Una svolta culturale che cambia la storia
di Piero Bevilacqua
Quando sommovimenti repentini e profondi sconvolgono la crosta solidificata dello status quo, l’ordine delle cose a cui le menti dei contemporanei si sono assuefatte da decenni, il pensiero umano si mette in movimento e si sporge a guardare nel fondo ribollente del cratere. E oggi scorge una deriva dei continenti che scuote l’intero pianeta. Non stupisce perciò la straordinaria fioritura di studi e ricerche che analizzano lo scenario mondiale, che scavano nella storia di grandi Paesi a lungo fuori dallo sguardo eurocentrico, come la Cina, i Brics o l’Africa, che osservano con disincanto il fallimento dell’Unione europea, la divaricazione crescente tra USA ed Europa, il declino dell’egemonia dell’impero americano. Alle res gestarum succede invariabilmente la historia rerum gestarum, alle vicende reali la civetta della storia che giunge al tramonto per interpretare i fatti. Si tratta di una letteratura di alto profilo, frutto di studi non improvvisati, che si avvale finalmente di una non superficiale prospettiva storica e che cresce in modo spettacolare di giorno in giorno. Con ogni evidenza essa sorge dal bisogno di dipanare un’altra storia rispetto a quella che i gruppi dominanti ci hanno raccontato negli ultimi 80 anni, con soggetto le magnifiche sorti del mercato, il trionfo della democrazia americana e del suo ruolo pacificatore globale, insomma la suprema conclusione capitalistico-atlantica della vicenda del genere umano. È un’esigenza che comprensibilmente oggi tende a erompere in forme incontenibili, perché nel 2025 si sono conclusi gli 80 anni del “secolo americano”, iniziato nel 1945 col genocidio atomico delle popolazioni di Hiroshima e Nagasaki e concluso con quello del popolo palestinese, a Gaza, tramite la procura dell’esercito di Israele.
Spesso queste pubblicazioni sembrano ubbidire a ragioni politiche contingenti, come il conflitto russo-ucraino quale occasione immediata. E non c’è dubbio che quella guerra agisca da potente acceleratore. Esemplare è stato — non solo per l’eco suscitata — il contributo dell’antropologo francese Emmanuel Todd, “La sconfitta dell’Occidente” (Fazi 2024), a cui si potrebbe associare il quasi contemporaneo, di Elena Basile, “L’Occidente e il nemico permanente”. Prefazione di L. Canfora, Postfazione di A. Bradanini (Paperfirst 2024), insieme, ovviamente, a tanti altri titoli.
Mentre perfino saggi che sembrano ubbidire a immediate ragioni di battaglia politica e intellettuale si rivelano in realtà studi di ampio impegno analitico e storiografico. È il caso, ad esempio, del volume di Franco Cardini, “Grazie Islam! Quelle poche, piccole cose che l’Occidente deve al mondo musulmano” (PaperFirst 2025), che almeno nel titolo fa il verso al pamphlet giornalistico, apertamente apologetico, di Federico Rampini, “Grazie Occidente! Tutto il bene che abbiamo fatto” (Mondadori 2024). Il libro del nostro autorevole medievista mostra, infatti, con non comune ricchezza documentaria, gli straordinari contributi di scienza, pensiero filosofico, matematico, astronomico, conquiste di civiltà urbana con cui il mondo dell’Islam ha influenzato e nutrito la cultura europea.
