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“Russofilia Russofobia Verità”. L'elemento più preoccupante del sabotaggio alla Federico II
di Andrea Zhok
Ieri la conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, già boicottata due volte, si è tenuta a Napoli, protagonisti Angelo D'Orsi e Alessandro DI Battista. Al termine della conferenza una folta claque presente tra il pubblico si è alzata con addosso magliette dell'Ucraina, urlando a squarciagola domande retoriche tipo "Chi vi paga?", cioè domande che non sono tali, ma sono in effetti ingiurie. Alla resistenza di alcuni astanti a questa azione di disturbo, alcuni hanno cominciato a lamentarsi della scarsa democraticità per non aver risposto alle domande (tipo che se ti chiedono "A che ora tua madre smette il turno sulla tangenziale?" devi rispondere educatamente dandogli un orario - e non invece con una sacrosanta testata sul setto nasale.)
Ora, qui gli organizzatori politici del sabotaggio sono i soliti noti: Radicali, + Europa et similia, ma qui c'è stato anche il sostegno di elementi della comunità ucraina locale. Napoli, come molte altre città italiane ed europee, ospita una folta comunità di profughi ucraini e questo fatto credo sia stato finora sottovalutato nella sua portata.
L'Ucraina ha esportato in questi anni - grazie alle leggi europee che lo consentivano - milioni di propri cittadini in una moltitudine di città europee. Come è emerso da dati sul traffico social, tra gli ucraini, la maggior parte dei più acerrimi sostenitori della prosecuzione a oltranza della guerra sono proprio ucraini fuggiti all'estero.
Il sostegno degli ucraini alla guerra alberga soprattutto tra gli imboscati all'estero, mentre in patria l'auspicio di una rapida conclusione, anche con sacrifici territoriali, appare maggioritario.
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Indovinate cosa chiede Vladimir Zelenskij all'Italia (tramite La Stampa)?
di Fabrizio Poggi
Soldi, soldi e ancora soldi: è questo il succo delle dichiarazioni di Vladimir Zelenskij a La Stampa e «alcuni dei principali media internazionali». Soldi, principalmente per mantenere, a pace conclusa, un esercito ucraino di 800.000 uomini, come agognato dai nazigolpisti di Kiev. Un numero, commenta l'articolista del giornale torinese, Francesco Semprini, che costituisce «un altro dei principali nodi del piano di pace nato su impulso di Washington e successivamente emendato dagli emissari di Europa e Ucraina... Un numero che però l’Ucraina non sarebbe in grado di garantire autonomamente, perché non ci sono risorse finanziarie sufficienti».
Ci vorranno anni, dice infatti il “Walter Chiari” della tragicommedia ucraina, prima che Kiev sia in grado di pagarsi da sola le proprie forze armate ed è dunque «per questo che sto portando avanti un dialogo con i leader internazionali: considero il finanziamento parziale del nostro esercito da parte dei nostri alleati come una ulteriore garanzia di sicurezza per l’Ucraina... per ora, abbiamo bisogno del sostegno dei partner». E, catechisticamente, l'articolista commenta commosso che «Nonostante il cammino verso la pace, a quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, sia ancora lastricato di incertezze e complessità, nelle parole del leader ucraino è sempre presente il richiamo alla speranza. Un tratto che ha sempre caratterizzato la postura ucraina nell’arco di questi quarantasei mesi di resistenza». Manca solo l'evangelica preghiera per la trasformazione di un farabutto, che continua a mandare al macello decine di migliaia di giovani ucraini, in un apostolo della fede e l'omelia è completa.
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L’Unione europea scommette (i nostri soldi) sulla sconfitta della Russia
di Gianandrea Gaiani
La decisione di congelare a tempo indeterminato i beni finanziari russi in Europa e di procedere a un prestito comune da 90 miliardi di euro per finanziare l’Ucraina si presta a diverse valutazioni.
Senza voler ripetere i dettagli già ampiamente illustrati dall’articolo di Giacomo Gabellini, gli aspetti più rilevanti della vicenda sono almeno tre.
Il primo ha risvolti interni alla UE e alla tenuta della Commissione von der Leyen: è fallito il tentativo, reiterato per mesi da tutti i principali commissari europei e da molti leader nazionali, di sequestrare i beni russi per finanziare l’Ucraina giustificando l’atto illegale con il valore morale di sostenere Kiev col denaro del suo nemico russo.
Invece di lanciare proclami per mesi attribuendo patenti di “putiniani” a chiunque mettesse in dubbio l’opportunità e la legalità del furto degli asset russi, i leader europei avrebbero risparmiato molte brutte figure rinunciando alle dichiarazioni pubbliche (molte sopra le righe) e chiudendosi in una stanza, anche per litigare, ma per uscirne poi con una decisione precisa e condivisa.
La conseguenza di questo dilettantesco pressapochismo è un compromesso in cui hanno vinto le posizioni prudenti espresse da cinque nazioni, tra cui Italia e Belgio, preoccupate di dover affrontare cause giudiziarie e del crollo di credibilità dell’intera Area Euro agli occhi degli investitori internazionali.
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L’Europa ha oltrepassato un limite che non potrà mai più superare
di The Islander
Come ricordiamo spesso, questo spazio “Interventi”è finalizzato a ospitare contributi e opinioni interessanti, utili per inquadrare la complessità del mondo in modo razionale. Anche e soprattutto quando le analisi ospitate non coincidono perfettamente con le nostre.
Sulla mancata rapina degli “asset russi” depositati in Europa ci siamo espressi più volte, e restiamo convinti di aver centrato il problema.
