Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

Quel che è in gioco in Iran

di Leonardo Mazzei

L’attacco all’Iran non è un’aggressione tra le tante nella lunga collezione di crimini che costella la storia degli Usa come quella di Israele. È anche questo, ovviamente, ma è qualcosa di più. Con le bombe sui cieli di Teheran il percorso verso una terza guerra mondiale pienamente dispiegata ha compiuto un salto tanto brutale quanto probabilmente decisivo.

Brutale per come ci siamo arrivati: con la solita trattativa truffa che è ormai il segno distintivo dell’Occidente, con la menzogna spudorata sulle armi atomiche, addirittura con quella di un possibile attacco preventivo dell’Iran. Brutale per l’uso massiccio dell’arma aerea contro le città di quel paese, per l’uso sistematico dell’omicidio politico, per l’assurdità delle pretese sul regime change, con Trump che dichiara di voler scegliere lui il successore di Khamenei.

Decisivo questo salto di qualità, non solo perché toglie ogni ambiguità su Trump, il trumpismo e l’effettiva strategia dell’imperialismo americano, ma soprattutto perché chiama in causa da un lato la resistenza del paese aggredito, dall’altro la risposta delle potenze che l’iniziativa trumpiana mira a mettere nell’angolo: in primo luogo la Cina e la Russia, ma non solo loro.

In molti si chiedono quale sia l’obiettivo finale del duo Trump-Netanyahu. Tralasciando qui le assurde panzane propinate ogni dì dalla propaganda di guerra, la cui falsità risulta evidente a chiunque senza bisogno di ulteriori confutazioni, a noi lo scopo dell’aggressione pare chiaro: porre fine alla Repubblica Islamica dell’Iran attraverso un regime change che riporti indietro quel paese di quasi cinquant’anni, quando Reza Pahlevi, l’ultimo scià di Persia, lo governava col terrore e la tortura in nome dei lussi della sua monarchia e degli interessi occidentali che serviva.

Ma riportare indietro le lancette della storia non è mai operazione troppo semplice. Difficile che si possa tornare a un monarca “Guardiano del Golfo”, come lo si chiamava allora; più probabile che si punti invece a una frantumazione dell’Iran – vedi, ad esempio, l’uso della carta curda – in modo da far finire il paese nel caos, annullandone così per lungo tempo ogni ambizione regionale, laddove il mostro sionista cerca di realizzare il suo folle sogno della “grande Israele”.

Anche nella “guerra dei 12 giorni” del giugno scorso l’obiettivo era quello del cambio di regime. Ma proprio per rifarsi di quel fallimento, Stati Uniti e Israele hanno preparato per mesi l’aggressione in corso. E stavolta non ne fanno mistero. Se raggiungeranno quello scopo avranno vinto una partita fondamentale: gli Usa si confermerebbero unica potenza globale (altro che “ritiro” nell’emisfero occidentale!), mentre l’entità sionista spadroneggerebbe in Medio Oriente.

Quanto sia realistico questo disegno solo il tempo ce lo dirà. A 10 giorni dall’inizio, pure in mezzo a enormi difficoltà, l’Iran resiste. E la linea di resistenza, basata sul contrattacco in direzione delle basi americane disseminate nei vari staterelli del Golfo Persico, è stata particolarmente intelligente. Di certo il modello venezuelano che avevano in testa gli strateghi americani, almeno per il momento non ha funzionato. Difficile che possa funzionare più avanti.

E se l’Iran non crollerà, Trump si troverà davanti a un grande dilemma: accettare una sostanziale sconfitta, cercando di mascherarla in qualche modo come una mezza vittoria; oppure passare a un’azione terrestre che richiederebbe forze enormi, perdite certe e tempi biblici. Le frasi contraddittorie dello psicopatico della Casa Bianca riflettono appunto questa incertezza.

Attenzione ai malintesi! Il buffone dal ciuffo giallo è certamente uno psicopatico, ma è uno psicopatico che ha il suo perché. Se è ritornato alla presidenza è solo perché una parte consistente delle élite (Silicon Valley ecc.) lo ha voluto, valutando la sua strategia del “cane pazzo” (leggi qui) ben più appropriata alla fase attuale di quella fallimentare di Biden.

Così scrivevamo 4 mesi fa:

«Trump sta continuando la guerra di Biden, che è guerra esistenziale per la difesa di un impero che continua a volersi unico e globale. La differenza è che lo sta facendo con altri metodi, più o meno efficaci di quelli precedenti lo dirà solo il tempo. Questo non significa che il passaggio dal 46° al 47° presidente americano, con l’insolito ritorno a quello che era stato il 45°, non abbia cambiato nulla. Ha cambiato moltissimo, ma nel quadro della continuità strategica imperiale. Che è pure continuità sull’obiettivo di fondo di questa fase storica: conservare il predominio americano costi quel che costi».