Sulla stessa traiettoria, ma con lo sguardo sulla storia mondiale, il contributo dello storico indiano Amitav Acharya, “Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente”. Prefazione di F. Cardini (Fazi 2026). Si tratta di un volume di ben 523 pagine davvero fuori dall’ordinario, fondato su una documentazione storica sterminata, di quelle che solo decenni di studi e ricerche possono garantire. Lo definirei uno dei libri più preziosi per illuminare con una visione profonda e globale la storia mondiale che prepara lo scenario del nostro turbolento presente. Qui solo pochi cenni per dire che esso mostra la molteplice fioritura di imperi e civiltà che precedono di secoli la nascita e il trionfo culturale dell’Europa e quella recentissima dell’Occidente. Tutt’altro, dunque, che un “centone” accademico, che mette insieme pezzi per costruire un monumento di erudizione. Il lavoro di Acharya arriva intanto sino ai nostri giorni incandescenti, ma non solo illustra i contributi di altre civiltà, soprattutto quella cinese e indiana, forniti alla nostra Europa, ma anche, con non pochi capitoli, il ruolo che il dominio coloniale ha giocato nell’ascesa del Vecchio Continente. Un dominio fatto di saccheggi e predazioni sanguinarie, genocidi, come quello che noi abbiamo sublimato e nascosto con la definizione edificante di “scoperta dell’America”, cui si è innestato il recente impero americano. L’ultimo degli imperi che mostra oggi, in una prospettiva storica di lungo periodo, la sua brevità temporale e il suo carattere transeunte di fronte all’avanzare della maggioranza dei popoli sullo scenario mondiale.
Non è nelle finalità di queste note una rassegna bibliografica, che oggi risulterebbe comunque particolarmente preziosa per mostrare la ricchezza di una letteratura che ormai costituisce una svolta culturale di grande portata. L’insieme di questi studi rappresenta, infatti, più di una spia di un processo culturale in atto, destinato a cambiare la lettura del mondo contemporaneo.
Per brevità qui mi limito solo a mettere in rilievo alcuni percorsi di riflessione presenti in alcuni di questi studi che stanno seppellendo la narrazione apologetica e filo-atlantica fin qui prevalente. E certo particolarmente utili appaiono gli scritti su quel fenomeno di singolare ampiezza e durata che a buon diritto viene definito russofobia. Quella postura psicologica e culturale di insofferenza, sospetto, perfino odio nei confronti di un grande popolo a cui l’Europa ha solo inflitto morti e danni. Si tratta di un racconto ideologico che ha radici non recenti e che oggi torna utilissimo indagare perché esso illumina uno dei più colossali inganni di massa che le élites europee cercano di utilizzare per nascondere le loro plurime disfatte politiche. Dall’inizio della guerra in Ucraina, nel 2022, il pregiudizio antirusso viene utilizzato dal ceto politico e dai media per imporre la propria versione delle ragioni e delle origini di quel conflitto, ma ora serve a coprire errori fatali, a cercare un consenso tra i cittadini europei che si è ormai dissolto. La minaccia dell’invasione dell’Europa da parte delle armate russe è la favola che dovrebbe convincere le popolazioni ad accettare il governo di queste élites smarrite e disperate, che vogliono imporre una politica di riarmo. Una scelta insensata per porre rimedio alla disfatta dell’Unione europea mentre le economie di quasi tutti i paesi ristagnano o arretrano per deficit di energia, di materie prime, di sbocchi di mercato. Così che esse svendono per viltà la sovranità politica dei propri stati al padrone USA, orgoglioso di umiliarli in pubblico, che accettano senza batter ciglio la violazione flagrante e violenta dell’ordine internazionale, che concorrono ad alimentare il genocidio del popolo palestinese, che continuano a sostenere, con diverso coinvolgimento, lo stato eslege di Israele, impegnato ad aggredire e bombardare chi vuole: Gaza, la Siria, il Libano, l’Iran.
