Sul modello economico e sociale cinese
di Ernesto Screpanti
Riprendiamo dall’ultimo numero di Alternative per il socialismo l’articolo di Ernesto Screpanti –
La sinistra è giustamente schierata con la Cina e i Brics+ nel valutare gli attuali conflitti geopolitici e geoeconomici. Il multipolarismo portato avanti dalle economie emergenti lo vediamo come una valida alternativa all’unipolarismo o bipolarismo cui sembra puntare l’imperialismo americano al suo tramonto. Questa preferenza però innesca un meccanismo psicologico – la tendenza a considerare nostro amico il nemico del nostro nemico – che c’induce a dare credito alle ideologie di autorappresentazione del soggetto per cui proviamo simpatia. Così una presa di posizione geopolitica rischia di diventare un’ingiustificata discriminante di classe: I cinesi tendiamo ad arruolarli tra le schiere del proletariato internazionale, nella speranza che alla fine stiano per arrivare i nostri1.
Ecco perché recentemente mi è capitato di leggere e ascoltare diverse favole sulla natura sociale e politica della Cina, compresa quella secondo cui si tratterebbe di un socialismo e una democrazia con caratteristiche cinesi. Sono favole fuorvianti che è necessario sfatare, anche se sono pochi quelli che ci credono. Lo farò come si può fare in un articolo di una dozzina di pagine. Ma penso che le cose essenziali si possano dire in modo semplice e sintetico. E, per limitarmi all’essenziale, lo farò concentrando l’attenzione sugli aspetti strutturali, industriali e sociali dell’economia cinese. Ignorerò le dinamiche congiunturali, gli aspetti finanziari, le bolle immobiliari, il fallimento di Evergrande eccetera. Visto che tratterò di capitalismo, imperialismo e socialismo, è necessaria una breve premessa teorica. Il capitalismo lo definirò come un sistema economico in cui il lavoro è mobilitato con il contratto di lavoro subordinato e il controllo dei mezzi di produzione è assegnato al capitale, il quale usa il lavoro salariato per estrarre plusvalore e impiega il plusvalore per valorizzare e accumulare il capitale stesso. L’imperialismo lo definirò come un sistema di potere internazionale in cui il capitale di un paese sfrutta risorse umane e naturali di un altro paese e usa il plusvalore e la ricchezza così estratti per valorizzare e accumulare il capitale su scala mondiale.
Meno facile è definire il socialismo, se non altro per la varietà di teorie cui si può attingere. Per essere più ecumenico possibile, lo definirò facendo riferimento a due posizioni molto diverse, quasi polarmente opposte. In tal modo chiunque può scegliere quella che preferisce, tra la gamma di definizioni collocabili tra i due poli, e ognuno può valutare come vuole il grado di socialismo di un sistema reale. La prima definizione la chiamerò “marxista”, pur sapendo che qualche marxista non la condividerà. Secondo questo punto di vista, il socialismo è un sistema in cui il reddito è distribuito in modo da dare a ognuno secondo le sue capacità, il potere economico in modo da assegnare ai produttori il controllo della produzione e il potere politico in modo da attribuire al popolo il controllo democratico dello stato. La seconda definizione la chiamerò “bellamista”. È quella proposta da Edward Bellamy in Looking Backward 2000-1887 (1888). In questa narrazione utopistica viene presentato un modello di buona società in cui tutta l’industria è statalizzata, la “nazione” è l’unico datore di lavoro e i lavoratori sono inquadrati in un organismo gerarchico denominato “esercito industriale”. Lo Stato non è un’istituzione politica vera e propria, ma una tecno-struttura che svolge la funzione di amministrazione economica e che gestisce la produzione e le risorse in modo efficiente. Non esistono partiti perché il buon governo della “nazione” riscuote il consenso di tutti i cittadini. Gli amministratori sono eletti non in base a ideologie, programmi e interessi, bensì in base alle capacità tecniche e alle doti morali. C’è una completa uguaglianza distributiva: tutti i cittadini ricevono lo stesso reddito. Le differenze di gravosità dei lavori sono bilanciate da differenze dell’orario di lavoro. Questo modello è piaciuto ad alcuni marxisti, immemori del fatto che secondo Marx la prima fase del comunismo, quella che Lenin ridefinì “socialismo”, abolisce il lavoro salariato e avvia la realizzazione del regno della libertà, e all’oscuro del fatto che Bellamy aveva preso l’organizzazione delle forze armate come modello di società perfetta.
Socialismo o confucianesimo?
Per entrare nel vivo della materia: devo constatare che sono pochi quelli che dichiarano esplicitamente di credere che in Cina c’è il socialismo. Molti di più sono quelli che lo lasciano trapelare da diverse valutazioni apparentemente scientifiche. Alcune osservazioni colte e raffinate partono dalla costatazione che la diversità della Cina rispetto al resto del mondo è dovuta alla sua eredità confuciana, e che questa eredità favorirebbe il socialismo. Perché? Perché il confucianesimo esalta i valori collettivi e l’armonia sociale a discapito dell’individualismo. Effettivamente il confucianesimo favoriva la virtù ren, la benevolenza verso i propri simili esercitata in conformità alla collocazione degli individui nella gerarchia politica e famigliare – gerarchia che si sviluppa entro cinque rapporti fondamentali: sovrano-suddito, padre-figlio, marito-moglie, fratello maggiore-fratello minore, amico-amico. Quanto alla struttura sociale come la concepisce il confucianesimo, è basata su una scala dei gradi di perfezione umana. Gli uomini si dividono in tre gruppi: quelli perfetti, quelli superiori e quelli comuni. Così la collettività si articola in tre strati: l’imperatore con la sua corte, i nobili e la massa popolare. Devo aggiungere altro per far capire perché il confucianesimo fu osteggiato dopo la proclamazione della Repubblica Popolare e fortemente contestato durante la rivoluzione culturale? Per i comunisti rivoluzionari cinesi il confucianesimo era una religione di stato elitaria, autoritaria e classista. Era la base religiosa del vecchio sistema imperiale, e in quanto tale era accusato di sostenere il rigido ordinamento tradizionale e una morale centrata sull’obbedienza e la deferenza all’autorità. Era visto come uno strumento ideologico usato dalle classi dominanti per giustificare la sottomissione del popolo e perpetuare i rapporti di sfruttamento. Dunque ci deve fare riflettere il fatto che dopo la morte di Mao e le riforme di Deng Xiaoping il confucianesimo è stato progressivamente riabilitato, fino a essere oggi promosso come parte essenziale dell’identità culturale cinese. Il governo attuale lo usa proprio per sostenere i valori di disciplina e armonia sociale.
La distribuzione del reddito in Cina
Un tipo di argomentazione a favore del carattere socialista dell’economia cinese fa leva sulla distribuzione del reddito. Molti sono convinti che in Cina ci sia qualcosa che può essere definito “eguaglianza” o “equità” o “giustizia”, o almeno che di queste caratteristiche ce ne sia una dose maggiore che nei paesi capitalistici occidentali. Se come teoria della giustizia adottiamo il modello bellamista, l’equità distributiva si ottiene quando tutti i cittadini ricevono lo stesso reddito. È un caso limite che potremmo usare quale metro di misurazione, così da poter dire che la distribuzione del reddito di un paese è tanto più “socialista” quanto più si avvicina a quella del modello bellamista, quindi quanto meno disuguaglianza c’è nella distribuzione del reddito.
