 2mila marines, che si aggiungono alle forze già inviate nell’area. Inoltre ha inviato altri Patriot a Qatar e Arabia Saudita.
La Gran Bretagna ormai si è accodata alla scia, come dimostra l’inchiesta sullo stranissimo attentato sventato contro la base aerea di Fairford che sta puntando decisamente ad coinvolgere Teheran. Ieri è stato arrestato un britannico con doppia cittadinanza, l’altra è ovviamente iraniana. La trama del thriller è già scritta: si scoprirà che l’uomo arrestato ha avuto contatti con l’ambasciata iraniana o con qualche esponente delle Guardie della rivoluzione.
Ribadiamo le nostre perplessità sull’accaduto e, a quanto abbiamo già scritto, aggiungiamo i dubbi di Kurt Nimmo che, sul sito del Ron Paul Institute, ha scritto: “Si è subito affermato che i presunti responsabili fossero terroristi iraniani […] e come prova è stata pubblicata l’immagine di uomini ammanettati a torso nudo.
- Details
- Hits: 104

Antrophic a cena da Trump, ma il conto lo paghiamo noi
di Daniel A. Casari
Il dibattito sul futuro dell’intelligenza artificiale si snoda tra lo spettro apocalittico di una super intelligenza letale per l’umanità e la realtà materiale di una spregiudicata competizione economica e strategica. I recenti sviluppi di cronaca, segnati dal vertice alla Casa Bianca e dalla distensione dei rapporti tra il presidente Trump e il CEO di Anthropic, Amodei, sono un esempio perfetto delle dinamiche in corso.
Per mesi le tensioni tra l’azienda e Washington sono rimaste altissime, culminando con il bando di Claude dalle agenzie federali e dal Pentagono, a causa del rifiuto di Anthropic di rimuovere i limiti etici sul tracciamento e sulle armi autonome. Eppure, proprio in concomitanza con il vertice, la startup ha avviato le procedure per una IPO (Initial Public Offering), l’offerta pubblica iniziale con cui una società privata vende per la prima volta le sue azioni sul mercato azionario per quotarsi in borsa. Si tratta di un’operazione finanziaria complessa che richiede per legge il deposito di un prospetto informativo in cui l’azienda è obbligata a mettere a nudo i propri bilanci e i potenziali fattori di rischio per gli investitori.
È qui che la coincidenza temporale assume contorni fumosi: i documenti di Anthropic hanno svelato perdite nette spaventose per 42 miliardi di dollari, ma nello stesso istante sbandieravano catastrofici “rischi esistenziali” legati alla potenziale letalità dell’intelligenza artificiale.
- Details
- Hits: 180
Burqa e antisemitismo, pur di distrarre dal giro dei soldi
di comidad
Le norme anti-burqa contenute nell’ultimo decreto del governo sulla Scuola rappresentano un espediente per prendere i classici due piccioni con una fava. Su un problema inesistente il governo allestisce per la sua base elettorale uno spot pubblicitario a sfondo pornografico; anzi, sadomaso, lasciando fantasticare su chissà quale calvario di vessazioni a carico degli odiati mussulmani.
Ma il risultato più sostanzioso del diversivo burqa è quello di far perdere di vista il vero scopo della ennesima “riforma” della Scuola, che porta abusivamente il nome del fantoccio di turno al ministero della ex Istruzione. La sedicente riforma cerca infatti di avviare il meccanismo per ridurre il corso di studi superiore a soli quattro anni, in modo da tagliare in termini di personale e di edilizia scolastica. Con le modifiche al sistema dell’istruzione tecnica i soldi pubblici rimasti potranno essere regalati alle imprese private in nome della mitica FSL (Formazione Scuola Lavoro). Grazie alla FSL gli imprenditori privati hanno il doppio vantaggio di incassare soldi pubblici e di poter utilizzare manodopera a costo zero (schiavi). Si dice imprese “private”, ma in realtà è un sistema che dipende dal rapporto organico con istituzioni pubbliche. Pubblico e privato sono finzioni giuridiche, cortine fumogene di lobby trasversali che si creano il loro giro di affari.
A proposito di diversivi e di finzioni giuridiche, arriva a proposito la discussione sul DDL antisemitismo, peraltro già approvato al senato.
- Details
- Hits: 160
Elezioni 27: i partiti di fronte alla guerra e le basi materiali del movimento
di Infoaut
Le elezioni del 2027 si avvicinano, nessuno sa ancora bene quando saranno, ma la macchina elettorale e la conseguente campagna martellante è già partita alla grande
Il governo prova a consolidare il suo consenso con mancette in stile berlusconiano e si lancia in una gara a chi è più razzista con il competitor Vannacci. La lega si sfalda, probabilmente in via definitiva e tutti i parlamentari si preparano alla rielezione o a incassare il proprio vitalizio.
Nonostante il tentativo di tenere la campagna elettorale ben ancorata al tema dell’immigrazione e della “sicurezza” vediamo però come i baricentri di produzione del consenso tendano a deragliare verso il tema del riarmo europeo: quindi della spesa abnorme da investire in questo campo, sul sostegno all’Ucraina, sul sostegno alle politiche atlantiste e prone ai disegni americani per il nostro paese e l’Europa. In generale quindi su come le élite europee hanno intenzione di affrontare a colpi di tagli al welfare le nuove condizioni economiche dettate dall’evoluzione della guerra globale in corso. In questo senso è particolarmente indicativo del clima che si respira, l’allarmismo scatenato dal presunto report della CIA pubblicato da El Mundo, su possibili attacchi russi a Italia e Spagna subito smentito dal governo. Solleva aspetti differenti e strategie diverse che dall’esterno si giocano sulla campagna elettorale.
Page 7 of 700
Gli articoli più letti degli ultimi tre mesi
Fabrizio Marchi: L’ipocrita “contrordine compagni” di Ocasio Cortez e Giuseppe Conte
ALGAMICA: Circa la natura del woke
Alessandro Visalli: “Woke one was crazy”? Note su un dibattito strano
Andrea Zhok: “Il Woke è morto, viva il Woke!”
Giuseppe Giannini: Il caso Ranucci e la questione woke
Elena Basile: L’UE non è l’Europa
Carlo Formenti: La fatwa di Moreno Pasquinelli contro i cosiddetti filo-cinesi
Antiper: Rossobrunismo, sovranismo, Putin e Ivan Ilyin
Pino Arlacchi: Gli economisti ortodossi non ne azzeccano mezza
Luciano Bertolotto: Consumo: adattamento e resistenza
Vincenzo Brandi: Sulla resa dei curdi siriani al terrorista riciclato Al-Jolani
Alessandro Lucchini: Forum WAPE 2026: l’economia politica marxista di fronte a un mondo che cambia
Alessandro Volpi: L’Ucraina e la trasformazione dell’economia europea in economia di guerra
Gli articoli più letti dell'ultimo anno
Carlo Di Mascio: Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista
Carlo Formenti: Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya
Alessandro Volpi: Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
Servaas Storm: La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
Ciro Schember: Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?
Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Luciano Bertolotto: Alla ricerca di (delle) radici
Andrea Zhok: L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco
Carlo Formenti: Quelli che la Cina non è socialista
Antonio Martone: Presentazione di 'Uno sguardo dal Fronte', di Fulvio Grimaldi
Cristina Quintavalla: La lenzuolata

Qui una presentazione del libro
Giuseppe Muraca: Goffredo Fofi

Qui una recensione di Marco Gatto
Mario Sommella: Cyberfascismo

Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto













1. Introduzione




































