Se non si svincola, l’euro affonderà, trascinato giù dal dollaro
di Francesco Cappello
Se non ci svincoliamo dalla moneta unica, affonderemo con essa. La salvezza nel Clearing e nella moneta comune
Il processo di de-dollarizzazione, dal 2022 (congelamento delle riserve russe) e nel corso del 2025, ha subito un’accelerazione senza precedenti. Il dato attuale, febbraio 2026, vede un dollaro che sebbene rimanga ancora la valuta più usata, nelle riserve globali è ormai scesa sotto il 58% (era al 70% vent’anni fa). L’Arabia Saudita, patria del petrodollaro, ha iniziato ad accettare Yuan per il petrolio, rompendo un tabù che durava dal 1974. Russia e Cina scambiano ormai quasi tutto in Rubli e Yuan.
Il progressivo abbandono del biglietto verde rappresenta, per molti aspetti, una reazione di autodifesa coordinata contro quella che viene definita la “militarizzazione della finanza”, ovvero l’uso del dollaro come arma impropria. Il punto di non ritorno di questo processo è stato identificato nel congelamento/rapina senza precedenti delle riserve sovrane russe nel 2022 (vedi Asset russi: congelati o rapinati?) . Quell’atto ha infranto il dogma dell’inviolabilità del risparmio statale, inviando un segnale d’allarme globale: in un sistema dominato dall’Occidente, la proprietà dei propri capitali è diventata condizionata alla fedeltà politica verso Washington e Bruxelles.
Questa rottura del patto di fiducia ha spinto nazioni come l’Arabia Saudita, l’India e il Brasile a riconsiderare la sicurezza dei propri forzieri. Se le riserve accumulate in decenni di esportazioni possono essere evaporate con un semplice clic di una banca centrale straniera, il concetto stesso di “bene rifugio” legato alla valuta cartacea viene meno. In questo contesto, l’imposizione sistematica di dazi e sanzioni non ha fatto altro che accelerare la costruzione di una rete di sicurezza alternativa. Quello che l’Occidente ha interpretato come uno strumento di pressione per mantenere l’ordine internazionale è stato percepito dal resto del mondo come un atto di arroganza strategica, che ha trasformato il dollaro da bene pubblico globale a strumento di coercizione politica.
La BCE (Banca Centrale Europea) è spesso costretta a inseguire le decisioni della FED (Federal Reserve). Se la FED alza i tassi, la BCE deve spesso adeguarsi per evitare che l’Euro si svaluti troppo, rendendo le importazioni energetiche (pagate in dollari) insostenibili. Finché il petrolio e il gas si comprano in dollari, l’Euro avrà, infatti, sempre bisogno di accumulare riserve di dollari, mantenendo intatto il potere americano. D’altronde se i tassi USA sono più alti di quelli Europei, i capitali scappano verso il Dollaro, indebolendo l’Euro.
Tradizionalmente accadeva che quando il Dollaro si rafforzava, l’Euro e l’Oro scendevano insieme e viceversa. Oggi, però, questa regola si è spezzata, rivelando una realtà molto più cruda per la moneta europea. Mentre l’Oro sta vivendo una corsa storica verso i 6.000 dollari l’oncia, l’Euro non sta affatto beneficiando della debolezza relativa del Dollaro. Al contrario, stiamo assistendo al “decoupling” (disaccoppiamento) da rifugio. L’oro sale perché il mondo sta cercando una via d’uscita dal sistema delle valute cartacee (fiat), ma l’Euro sta affondando proprio perché è percepito come la “valuta satellite” più fragile in questo crollo sistemico. L’Euro viene percepito come un dollaro di serie B. Con l’avanzare della de-dollarizzazione, chi scappa dal Dollaro non cerca più l’Euro. Gli investitori asiatici e i BRICS preferiscono l’oro fisico. Inoltre le minacce di dazi americani (come quelle recenti sul caso Groenlandia e i dazi sulle esportazioni europee) colpiscono il cuore produttivo dell’Europa. Se l’oro sale per paura della guerra finanziaria, l’Euro scende perché l’Europa è il campo di battaglia su cui questa guerra viene combattuta. A differenza dell’oro, che non ha debiti, l’Euro è schiacciato dai debiti pubblici dei suoi Stati membri. Mentre le banche centrali di tutto il mondo (Cina, India, persino alcune europee “sottobanco”) accumulano oro per proteggersi dal collasso del debito, l’Euro resta incatenato a un sistema bancario che non può più garantire il valore reale dei risparmi.