Nella ricerca scientifica, quando si vuole valutare il grado di equità distributiva di un paese, si fa riferimento a varie misure: 1) la percentuale di cittadini che vivono in condizioni di povertà assoluta, 2) la percentuale di cittadini che vivono in condizioni di povertà relativa, 3) la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi personali, 4) la percentuale di reddito guadagnato dal 10% più ricco della popolazione e dal 50% più povero. 5) la quota salari sul prodotto interno lordo.
È ormai diventato un luogo comune sostenere che la Cina ha debellato la povertà al proprio interno e che ha dato il maggior contributo alla sua riduzione nel mondo negli ultimi 40 anni. In effetti se guardiamo alla percentuale di poveri assoluti, secondo una misura di povertà usata in passato dalla Banca mondiale (è povera una persona che vive con un reddito giornaliero non superiore a $1,90, in Parità di potere d’acquisto Ppa 2011), la percentuale di poveri in Cina è scesa dal 66,2% del 1990 allo 0,1% del 2019, un risultato strabiliante. Senonché la soglia di $1,90 poteva andar bene nel 1990, non negli anni più recenti. Ebbene il governo cinese ha rifatto i calcoli applicando una linea di povertà di $2,30, e sulla base di questa nel marzo 2021 Xi Jinping ha potuto vantare una “vittoria totale” sulla povertà. La Banca mondiale ha definito differenti linee di povertà per diversi gruppi di paesi classificati secondo il livello del Pil pro-capite. E ciò ha senso. Se applicassimo una linea di $2,30 all’Italia, risulterebbe che nel nostro paese non ci sono poveri. Invece l’Istat ci dice che nel 2023 il 9,7% della popolazione (5,7 milioni di individui) viveva in condizioni di povertà assoluta.
Recentemente la Cina (con un reddito pro-capite di $12.850 nel 2022) è stata classificata nel gruppo delle economie a reddito medio-alto (reddito compreso tra $4.516 e $14.005), gruppo al quale si applica una linea di povertà di $5,50. In base a tale soglia, nel 2021 il 17% della popolazione cinese viveva in condizioni di povertà assoluta (The Global Economy, 2021). Probabilmente entro il 2030 la Cina verrà classificata tra i paesi ad alto reddito (superiore a $14.005), ai quali si applica una linea di povertà di $6,85 (Ppa 2017). Con questa soglia è stato stimato ancora un 17% di popolazione povera nel 2023 (World Bank, 2023). Per fare un confronto: negli Usa il numero dei poveri assoluti (secondo lo US Census Bureau, che usa una linea di povertà di $35,00) era pari al 13,1% della popolazione nel 2018.
In un’economia capitalistica la lotta alla povertà è un lavoro di Sisifo: si vince per mezzo dello sviluppo economico e delle politiche sociali. Senonché lo sviluppo stesso obbliga ad alzare le linee di povertà, e i poveri riemergono ogni volta.
Più valido del concetto di “povertà assoluta” è quello di “povertà relativa”, definita da una soglia di reddito pari al 50% (o 60%) del reddito mediano. In tal caso la linea di povertà si innalza automaticamente al crescere del reddito. Purtroppo non esistono accurate statistiche ufficiali per la Cina su questo parametro. Comunque uno studio scientifico serio (Zou, Cheng, Fan e Lin, 2023) ha rilevato che nel 2015 la percentuale di cittadini cinesi in condizioni di povertà relativa era pari a 32,11%. Anche qui si può fare qualche confronto. Nello stesso anno gli Stati Uniti avevano una percentuale di poveri relativi pari al 16,8%, l’Italia al 14,4%, la Germania al 10,1% (Oecd 2015).
Nel 2018 la Banca mondiale ha proposto una Societal Poverty Line (Spl), definita così: Spl = max ($2,15, $1,15 + 0,5 × mediana nazionale dei consumi o del reddito) (in Ppa 2017). Questa linea di povertà combina i concetti di povertà assoluta e relativa. Viene applicata ai paesi con reddito medio-alto e alto. Risulta che nel 2021 la percentuale di poveri era pari a: 19,1% in Cina, 19,7% in USA, 16,6% in Italia, 13,2% in Francia, 12,0% in Germania (2020) (World Bank, 2025).
La misurazione dell’equità con l’indice di Gini
Un altro concetto di equità distributiva è quello che misura la disuguaglianza nella distribuzione statistica dei redditi personali. Il parametro più usato è l’indice Gini. È un numero che va da 0 a 1. Quando c’è perfetta eguaglianza (come sarebbe nel modello bellamista) l’indice assume un valore nullo. Quando c’è perfetta disuguaglianza (un cittadino riceve tutto il reddito, gli altri cittadini non ricevono nulla) l’indice assume valore 1.
Premettendo che questo indice è stato stimato da varie fonti con risultati un po’ dissimili, si può rilevare che:
– L’indice Gini della Cina era piuttosto basso (0,30) nel 1980; poi ha cominciato a salire per raggiungere un picco di 0,55 nel periodo 2002-4; successivamente si è ridotto fino a raggiungere il valore di 0,46 negli anni 2019-20 (Xie e Zhou, 2014; Wikipedia, 2023).
– Sulla base di dati del National Bureau of Statistics of China l’indice Gini era stato stimato a 0,49 nel 2008 (Chen, 2013; Zhao, 2013) e 0,47 nel 2019 (Lin e Brueckner, 2023).
– Secondo altre stime, l’indice ha toccato un massino di 0,44 nel 2010, per poi scendere gradualmente fino al 0,36 nel 2021 (Countryeconomy, 2025; World Bank, 2024).
Per fare un confronto: Usa 0,48 (2021), Italia 0,32 (2021), Germania 0,32 (2022), Francia 0,29 (2021) (Uscb 2022; Istat, 2023; Destatis, 2023; Insee, 2023). Può consolare il fatto che alcune misurazioni dell’indice cinese, a differenza di quelle degli altri paesi, sono effettuate su redditi prima di tasse e trasferimenti (che tuttavia in Cina incidono poco).
Per restare in tema di evoluzione della disuguaglianza distributiva, la quota del Pil cinese guadagnata dal 50% più povero della popolazione è passata dal 27% del 1978 al 15% del 2015 (a questa data il 50% più povero della popolazione percepiva il 12% del Pil negli USA e il 22% in Francia). Invece la quota di Pil guadagnata dal 10% più ricco della popolazione è passata dal 27% del 1978 al 41% del 2015 (a questa data negli USA era del 45%, in Francia del 32%). Infine la quota di ricchezza cinese appartenente al top 10% della popolazione ha raggiunto il 67% nel 2015 (negli USA era del 72% in Francia del 50%) (Piketty, Yang e Zucman, 2019). Se usassimo come target di riferimento il modello di uguaglianza bellamista, dovremmo ammettere che oggi la Cina è ben lontana dal “socialismo”. Certo, si può dire che quello bellamista è un modello fasullo, almeno in base alla concezione di Marx, secondo cui nella prima fase del comunismo varrebbe il principio distributivo “a ciascuno secondo le sue capacità”. Questo principio implica la sopravvivenza di una certa disuguaglianza economica, ma non alta quanto in un sistema capitalista. Infatti il controllo della produzione da parte dei produttori e il controllo dello stato da parte del popolo dovrebbero portare all’eliminazione di tutte le posizioni di rendita, di tutti i guadagni speculativi e di tutti i profitti capitalistici.
