La guerra all'Iran si allarga
di Davide Malacaria
La grande guerra mediorientale si colloca nella più ampia disfida tra l’Impero d’Occidente e la Cina. Annotazione scontata, ma che pure va fatta. La nuova avventura bellica arriva non a caso dopo il regime-change venezuelano, che ha colpito un alleato chiave di Pechino, dal quale peraltro riceveva parte significativa dell’energia necessaria al suo sviluppo. Scompenso che la Cina si era affrettata a colmare incrementando l’acquisto del petrolio iraniano, ma l’attacco israelo-americano è arrivato prima che ne traesse beneficio.
È in questo quadro che si deve situare la strana guerra tra Afghanistan e Pakistan e la visita del premier indiano Narendra Modi in Israele prima che il Medio oriente si incendiasse. Infatti, i talebani hanno avviato uno scontro del tutto inspiegabile con Islamabad, con cui c’erano stati attriti transfrontalieri, ma alquanto relativi.
Tale guerra sta ponendo criticità a un alleato chiave della Cina usando delle frammentate milizie islamiche. Milizie supportate da esperti, altrimenti sarebbe impossibile per una compagine tanto arretrata tecnologicamente riuscire a colpire con precisione un impianto nucleare. Se si sta ai rapporti che legano India e Israele, soprattutto sul piano militare, si può ipotizzare la provenienza di tali esperti.
D’altronde la mossa di Modi, di visitare Israele mentre era ancora in corso il genocidio palestinese (non ancora interrotto) e con un conflitto in fieri contro l’Iran aveva tutta l’apparenza di una presa di posizione o, almeno, l’intenzione di Tel Aviv era quella di stringere ancora di più l’alleanza con Nuova Delhi in funzione anti-cinese, a motivo del loro sostegno all’Iran.
Così a Modi è stato concesso il privilegio raro di tenere un discorso alla Knesset e di siglare un partenariato strategico con Tel Aviv. Il premier indiano ha fatto tutto quel che gli è stato richiesto, intorbidendo i rapporti con la Russia e raggelando, almeno momentaneamente, il processo di riavvicinamento con la Cina, avviato da poco.
Detto questo, l’India è un Paese enorme e complesso, che Israele e gli Stati Uniti possono provare a orientare, ma fino a un certo punto. Di oggi l’intervento di Modi perché cessino le ostilità in Ucraina e Medio oriente. E di oggi la notizia che la Russia andrà in soccorso dell’India con il suo petrolio, dal momento che è tra i Paesi più colpiti dalle restrizioni energetiche causate dalla guerra all’Iran.
Per tornare allo scontro tra Pakistan e Afghanistan, resta che la Cina aveva avviato proficui rapporti con i talebani e, sebbene il potere a Kabul sia malmostoso e frammentario, da cui la difficoltà di interlocuzione, sta cercando di sedare la criticità ad alto rischio alle sue frontiere.
Tutto ciò per accennare a come la guerra israelo-americana contro l’Iran abbia ripercussioni ben oltre il Medio oriente, e non solo a livello energetico. Un altro segno dell’iniziale globalizzazione dello scontro è l’affondamento di una fregata iraniana al largo dello Sri Lanka da parte della Marina Usa. Un attacco proditorio, lo ha definito il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi, perché in acque internazionali e perché ha provocato 87 morti, aggiungendo che americani “si pentiranno di questo precedente”.
Gli è che gli States si sentono i padroni del mare: dopo l’affondamento delle barche nei Caraibi e l’abbordaggio delle navi della flotta ombra russa, l’affondamento del naviglio iraniano appare una mera conseguenza. Pensano di poter fare quel che gli pare, godendo di un’assoluta immunità. Non sappiamo se la minaccia di Araqchi abbia un qualche fondamento, ma certe improvvide iniziative potrebbero innescare reazioni.
Quanto alla guerra mediorientale, tre gli sviluppi eclatanti. Il primo riguarda l’invasione di terra del Libano da parte di Israele, accompagnata da intensi bombardamenti sia nel meridione che nel Sud di Beirut, abitato dagli sciiti.
L’invasione giunge dopo l’attivazione di Hezbollah contro Israele, preso di mira da missili. Sebbene l’iniziativa della milizia islamica appartenga all’attuale guerra, si situa nel solco dell’ininterrotto bombardamento israeliano del Libano, proseguito anche dopo l’accordo di cessate il fuoco del 24 novembre del 2024 (le forze di pace dell’Onu, Unifil, hanno contato oltre 10mila violazioni dell’intesa da parte di Israele a fine 2025 e il governo libanese ne ha denunciati oltre 2mila negli ultimi tre mesi; centinaia i morti).
Insomma, la guerra di Israele non è mai veramente finita, ma nel frattempo a Beirut si è installato un governo filo-occidentale che sta contrastando Hezbollah. L’invasione israeliana, quindi, potrebbe anche innescare un conflitto tra libanesi, ripetendo lo scenario della guerra intestina, con protagonisti esterni, che insanguinò il Paese dei cedri dalla metà degli anni ’70 all’inizio del ’90.
Ma allora la Siria di Assad si schierò con Hezbollah, oggi Damasco è governata dagli ex tagliagole di al Qaeda e dell’Isis, accolti con gioia nell’ecumene occidentale, e potrebbe giocargli brutti scherzi. Ad oggi Damasco si è limitata a schierare forze al confine tra i due Paesi nell’intento di bloccare l’invio di armi da parte di Teheran, in futuro si vedrà.
Resta che, al di là dello scontro con Hezbollah, Israele da tempo cerca di conquistare il Libano meridionale per accedere al fiume Litani, a 20 Km dal confine. L’acqua, in Medio oriente, è preziosa. Peraltro, questa zona è anche entrata nel grande libro dei sogni, incubi per i vicini, del messianesimo israeliano (vedi Haaretz), da cui altre ed esoteriche complessità.
Il secondo sviluppo è il possibile attacco dei curdi dell’Iraq contro Teheran. Ne avevamo accennato in altra nota e secondo i media è già iniziato. È vero che i curdi iraniani, armati da Usa e Israele, hanno unito le divise forze contro Teheran, ma resta da vedere se e quale sarà l’apporto del cruciale Kurdistan iracheno, strategico per l’iniziativa. Tematica spinosa perché riguarda l’Iraq nel suo complesso, come dimostra il blackout totale in cui è piombato tutto il Paese ieri. Ci torneremo.
Infine, l’Azerbaigian: ieri un drone attribuito all’Iran, che ha negato la paternità dell’attacco, ha colpito un aeroporto azero. Il presidente Ilham Aliyev ha prima minacciato ritorsioni per poi specificare: “L’Azerbaigian non ha partecipato né parteciperà a nessuna operazione contro l’Iran”. Ma resta un fronte a rischio dati gli stretti rapporti tra Baku e Tel Aviv.









































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