Qui, comunque, nonostante una differenza di interpretazione su quale sia stato l’ostacolo principale per i “rapinatori” (se i pareri contrari di parecchi paesi membri oppure “i mercati”), il ruolo dell'”ecosistema finanziario globale” è delineato in modo chiaro.
E aiuta a comprendere la gravità – e la follia sistemica – dei caporioni della UE. Colonialisti nel cervello, ma senza più una visione realistica del mondo né le physique du rôle per imporre la propria volontà.
* * * *
Non con carri armati, non con trattati, non con dichiarazioni di guerra, ma con qualcosa di molto più permanente: la politicizzazione della proprietà sovrana.
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Come il Parlamento italiano vuole garantire l’impunità di Israele e tacitare il dissenso
di Agata Iacono
Non è la costituzione dello Stato di Israele, all’indomani della seconda guerra mondiale, che ha dato origine al sionismo. Il sionismo come progetto e ideologia esisteva già.
Fu Theodor Herzl, un giornalista austro-ungarico che nel 1896 propose la creazione di “una patria legalmente garantita per il popolo ebraico in Palestina”, e organizzò il primo Congresso Sionista a Basilea nel 1897.
Il sionismo si prefigurava già, quindi, alla fine del XIX secolo, come colonialismo d’insediamento in un territorio già abitato, fiorente e ricco di secoli di storia, tradizioni, cultura interreligiosa, dove pacificamente vivevano mussulmani, cristiani, ebrei. Ma l’Italia non è nuova a questa equiparazione spuria e antistorica.
All’indomani della giornata della memoria nel gennaio del 2007, ad esempio, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accogliendo un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto e di studenti di ritorno da una visita scolastica ad Auschwitz, tuonò “contro ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo”. E non solo.
Nel novembre 2016, lo stesso Napolitano, non più in carica, si sentì in dovere di scrivere una lettera aperta all’Osservatorio antisemitismo, per ribadire che l’antisionismo è una forma di antisemitismo.
“Negare le ragioni storiche della nascita dello Stato di Israele è una forma di antisemitismo. Vale anche per l’Unesco. Lottiamo insieme per l’indipendenza e la sicurezza di Israele” (https://share.google/P9Mmog9JHfWXoXpGL)
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“Bolivarismo contro Monroismo”, la pace delle donne e degli uomini liberi
di Gianmarco Pisa
La giornata internazionale dei diritti umani, 10 dicembre, corrisponde, qui a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, alla seconda giornata, quella della restituzione in plenaria dei Tavoli di lavoro, dei panel conclusivi, e della proclamazione del Manifesto di Caracas per la verità, la pace e la sovranità dei popoli, della Assemblea dei Popoli per la sovranità e la pace, la grande assise internazionale, di lotta contro la guerra e per la pace, che ha portato nella capitale venezuelana mille delegati provenienti da ben cinquanta Paesi di tutto il mondo, letteralmente da tutti e cinque i continenti. Già la restituzione dei tavoli di lavoro fornisce una prima ricostruzione di massima della vastità, dell'ampiezza e della ricchezza dei temi che sono stati sviluppati e che sono stati oggetto di relazioni, confronto e dibattito: guerra economica; guerra cognitiva e, in particolare, voci del mondo emergente contro la guerra mediatica; difesa della madre terra; difesa dei diritti delle persone migranti contro razzismo, xenofobia, suprematismo; unione dei popoli del Sud globale; giovani generazioni, la generazione geniale contro l’etichetta di “generazione Z”; e infine, ma non certo per importanza, di fronte all’escalation statunitense nel mar dei Caraibi, all’ennesima aggressione in corso contro il Venezuela bolivariano (ma si potrebbero aggiungere Cuba socialista e tutti i Paesi i cui governi non sono “allineati” alle imposizioni statunitensi), al proliferare della violenza armata, della militarizzazione e della guerra a ogni latitudine, “bolivarismo contro monroismo”, la dottrina e il pensiero di Simón Bolívar contro la famigerata e attualissima dottrina Monroe.
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I torti di Askatasuna: credere nella libertà e nella democrazia
di Algamica*
In premessa: esprimiamo piena e totale solidarietà ai militanti del centro sociale Askatasuna, quale componente di un più generale movimento ideale di opposizione al sistema vigente e alle sue leggi di funzionamento. Dunque niente distingui!
L’autorevole quotidiano dell’establishment italiano, il Corriere della Sera, nel commentare i fatti che si stanno sviluppando intorno al centro sociale di Torino, occupato da ben 29 anni, in un occhiello chiosa: « Askatasuna in lingua basca vuol dire libertà ». È centrata appieno la questione: il senso da dare alla parola libertà, che in filigrana vuol dire: «ma questi che hanno capito»?
Affrontiamo da subito di petto la questione che sta dietro la campagna d’odio feroce nei confronti dei militanti del centro sociale in questione: l’azione nei confronti del giornale La Stampa di Torino quando durante lo sciopero dei giornalisti alcuni giovani entrarono nei locali e misero in disordine gli uffici della redazione. Non vi fu nessuna devastazione, e nessun ferito. Solo un atto dimostrativo di protesta contro le posizioni di un giornale storicamente in difesa sempre e soltanto della libertà dei potentati economici, che in occasione del consumato genocidio nei confronti del popolo palestinese non si è mai tirato indietro, ma è stato sempre in prima fila contro la resistenza del popolo palestinese con alla testa la sua maggiore organizzazione politica e organizzativa: Hamas.