La quota dei salari
Esiste un indicatore più o meno approssimato di questa distribuzione? Certo che esiste: è la percentuale della quota salari sul reddito nazionale. La sua differenza rispetto a 100 misura la quota di tutti gli altri redditi. Considerando che buona parte di questi “altri redditi” sono plusvalore, cioè profitti, interessi, rendite e guadagni di capitale, si potrebbe considerare la quota salari come una misura, se non del grado di socialismo distributivo, sicuramente del grado di sfruttamento capitalistico. Infatti la quota salari è una trasformazione lineare di quello che Marx chiamava “saggio di plusvalore” (siano: S=monte salari, P=plusvalore, Y=S+P=prodotto interno lordo, S/Y= quota salari; allora Y/S=S/S+P/S; e il saggio di plusvalore è P/S=Y/S-1). La quota salari sul reddito nazionale varia inversamente al saggio di sfruttamento del lavoro: quando la quota salari si riduce è perché sta aumentando lo sfruttamento. Per studiare l’andamento della quota salari in Cina bisogna attingere da diverse fonti poiché non esiste una serie unica completa. Chiarito ciò, ecco la serie più attendibile che sono riuscito a trovare:
La serie può essere suddivisa in tre periodi. Fino al 2005 c’è stata una forte diminuzione della quota salari – diminuzione che è stata causata: 1) dalle politiche di dumping sociale finalizzate all’attrazione di investimenti diretti esteri, 2) dalla compressione dei consumi operai finalizzata al mantenimento dell’alto tasso di risparmio necessario per sostenere l’accumulazione primitiva, 3) dal forte aumento dei profitti causato dall’accumulazione stessa. Dopo la grande crisi del 2007-9 c’è stato un aumento della quota salari che è stato determinato dal tentativo del governo di reagire alla crisi alimentando la domanda interna anche con i consumi operai. Dopo il 2018 c’è stata una diminuzione e una stabilizzazione. Bisogna notare comunque che il trend complessivo è decrescente.
La stabilizzazione finale è avvenuta attorno a un livello piuttosto basso, almeno a confronto dei principali paesi capitalistici. Secondo dati Ameco7 (2025), nel 2022 la quota salari era pari al 59,4% negli Usa, 64,8% in Giappone, 62,4% nell’Area Euro, 58,4% in Italia, 62,7% in Germania, 68,3% in Francia.
Secondo un’altra fonte (Fred, 2021), che però è considerata poco attendibile, la quota salari cinese sarebbe più alta di circa 4-5 punti percentuali rispetto a quella mostrata nella tabella. Seguirebbe lo stesso andamento a U, con un trend comunque decrescente, e resterebbe più bassa di quelle dei principali paesi capitalistici. Tutti gli osservatori sono concordi nello spiegare il trend decrescente della quota salari in Cina con gli aumenti della produttività e dei profitti causati da uno strepitoso sviluppo economico.
Possiamo quindi arrivare a delle prime conclusioni. In nessun senso la distribuzione del reddito vigente in Cina è così egualitaria da poterci far dire che ha approssimato un’equità socialista. Anzi, tutti i diversi indicatori della distribuzione ci dicono che in Cina la disuguaglianza e lo sfruttamento capitalistico sono più alti che nei principali paesi capitalistici cosiddetti “avanzati”. Non solo, ma lo sfruttamento ha esibito una tendenza ad aumentare nel corso del tempo.
La percentuale di Pil prodotto dalle imprese pubbliche
C’è un altro aspetto del “socialismo” bellamista che potrebbe forse illuminarci: in quel modello tutti i mezzi di produzione sono di proprietà “nazionale”. Potremmo quindi valutare il grado di socialismo di un paese misurando la percentuale del PIL che è prodotta da imprese pubbliche.
Secondo il governo cinese nel 2016 c’erano in Cina circa 150.000 Soe (StateOwned Enterprises), imprese statali o statalizzate (escludendo le istituzioni finanziarie), il 68% delle quali erano a proprietà mista (Morrison, 2018). Nel 2022 esistevano complessivamente circa 362.000 Soe (incluse le imprese finanziarie) (Shi, 2024). Secondo una stima che sembra un po’ esagerata, nel 2020 le Soe hanno prodotto il 40% del Pil cinese (Tjan, 2020). Più realistica è la cifra del 25% stimata da Leutert (2024).
Bisogna dire peraltro che il peso delle Soe è andato sistematicamente diminuendo negli ultimi decenni, proprio come nei paesi capitalistici occidentali. Si pensi che negli anni ’70 la percentuale del Pil prodotto da imprese statali in Cina si aggirava tra il 75% e 85% (Naughton, 2007; World Bank, 1985). In quel decennio le quote di Pil prodotto da impese pubbliche o a partecipazione statale erano intorno al 25-30% in Francia, 20-25% in Italia, 15-20% in Gran Bretagna, 10-12% in Germania Ovest, 5-8% negli USA (Oecd, 1976; Millward, 2005).
Sembrerebbe che i “socialisti” bellamisti possano portare a casa un buon risultato. La struttura proprietaria dell’economia cinese è più “socialista” di quelle europee, e perfino più di quella dell’Italia demo-socialista degli anni ’70! Ma si può veramente sostenere che l’impresa pubblica è socialista? Dipende. Tuttavia nel caso della Cina direi proprio di no, come spiegherò nella prossima sezione.
Intanto mi sia permesso di richiamare l’ultima genialata che mi è capitato di sentire: che la Cina ha un sistema economico socialista perché l’economia è sotto il controllo o l’egemonia del Partito comunista cinese, ovvero, parole testuali: “economia capitalista in stato socialista”. In altri termini, il fatto che l’economia è controllata da un partito che si autodefinisce comunista sarebbe una garanzia del suo carattere socialista. Come dire che nell’Italia degli anni ’60 e ’70 c’era un sistema economico cristiano-socialista perché l’economia era governata dal centro-sinistra. Qui per “controllo” non s’intende solo “proprietà pubblica”, s’intende più in generale “controllo politico”. Se si vuol dire che il governo fa politiche industriali, allora non c’è dubbio: nella Cina moderna il governo fa politiche industriali per sostenere lo sviluppo, precisamente come le facevano i governi italiani prima dell’arrembaggio neoliberista. Ma che c’entrano le politiche industriali con il socialismo? Tutti i governi dei paesi capitalistici hanno fatto politiche industriali quando hanno voluto sostenere lo sviluppo. Accadde già nella Francia del Seicento sotto JeanBaptiste Colbert; il quale cercava di incentivare le esportazioni con politiche di dumping, incentivi fiscali, protezione delle capacità tecniche eccetera, e addirittura creò con le “manifatture reali” un consistente settore industriale a proprietà pubblica – tipico esempio di socialismo con caratteristiche francesi
Un capitalismo misto
Credo che nessuno neghi che in Cina c’è il capitalismo. Non lo negano neanche quelli che sostengono che c’è il socialismo – potenza della logica dialettica! E qui raggiungiamo il massimo di virtuosismo. Sentite questa: “In Cina c’è il capitalismo, ma è usato per aumentare il benessere sociale” – una frase che troverei esilarante, se non fosse agghiacciante. È agghiacciante perché nella sua apparente semplicità enuncia due postulati che nessun socialista può accettare: 1) che il socialismo di per sé non è in grado di assicurare il benessere sociale, ma ha bisogno del capitalismo per farlo; 2) che il capitalismo è in grado di farlo. Per capire in che modo e in che misura l’economia cinese è capitalistica vediamo innanzitutto qual è la struttura proprietaria delle sue imprese.