La verità difficile da accettare è che l’Euro sta perdendo la sua funzione di alternativa al Dollaro. Se un tempo era il “piano B”, oggi è diventato la zavorra. L’aumento del prezzo dell’oro non è solo un segnale di inflazione, ma il certificato di morte della fiducia nel sistema euro-atlantico. In questo scenario, l’Euro non sta “scendendo rispetto al dollaro”, ma sta evaporando rispetto ai beni reali. Questa frattura tra Oro ed Euro è il segnale che il tempo della finanza virtuale sta scadendo.
Viviamo in un paradosso storico dove proprio l’eccesso di potere finanziario esercitato dagli Stati Uniti e dall’Europa sta ora producendo il declino della loro egemonia. Più il sistema occidentale utilizza i congelamenti e le esclusioni dal circuito SWIFT per “punire” gli avversari, più incentiva la creazione di quel club dei non-allineati che oggi cerca rifugio in monete locali o in beni tangibili. Non è un caso che, parallelamente ai discorsi sulla de-dollarizzazione, si assista a una corsa frenetica delle banche centrali verso l’accumulo di oro o argento fisico. È il ritorno alla materia dopo la fine dell’illusione della neutralità della moneta: in un mondo dove la fiducia è stata sacrificata sull’altare della politica, il possesso di ciò che non può essere cancellato da un computer diventa l’unica vera garanzia di sovranità.
In parallelo all’orientamento verso i beni tangibili, i BRICS stanno testando sistemi come
BRICS Pay per aggirare il circuito SWIFT controllato dall’Occidente. Difficile vedere un cambio di rotta nell’attuale tendenza che sta portando gran parte del commercio mondiale a viaggiare su binari russi o cinesi; se la politica europea dovesse insistere nel suo vassallaggio suicida a supporto del dollaro, l’Euro perderebbe la sua funzione di “valuta di scambio” internazionale, indebolendo il potere politico della BCE.
Il tramonto del monopolio finanziario occidentale è una realtà che rischia di trasformare l’Euro da protagonista globale a spettatore regionale. La dedollarizzazione incoraggiata da dazi, sanzioni e rapina di fondi sovrani esteri sta scardinando i binari su cui ha viaggiato per decenni il benessere del Vecchio Continente. Se per lungo tempo l’Euro ha goduto della posizione di seconda valuta di riserva mondiale, oggi il rischio concreto è quello di un isolamento finanziario che rischia di colpire il cuore del sistema economico della zona euro dell’Unione, con ripercussioni in grado di aggravare ulteriormente i conti pubblici dei paesi membri e di svuotare le tasche dei cittadini comuni.
Assisteremo alla perdita dei cosiddetti “pedaggi” internazionali. Per anni, le banche europee hanno agito come intermediari obbligati per scambi commerciali tra nazioni lontane, incassando fior di commissioni su ogni bonifico transfrontaliero. Con la nascita di sistemi di pagamento alternativi, come il BRICS Pay, questo flusso di denaro rischia di deviare altrove, sottraendo alle istituzioni finanziarie dell’eurozona miliardi di euro in ricavi automatici. Ma il danno non è solo economico, è soprattutto una questione di visione: perdere la gestione dei flussi significa perdere gli occhi sul mondo. Attraverso il sistema SWIFT, l’Europa aveva finora esercitato un monitoraggio capillare che svanirebbe nel momento in cui i capitali iniziassero a viaggiare su circuiti chiusi e opachi ai controlli occidentali.
Questa cecità finanziaria porta con sé un drastico indebolimento del potere politico. La forza dell’Euro, usata come arma diplomatica, permettendo di imporre sanzioni capaci di isolare chiunque violasse l’ordine internazionale imposto dall’Occidente, ha ora un effetto boomerang. Nel momento in cui una nazione può semplicemente cambiare binario e rifugiarsi in un sistema monetario concorrente, il potere di deterrenza della Banca Centrale Europea svanisce, rendendo le minacce di Bruxelles poco più che masochistici ammonimenti simbolici. In questo scenario, la stessa BCE vede ridotto il proprio raggio d’azione, passando da arbitro del mercato mondiale a semplice amministratrice di una moneta locale, legata esclusivamente alle sorti di un’economia europea sempre più stanca e meno influente.
