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sinistra

MANIFESTO DEL REALISMO VISIONARIO

(a cura di Paolo Bartolini)

Premessa

La realtà fa frizione, non tutto è possibile. La stagione del decostruzionismo radicale è finita: ha avuto un suo senso, oggi non più. La “svolta linguistica”, e la pretesa di ridurre i fenomeni a come li raccontiamo, sono state assorbite dal neoliberalismo e dal pensiero ipermoderno funzionale alla dismisura tecno-capitalista. L’effetto, ben visibile nelle guerre culturali di questi anni, è la perdita di dialettica tra struttura e sovrastruttura. La vita di ogni giorno, le sue condizioni materiali plasmate dai rapporti di potere e dai mercati capitalistici, interessa sempre meno un ceto intellettuale miope e autoreferenziale. Bisogna correggere la rotta.

Detto questo aggiungiamo: la realtà non è una “cosa”; è un dinamismo relazionale dove, per ogni limite e vincolo, si sprigiona un campo (non infinito) di possibili adiacenti da esplorare. La realtà ci ricorda che il vivente non può essere colonizzato, usato e manipolato oltre un certo limite (che non è fissato a priori, ma sempre si manifesta a un certo punto). Prima o poi, nella forma di sintomi o di reazioni abnormi, le logiche di sfruttamento e oppressione producono risposte che incrinano la narrazione del migliore dei mondi possibili (quello governato dal motto thatcheriano e ultraliberista “There Is No Alternative”, TINA). Il presente manifesto muove dalla consapevolezza che, sul piano esistenziale e su quello politico, la cura e la trasformazione passino attraverso una tensione generativa tra senso di realtà e capacità di immaginare altrimenti. La visionarietà è l’elemento decisivo che distingue questa proposta da qualunque soluzione “riformista” che si accontenti di levigare i meccanismi dell’impianto tecno-capitalista sperando di temperarne un po’ le disuguaglianze strutturali.

Rosa Luxemburg ha giustamente affermato: socialismo o barbarie. Si tratta di rimanere nel solco della sua intuizione e di comprendere come conciliare la democrazia (con la sua separazione dei poteri, il conflitto mediato e il coinvolgimento ideale di tutti i cittadini/e nella gestione del bene comune) con una forma di società neo-socialista che si lasci alle spalle la fascinazione per il mito della crescita e del benessere quantitativo.

 

I PUNTI CHIAVE

IL POSIZIONAMENTO POLITICO

La diatriba sul superamento della dicotomia Destra/Sinistra ha un suo senso storico, ma trascura un dato di realtà: la sinistra (critica verso il capitalismo e al servizio di un ampio progetto di giustizia sociale ed ecoclimatica) è sparita dai radar, lasciando in campo solo la destra (estrema e non) e una pseudo-sinistra neoliberale che vivono la politica come alternanza di forze simili e complementari alla guida della società.

Il punto da sollevare, quindi, è come rianimare una prospettiva di liberazione integrale centrata su ridistribuzione della ricchezza, pace, diritti sociali e civili, fuoriuscita dalla civiltà della crescita e costruzione di una società della cura attenta ai beni comuni, alla tutela degli ecosistemi, alla cancellazione dei fenomeni di oppressione e sfruttamento. Una novità importante, che riguarda il nostro assetto mentale, è fare a meno di un’idea di progresso lineare e dell’universalismo astratto che lo accompagna. L’emancipazione stessa va ripensata, non in opposizione ai legami, ma come equilibrio delicato tra senso di comunità e libertà dei singoli, tragitti biografici e co-appartenenza a una storia condivisa.

LA QUESTIONE ECOLOGICA

Come per molte emergenze del nostro tempo, anche quella ecologica va presa sul serio e affrontata senza cadere negli estremi della negazione o delle finte soluzioni tecnologiche (greenwashing, “sviluppo sostenibile”, …). Si tratta di promuovere non solo stili di vita con un minor impatto ambientale, ma soprattutto leggi e interventi delle istituzioni che ri-orientino l’economia e i principali attori inquinanti verso una piena eco-compatibilità. Ben venga un aumento di sensibilità e responsabilità dei singoli, purché non si trascuri la sfera dell’azione politica. Errato è colpevolizzare le fasce meno abbienti della popolazione, facendo credere che solo comportamenti “virtuosi” da parte di tutti permetteranno di evitare il disastro. Altrettanto sciocco è concentrarsi esclusivamente sul clima, quando il riscaldamento globale si affianca a innumerevoli danni arrecati agli ecosistemi: pessima qualità dell’aria, deforestazione, diminuzione dell’acqua potabile, plastica nei mari, ecc.

Il realismo visionario pensa la questione ecologica come una componente fondamentale del cambio di paradigma che la storia ci richiede in economia e nel nostro modo di relazionarci con tutti i viventi. Nessuna logica di riarmo e di guerra può essere appoggiata da chi concorda con le suddette considerazioni.