Come già osservato, ci sono le imprese pubbliche, le Soe “pure”, che sono di proprietà del governo centrale o locale. Poi ci sono le imprese a partecipazione statale o proprietà mista, joint ventures e partenariati pubblico-privato; a questo gruppo appartengono molte imprese pubbliche che sono state parzialmente privatizzate e sono quotate in borsa, delle quali però lo stato conserva il controllo. Abbiamo visto sopra che nel periodo 2020-2023 l’insieme delle imprese pubbliche e a partecipazione statale copriva tra il 25% e il 40% del Pil. Molte imprese pubbliche o a partecipazione statale sono di grandi dimensioni e molte sono multinazionali. Se guardiamo alla classifica Fortune Global 500 del 2023, che elenca le 500 più grandi imprese del mondo, ci accorgiamo che vi comparivano 135 imprese cinesi, 85 delle quali erano di proprietà statale o a partecipazione statale; secondo la Sasac (State-owned Assets Supervision and Administration Commission) attualmente ci sono tra le 200 e le 300 Soe multinazionali. Invece le multinazionali cinesi private sono circa 1.500 secondo il rapporto Unctad (2023).
Inoltre ci sono le imprese collettive, aziende appartenenti a comunità locali. Una volta erano chiamate Tve (Township and Village Enterprises). Erano piccole imprese presenti soprattutto nelle comunità rurali, nell’edilizia, nella piccola industria e nei servizi. Spesso i loro dirigenti erano nominati dalle autorità amministrative locali o dai lavoratori; potrebbero essere in odore di socialismo. Tale tipo d’impresa era piuttosto diffuso negli anni ’80, quando copriva circa il 25-30% del Pil; ma dagli anni ’90 molte di queste imprese sono state privatizzate e molte sono uscite di mercato a causa della concorrenza delle imprese private. Oggi la categoria di “Township and Village Enterprises” è caduta in disuso ed è stata sostituita da quella di “Collectively-Owned Units”, che sono ciò che resta delle Tve dopo che la maggior parte di esse è stata privatizzata. Il National Bureau of Statistics of China stima che nel 2022 il contributo al Pil delle “Collectively-Owned Units” era meno dell’1% (Nbs, 2023b).
C’è anche un piccolo settore cooperativo, che comprende per lo più cooperative agricole e cooperative di consumo; nel 2021 il settore cooperativo copriva circa il 6-7% del Pil. Sarebbe utile conoscere il numero e il valore aggiunto delle vere cooperative, le cooperative di produzione e lavoro, quelle che, avendo abolito il lavoro salariato e avendo attribuito ai produttori l’autogestione della produzione, potrebbero dare una genuina impronta socialista all’economia. Purtroppo non sono riuscito a rintracciare dati precisi sulla percentuale del Pil cinese prodotta dalle vere cooperative. Ho trovato un’indicazione secondo cui questa percentuale si aggirerebbe tra l’1% e il 3%. Sembra plausibile, ma non so quanto è attendibile. Sarebbe più o meno in linea con le percentuali presenti in Italia (1% – 2%) e Francia (0,8% – 1,2%).
Tutto il resto è capitalismo privato, con proprietari cinesi e stranieri; in questo settore ci sono le multinazionali straniere, le cosiddette Wfoe (Wholly ForeignOwned Enterprises), che contribuiscono al 25-30% del valore aggiunto industriale. I socialisti bellamisti potrebbero osservare che c’è comunque un forte settore pubblico e che ciò è segno di socialismo. Si può dire che il socialismo con caratteristiche cinesi è un socialismo almeno al 30-40? Non credo. E non c’è bisogno di scomodare i critici comunisti dell’Urss (da Amadeo Bordiga a Tony Cliff a Raya Dunayevskaya) per capire cos’è il capitalismo di stato. E neanche ci sarebbe bisogno di ricordare che Charles Bettelheim definiva “capitalismo di stato” il sistema delle imprese pubbliche in Urss e in India e paventava un rischio di sviluppo capitalistico nelle riforme di Deng.
Per capire cos’è il capitalismo di stato basta Lenin. Il quale prima della rivoluzione aveva teorizzato il capitalismo di stato come forma di potere monopolistico dello stato borghese, dopo la rivoluzione aveva teorizzato la proprietà pubblica come una forma di capitalismo di stato, durante la Nep aveva sostenuto che il capitalismo di stato è più efficiente della piccola produzione privata dispersa e può essere usato per preparare il passaggio al socialismo. L’argomento centrale è che il capitalismo di stato sarà anche proprietà pubblica, ma è pur sempre capitalismo. Si noti en passant che né Lenin né Stalin hanno mai preteso che in Urss ci fosse il socialismo. Pensavano che ci fosse un’economia in transizione verso il socialismo. Per quanto mi risulta, il primo ad affermare che in Urss c’era il socialismo realizzato, o meglio, il “socialismo sviluppato”, fu Breznev. Ironia della sorte: lo fece al XXIV Congresso del Pcus (1971), un ventennio prima del crollo, cosicché fu facile gioco per i pugilatori a pagamento di tutto il mondo dar conto di quella catastrofe come di un crollo del socialismo invece che della fine di un capitalismo di stato piuttosto inefficiente. Per tornare alla Cina, quello che si può dire è che ha un capitalismo misto, pubblico-privato, che produce circa il 94-97% del Pil.
Due semplici domande
E comunque Marx potrebbe fare due domande molto semplici per capire se la proprietà pubblica è capitalismo o socialismo: ha abolito il lavoro salariato? Garantisce il controllo della produzione da parte dei produttori? Domande che potremmo articolare nelle seguenti: La classe operaia è sfruttata? È oppressa? Ha il potere? La risposta a queste domande è semplice: in Cina i lavoratori sono assunti dalle imprese con il contratto di lavoro subordinato, che siano imprese private o pubbliche. Le imprese fanno profitti e usano i profitti per valorizzare e accumulare il capitale. Le decisioni d’investimento, di produzione e d’organizzazione del lavoro sono prese dai consigli d’amministrazione non dai consigli di fabbrica. Tra parentesi, un’altra perla che mi è capitato di sentire è che il capitalismo in Cina si sta estinguendo perché le decisioni d’investimento ormai le prende l’intelligenza artificiale. Come che sia, per quanto possa estinguersi il capitalismo manageriale, resta il fatto che la classe operaia è viva e vegeta, e più che mai oppressa e sfruttata. In Cina c’è un’organizzazione sindacale ufficialmente riconosciuta: la Federazione sindacale di tutta la Cina (All-China Federation of Trade Unions, Acftu). È controllata dal Pcc, che la usa soprattutto per assicurare la stabilità politica e assecondare lo sviluppo economico. Per dirlo eufemisticamente: “Nello svolgere il suo duplice ruolo di difensore degli interessi dei lavoratori e dello stato l’Acftu spesso manca dell’autonomia necessaria per opporsi alle politiche governative e alle decisioni manageriali che violano i diritti dei lavoratori” (Everycrsreport, 2006). E neanche le sue strutture di base hanno l’autonomia necessaria per organizzare scioperi e altre azioni industriali a livello locale. Gli operai che danno vita a forme autogestite di rappresentanza e azioni industriali spontanee subiscono arresti e intimidazioni.