Che il centro sociale Askatasuna, dopo la chiusura del Leoncavallo di Milano, stesse nelle mire dell’insieme dell’establishment, e che si preparassero alla sua chiusura è fuori discussione. Si aspettava la famosa «pistola fumante» per far partire l’operazione e smembrare quello che appariva come un punto di coagulo di una serie di resistenze contro le follie liberiste di questa fase, e non solo nella città di Torino e del Piemonte.
La scorbutica domanda che certi democratici, a sinistra, muovono è: «certo, se non ci fosse stato “l’attacco” a La Stampa, non ci sarebbero state le perquisizioni e la decisione di sgombro dello storico centro sociale, di cui si era reso artefice».
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Putin ha ucciso Babbo Natale: come funziona la guerra cognitiva NATO e come liberarcene
di Clara Statello
Questo Natale i bambini potrebbero non ricevere regali a Natale. La colpa è di Putin: i suoi lupi (con DNA russo) sconfinano in Lapponia perché tutti i cacciatori sono stati mandati in guerra, anche se in Russia non c’è la mobilitazione forzata. Lo rivela un reportage della CNN, con tanto di interviste al proprietario di renne e a presunti scienziati finlandesi.
Dal ratto delle Sabine, al ratto delle babushke: soldati russi entrano in un villaggio ucraino e rapiscono 50 vecchie. E ancora: filmati di soldati russi a cavallo, sul cammello, in monopattino, in motorino, in bicicletta: hanno finito gli equipaggiamenti/i carri armati/le pale. Putin ha un sosia, anzi no è malato terminale, anzi no, è già morto. Inutili i bagni nel sangue di corno di cervo. L’esercito russo è un’armata rotta e ha finito i carri armati ma ci invaderà entro il 2029. Anzi ci sta muovendo guerra ibrida con i droni russi.
In un’UE che dichiara guerra alle fake news e alla disinformazione, questo è il tenore delle notizie che finiscono sulla nostra stampa. Non su beceri tabloid, ma su testate prestigiose come Repubblica, la Stampa, a firma di autorevoli professionisti dell’informazione.
Non si tratta semplicemente di notizie demenziali che strappano una risata o titoli clickbite per ottenere visual facili. Si tratta di guerra cognitiva. Una guerra condotta dalle classi dominanti per mezzo di giornalisti assoldati, politici o personalità note. Il terreno di conquista è la nostra mente. L’obiettivo è quello di mobilitare i cittadini europei e irreggimentarne il pensiero, per uniformare il consenso (e dunque annientare il dissenso) riguardo un determinato impegno bellico, diretto o indiretto, che comporta sacrifici alla popolazione e dunque potrebbe essere percepito come impopolare.
Come si costruisce il nemico
Il momento principale della guerra cognitiva è la costruzione del nemico. Il processo si articola con la diffusione di narrazioni di vario genere, che potremmo suddividere nelle seguenti categorie, in base alla loro funzione:
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I punti critici (tipping points): clima, impero, AI
di Paolo Di Marco
Ricordo la prima volta che ne parlai pubblicamente, quando a un seminario alla Facoltà di Architettura del Poli Milano nell’84 raccontai ai colleghi come nasce il caos, facendo il classico esempio del cerchio di difesa del cane: se sei fuori il cane non reagisce, se entri attacca; se sei proprio sul bordo allora il fattore distanza perde importanza e intervengono altri fattori secondari (odore, atteggiamento…). Un fenomeno lineare e prevedibile diventa improvvisamente multifattoriale e caotico, quindi imprevedibile.
Ma vale anche nel verso opposto: se dal bordo entri dentro tutta la complessità scompare, e con essa l’imprevedibilità: il cane attacca.
a) il clima
Questo è quello che succede con i fattori climatici, dove per varie componenti si sono evidenziati i punti critici: quelli oltre i quali inizia una discesa certa e inarrestabile. Sappiamo che esistono, in parte sappiamo anche dove collocarli nel tempo.
Uno è l’Amoc, di cui ho già parlato (Il mondo, come lo conosciamo, finisce nel 2050, Poliscritture.it, 27/11/2025)
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Il caso Jacques Baud. Perché l'UE è ridicola anche quando è autoritaria
di Emanuele Maggio
L’omicidio civile di Jacques Baud, per mano dell’Unione Europea, preoccupa tutte le persone con un QI pari o superiore alla temperatura ambiente (in Celsius, non in Kelvin), di qualunque schieramento politico.
Sul pover’uomo, ex colonnello svizzero ed ex collaboratore Onu e Nato, si è abbattuta la Santa Inquisizione del debanking, che colpisce là dove non può nulla il debunking.
Conti bancari bloccati, sanzioni potenziali ai familiari, divieto di circolazione in UE, divieto di diffondere il proprio pensiero.
La sua colpa: aver scritto sul conflitto ucraino quello che scrivo pure io e mille altri, ma con il supporto di documenti desecretati dei servizi segreti inglesi e americani. E francesi.
Si tende a sottovalutare il ruolo della Francia nell’impegno UE contro “l’attacco ibrido russo alle democrazie”. L’iniziativa regolamentare è partita proprio dalla Francia, e insieme a Jacques Baud (che scrive e pubblica in francese) è stato colpito anche Xavier Moreau, ex ufficiale militare francese.
Se si scorre l’elenco delle 54 entità sanzionate fino a questo momento, si scopre che molte sono agenzie di influenza russe in Africa (non in Europa, in Africa), in competizione con i francesi.
L’elettore di Calenda sperava che lo strumento servisse per chiudere la bocca a un Travaglio, e invece viene usato soprattutto per gli affari colonialisti francesi. Che delusione.
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Kiev, soldi e sangue: la furbata dell’Ue
di Barbara Spinelli
“O i soldi per l’Ucraina oggi o il sangue domani”, aveva tuonato il premier polacco Tusk in apertura del Consiglio europeo, giovedì.