Al grande contributo di ricostruzione storica che a questo tema ha dato dieci anni fa il giornalista svizzero Guy Mettan, “Russofobia. Mille anni di diffidenza”. Prefazione di F. Cardini (Sandro Teti, Roma 2016); e al ricco numero speciale dedicato a Contro la russofobia, dalla rivista «Su la testa», 2025, n. 28, si aggiunge ora, in seconda edizione (la prima è del 2024), il lavoro del filosofo tedesco Hauke Ritz, “Perché l’Occidente odia la Russia”. Prefazione di L. Canfora, Fazi 2026. Ritz, che in questi ultimi 4 anni di guerra ha potuto assistere all’isteria antirussa scatenata da governi e da media — i quali sembrano aver smarrito ogni traccia di onestà intellettuale e di rapporto col mondo reale — può accostarsi più da vicino, rispetto a Mettan, ai problemi odierni con uno sguardo e una prospettiva storica radicale. Soprattutto può contribuire a disvelare alcuni passaggi della storia del dopoguerra, che hanno letteralmente capovolto la verità dei fatti e contribuito a costruire il mito dell’America in Europa. L’autore ricorda ciò che dovrebbe esser ben noto, le ragioni dell’invasione della Russia da parte delle armate hitleriane agli inizi della seconda guerra mondiale: «Lo scopo del conflitto era decimare la popolazione russa e, allo stesso tempo, asservire i sopravvissuti. Nella pratica tutto questo significò che durante la campagna militare in Russia migliaia di paesi e i loro abitanti furono spazzati via e milioni di prigionieri di guerra furono uccisi o destinati a morte certa per fame o per lavoro forzato». Morirono allora 27 milioni di persone, il 15% della popolazione, di cui 16 milioni civili. Ma Ritz conclude l’osservazione con una riflessione davvero inattesa, che fa scandalo nel clima culturale dominante della Germania di oggi, dove criticare la violenza sanguinaria dello stato di Israele equivale a pratica antisemita, un delitto morale. Egli infatti mette in luce una grave ingiustizia contro le popolazioni slave e soprattutto russe, ma anche la speciale faziosità su cui si è edificato il mito dell’America come stato liberatore dall’asservimento nazista: «Mentre il genocidio perpetrato ai danni degli ebrei europei — scrive Ritz — è stato ormai elaborato, diventando parte integrante di una cultura della memoria, i crimini dei nazisti nei confronti delle popolazioni slave, e in particolare dei russi, non sono entrati per nulla nella memoria collettiva». In Germania il fanatismo filo-israeliano per senso di colpa, per scontare le responsabilità dell’Olocausto, porta le élites tedesche al silenzio di fronte al massacro odierno dei Palestinesi, mostrando paradossalmente un’inquietante inclinazione di quelle classi dirigenti ad assolvere i genocidi. Ma la cancellazione del sacrificio immane subito dalla Russia serve al tempo stesso a fornire agli USA la palma di liberatori dell’Europa dal dominio criminale nazista. Sarebbero stati loro a sconfiggere le armate hitleriane e a liberare i paesi europei dal tiranno, donando loro libertà, democrazia, benessere.
Ma il libro di Ritz si segnala soprattutto per essere una vasta indagine sulla società occidentale, che aiuta a comprendere come e con quali mezzi l’America ha finito col soggiogare l’Europa all’indomani della seconda guerra mondiale. E tra i tanti percorsi indagati merita di essere qui segnalata, per essere poco o nulla nota, la grande operazione di manipolazione culturale realizzata dagli USA a partire dal 1950. Allora venne fondato il Congress for Cultural Freedom (CCF), Associazione per la Libertà della Cultura, finanziata ufficialmente da numerose fondazioni tra cui la Ford e la Fairfield, ma soprattutto dalla CIA. Essa operò in tutto il mondo, e soprattutto in Europa, e vide all’opera scrittori, artisti, filosofi, giornalisti, cineasti che per quasi 20 anni lavorarono a creare l’immaginario culturale filo-atlantico degli europei. Nel 1967 si scoprì che il CCF era finanziato dalla CIA e venne perciò chiuso e ciò ha permesso agli storici di chiedere per via legale il rilascio di documenti segreti e la possibilità di intervistare i protagonisti. Ed è anche grazie a queste fonti che noi oggi possediamo la meritoria indagine della storica e giornalista britannica France Stonor Saunders, “La guerra fredda culturale. La CIA e il mondo delle lettere e delle arti” (Fazi 2004).