Le conseguenze concrete per le famiglie dell’area euro sarebbero immediate e tangibili, a partire dal costo dell’energia. Se l’Euro perde rilevanza negli scambi internazionali, non potremo più contare su una moneta “forte” per acquistare petrolio e gas di cui siamo praticamente privi. Pagare le materie prime con una valuta indebolita significa importare inflazione: ogni pieno di benzina o bolletta del riscaldamento costerebbe sensibilmente di più, poiché il nostro potere d’acquisto verrebbe eroso dal nuovo peso delle valute emergenti. Anche il mercato immobiliare ne uscirebbe stravolto. Per tentare di trattenere i capitali in fuga verso i mercati dei BRICS e difendere il valore dell’Euro, la BCE potrebbe essere costretta a mantenere i tassi d’interesse artificialmente alti come, in qualche misura, ha già fatto, anche nel tentativo vano di calmierare un inflazione non da domanda ma da costi! Questo si traduce in mutui più cari per chi vuole comprare casa e prestiti più onerosi per le imprese, soffocando consumi ed investimenti.
Se l’Euro smettesse di essere necessario per acquistare le grandi materie prime, perderebbe quella domanda globale che ne ha garantito la stabilità. Il rischio è di trovarsi in una via commerciale secondaria, con una moneta che non serve più a dettare le regole del gioco ma solo a gestire i consumi interni in un contesto di carovita strutturale. L’Europa si trova davanti a un bivio storico: riuscire a rinnovare il prestigio dell’Euro o rassegnarsi a un declino di perdita del controllo sui mercati dell’energia e del credito.
Avere indotto i BRICS a crearsi il loro circuito chiuso non è stata una buona strategia. L’Europa non è più il centro del mondo. Sarà sempre più un negozio bellissimo in una via dove non passa più nessuno, perché è stata costruita una nuova autostrada che porta i clienti altrove.
L’Europa si trova in una trappola di cristallo, un vicolo cieco dove la forza politica necessaria per smarcarsi esiste sulla carta, ma è paralizzata da dipendenze strutturali profonde. L’Unione Europea non è un partner paritario degli Stati Uniti, ma un suo satellite economico che sta pagando il prezzo più alto per la strategia atlantica a cui si è legata stringendosi un cappio al collo.
Ogni volta che l’Europa ha tentato di creare circuiti di pagamento indipendenti per aggirare le sanzioni americane – come accadde con il sistema INSTEX per commerciare con l’Iran (vedi nota [1])- il progetto è fallito miseramente sotto la minaccia di ritorsioni americane contro le aziende europee. Questa è la verità che fa male: la finanza europea è ostaggio della protezione ed occupazione militare americana.
Smarcarsi dalla strategia statunitense significherebbe per l’Europa riaprire canali commerciali con l’Oriente e con il blocco dei BRICS, i principali fornitori di materie prime e mercati di sbocco futuri. Tuttavia, seguendo la linea dei dazi e delle sanzioni, l’Europa ha tagliato i ponti con l’energia a basso costo, rendendo le proprie industrie meno competitive e spingendo i capitali europei a fuggire proprio verso gli Stati Uniti, attirati da sussidi e costi energetici inferiori (Inflaction Act). In questo senso, l’Europa non sta solo seguendo le sorti americane, ma sta agendo come uno scudo che assorbe i danni economici della dedollarizzazione per permettere al dollaro di resistere più a lungo.
La fragilità di un sistema che si credeva invincibile. L’Eurodollaro
Il termine eurodollaro non indica, come molti potrebbero pensare, un legame tra l’Euro e il Dollaro, ma rappresenta storicamente una delle invenzioni più ambigue e potenti della finanza internazionale. Si tratta di dollari depositati in banche al di fuori degli Stati Uniti (principalmente a Londra o nei paradisi fiscali), inizialmente in Europa, nati paradossalmente durante la Guerra Fredda quando l’Unione Sovietica, temendo che Washington potesse congelare i suoi fondi depositati sul suolo americano, decise di spostarli in banche londinesi. Questo meccanismo creò un mercato del dollaro totalmente “offshore”, ovvero libero da ogni regolamentazione della Federal Reserve. Nel precedente ordine economico, l’eurodollaro ha svolto la funzione di vero lubrificante del capitalismo globale, permettendo alle banche di creare moneta dal nulla attraverso un sistema di debito infinito che non rispondeva a nessun governo, diventando di fatto la base del dominio finanziario anglo-americano e permettendo di finanziare il deficit statunitense con capitali che formalmente erano fuori dal suo controllo. In altre parole un sistema di creazione di moneta privata totalmente fuori dal controllo delle banche centrali. Le banche europee e asiatiche creano “dollari virtuali” attraverso prestiti e derivati, alimentando una massa monetaria gigantesca che non appare in nessuna statistica ufficiale della Federal Reserve.