Con una furbata, i leader dell’Unione hanno finito col posticipare l’uso degli averi russi ormai indefinitamente – dunque illegalmente – congelati in Europa, e presteranno a Kiev 90 miliardi di euro per continuare la guerra ancora due anni, tramite indebitamento comune sui mercati. L’Ue avrà dunque i soldi e anche il sangue (ucraino).
Belgio e Italia hanno svolto un ruolo centrale nell’affondamento dell’idea di Merz-Von der Leyen: l’uso immediato dei 210 miliardi russi, il 90% dei quali congelati in Belgio, malgrado le sicure ritorsioni russe. La furbata è del cancelliere Merz: i fondi russi si useranno più in là, quando Kiev dovrà rimborsare il prestito. Con l’intesa: comunque quel denaro è nostro, non importa se per guerreggiare o ricostruire. Ungheria, Cechia e Slovacchia non anticiperanno nulla.
Così l’Ue prosegue l’opera iniziata lunedì a Berlino con la Dichiarazione dei Volonterosi. Il proposito è finanziare un baluardo ucraino al confine con la Russia, dotato di un esercito del tutto sproporzionato e protetto da soldati europei (il “porcospino d’acciaio” di Von der Leyen). Nessuno Stato Ue supererebbe numericamente l’esercito di Kiev: 800.000 soldati in tempo di pace, nonostante la catastrofe demografica del Paese. Volodymyr Ishchenko, sociologo ucraino favorevole al piano Trump respinto dai Volonterosi, ricorda su «La Stampa» che la popolazione scenderà a 15 milioni alla fine del secolo, rispetto ai 52 del 1992.
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Lettera aperta di Jeffrey Sachs al Cancelliere Merz
Lettera aperta dell'economista statunitense Jeffrey Sachs al Cancelliere tedesco Merz, pubblicata sul quotidiano Berliner Zeitung
Cancelliere Merz,
Ha parlato più volte della responsabilità della Germania per la sicurezza europea. Questa responsabilità non può essere assolta attraverso slogan, memoria selettiva o la costante normalizzazione del linguaggio bellico. Le garanzie di sicurezza non sono strumenti a senso unico. Vanno in entrambe le direzioni. Non si tratta di un argomento russo, né statunitense; è un principio fondante della sicurezza europea, esplicitamente sancito dall'Atto finale di Helsinki, dal quadro dell'OSCE e da decenni di diplomazia postbellica.
La Germania ha il dovere di affrontare questo momento con serietà e onestà storica. Su questo punto, la retorica e le scelte politiche recenti risultano pericolosamente carenti.
Dal 1990, le preoccupazioni di sicurezza fondamentali della Russia sono state ripetutamente ignorate, ridimensionate o violate direttamente, spesso con la partecipazione attiva o l'acquiescenza della Germania. Questo registro storico non può essere ignorato se si vuole porre fine alla guerra in Ucraina, e non può essere ignorato se l'Europa vuole evitare uno stato di confronto permanente.
Alla fine della Guerra Fredda, la Germania diede ai leader sovietici e poi russi ripetute ed esplicite assicurazioni che la NATO non si sarebbe espansa verso est
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La legge della pirateria
di Manlio Dinucci
Come se nulla fosse stato fatto, il Consiglio europeo sull’Ucraina, il 18 dicembre, ha ribaltato quanto gli europei avevano concesso ai negoziatori statunitensi a Berlino il 15 dicembre: ha ribadito che la NATO avrebbe schierato truppe di terra in Ucraina e che avrebbe tentato di contattare la Russia.
L’UE (a eccezione di Slovacchia e Ungheria) continua a contraddirsi, mentre allo stesso tempo afferma il suo piano di guerra contro la Russia e di riarmo della Germania. Allo stesso tempo, il comando militare statunitense sta conducendo una guerra contro i narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e contro l’Iran nell’Oceano Indiano, assicurandosi che le sue operazioni minaccino direttamente Venezuela e Iran con un intervento militare.
* * * *
Ennesima rielaborazione del “piano di pace” per l’Ucraina, presentata dal Consiglio Europeo riunitosi a Bruxelles insieme a rappresentanti dell’Amministrazione Trump. Questa, in sintesi, la Dichiarazione finale: “I leader hanno apprezzato la forte convergenza tra Stati Uniti, Ucraina ed Europa. Sia i leader statunitensi che quelli europei si sono impegnati a collaborare per fornire:
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Ucraina, la UE chiude nel ridicolo
di Fabrizio Casari
La decisione dell’Unione Europea di assegnare altri 90 miliardi di Euro in prestito, che l'Ucraina dovrà rimborsare solo se la Russia accetterà di pagarle le riparazioni per i danni di guerra. Dato che la Russia non pagherà, l'Ucraina non dovrà rimborsare Bruxelles e il debito UE sarà coperto con lo spazio che resta nel bilancio europeo. Si è decisa un’ennesima regalìa all’Ucraina, che serve solo a far proseguire la guerra per qualche mese in più; una sorta di certificazione di esistenza in vita dell’autonomia europea in politica estera.
Ma l’aspetto più importante della decisione della UE è la sconfitta della Commissione Europea e di quella porzione della UE facente capo a Germania, Baltici e Romania e sponsorizzata da Rutte, rappresentante NATO a Bruxelles. L’opposizione di Ungheria, Italia, Repubblica Ceka e Slovacchia ha scongiurato l’ultimo istinto suicidario europeo, quello di finanziare Kiev con i beni russi illegittimamente sequestrati. Sarebbe stata una rapina: la consegna a terzi dei beni russi in Europa non troverebbe infatti giustificazioni nel diritto comunitario come in quello internazionale.