Durante il movimento di protesta di piazza Tian’anmen (1989), i lavoratori di Pechino organizzarono un Sindacato autonomo, che però fu sciolto dopo la repressione del 4 giugno, mentre i suoi leader venivano condannati a lunghe pene detentive. Per aggirare la proibizione dell’attività sindacale autonoma alcuni gruppi di lavoratori si organizzarono nella forma di Ong del lavoro (ad esempio a Shenzhen e Guangzhou). Queste organizzazioni assistevano legalmente i lavoratori che scendevano in lotta. Tra il 2015 e il 2019 il governo le ha represse arrestando alcuni loro leader.
Le lotte dei lavoratori cinesi
Ciononostante, scioperi e proteste continuano. Le principali cause delle lotte di fabbrica riguardano: ritardi nei pagamenti, chiusure o trasferimenti di fabbriche, licenziamenti ingiustificati, non pagamento degli straordinari, violazioni dei diritti dei lavoratori. Molte proteste sono state causate dalle politiche di privatizzazione delle Soe e dalle conseguenti politiche aziendali di licenziamento, tagli ai salari e ai benefici sociali.
Ecco alcuni esempi delle lotte più rilevanti. Nel marzo 2002 ben 30.000 lavoratori di 20 fabbriche nel Liaoyang esibirono una notevole capacità di autorganizzazione nel mettere in atto proteste e manifestazioni per resistere a tagli dei salari e delle pensioni e agli arresti di militanti. Lo stesso anno 50.000 lavoratori di raffinerie petrolifere protestarono contro licenziamenti nel Daqing. Nel 2004 migliaia di lavoratori del tessile nella provincia di Shaanxi fecero uno sciopero che durò sette settimane. Sempre nel 2004 si registrarono 863 proteste che coinvolsero più di 50.000 lavoratori nella provincia di Guangdong (Everycrsreport, 2006). Nel 2010 un grande sciopero spontaneo alla Honda di Foshan si concluse con la conquista di aumenti salariali.
Il primo decennio del millennio ha esibito un aumento delle dispute di lavoro a causa delle politiche di privatizzazione. Ma è stato solo l’inizio di un crescendo di lotte. I conflitti industriali sono triplicati dal 2011 al 2024. Nel 2015 ne sono stati contati 2.600, anche se alcune stime arrivano fino a un numero di 10.000. Nel 2023 sono state rilevate 1.794 azioni industriali; nel 2024 ne sono state rilevate 1.509 (Šebok, 2023; Chinaworker, 2024; Han e Song, 2024; Doherty, 2025). Gran parte delle informazioni sulle lotte sono state raccolte e documentate dal China Labour Bulletin (Clb, 2025), un’organizzazione non governativa fondata nel 1994 a Hong Kong per difendere i diritti dei lavoratori cinesi. Si deve tener presente che le cifre pubblicate dal Clb, da cui dipendono quelle pubblicate da diversi altri studi, sono fortemente sottostimate perché a loro volta dipendono da fonti pubbliche, le quali tendono a censurare e rimuovere rapidamente le informazioni di questo tipo.
In Cina, come abbiamo visto, la quota salari sul PIL ha esibito un trend decrescente a partire dagli anni ’80. La causa principale della tendenza risiede nel sistematico e forte aumento dei profitti e della produttività del lavoro (aumento del plusvalore relativo, direbbe Marx). I salari reali sono aumentati anch’essi sistematicamente. Cosa gli ha impedito di aumentare al punto di dare una sterzata alla tendenza alla diminuzione della quota salari? Due fatti: da una parte la difficoltà di organizzare azioni industriali incisive per contrattare collettivamente salari e condizioni di lavoro; dall’altra un consistente esercito industriale di riserva. Secondo Marx l’esistenza di un grosso esercito industriale di riserva gioca un ruolo decisivo nella regolazione dei salari e del grado di sfruttamento in un sistema capitalistico. Purtroppo in mancanza di statistiche adeguate non conosciamo l’entità dell’esercito di riserva in Cina. Possiamo usare come proxy il tasso di disoccupazione. Ma anche in questo caso le statistiche sono inadeguate. Lo sono perché in Cina viene rilevata solo la disoccupazione urbana, che peraltro non include i lavoratori immigrati dalle campagne e i lavoratori informali, i quali costituiscono una quota significativa della forza lavoro cinese. E non si hanno dati sulla disoccupazione, l’inoccupazione e la sottoccupazione nelle campagne.
Il tasso di disoccupazione ufficiale era dell’1,8% nel 1985, dopo di che è andato gradualmente crescendo fino a raggiungere il 5,3% nel febbraio 2024. Tutti gli osservatori sono concordi nel ritenere che il tasso ufficiale sottostima sistematicamente quello reale. Vari studi suggeriscono che il tasso effettivo di disoccupazione può essere tra il doppio e il triplo di quello ufficiale (Giles, Park e Zhang, 2005; Feng, Hu e Moffitt, 2015; Lam, Liu e Schipke, 2015). Più recentemente Yao Yang, decano della National School of Development all’Università di Pechino, ha stimato un tasso di disoccupazione reale del 15% quando quello ufficiale era del 5,7% (He e Zhu, 2023).
Infine, ecco un’informazione a beneficio di coloro che credono che “in Cina si lavora di meno” perché c’è il socialismo o qualcosa del genere. Tra gennaio 2022 e luglio 2025 le ore lavorate settimanali medie per addetto sono oscillate tra un minimo di 46,2 a un massimo di 49,1 (Trading Economics, 2025a). Nello stesso periodo questa grandezza negli Stati Uniti è oscillata tra 34,1 e 34,6 (Trading Economics, 2025b). Secondo l’ufficio statistico tedesco, nel 2023 le ore settimanali lavorate in media per lavoratore erano 36,9 nell’Ue, 34,4 in Germania, 37,0 in Francia, 37,3 in Italia (Destatis, 2025). Dunque i lavoratori cinesi non solo sono spremuti dal capitale, ma lo sono molto di più dei loro colleghi occidentali.
Il sistema politico-istituzionale cinese
Per venire alla dimensione politica della condizione operaia, mi limiterò a osservare che in Cina, oltre al Pcc, ci sono ben 8 “partiti democratici”, i quali “collaborano” tutti strettamente con il Pcc in ossequio al principio della “cooperazione multipartitica e consultazione politica sotto la leadership del Partito comunista cinese”. Nell’Assemblea nazionale del Popolo il Pcc occupa 3/4 dei seggi, ma esercita un controllo totale in quanto la Costituzione prevede un fronte unito che comprende tutti gli altri 8 “partiti democratici”.