Naturalmente l’opera della CIA e in genere dell’intelligence americana, come ben sappiamo, non si fermò con quella operazione e continuò segretamente e in modo capillare e ancora continua. E questa attività oggi appare come una pagina essenziale per la costruzione dell’egemonia culturale degli USA a livello globale. Una vasta e lunga opera che si è fondata, tuttavia, anche su basi culturali molto ampie e solide, su vere conquiste e avanzamenti scientifici e materiali (ne ho ragionato in Deamericanizzare l’immaginario europeo, «La Fionda», 9 febbraio 2026). Un lungo processo di conquista potentemente favorito dal grande veicolo ideologico dell’anticomunismo durante i decenni della guerra fredda, poi con la bandiera della lotta al terrore e infine con quella, sempre meno convincente, dell’esportazione della democrazia. Con questi vari strumenti e processi gli USA hanno indottrinato almeno tre generazioni di europei. La grandissima maggioranza dei cittadini del Vecchio Continente ha guardato per quasi 80 anni alle vicende del mondo con lo sguardo plasmato dalla propaganda atlantica. Uno sguardo che in questi mesi l’amministrazione di Donald Trump sta accecando con sinistri bagliori, mostrando all’opinione pubblica internazionale che gli USA concludono la loro storia imperiale come uno stato criminale di guerra, aggredendo stati sovrani, violando ogni legge dell’ordine giuridico e anche di quello umano.
Ma il libro di Ritz appare in questo momento apprezzabile anche per un’altra ragione. Mentre Trump contribuisce a mostrare gli USA nella loro vera natura di impero sanguinario per necessità di conservazione del dominio globale, il filosofo tedesco illustra quanto di questo dominio si è fondato su un’anomalia storica, sull’inglobamento egemonico dell’Europa e oggi sul miserabile asservimento delle sue inconsistenti élites. L’autore svolge una considerazione storica ineccepibile, ma oggi clamorosamente illuminante: «A partire dal 1945 l’Europa occidentale è stata sempre più governata da un altro continente». Si tratta di un’anomalia senza precedenti: «Gli ultimi otto decenni rappresentano perciò un’eccezione assoluta nella storia europea». E aggiunge: «Senza l’Europa, gli Stati Uniti erano semplicemente una grossa isola ai margini del mondo. È stata solo la partecipazione a tutte le questioni europee a renderli una potenza sulla scena mondiale».
Ebbene queste note finali credo illuminino di luce meridiana i compiti a cui oggi l’intellettualità europea libera e dotata di pensiero e visione deve sistematicamente assolvere: demolire il mito della Grande America, mostrare quanto del suo potere si è fondato sul nostro asservimento, quanto la sua cultura ha sopraffatto la nostra, quanto la sua libertà ha condizionato quella dei nostri stati. Una nuova pagina nella storia d’Europa nasce da questa orgogliosa consapevolezza del dominio subito e della necessità e possibilità di riscatto, dalla volontà politica di imporre un nostro autonomo progetto di società nazionale e di cooperazione continentale. Una strada che passa dalla liberazione dai vincoli militari che sottraggono sovranità territoriale a tanti Paesi, quindi dallo scioglimento di quel progetto di guerra perpetua che è diventata la Nato, e dall’apertura a tutti i paesi del mondo con cui vogliamo commerciare e scambiare cultura e rapporti in amicizia e di pace. Non ce n’è altra, del resto, per riaccompagnare gli USA fuori dal Mediterraneo, riportarli nei loro oceani, e convincerli, per la sicurezza e il benessere dei propri popoli, a tornare uno stato normale, un grande stato-nazione, dismettendo i panni dell’impero, non più sostenibile di fronte ai nuovi equilibri mondiali e alle necessità vitali del pianeta.










































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