Se questa analisi è giusta, le conseguenze sono chiare: la guerra ha da continuare su tutti i fronti fino al raggiungimento di quel fine. Follie e stravaganze a parte, sta qui il nucleo razionale della strategia imperiale americana.

Ma questa strategia è frutto della forza o della debolezza dell’impero a stelle e strisce? Paradossalmente, direi dell’una e dell’altra. È frutto della forza, nel senso che discende dalla consapevolezza di una supremazia militare con la quale si vorrebbe compensare la perdita di potenza politica ed economica. È frutto della debolezza, proprio perché si è consapevoli di tendenze di fondo sfavorevoli. Ma proprio per questo a Washington si vuole usare la decisiva leva militare prima che sia troppo tardi, prima di arrivare a una vera parità strategica anche su questo terreno.

So che su questo punto tanti non saranno d’accordo, convinti come sono tanto della superiorità delle armi russe quanto di quella della tecnologia cinese. Ma se la guerra in Ucraina è entrata nel suo quinto anno, superando come durata quella che l’Urss dovette combattere con la Germania nazista, una ragione dovrà pur esserci. Come ci sarà pure una ragione per l’assenza di risposte di Russia e Cina al colpo portato da Trump al Venezuela, per non parlare di quello che si prepara a Cuba. Certo, talvolta la prudenza può essere un segno di forza. Ma se quella prudenza fa perdere terreno essa appare piuttosto come un gran segno di debolezza.

Cosa implichi questa postura attendista di Mosca e Pechino, rispetto al decisivo fronte iraniano, ognuno lo può immaginare. Le notizie sugli aiuti economici e militari a Teheran sono scarne e contraddittorie. Si tratta solo di una necessaria e voluta ambiguità tattica o di qualcosa di peggio?

In attesa di capirlo, molto ci dicono i silenzi e le contraddizioni dei Brics. Mentre la presidenza indiana del gruppo ha finora taciuto sull’aggressione del 28 febbraio (dopo che Modi ha ricevuto in pompa magna il criminale Netanyahu), due membri dei Brics (Emirati Arabi e Arabia Saudita) si sono schierati dalla parte di Trump e di Israele, dunque contro un altro membro del gruppo come l’Iran. Se questa è l’alternativa all’Occidente collettivo siamo messi bene!

Intendiamoci, tutti i blocchi sono in crisi, come si vede nella Nato e nell’Ue. Le vicende degli ultimi anni, innanzitutto l’iniziativa di Putin, hanno scombussolato alla grande i precedenti equilibri. E in un mondo precipitato nel caos ognuno pensa anzitutto ai propri specifici interessi. Ma se Nato e Ue aiutano comunque la guerra di aggressione all’Iran, dall’altra parte le divisioni e le incertezze sembrano ben più gravi. E mentre l’attacco americano è globale, la risposta è per ora parziale e scoordinata.

Potrà continuare così? La logica delle cose ci dice di no. Una svolta si impone per chi intende resistere all’attacco. Ma il tempo stringe e l’Iran sarà il banco di prova dei reali rapporti di forza tra le maggiori potenze.

Quanto potrà resistere l’Iran in questa situazione? Questa è la domanda decisiva. L’importante sarà resistere un minuto di più del nemico, che avrà presto i suoi problemi. Il criminale Netanyahu potrebbe anche adattarsi ad una guerra lunga, ma non potrebbe reggerla senza il sostegno americano. Trump ha certamente pensato alla guerra anche come mezzo per risalire nei sondaggi in vista delle elezioni di medio termine del prossimo novembre, ma da questo punto di vista gli serviva quella vittoria rapida che invece non c’è stata.

Si torna dunque al dilemma dell’azione terrestre, che certo non era nei piani iniziali, ma che la tenuta dell’Iran potrebbe imporre. A quel punto lo scenario cambierebbe completamente. E non certo a favore degli aggressori. La resistenza è dunque possibile, ma essa si regge anzitutto sul fattore umano, dunque sulla capacità/volontà del popolo iraniano di resistere. Quel fattore – l’uomo e la comunità a cui appartiene – è dunque il punto decisivo. Ma quella comunità è percorsa da tante divisioni che solo la politica (altra svolta necessaria) potrà almeno in parte ricomporre. Riuscirà la nuova dirigenza a costruire un blocco nazionale adeguato alla situazione? Noi ci auguriamo di sì.

E, venendo all’Europa e all’Italia, è anche qui che la resistenza dell’Iran andrà sostenuta al pari di quella palestinese e libanese. Se il blocco imperial-sionista dovesse vincere, sarebbero infatti guai per tutti. Oggi Trump ha detto che “Meloni cerca sempre di aiutare”. Non ne dubitiamo. Aiutiamola noi, ma ad andare a casa.

Pin It

Add comment

Submit