I dirigenti cinesi sostengono che nel mondo esistono diverse forme di democrazia e che da loro ce n’è una particolare tipica della Cina. I comunisti filocinesi occidentali che apprezzano questa narrativa aggiungono che in occidente non c’è una vera democrazia. Hanno perfettamente ragione, considerando che da noi ormai viviamo in regime di “postdemocrazia” (Crouch) o “democratura” (Galeano, Matvejevic). Infatti di che parliamo quando definiamo democratico un sistema come quello inglese, per fare un esempio qualificato, in cui votano solo i cittadini moderati (nelle elezioni del 2024 l’affluenza è stata del 59,7%) e in cui un partito che riceve il consenso del 20,12% della popolazione con diritto di voto (33,7% dei voti × 59,7% di affluenza) ottiene una maggioranza del 63% in parlamento? Be’, se questa è una forma di democrazia allora lo è anche quella cinese, in cui il Pcc ha il 75% dei seggi nell’Assemblea nazionale del Popolo.
La narrativa politica cinese, sia nei discorsi ufficiali sia in quelli dei comunisti filocinesi occidentali, parte da una certa svalutazione della democrazia procedurale. Conta di più la democrazia sostanziale – dicono. Che consiste in cosa? Consiste nel buon governo esercitato nell’interesse del popolo. E il popolo è un’entità olistica che non ha bisogno della libertà di organizzazione per esprimere la propria volontà (“bastano i sondaggi”: sì, ho sentito pure questa). Come nel modello bellamista, che bisogno c’è di veri partiti quando tutti i cittadini sono concordi nel consenso al buon governo della nazione? Ne consegue che, siccome ciò che assicura il buon governo è l’efficienza, i dirigenti sono selezionati non sulla base di proposte politiche, linee strategiche e programmi alternativi. Sempre secondo il modello bellamista, sono selezionati in base alle capacità tecniche e alle doti morali. Quindi la sostanza della democrazia si manifesta nella meritocrazia. In Cina i dirigenti sono selezionati in base alla competenza. Le libere elezioni sono sostituite dagli esami e dalle valutazioni curriculari, tanto che ormai “la Cina è governata dagli ingegneri e il Partito comunista è pieno d’ingegneri” (Douthat e Wang, 2025).
Marx, sia nella critica alla filosofia del diritto pubblico di Hegel sia nell’analisi dell’esperienza della Comune di Parigi, aveva elaborato la teoria della vera democrazia per definire un sistema politico in cui vigono il suffragio universale, il vincolo di mandato, il diritto di revoca e l’eutanasia dei politici di professione, tanto per restare alla democrazia procedurale. Secondo lui, un sistema del genere permetterebbe al proletariato, maggioranza della popolazione in un paese capitalistico avanzato, di instaurare la “dittatura del proletariato”, cioè il predominio della volontà della maggioranza proletaria della popolazione, e quindi di avviare il processo di espropriazione degli espropriatori. Certo che oggi il Moro ci pare un po’ ingenuo, ma d’altra parte ai suoi tempi non solo non c’era il suffragio universale, non c’erano neanche la radio, la televisione, il cinema, internet e i dipartimenti di Scienze della Comunicazione.
Tuttavia il concetto di “vera democrazia” è essenziale nella definizione di socialismo. Se questo consiste nel controllo della produzione da parte dei produttori, allora la proprietà pubblica può assumere un carattere socialista solo nella misura in cui è controllata da uno stato che esprime la volontà dei produttori. Un sistema socialista dovrebbe combinare un settore economico di vere cooperative controllate direttamente dai lavoratori con uno di imprese pubbliche controllate indirettamente e democraticamente dal popolo.
In conclusione, qualsiasi parametro usiamo per valutare il sistema economico – distribuzione del reddito, distribuzione dei diritti di proprietà, distribuzione del potere – del sistema cinese si può senz’altro dire che ha caratteristiche cinesi ma non che ne ha di socialiste. E allora, se non è socialista cos’è? Be’, a questo punto mi pare chiaro: è capitalismo seppure con caratteristiche specifiche.
Un “imperialismo” con caratteristiche cinesi
Non c’è capitalismo senza imperialismo, perché la legge di Mosè e dei profeti è: “accumulare, accumulare!” E l’accumulazione si svolge in profondità e in estensione – estensione anche geografica, su quello che Marx chiamava “mercato mondiale”. Ma devo subito dire che l’imperialismo con caratteristiche cinesi è veramente particolare, di un tipo che si differenzia per molti aspetti da quello “occidentale”. Tanto per cominciare, non ha dato vita a una massiccia presenza militare fuori dai propri confini. La Cina ha una sola base militare all’estero, a Gibuti, e una mezza dozzina di istallazioni “dual use” (commerciale-militare) in Africa e Asia. Niente, a confronto delle 750-800 basi militari americane in un’ottantina di paesi (Obracc, 2025), delle 145 basi militari britanniche in 42 paesi (Miller, 2020), delle 21 basi militari estere della Russia, oltre ai circa 30 paesi in cui è presente il gruppo Wagner (Sharkov, 2018; Thoms, 2023) e delle 11 basi militari estere francesi (30, se si considerano le installazioni minori) (Sénat, 2023).
Tuttavia l’aspetto per cui l’imperialismo cinese si differenzia più nettamente da quello occidentale è il suo carattere, diciamo così, munifico. La Cina sta investendo massicciamente nel Sud globale, specialmente in Africa e in America Latina, fornendo ai paesi in via di sviluppo aiuti sostanziosi al decollo industriale e ai processi di modernizzazione. Offre prestiti del governo e delle banche e investimenti diretti delle imprese multinazionali statali e private. E costruisce strade, ferrovie, porti, aeroporti, scuole, ospedali, dighe e intere città nuove, oltre che fabbriche. Naturalmente esporta anche molto, di ogni genere di beni di consumo e d’investimento, oltre che di personale tecnico.
Tra il 2000 e il 2023, la Cina ha erogato prestiti a 49 paesi africani per un ammontare di 182 miliardi di dollari (Morro, Bien-Aimé e Engel, 2024; Farraj, 2024). Tra il 2005 e il 2022, la China Development Bank e la Export-Import Bank of China hanno prestato 141 miliardi di dollari a governi e imprese dell’America Latina (Witgens, 2022). Tra il 2008 e il 2021 nell’ambito della Belt and Road Initiative la Cina ha prestato circa 240 miliardi di dollari a 22 paesi latino-americani e asiatici (Rajvanshi, 2023). Complessivamente tra il 2000 e il 2021 la Cina ha concesso prestiti ai paesi in via di sviluppo per un ammontare di 911 miliardi di dollari (Miriri, 2025).
I cinesi fanno pagare sui propri prestiti tassi d’interesse differenziati in funzione del rischio, con punte che arrivano all’8%, ma comunque piuttosto bassi (circa il 2% in media) (Nyabiage, 2020), certamente più bassi di quelli applicati dalle istituzioni finanziarie private occidentali (5% in media) (Toussaint, 2024).
Quanto agli investimenti diretti esteri cinesi in Africa, hanno avuto un’impennata subito dopo il Forum on China-Africa Cooperation (Focac) del 2006, quando la Cina s’impegnò ufficialmente a sostenere lo sviluppo economico africano. In una prima ondata gli investimenti si sono orientati verso la costruzione di infrastrutture e l’estrazione di risorse minerarie. In America Latina la prima ondata è cominciata nel 2010, quando gli investimenti sono stati orientati principalmente verso l’approvvigionamento di soia brasiliana, rame cileno, petrolio venezuelano. Una seconda ondata è iniziata nel 2016 sotto la spinta della Belt and Road Initiative. Allora i cinesi si sono interessati, tra l’altro, alla produzione di energia idroelettrica in Etiopia e di energia rinnovabile in Brasile. Successivamente c’è stato un rallentamento causato sia dalla pandemia Covid sia dal default del debito verso la Cina da parte di alcuni paesi africani e latino-americani.