Peraltro la mossa, di chiaro significato politico, sarebbe stata di scarso effetto pratico, perché ai capitali russi in Europa corrispondono capitali europei in Russia: 167 miliardi di Euro tra liquidi e macchinari, immobili e materiali. Ovviamente l’uso dei beni russi avrebbe comportato, per reciprocità, lo stesso destino per quelli europei. Che sono di aziende private (tra cui le italiane Unicredit, Ferrero, Cremonini, Barilla, Calzedonia, Benetton) che avrebbero certamente chiamato a giudizio la UE per aver procurato, tramite una operazione illegale, gravissimi danni alle loro aziende.
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"Geopolitica dell’interregno". Prospettive di un 2026 nel mondo post-egemonico
di Mario Pietri
Il 2025 non verrà ricordato come un anno di guerra, perché la guerra, nella storia delle potenze, non è mai un evento eccezionale, ma una costante: una forma ricorrente attraverso cui gli equilibri vengono corretti, spostati, ridefiniti. Verrà ricordato, piuttosto, come l’anno in cui è diventato evidente che l’ordine che ha governato il mondo per decenni ha smesso di funzionare come principio organizzatore, pur continuando a esistere come apparato.
Le istituzioni sono ancora in piedi. Le alleanze non sono formalmente crollate. Le regole continuano a essere invocate, ripetute, difese. E tuttavia, sempre più spesso, non producono più gli effetti per cui erano state costruite.
Ilpotere continua a esercitarsi, ma fatica a generare consenso. Le decisioni vengono prese, ma non orientano il futuro. Le parole vengono pronunciate, ma non organizzano più la realtà. Ciò che viene meno non è la forza in sé, bensì la capacità di dare direzione, di rendere comprensibile e condivisibile il senso del movimento storico.
Per oltre trent’anni, dalla fine della Guerra Fredda in poi, l’Occidente ha vissuto all’interno di una convinzione profonda, raramente dichiarata ma costantemente praticata: che il proprio modello non fosse soltanto dominante, ma definitivo. Che il controllo finanziario, monetario e narrativo potesse sostituire indefinitamente la produzione reale, la coesione sociale e la capacità di sostenere costi materiali nel tempo. Che bastasse governare il linguaggio per governare il mondo.
Nel 2025 questa convinzione non è crollata in modo spettacolare. Non c’è stato un atto finale. Non c’è stata una sconfitta simbolica.
Si è consumata.
Ed è proprio questo tipo di passaggio — lento, ambiguo, instabile — che Antonio Gramsci aveva descritto con il termine interregno: una fase storica in cui il vecchio ordine non riesce più a imporsi come necessario, ma il nuovo non è ancora in grado di presentarsi come alternativa compiuta.
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L’Impero dell’ipnocrazia
di Jianwei Xun
L’ipnocrazia è il primo regime che agisce direttamente sulla coscienza. Non controlla i corpi. Non reprime i pensieri. Piuttosto induce uno stato alterato permanente della coscienza. Un sonno lucido. Una trance funzionale. Il risveglio è stato sostituito da sogni sorvegliati. La realtà, da una suggestione continua. L’attenzione è modulata come un’onda. Gli stati emotivi sono indotti e manipolati. Ogni suggestione si ripete, instancabilmente, e la realtà si dissolve in molteplici sogni manipolati. Il pensiero critico viene dolcemente messo a dormire e la percezione rimodellata, strato dopo strato. Gli schermi brillano incessantemente nella notte della ragione. L’informazione scorre come un fiume ipnotico, mentre lo shock e il torpore si alternano in un ritmo studiato. L’esperienza si frammenta e si moltiplica in mille specchi. La ripetizione batte come un tamburo sotterraneo. I sensi sono saturi di stimoli costanti. La dopamina circola nel sistema. L’incredulità si dissipa come una nebbia mattutina. Il tempo si contorce su se stesso. La memoria diventa solo un vago eco. L’obbedienza scorre, invisibile. La realtà si è frammentata in mille realtà
Il testo di Jianwei Xun L’Impero dell’ipnocrazia che segue è il suo contributo pubblicato nel volume curato da Giuliano da Empoli: L’Empire de l’ombre. Guerre et terre au temps de l’IA.
Non c’è più un centro, né una narrazione unificante che dia un senso al mondo.
Ci ritroviamo in uno spazio frammentato dove innumerevoli narrazioni si contendono un dominio effimero, ciascuna proclamandosi verità ultima. Queste narrazioni non dialogano: entrano in collisione. Si sovrappongono e si riflettono all’infinito, creando un vertiginoso gioco di specchi in cui realtà e simulazione diventano sinonimi.
In questa nuova realtà algoritmica, il potere si è evoluto ben oltre la forza fisica e la persuasione delle parole. È diventato gassoso, invisibile, capace di infiltrarsi in ogni aspetto delle nostre vite. Ogni immagine, ogni parola, ogni frammento di dati non è più neutro: è un’arma sottile progettata per catturare, manipolare e trasformare la coscienza. Esistiamo in uno stato di ipnosi permanente, dove la vigilanza è attenuata ma mai completamente spenta.
