Non c’è solo il petrolio in gioco
di Lorenzo Battisti
Dollaro o morte: la logica imperiale dietro il caos di Trump
Le azioni internazionali degli Stati Uniti di Trump sembrano erratiche e irrazionali. Eppure una logica le guida, una logica che lega le sue azioni a quelle di presidenti precedenti (Obama e Biden): la difesa della posizione di supremazia dell’imperialismo americano e del pilastro su cui poggia, il dollaro. L’aumento del prezzo del petrolio non è una “conseguenza” dell’attacco all’Iran. Era l’obiettivo principale di tale attacco.
Il declino Usa e lotta contro il mondo multipolare
Ormai è sulla bocca di tutti ed entra anche nei documenti ufficiali: il mondo sta avanzando sempre di più verso un mondo multipolare. Pochi però notano il mondo che sta gradualmente scomparendo: il mondo unipolare a guida americana. L’unipolarismo era quello che restava dopo la vittoria americana della “Guerra Fredda”, con la fine dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti dell’Europa dell’Est. Il passaggio tra questi due mondi è segnato dal declino della potenza imperialistica americana.
Un declino che appare sempre più accelerato, specie negli ultimi anni. La capacità degli Stati Uniti di sfruttare il resto del mondo a beneficio dei proprio gruppi monopolistici si restringe sempre di più. La principale ragione sono i paesi BRICS, paesi abbastanza grandi da poter sviluppare un percorso di autonomia rispetto al centro imperialistico, e quindi con la possibilità di privarlo di una parte importante della ricchezza che prima veniva depredata.
Le guerre successive alla fine dell’Urss sono state spesso descritte come guerre di rapina, tese a “rubare” ai popoli le risorse di cui disponevano, a partire dal petrolio.
Sebbene sembri una spiegazione immediatamente vera, all’osservazione dei fatti mostra limiti insormontabili: per esempio in Afghanistan non ci sono riserve di petrolio; ma anche la guerra in Iraq non viene spiegata : gli americani non hanno ottenuto quasi nulla in termini di petrolio dalla guerra in Iraq. Oggi questa spiegazione è ancora più insoddisfacente poiché gli Usa sono diventati indipendenti dal punto di vista del greggio: producono più di quello che consumano, al punto che hanno cancellato il divieto di esportazione del proprio petrolio.
Il petrolio resta centrale nella spiegazione delle guerre americane, ma solo nella sua relazione mediata con il dollaro. Questo infatti è uno strumento indispensabile dello sfruttamento americano verso il resto del mondo (compreso il nostro continente). Il dollaro, una volta slegato dal legame con l’oro, trae il proprio valore dall’essere moneta di riserva. Una condizione di privilegio dovuta al fatto che è necessario avere dollari per procurarsi le materie prime necessarie a qualsiasi economia, in particolare il petrolio.
Se si osserva il petrolio solamente come materia prima necessaria all’apparato produttivo Usa, diventa impossibile spiegare le guerre degli ultimi 30 anni. Solo la catena che lega imperialismo-dollaro-petrolio può aiutare a gettare luce sulla politica internazionale americana dal 1991 a oggi.
Il petrolio si vende in dollari — o si muore
Il declino del dollaro (da cui i Brics si stanno progressivamente liberando), è l’indice che meglio mostra la velocità di questo processo discendente. Questo declino mostra infatti la minore capacità dell’imperialismo Usa di depredare valore degli altri paesi.
Il circuito di sfruttamento basato sul dollaro si basa sulla possibilità degli Usa, dagli anni ‘70 in poi, di creare dollari senza alcuna contropartita che ne limitasse la quantità. Da quel momento i poi, il resto del mondo (compresi sempre di più anche i paesi socialisti dell’epoca) sono stati obbligati ad accumulare dollari per poter comprare le materie prime in esso denominate. Questi dollari accumulati a fini precauzionali, sostano brevemente negli altri paesi: vengono infatti subito investiti nei mercati finanziari per acquistare debito Usa (cosa che permette al paese di indebitarsi “quasi” senza limiti). Il risultato è che gli Usa possono creare dollari senza limiti con cui acquisire beni e servizi prodotti all’estero in cambio “nulla”.
Per riassumere, il valore del dollaro è dato dalla sua centralità nell’economia mondiale, la quale a sua volta è dovuta alla sua necessità per acquistare le materie prime, in primis il petrolio[1]. Un indebolimento permanente del suo valore indica quindi una sua progressiva perdita di centralità, a cui hanno contribuito i sempre maggiori scambi in valute nazionali dei paesi Brics, così come la possibilità di acquistare le materie prime, il petrolio in primis, in valute alternative al dollaro. Una sfida esistenziale che i Brics hanno lanciato all’imperialismo Usa.
La finanza come arma: i mercati e i cannoni per difendere il dollaro
I militari cinesi hanno notato ormai da tempo che la “il dio della guerra ha cambiato volto”, cioè che la guerra non è più (solo) quella classica con cannoni e navi (e oggi droni), ma è preparata e accompagnata da guerre che si combattono su altri terreni. Uno di questi è quello finanziario: la svalutazione di una moneta può avere su un paese gli stessi effetti di un bombardamento.