Secondo l’Oecd nel periodo 2017-2022 le imprese cinesi hanno investito 74 miliardi di dollari in Africa, coprendo il 18% degli investimenti diretti esteri globali verso quel continente (Ana, 2023). Secondo il Ministero del Commercio cinese e la China-Africa Research Initiative, nel periodo 2005-2023 la Cina ha investito in Africa più di 110 miliardi di dollari. In America Latina negli anni 2003-2022 ha investito circa 187,5 miliardi di dollari (Chin@Strategy, 2024). Secondo la Economic Commission for Latin America and the Caribbean vi ha investito più di 200 miliardi di dollari tra il 2000 e il 2023.
Infine bisogna osservare che la Cina incoraggia i paesi del Sud globale a crescere con le esportazioni. A tal fine ha tenuto piuttosto bassi i dazi verso quei paesi e recentemente si è mossa verso una politica di zero dazi – una politica che favorisce la crescita del Pil e quindi anche delle importazioni.
Dunque mi sembra credibile l’opinione di chi sostiene che questo tipo d’imperialismo è gradito ai popoli che lo accolgono. Senz’altro è più gradito di quelli americano, inglese e francese, che sono invece apprezzati dagli sceicchi, dai sionisti, dalle classi dirigenti golpiste e dalla borghesia compradora.
Il ruolo della Cina come leader del Sud globale
Ciò mi induce a mettere in evidenza un altro aspetto della “munificenza” del particolare imperialismo cinese. Attualmente la Cina si è eretta a leader del Sud globale. Lo guida in un movimento di autonomizzazione dall’imperialismo americano e “occidentale” con l’obiettivo di instaurare un equilibrio geopolitico multipolare. In questo movimento la Cina è emersa come la principale rivale degli Stati Uniti, una rivale in crescita da diversi punti di vista, e senz’altro da alcuni di quelli in cui gli Stati Uniti sono in regresso. È diventata “l’officina del mondo”, avendo la più elevata produzione manifatturiera, e fra poco supererà gli Stati Uniti anche in termini di valore monetario del Pil e di volume delle importazioni. Così li scalzerà dalla posizione che gli ha fatto svolgere la funzione di motore dell’accumulazione mondiale, funzione che Trump sta mollando con la politica dei dazi.
Li ha già superati in quasi tutte le articolazioni della ricerca scientifica e tecnologica. Li sta sostituendo pure nella leadership ideologica, proponendosi come sostenitrice del liberismo internazionale e paladina della globalizzazione in una congiuntura in cui gli Stati Uniti si arroccano su posizioni rozzamente mercantiliste. Si è proposta perfino quale rianimatrice del Wto in una situazione in cui gli Stati Uniti lo hanno messo in coma.
E non parliamo del contributo che sta dando all’affossamento del dollaro come moneta mondiale. Certo, lo yuan è ancora lungi dal potere sostituire la valuta americana in questa funzione e lo sarà ancora per molto tempo, se mai ci riuscirà. Ma l’incoraggiamento a usare monete nazionali e yuan nelle transazioni internazionali e nelle riserve ufficiali sta logorando sempre di più il dollaro. E non sembra molto lontano il momento in cui, magari passando per un crollo finale, la Federal Reserve cesserà di essere la banca centrale del mondo. Peraltro la reazione inconsulta con cui Trump sta rispondendo a tutto ciò ha posto platealmente la Cina e i Brics+ nella posizione di vittime dell’imperialismo americano, il che ce li rende ancora più simpatici. Su questi argomenti mi permetto di rinviare al mio recente libro (Screpanti, 2025). Ora ci si può domandare: in che senso è imperialismo quello cinese se è oggettivamente così munifico e così antimperialista? La risposta è: nel senso in cui l’ho definito nell’introduzione, cioè nel senso che resta un sistema di potere internazionale in cui il capitale di un paese estrae plusvalore e ricchezza da altri paesi. La Cina lo fa verso i paesi del Sud globale in diversi modi:
1) C’è il pagamento degli interessi sui crediti; per quanto i prestiti offerti dalla Cina siano a basso costo e per quanto siano graditi ai paesi che li ricevono, resta il fatto che un costo ce l’hanno; e gli interessi sono plusvalore estratto dal lavoro dei paesi debitori e incamerato dal capitale del paese creditore.
2) Ci sono i profitti delle imprese multinazionali cinesi, pubbliche e private, profitti che sono prodotti dai lavoratori dei paesi in via di sviluppo e in buon parte importati dalle case madri;
3) Molte multinazionali cinesi praticano prezzi interni di trasferimento non concorrenziali o non equi con cui spostano profitti dalle filiali dei paesi del Sud globale alle case madri; ad esempio esportano componenti dalla Cina a prezzi interni gonfiati, oppure importano materie prime e semilavorati in Cina a prezzi interni sottovalutati.
4) Molte multinazionali Cinesi esportano profitti verso case madri localizzate a Hong Kong e Singapore, dove godono di regimi fiscali più favorevoli di quelli dei paesi in cui hanno fatto gli investimenti diretti esteri.
5) C’è uno sfruttamento da scambio ineguale; le ragioni di scambio sono sfavorevoli ai paesi del Sud globale in cui la Cina investe perché i salari e il costo del lavoro vi sono più bassi.
6) Tra l’altro il capitale cinese si avvale del più basso costo del lavoro dei paesi in via di sviluppo per produrvi beni che poi riesporta con alti profitti nei paesi più ricchi.
7) Molte multinazionali cinesi detengono i diritti sui marchi o sulla proprietà intellettuale, e le filiali e le imprese nel Sud globale pagano royalties per usarli.
8) Ci sono i profitti guadagnati dalle imprese esportatrici cinesi; sono guadagnati dal capitale cinese nel suo complesso nella misura in cui la Cina gode di un sistematico surplus commerciale verso i paesi in via di sviluppo; nel 2023 il surplus commerciale verso l’Africa era pari a 282 miliardi di dollari, quello verso l’America Latina era pari a 485 miliardi di dollari. 9) Infine c’è il land grabbing che la Cina pratica nei paesi del Sud globale; consiste in parte in acquisti di terre e in parte in contratti a lungo termine (25-99 anni) per concessioni agricole e joint venture con governi locali; la Cina è tra i primi 5 paesi acquirenti di terra a livello mondiale; sono circa 6-7 milioni gli ettari di terreni agricoli acquisiti o gestiti in leasing da imprese o fondi cinesi (Lay et al. 2021; Nuñez Salas, 2022; Russo, 2024).
Capisco che in molti ambienti della sinistra può essere difficile accettare l’idea che la Cina è imperialista. Alcuni preferirebbero includerla tra i paesi che Wallerstein considerava “periferia” o “semiperiferia”, considerato che il saggio di plusvalore lì è più alto che nei paesi del “centro”. Altri potrebbero osservare che il saggio di profitto guadagnato dagli investitori cinesi all’estero è più basso di quello guadagnato dagli investitori esteri in Cina. Ma queste e altre osservazioni del genere non cambiano la sostanza delle cose. Ho proposto una definizione generale di imperialismo e ho presentato 9 fatti dell’economia cinese che quadrano con quella definizione. A chi non è convinto posso solo dire: Hic Rodhus hic salta.