Nel corso del tempo, il ruolo dell’eurodollaro è mutato profondamente, passando da strumento di flessibilità commerciale a mostro finanziario che ha alimentato le bolle speculative globali.
La dinamica dell’Eurodollaro (da non confondere con il semplice cambio EUR/USD) è uno dei meccanismi più oscuri e potenti della finanza moderna. Per capire come si sia trasformato in un “mostro” capace di alimentare bolle speculative globali, dobbiamo distinguere tra la moneta che usiamo in Europa e il sistema bancario “ombra” che domina il mondo.
Il mercato dell’Eurodollaro è diventato un sistema di creazione di moneta privata totalmente fuori dal controllo delle banche centrali. Le banche europee e asiatiche creano “dollari virtuali” attraverso prestiti e derivati, alimentando una massa monetaria gigantesca che non appare in nessuna statistica ufficiale della Federal Reserve.
Il mostro dell’Eurodollaro funziona come un moltiplicatore di liquidità senza freni. Gli speculatori prendono in prestito Eurodollari (spesso a tassi bassissimi in mercati poco regolamentati in una sorta di Carry Trade Globale) per investirli in asset rischiosi ovunque: dalle azioni tecnologiche di Wall Street all’immobiliare in Cina o alle criptovalute, Bigpharma, Bigarma ecc.. Questo flusso costante di “dollari offshore” gonfia i prezzi degli asset ben oltre il loro valore reale.
Poiché questo mercato non è regolato dalle riserve obbligatorie della Fed, le banche possono prestare 10, 20 o 50 volte il capitale che realmente possiedono. Ogni prestito genera nuova liquidità che finisce per alimentare la bolla successiva…
Poiché tutto il sistema si basa sul debito in dollari creato fuori dagli USA, se il dollaro si raffredda o i tassi salgono (come oggi), si scatena una scarsità di dollari globale. Accade allora che le banche che hanno creato questi Eurodollari dal nulla vanno in panico. Per recuperare dollari reali e chiudere i buchi nei bilanci, devono vendere tutto: azioni, oro, obbligazioni. Questa vendita d’urgenza può causare il crollo simultaneo di tutte le bolle che il sistema stesso aveva alimentato.
In questa dinamica, l’Euro si comporta spesso come il fratello debole del dollaro. Le banche europee sono tra i più grandi attori del mercato dell’Eurodollaro. Quando il sistema entra in crisi, la domanda di dollari reali diventa così alta che l’Euro viene svenduto per comprare la salvezza in dollari, portando al suo deprezzamento e all’importazione di inflazione.
In altri termini il mercato dell’Eurodollaro è il cuore pulsante della finanza ombra: ha permesso decenni di crescita artificiale e bolle speculative, ma ha anche reso l’economia mondiale dipendente da un debito in dollari che nessuno può più controllare pienamente.
L’eurodollaro è stato perciò il cavallo di Troia attraverso cui la finanza ha preso il sopravvento sulla politica: un immenso mare di liquidità privata che ha reso le banche centrali nazionali semplici spettatrici. Tuttavia, questo sistema basato sulla fiducia cieca in una moneta senza patria ha iniziato a mostrare crepe insanabili. Se un tempo l’eurodollaro garantiva che il mondo intero fosse incatenato al destino di Washington, oggi è diventato il punto di massima fragilità di un impero monetario che non riesce più a garantire la stabilità e la solvibilità del suo debito.