LA QUESTIONE DI GENERE

Il tema del genere, del sesso e dei diritti civili è molto sentito, soprattutto tra i giovani. Si tratta di valorizzare i contributi preziosi del femminismo e di inquadrare correttamente la fase storica in cui viviamo: quella di un patriarcato in crisi irreversibile, incline a colpire e ferire duramente, nella vana speranza di fermare un processo ormai avviato. Si ricordi, al tempo stesso, che il capitalismo gioca su più tavoli e sa puntare sia sul sessismo più becero, che sulla retorica del “fluido” e delle identità multiple, purché tragga profitti dall’uno e dall’altra. Ciò significa che un femminismo di taglio liberal risulta estremamente dannoso, e lo stesso vale per alcune frange estremiste del movimento LGBTQIA+ che flirtano con pratiche come la maternità surrogata e alimentano un immaginario io-centrico e volontaristico in merito a questioni delicate come la disforia di genere. Per il realismo visionario, che è solidale con le soggettività non conformi e ostile ai binarismi di genere coi loro pregiudizi millenari, l’identità è sempre una questione processuale, di costruzione di sé, tuttavia basata su alcuni limiti che vanno riconosciuti e lavorati (non negati!). Tutti siamo corpi “donati” e “ricevuti”, nessuno può scegliere come nascere. Qualunque modificazione – talora necessaria – dei corpi, va pensata come un cammino di integrazione e di consapevolezza, e non come un disporre di sé nello spirito imprenditoriale del “tutto è possibile”.

IL SISTEMA MONDO, LA GEOPOLITICA, LA PACE

L’Occidente al tramonto sta scegliendo di insanguinare l’intero orizzonte. I maggiori pericoli alla pace mondiale derivano, oggi, da USA e Is***le, per quanto le logiche di potenza contemporanee non ci permettano di considerare gli avversari di queste potenze come amici a prescindere. Si tratta, saggiamente, di lavorare per il dialogo e la negoziazione in vista di un mondo multipolare cooperativo. Eppure, la geopolitica non va mai separata da un principio di analisi molto chiaro: non esistono popoli “unitari”, che non siano attraversati da conflitti di classe. Porre attenzione primaria alle sorti della classe lavoratrice e dei ceti subalterni è centrale per effettuare valutazioni sulla situazione internazionale. Del resto i piani degli Stati non sono scollegati (e non potrebbero esserlo) dagli interessi dei centri di potere della finanza, delle multinazionali, di Big Tech, delle industrie di armi, ecc.

In un passaggio storico drammatico siamo chiamati a lavorare, sul piano culturale e politico, per disallineare le coscienze rispetto al progetto di riarmo europeo e alla propaganda che inventa nuovi Nemici per giustificare l’economia di guerra e la crescita degli arsenali.

NUOVE TECNOLOGIE E IBRIDAZIONE TRA VITA ORGANICA E MACCHINE

Un fronte decisivo, per immaginare un mondo solidale centrato sulla dignità, riguarda il nostro rapporto con le tecnologie digitali (e ovviamente con la cosiddetta Intelligenza Artificiale). Tali tecnologie, per la razionalità strumentale, efficientista e di calcolo che le guida, sono al servizio del profitto e del capitale, quindi necessitano dello sviluppo di potenti anticorpi. Non vanno criminalizzate, non fosse altro che per il fatto che sono già ovunque, ma non vanno considerate “neutre”. La logica del “dipende come le usi” è inadeguata a governare il mutamento antropologico derivante dalla loro diffusione capillare. Bisogna agire politicamente e sul piano educativo per: limitare radicalmente l’accesso dei bambini agli schermi; promuovere esercizi di “disconnessione” dalla vita online; coinvolgere sempre più i corpi in forme di esperienza sensoriali ed emotivamente pregne; ideare leggi vincolanti che colpiscano in qualche modo lo strapotere dei grandi proprietari di app, piattaforme e servizi; fare ricerca sulle differenze sostanziali tra vita organica e artefatti tecnologici…

Tutto questo non secondo la pretesa illusoria di proteggere la “natura” dalla “tecnica” (noi umani siamo animali tecnici per definizione: linguaggio, strumenti esosomatici, lavoro sociale, produzione di resti riutilizzabili…), ma con la consapevolezza che la velocità degli “avanzamenti” tecnologici non può essere comparata alla lentezza dell’evoluzione biologica dei nostri corpi e che l’impatto di questa rivoluzione sulle nostre vite è insostenibile e dannoso. Il realismo visionario chiede, in definitiva, di lavorare sui ritmi del vivente e di regolare l’accesso e l’uso delle tecnologie per non compromettere le nostre funzioni neuropsicologiche. Ciò è impossibile rimanendo dentro la cornice del tecno-capitalismo e con servizi posseduti esclusivamente da privati che puntano al profitto creando dipendenze tossiche mediante precise strategie di marketing ed engineering dei prodotti.

SPIRITUALITÀ E VITA INTERIORE

Contro una pericolosa separazione tra politica e spiritualità, che conduce puntualmente al disimpegno e alle passioni tristi, il realismo visionario promuove la massima solidarietà e interpenetrazione tra lavoro interiore e attivismo culturale/politico.

La filosofia e la spiritualità permettono di sentire e comprendere la natura relazionale della realtà, apprezzando l’interconnessione che lega tutti i viventi e riconoscendo, in essa, una comunanza di destino. Fare esperienza di questo significa avvertire, fino al midollo, l’importanza della giustizia e della solidarietà, nonché la pericolosità di un mondo abbandonato ai piaceri seriali del consumismo e al nichilismo fattivo degli agenti tecno-capitalisti.

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Comments

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cybco
Monday, 09 March 2026 16:09
Il rapporto tra tecnologia e salute mentale, per quanto interessante, è secondario.

La produzione di fabbrica è, con i suoi operai e i suoi robot, un tutt'uno con le tecnologie da cui dipende e che da essa dipendono.

Non ci sarebbe nessun bambino da salvare... non fosse altro che non possediamo alternatve economiche - ovvero la sopravvivenza stessa degli esseri umani oggi dipende da tali sistemi.

Immaginare un'economia senza fabbrica potrebbe essere uno sforzo inutile, credere di poter abbandonare il capitalismo mantenendo operativi robot, calcolatori e centrali elettriche è illusorio.
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