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Bloch, Lukács e il farsi delle cose
di Rino Malinconico
Per cercare qualche luce nel buio di questo tempo può essere d’aiuto aggrapparsi a un’idea di attesa di mondi nuovi non come un arco vuoto, ma come qualcosa carico di un possibile legato al farsi concreto delle cose e alla disponibilità ad agire. Un’idea di speranza – per dirla con Bloch, che tanto deve anche al pensiero di Lukács – come atto non solo conoscitivo o profetico ma agente nel qui e ora
Durante l’ultima conferenza pubblica che Ernst Bloch tenne nella Repubblica Democratica Tedesca (la DDR, la cosiddetta Germania Orientale della “guerra fredda tra Est e Ovest), gli ascoltatori si trovarono di fronte a un concetto non scontato nell’anno 1956 a quelle latitudini, e cioè che “la libertà deve essere intesa come una categoria sociale e non come un fattore limitato esclusivamente all’ambito della soggettività”. Nella cultura del cosiddetto “socialismo reale”, l’idea di gran lunga prevalente era che la libertà come principio della vita sociale fosse una formula ingannevole, buona soltanto a giustificare l’ideologia borghese della proprietà privata. Non stupisce, perciò, che già nel dicembre del ‘56 su Neues Deutschland, il più importante quotidiano del Paese, nonché organo della SED, il Partito-Stato della Germania Orientale,i uno dei filosofi del comunismo ufficiale, Rugard Otto Gropp (che insegnava a Lipsia, nella stessa università di Bloch), scrivesse senza mezzi termini che “la filosofia di Bloch tornava a vantaggio di obiettivi politici oggettivamente reazionari”.ii E gli anni successivi saranno punteggiati da analoghi giudizi sulla sua opera, duramente bollata come “filosofia metafisica della speranza”.
Mi pare molto significativo che una delle più rappresentative figure del pensiero marxista del Novecento venisse trattata con questa acrimonia. Tanto più che appena sette anni prima, nel 1949, Bloch aveva accettato con sincero entusiasmo l’incarico di direttore dell’Istituto di filosofia di Lipsia, lasciando gli Stati Uniti, dove s’era stabilito dal 1938 negli anni dell’esilio dalla Germania nazista, che lo avevano visto lungamente soggiornare anche in Svizzera e a Praga. Riteneva che la Germania Orientale avrebbe potuto essere finalmente la sua patria, la sua Itaca. E per la DDR, la sua scelta rappresentò, all’inizio, un fiore all’occhiello, poiché Ernest Bloch era già allora considerato uno dei principali filosofi viventi.
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Il non luogo della sinistra che non c’è
di Oronzo Mario Schena
Tratto da: Fausto Bertinotti “La sinistra che non c’è p. 89”:
“Di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin nel febbraio 2022, così come di fronte alla tremenda reazione militare che Israele, in risposta al vile atto terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, in termini intollerabili ha inflitto alla popolazione civile di Gaza, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere a prese di posizione contraddittorie in tutto l’Occidente".
“A differenza di quanto accade in Ucraina, dove ci sono indiscutibilmente un Paese aggressore e un Paese aggredito.”
E qui il Bertinotti prova, a sciorinare il suo mantra apodittico “indiscutibilmente”. Ma di apodissi è purtroppo lastricata la via dell’inferno!
Le mappe dell’inferno sono ormai illeggibili e almeno secondo Piero Camporesi (La casa dell’eternità), l’inferno non solo non si sa come raggiungerlo, ma non è nemmeno più chiaro dove si trovi. Né se sia ancora aperto. Un prestigioso teologo, poco tempo fa ha affermato, non si sa sulla base di quali informazioni, che l’inferno esiste ma probabilmente è vuoto. Alcuni suppongono che si debba intendere l’inferno come un non-luogo, altri ne parlano malvolentieri, con qualche imbarazzo, come una logora metafora.
Dominatore della scena cristiana. Punto di riferimento indispensabile all’Europa medievale e moderna, protagonista ancor prima di Costantino il Grande d’innumerevoli drammi spirituali, potente macchina di condizionamento, continuamente perfezionata e aggiornata durante i secoli, questo grande collettore di terrori e di spasimi, inesauribile deposito di angosce e di incubi, si sta tranquillamente dissolvendo nella coscienza e nell’inconscio della gente.
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L’Occidente in Ucraina, tra affarismo di Trump e belligeranza di Rutte&Co
di Roberto Iannuzzi
Se la Casa Bianca antepone gli affari alla costruzione di una pace duratura, gli europei fanno di tutto per alimentare il conflitto con denaro e propaganda bellicista
Quando la scorsa settimana è emerso che l’amministratore delegato di BlackRock Larry Fink sedeva (insieme al segretario al Tesoro Scott Bessent e a Jared Kushner, il genero del presidente) al tavolo negoziale fra Stati Uniti e Ucraina, la posta in gioco dell’iniziativa diplomatica americana per risolvere il conflitto tra Mosca e Kiev è divenuta più chiara.
Lo scontro negoziale non riguarda solo la sicurezza e i confini, ma gli affari, e a trovarsi su fronti contrapposti sono non soltanto Russia e Ucraina, ma anche gli Stati Uniti e gli alleati europei.
La contrapposizione del resto non è nuova. Già nel 2022, il German Marshall Fund (think tank statunitense con sede centrale a Washington e uffici in capitali europee come Berlino, Bruxelles, Parigi, Varsavia e Bucarest) aveva elaborato un paper strategico in collaborazione con diverse agenzie del governo USA, nel quale si affermava che la leadership della ricostruzione non poteva essere garantita dalla Commissione Europea poiché essa “manca del necessario peso politico e finanziario”.
Nel novembre dello stesso anno, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva firmato un memorandum d’intesa con il colosso finanziario americano BlackRock per definire una “road map” per la ricostruzione del paese.