Per concludere
Vorrei chiudere ricordando che il decollo industriale cinese era cominciato già negli anni ’50. Spesso si ignora il fatto che la Cina ha assistito a una “costante ed elevata crescita in tutto il periodo post-rivoluzionario” (Marchetti, 2020), non solo dopo le riforme di Deng. Il tasso di crescita medio annuo del PIL per gli anni ’50, ’60, e ’70, è stato stimato da diversi ricercatori su cifre che si collocano tra il 6% e il 10%. In particolare: il National Bureau of Statistics of China stima intorno al 6,7% il tasso di crescita negli anni 1953-1978 (Morrison, 2019). Yao (2020) lo stima al 6,14% per gli anni 1954-1977. Ancora più ottimista è Morgan Stanley (2023), che fornisce le seguenti stime: 8,9% negli anni ’50; 9,8% negli anni ’60; 9,3% negli anni ’70.
Stando così le cose, non sembra che le riforme di Deng abbiano fatto fare alla crescita del Pil cinese quell’enorme balzo che si dice. Certo, Il tasso di crescita medio annuo è stato elevatissimo nel periodo 1980-2005. Secondo il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale si è collocato tra il 9,7% e il 10,1%. Certo, elevatissimo, ma non molto più elevato di quello prevalente nei precedenti trent’anni. Perciò si può dire che in sostanza le novità apportate dalle riforme della fine degli anni ’70 si riducono a due: un lieve aumento del tasso di crescita fino alla grande crisi del 2007-9 e una drastica ristrutturazione capitalistica.
Le riforme avviate nel dicembre 1978 dall’“architetto generale” Deng Xiaoping hanno forzato un processo di trasformazione che ha esibito tutte le caratteristiche di un’accumulazione primitiva. La forte guida dello stato, le politiche mercantiliste aggressive che praticavano il dumping sociale, fiscale, ambientale e normativo, la massimizzazione del tasso di risparmio, la compressione della crescita dei salari e dei consumi, la graduale privatizzazione delle imprese pubbliche, l’accelerazione delle esportazioni e delle importazioni, il forte aumento degli investimenti diretti esteri in entrata e in uscita, sono tutti fenomeni che hanno alimentato il processo di accumulazione primitiva in Cina. Nessun economista potrà mai lodare abbastanza il ruolo giocato dal Pcc nel dirigere questo processo. Il decollo industriale, che era iniziato negli anni ’50, si è concluso con la crisi del 2007-9, dopo la quale l’economia cinese è entrata in un sentiero di sviluppo più autosostenuto, più centrato sull’innovazione tecnologica autonoma, più permissivo nei confronti della crescita dei salari e dei consumi, ma anche più lento (nel periodo 2010-2025 il tasso di crescita medio annuo del Pil è stato del 6,4%).
Per capire la Cina contemporanea non bisogna dimenticare che la trasformazione e l’accumulazione capitalistiche governate dal Pcc dopo le riforme di Deng non sarebbero state possibili se non in virtù di una vittoria della “linea nera” sulla “linea rossa” nelle lotte degli anni ’70, cioè di una drammatica sconfitta della rivoluzione culturale. In estrema sintesi: La “linea rossa” sosteneva la centralità della lotta di classe e della mobilitazione di massa, il primato della politica sull’economia, la critica ai differenziali salariali, la lotta contro un’inamovibile oligarchia di partito che aveva occupato lo stato; la “linea nera” invece puntava sulla crescita economica forzata, sull’uso degli incentivi materiali, dei salari diversificati e della disciplina di fabbrica, sulla preminenza del ruolo di esperti e tecnici, sul ritorno a un modello sovietico di pianificazione centralizzata. La rivoluzione culturale era iniziata nel 1966 e raggiunse il culmine negli anni 1972-76, quando emerse un movimento ribelle che, in forza della parola d’ordine “critichiamo Lin Biao, critichiamo Confucio”, portò avanti una contestazione radicale contro i burocrati di stato e di partito. Nel settembre 1976 morì Mao Zedong, in ottobre fu arrestata la cosiddetta la “banda dei quattro”, e la Rivoluzione Culturale fu sconfitta e repressa. Dopo di che, non solo il gruppo dirigente, ma tutto il movimento rivoluzionario fu criminalizzato. Quindi si può anche lodare il Pcc attuale; però non si può considerare proprio menzognera l’ironia di chi lo intende come Partito confuciano cinese o Partito capitalista cinese. Una curiosità: tra gli iscritti al Pcc nel 2017 c’erano 6,648 milioni di lavoratori, 9,487 milioni di manager, 13,555 milioni di professionisti (Pcc, 2018). Tra gli iscritti c’era anche l’uomo più ricco del paese, Ma Yun (34,6 miliardi di dollari di patrimonio), il comunista miliardario. Chi l’avrebbe detto, più di mezzo secolo fa, quando gridavamo “la Cina è vicina” e “Ma-Ma-Ma” (Marx-Mao-Marcuse), che alla fine la Cina sarebbe arrivata con un “Ma-Ma-Ma-Ma”?
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Note
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Desidero ringraziare Mario De Luca, Alfonso Gianni, Roberto Musacchio, Silvana Niutta, Franco Russo e Alessandro Scassellati, che hanno letto questo saggio in precedenti fasi della sua stesura e mi hanno permesso di migliorarlo con le loro critiche e i loro suggerimenti.[↩]









































Comments
nel 1972 quando Nixon si reco' in Cina per incontrare Mao, i napoletani - che in fatto di fantasia non hanno eguali - coniarono la seguente barzelletta: Nixon scende dall'aereo e porgendo la mano a Mao gli dice: stai tranquillo, mo ti faccio un assegno così ti togli questi pensieri dalla testa.
Una geniale battuta che aveva il pregio di sintetizzare un grande passaggio nella storia moderna tra una grande potenza necessitata di valorizzare i propri capitali (gli USA) e un grande paese con un immennso proletariato da sfruttare.
Se certi fantasiosi analisti anziché perdere tempo per spiegare che la Cina è un paese socialista perché è confuciana, riflettessero sulla portata storica di quella straordinaria sintesi della "barzelletta" napoletana, capirebbero molto di più e meglio di cosa è l'attuale Cina, ovvero un immenso paese capitalistico, non solo, divenuto feroce concorrente degli occidentali, non solo, ma che comincia ad avere gli stessi problemi di decrescita dell'accumulazione e di decrescita della natalità, con una condizione della donna - in modo particolare di ceto medio - che rincorre il femminismo liberista aumentando così ulteriormente la denatalita'.
Cosa è il socialismo?
Scusate, vorrei domandare, a certuni intellettuali: ma se non si presenta come facciamo a identificarlo?
Non sarebbe il caso che a questo punto della storia piuttosto che fare voli di fantasia cominciassimo a capire cosa è non il socialismo, ma COSA È IL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO, perché a furia di criticarlo come capitalismo, non abbiamo capito che si tratta di un movimento storico divenuto SISTEMA INTORNO AL CARDINE DELLO SCAMBIO, IN CUI TUTTO SI TIENE, FINCHÉ SI TIENE!
Ho reso l'idea in poche battute?
Se si, bene. Se no, pazienza.
Michele Castaldo