Nella congiuntura attuale, caratterizzata dalla perdita di valore reale del biglietto verde e dall’avanzata della de-dollarizzazione, l’eurodollaro rappresenta il capitolo finale di un’epoca di finanza virtuale che deve fare i conti con la realtà fisica delle materie prime, della deindustrializzazione e della finanziarizzazione delle economie occidentali. La contrazione del mercato dell’eurodollaro è il segnale definitivo del collasso del sistema: le banche internazionali, spaventate dal rischio di insolvenza e dalle sanzioni geopolitiche, stanno drenando questa liquidità, provocando una fame di dollari che paradossalmente ne fa salire il prezzo a breve termine mentre ne distrugge l’egemonia a lungo termine. In questo scenario, l’eurodollaro non è più il ponte che unisce le economie, ma la miccia di un’implosione finanziaria che costringe l’Occidente a riscoprire il valore delle riserve tangibili dopo decenni di ebbrezza monetaria basata su promesse cartacee ormai prive di garanzie.
L’Euro, quale moneta unica, rimane una costruzione fragile che ha bisogno della stabilità del sistema dollaro per sopravvivere. L’Europa pare ora destinata a seguire la strategia americana fino in fondo non per convinzione, ma per inerzia e paura del vuoto. Per smarcarsi servirebbe un atto di coraggio politico che implicherebbe una ristrutturazione totale del progetto europeo avviandosi in maniera decisa verso la ristrutturazione dell’euro quale moneta comune e non più unica. Seppure dal 1950 al 1958 l’Europa del dopoguerra ha sperimentato con enorme successo la moneta comune nell’allora Unione Europea dei Pagamenti (UEP) (vedi nota [*]) che ne risollevò le sorti dalle macerie del dopoguerra – assai più che il ruffiano e strumentale piano Marshall (vedi Quale soluzione per squilibri economici che degenerano in guerra) – oggi, l’attuale classe dirigente è culturalmente e strutturalmente incapace o semplicemente venduta e collusa con gli interessi della finanza speculativa, preferendo un lento declino all’ombra di un’egemonia d’oltreoceano, in pericolosissima caduta libera.
L’euro come moneta comune sarebbe virtuosamente realizzabile anche senza riesumare le monete nazionali dell’eurozona (vedi Il Target da centrare). Alle strette, il ritorno alle monete nazionali, insieme all’adozione di una nuova edizione dell’Unione Europea dei Pagamenti, con l’uscita virtuosa dall’isolamento suicida rispetto al resto del mondo, sarebbe la migliore delle soluzioni possibili, in grado di far rinascere il Vecchio Continente sottraendolo alla finanza speculativa globale e restituendolo ai suoi cittadini.
* * * *
[*] L’Unione Europea dei Pagamenti (UEP) è stata un esperimento straordinario, una “stanza di compensazione” che permise all’Europa distrutta dalla guerra di rialzarsi senza restare strozzata dalla mancanza di dollari. Si trattò della messa in pratica del sogno di Keynes: un sistema dove il commercio serve a far crescere tutti, non a far accumulare ricchezze a uno solo come è avvenuto con la moneta unica che ha permesso l’accumulo di un enorme surplus tedesco a discapito dei cosiddetti paesi PIGS…
Ecco come funzionava
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le nazioni europee volevano commerciare tra loro, ma c’era un ostacolo insormontabile: nessuno si fidava delle monete altrui (lire, franchi, marchi) perché non valevano quasi nulla a livello internazionale. Tutti volevano essere pagati in dollari, ma i dollari erano pochissimi e servivano per comprare beni vitali dagli Stati Uniti. Il risultato? Il commercio tra vicini di casa era praticamente bloccato.
La soluzione di Keynes (applicata da Carli): Il “Baratto” Multilaterale in compensazione!
Invece di costringere ogni paese a pagare ogni singola spesa in dollari, l’UEP creò un sistema di contabilità intelligente. Immaginiamo un grande tavolo comune dove ogni mese i paesi portavano le loro “ricevute”.
Ecco come funzionava la compensazione. Se l’Italia vendeva scarpe alla Francia, e la Francia vendeva vino all’Italia, alla fine del mese si faceva il calcolo della differenza. Non c’era bisogno di scambiarsi valuta per ogni transazione; si pagava solo il saldo finale.
L’aggiunta del multilateralismo è la vera magia. Se l’Italia era in debito con la Francia, ma in credito con la Germania, l’UEP cancellava i debiti usando i crediti. Non importava con chi avevi commerciato, contava solo la tua posizione netta verso tutta l’Europa! Se un paese alla fine del mese risultava in debito, l’UEP non chiedeva subito il pagamento in oro o dollari. Concedeva un “credito automatico”, permettendo al paese debitore di continuare a comprare merci e far ripartire la sua industria.