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Ucraina. Sabotare il negoziato, preparare la grande guerra in Europa
di Davide Malacaria
Il finanziamento di 90 miliardi della Ue per l’Ucraina segnala che la guerra deve proseguire. E probabilmente continuerà, dal momento che i leader Ue hanno carte per sabotare le trattative: basta inserire nel piano di pace di Trump condizioni che la Russia ritiene inaccettabili e il gioco è fatto. D’altronde le condizioni di Mosca sono note da anni.
Le trattative salterebbero senza mettersi contro l’America, in attesa che oltreoceano accada qualcosa che riporti gli States a riabbracciare la guerra per procura contro Mosca. Tante le opzioni per un riposizionamento Usa, a iniziare da un esito delle midterm che riporti in auge un Congresso pro-guerra; oppure che accada l’imponderabile.
Lo ha dichiarato apertamente Zelensky, che ha ripreso fiducia nei sui niet a Trump, tanto da arrivare a prefigurare che questi potrebbe morire. In un intervento al Consiglio europeo, infatti, dopo aver criticato gli Usa perché non comprendono quanto sia importante che l’Ucraina aderisca alla Nato, ha espresso fiducia sul fatto che la posizione di Washington possa cambiare, spiegando: “I politici cambiano, qualcuno può morire, così è la vita”.
Il fatto che il presidente ucraino minacci tanto apertamente Trump, seppur in maniera ovviamente implicita, la dice lunga sui rapporti di forza all’interno dell’Impero tra il partito della guerra e Trump e soci. Tale Forza, infatti, a Zelensky non è assicurata dalla debole Ue, quanto dai circoli americani iper-atlantisti.
Abbiamo scritto che quello della Ue è un finanziamento, ché la denominazione ufficiale, un prestito garantito dai costi di ricostruzione che saranno imposti ai russi, è ovviamente una boutade, meglio, una frode, perché tale garanzia non scatterà mai.
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Il sangue "lontano" e la coscienza "vicina”
di Pasquale Liguori
A margine dell’editoriale di Antonio Polito sul Corriere della Sera, “Cosa ci dice una strage lontana. Come contrastare l’antisemitismo”
C’è un genere letterario che a queste latitudini si pratica con disciplina: l’editoriale igienico. Funziona così: davanti a un massacro reale, documentato, si cambia scala morale. Si prende un episodio “lontano” - “La strage che arriva da «down there» (da «laggiù»), come gli inglesi chiamano l’Australia perché è dall’altra parte del mondo)” - e lo si usa come grimaldello per rimettere in ordine il discorso pubblico: non per capire, ma per addomesticare.
L’operazione è sempre la stessa: si dichiara di voler combattere l’antisemitismo e intanto si costruisce un campo magnetico dove qualunque critica radicale a Israele viene squalificata, ricondotta a patologia.
Ecco il trucco. Si parte da un fatto e lo si mette in cornice: “una robusta fetta della nostra «società civile» inserisce senza alcun dubbio gli ebrei morti a Sydney nella contabilità generale della guerra di Gaza”. È un rilievo che pretende lo statuto del fatto, ma che resta una generalizzazione presentata come constatazione per orientare l’opinione. In ogni caso, subito dopo, la cornice diventa il quadro. L’antisemitismo non viene trattato per ciò che è - storicamente, socialmente, politicamente - bensì come effetto collaterale della solidarietà con la Palestina. Come se il problema non fosse l’odio antiebraico (che ha una genealogia occidentale lunga e pesante), ma l’eccesso di indignazione per Gaza.
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Dicono dottrina Monroe ma è il solito bullismo
di comidad
Giustamente l’Azione Cattolica ha condannato la decisione delle autorità venezuelane di ritirare il passaporto al cardinale Porras, impedendogli di uscire dal paese per recarsi in Spagna. Il disdicevole episodio si inserisce in una serie di atti paranoici da parte del regime di Maduro, il quale, nonostante i benefici effetti delle sanzioni economiche statunitensi, non riesce a evitare che la popolazione versi in “condizioni sempre più difficili”.
Davvero vergognoso. C’è anche chi cerca attenuanti per il comportamento di Maduro, ricordando come il ragazzo abbia avuto molti cattivi maestri, tra i quali andrebbe annoverato non solo Chavez, ma anche lo stesso cardinale Porras. In un’intervista del 2017 il cardinale non ha esitato a dare la colpa a Maduro per la morte di un sacerdote in seguito a un’emorragia cerebrale. La mancanza del farmaco che, secondo Porras, avrebbe potuto salvare lo sventurato, ovviamente non andrebbe ascritta alle sanzioni, ma a Maduro in persona.
In base a criteri di attribuzione di responsabilità così oculati e oggettivi, lo stesso Maduro può aver pensato che sia colpa di Porras se le forze armate statunitensi uccidono delle persone che navigano su imbarcazioni civili nelle acque dei Caraibi. Persino due naufraghi superstiti a un primo attacco, sono stati poi uccisi dai proiettili statunitensi mentre si aggrappavano ad un relitto della loro imbarcazione. Negli USA l’episodio ha suscitato “perplessità e preoccupazione” da parte di alcuni parlamentari democratici; insomma una reazione davvero energica che ha inchiodato Trump ed Hegseth alle loro responsabilità.
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“Democrazie vs Autocrazie” Ma che, davvero?--- --- Tu chiamalo se vuoi fascismo
di Fulvio Grimaldi
Come inciso che c’entra poco col resto, ma di cui sento l’urgenza, rivendico in chiave consolatoria che siamo scampati perfino alla kermesse delle canotte nere su pelle bianca. Ovviamente non alla partecipazione, alla quale si sono concessi segmenti della nostra presunta opposizione alla ricerca di visibilità “whatever it takes” e felici di farsi masticare. Il costo politico e morale lo pagheranno al rientro. Comunque ci torno sopra.
Si passa a cose serie (per dire…).
Al cancelliere Merz, che riprendeva un meme di Hitler degli anni’30, “La Germania farà della Bundeswehr (intesa come Wehrmacht) il più potente esercito d’Europa”, ha risposto molto brutalmente il No alla Leva del 65% dei giovani e della maggioranza dei parlamentari (a favore il 55% degli attempati, cioè di quelli che non ci andranno. In Italia, a dispetto di quelli del “libro e moschetto” e di “Vincere!” ha detto NO il 68% dei potenziali candidati a fari macellare.
Armigero senza baffi, armigero con baffi
Ai Volenterosi europei che, a nome di paesi ignari e poveri in canna, annunciano la guerra, ovviamente “di difesa” alla Russia (per qualcuno già in corso, per altri, fra massimo tre anni); risponde invece, a passo di corsa, il molto baffuto, molto bislacco e molto medagliato Cavo Er Baffo Dragone. Forse, pensando di far rapporto ai sovrani della Triplice Intesa, annuncia: Maestà, per vincere dobbiamo assolutamente attaccare per primi (implicito: sennò come possiamo far credere a ‘sti cojoni che devono andare a farsi sparare?)
Il delirio associato al declino, implicito in quella forma di baffi, sopravvissuti a tutte le nostre Caporetto e altre infamie, segno distintivo di chi pone la forza sopra il diritto e quello con le stellette sopra quello senza, ha definitivamente spazzato via quanto restava, nei nostri Stati Maggiore, di poveri resti di neocorteccia. Che sarebbe quella che presiede al ragionamento logico. Succede quando i baffi alla Umberto arrivano a oscurare il lobo frontale.
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Beni russi congelati e crediti all’Ucraina: ha davvero «prevalso il buon senso»?
di Giacomo Gabellini
Nella notte tra giovedì 18 e venerdì 19 dicembre, il Consiglio Europeo ha stabilito che il finanziamento dell’Ucraina verrà espletato attraverso l’erogazione di un prestito a tasso zero a favore di Kiev garantito dal bilancio europeo.
La nuova linea di credito viene a configurarsi come una rete di sicurezza fondamentale per scongiurare la bancarotta dell’Ucraina, alla disperata ricerca di fondi per erogare stipendi e pensioni, riparare infrastrutture danneggiate dagli attacchi russi e acquistare armi e munizioni.
L’intesa, raggiunta con l’astensione di Slovacchia e Ungheria che non parteciperanno allo sforzo al pari della Repubblica Ceca (che ha votato però a favore), sancisce la marginalizzazione della linea oltranzista sposata dai vertici della Commissione Europea (Ursula Von der Leyen e Kaja Kallas) e dal cancelliere Friedrich Merz che puntava al reimpiego dei fondi russi congelati a favore dell’Ucraina, come previsto dal piano d’azione predisposto dalla Commissione Europea.
Nel dettaglio, la proposta prevedeva l’attivazione di una procedura di conversione dei beni russi sottoposti a congelamento in garanzie per la concessione di un “prestito di riparazione” volto a coprire parte sostanziale dei costi di difesa e ricostruzione dell’Ucraina per il biennio 2026-2027 – periodo in cui, stima il Fondo Monetario Internazionale, il Paese necessiterà di non meno di 137 miliardi di euro. Lo stesso meccanismo subordinava l’estinzione del debito contratto da Kiev con l’Unione Europea alla disponibilità della Russia a risarcire l’Ucraina per i danni subiti.
Questa opzione sembrava scontare il consenso maggioritario dell’Unione Europea, specialmente alla luce del precedente pronunciamento del Consiglio d’Europa che aveva aperto il varco alla soluzione preferita dai “falchi”.
Lo scorso 12 dicembre, i rappresentanti di tutti i Paesi membri dell’Unione Europea a eccezione di quelli ungheresi e slovacchi avevano infatti votato a favore del congelamento a tempo indeterminato di circa 210 miliardi di dollari di asset riconducibili alla Bank of Russia, di cui 185 depositati presso Euroclear.
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La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo
di Giorgio Michalopoulos, Stefano Valentino
Ripubblichiamo in forma integrale l’inchiesta di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop con contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia). La sua realizzazione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU).
Si tratta di un testo molto lungo, ma che vale la pena leggere in ogni suo dettaglio, perché in maniera incontrovertibile sbugiarda tanta propaganda che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno, e della quale i vertici europei sono tra i primi promotori. Ci sono dei motivi che rendono davvero utile questa inchiesta, e li spieghiamo brevemente.
Il primo è la dimostrazione che il Green Deal non è mai stato davvero “green”. Nel senso che ha sempre e solo riguardato un indirizzo da dare agli investimenti, in funzione da una parte di ridare fiato all’industria in crisi, dall’altra a sviluppare la competitività in un settore su cui Bruxelles aveva puntato per assumere un ruolo importante nella competizione globale.
Poiché l’esplosione dei costi energetici e l’evidente arretratezza rispetto alla Cina hanno fatto naufragare questa illusione, e la guerra per procura in Ucraina ha fatto emergere la dimensione bellica come regolatrice del mondo alla fine dell’unipolarismo occidentale, allora è stata la transizione a un’economia di guerra a diventare il vettore del rilancio economico.
Il secondo motivo è la chiarezza con cui viene esposta non solo l’attività di lobbying delle società del complesso militare-industriale sulla Commissione Europea, ma anche quest’ultima è stata sin da subito largamente disposta a trasformare in “sostenibili” le armi, e si è così prodigata a costruire una cornice legale che legittimasse questo tipo di investimenti.
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