La UEP, ricalcava su scala europea la proposta di Keynes a Bretton Woods, dove egli aveva presentato una stanza di compensazione, l’International Clearing Union, per la regolazione del commercio globale e una moneta, quale semplice unità di conto, non emessa da nessuna banca centrale, chiamata Bancor che sarebbe servita a misurare il valore degli scambi tra i Paesi (vedi Dall’economia di guerra a un’economia di pace). La sua idea era che non solo chi è in debito deve correggersi, ma anche chi è troppo in credito deve essere “penalizzato” o spinto a spendere, per evitare che il denaro si accumuli patologicamente, creando tensioni insostenibili come accade oggi tra chi è troppo indebitato e chi vanta crediti eccessivi sfociando in conflitti anche militari e bloccando l’economia globale.
Gli Stati Uniti rifiutarono perché, essendo allora i grandi creditori del mondo, non accettavano limiti al loro potere. In Europa, però, sotto la guida di figure come Guido Carli, questo sistema funzionò perfettamente.
Eliminò la necessità di avere dollari per ogni scambio. Favorì la solidarietà tra i paesi più forti che aiutavano indirettamente i più deboli a ripartire. Preparò il terreno per il Mercato Comune.
L’UEP fu un sistema in cui il denaro tornò a essere ciò che dovrebbe essere: un semplice strumento per facilitare lo scambio di merci reali, e non una merce essa stessa su cui speculare o con cui ricattare gli altri stati. L’UEP fu malauguratamente sciolta, ma rimane l’esempio di come si possa gestire l’economia mettendo al centro, gli investimenti produttivi, il bene comune, la produzione e il lavoro invece della finanza speculativa.
Oggi un sistema simile all’Unione Europea dei Pagamenti (UEP) pur essendo necessario come l’aria si scontra con un ostacolo insormontabile: la natura stessa della nostra economia, che è passata da un modello basato sulla produzione a uno dominato dalla finanza speculativa.
Il motivo principale per cui un nuovo “meccanismo di compensazione alla Keynes” scatenerebbe uno scontro feroce risiede nel ruolo delle banche private e dei mercati dei capitali. Nell’epoca di Guido Carli, il credito era uno strumento governativo per far crescere l’industria. Oggi, il credito è un prodotto commerciale venduto dalle grandi banche d’affari. Un sistema che compensa i debiti automaticamente, senza passare per i mercati e senza pagare interessi o commissioni di cambio, sottrarrebbe ai colossi finanziari miliardi di profitti. In breve: la finanza privata perderebbe il suo pedaggio sui flussi di denaro mondiali.
Inoltre, c’è una questione di potere politico legata alla disciplina del debito. Il sistema attuale usa il debito come una catena: se un Paese è in difficoltà, deve rivolgersi ai mercati o a istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, che in cambio del soccorso impongono riforme, tagli e privatizzazioni. Un’unione dei pagamenti, invece, garantiva credito automatico e solidale. Questo toglierebbe ai Paesi creditori e ai mercati finanziari la “frusta” con cui oggi dirigono le politiche economiche degli Stati sovrani.
Infine, la trasparenza di un sistema di compensazione multilaterale renderebbe molto più difficile la speculazione sulle valute. Gran parte della ricchezza finanziaria moderna si basa sulla scommessa contro questa o quella moneta. Se i saldi venissero regolati in una camera di compensazione chiusa, lo spazio per i “predatori” delle valute si restringerebbe drasticamente (vedi quanto è recentemente successo a danno dell’Iran (La guerra ibrida finanziaria all’Iran condotta da Bessent su mandato di Trump). Per questo motivo, ogni tentativo di smarcarsi dal dollaro o dall’intermediazione bancaria globale viene visto come una minaccia esistenziale all’ordine stabilito.
Non è a caso che a ritirare in ballo un sistema monetario basato sul modello del Clearing (compensazione) proposto a Bretton Woods da Keynes sono stati i BRIC sin dal 2009 (vedi Un mondo nuovo è in costruzione. Una seconda occasione che il mondo non deve mancare). Oggi continuano a pensare ad un modello che possa trarre ispirazione dal clearing superando finalmente il modello fondato sulla liquidità ed una moneta di potenza costruita ai fini dell’imposizione del dominio imperiale a discapito della collaborazione win win tra tutti i player globali come si dice nella teoria dei giochi.









































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