Qiao Liang, generale cinese dell’Esercito Popolare di Liberazione, aveva già scritto di questa trasformazione oltre 25 anni fa[2]. Oggi osserva (in un libro purtroppo non ancora tradotto in francese) che è la finanza stessa la ragione della guerra:
Il motivo ha tutto a che fare con lo sganciamento del dollaro dall’oro del 15 agosto 1971, il momento in cui gli Stati Uniti hanno gradualmente messo a punto un modello di sopravvivenza nazionale in cui l’economia reale si è trasferita fuori dal paese e le industrie si sono svuotate. L’esportazione del dollaro significava che gli Stati Uniti dovevano importare un gran numero di prodotti da altri paesi e quindi dovevano mantenere un deficit delle partite correnti. Ma c’è una cosa su cui non devono mai avere un deficit, e cioè il conto capitale. Deve avere un’eccedenza, cosa che richiede il ritorno in America del capitale esportato dagli Stati Uniti verso il resto del mondo, in modo da fornire di nuovo il denaro per ricomprare i prodotti globali. Le guerre combattute dagli americani negli ultimi vent’anni sono state progettate per garantire questa condizione, cioè che non solo i dollari fluiscano senza problemi fuori dal paese, ma anche che il capitale in movimento nel mondo torni negli Stati Uniti[3]
La crescita dei Brics rende questa seconda situazione sempre più difficile:
Per fare rientrare i capitali però ci sono solo due modi: o l’economia degli Stati Uniti è in una buona posizione, e ci sono punti caldi di crescita economica guidati dall’innovazione tecnologica che attraggono il capitale globale a rifluire; oppure la situazione economica in altre regioni diventa peggiore, il che rende l’economia degli Stati Uniti più sicura, almeno in relazione alle altre[4]
Gli Usa hanno sempre più difficoltà a mantenere un attivo di conto capitale con il resto del mondo: i dollari, una volta accumulati nei forzieri delle banche centrali, hanno oggi altre destinazioni possibili. Oltre ad essere meno necessari per l’acquisto di materie prime. Per esempio possono essere attirati dalla Borsa di Hong Kong, legata a un’economia che cresce a ritmi doppi o tripli rispetto a quelli americani.
Oltre a questo Trump deve affrontare il sempre più probabile scoppio della bolla legata all’intelligenza artificiale. Lo sviluppo e la commercializzazione di questi nuovi strumenti ha attirato enormi capitali, che hanno trasformato piccole e sconosciute aziende come OpenAi, in colossi da miliardi di dollari, e che hanno mantenuto a valutazioni irrazionali i titoli sopravvalutati legati alle imprese tecnologiche. Ma come ogni bolla, prima o poi è destinata a scoppiare[5]. Una prospettiva non ideale per attirare capitali…
Lo scoppio della bolla, nel quadro del più generale declino del dollaro, potrebbe essere fatale per l’imperialismo Usa. Uno strumento per contrastarlo sono le stable coin inventate da Trump: esse traggono (o dovrebbero trarre) la propria stabilità dal fatto che sono garantite da un corrispettivo debito Usa. La loro diffusione (invero per il momento abbastanza limitata) dovrebbe quindi ricondurre capitali verso il dollaro e verso il finanziamento del loro debito. Ma questo “espediente” non può riuscire a frenare e compensare la perdita di centralità del dollaro dovuto al minore uso di petrolio delle economie e soprattutto al minore utilizzo del dollaro per acquistarlo.
Solo così si possono spiegare i due interventi contro Venezuela e Iran. L’obiettivo non è tanto quello di prendere il controllo sul petrolio (per l’apparato produttivo americano), quanto sulla sua vendita: il petrolio deve essere venduto in dollari, non in altre valute, così da obbligare nuovamente le economie mondiali a riprendere l’acquisto e l’accumulo di dollari[6].
In secondo ordine, come si vede chiaramente nel caso del Venezuela, gli Usa vogliono decidere verso chi indirizzarlo: si vuole privare sempre più l’economia cinese delle sue fonti di energia e dirigere il petrolio per riacquistare la fedeltà di alleati diventati troppo distanti, come l’India, che ha aumentato l’acquisto di petrolio e gas dalla Russia (venduti in Rubli o in Rupie). Ma soprattutto si vogliono utilizzare queste riserve di petrolio per riprendere il controllo sull’Opec, in cui molti paesi sono attratti dai Brics: se questi non si riallineeranno ai voleri degli Usa e se non torneranno a utilizzare esclusivamente i dollari per il loro commercio, gli Usa potranno minacciare di aumentare l’offerta di petrolio tramite il Venezuela e l’Iran, facendo crollare l’economia di questi paesi e minandone la stabilità interna.
L’effetto più immediato di questi attacchi è stato l’aumento di petrolio e gas: dopo il rapimento di Maduro, in violazione di qualsiasi legalità internazionale, il prezzo del petrolio Brent è aumentato del 12% fino a 82$, il WTI del 10% a 77$ e il gas metano del 15%. Gli stessi aumenti si sono avuti dopo l’attacco all’Iran. Poiché il petrolio costa più caro, è necessario acquistare più dollari sui mercati internazionali: il dollar index, che misura la forza del dollaro è cresciuto in un solo giorno di oltre l’1% dopo l’attacco all’Iran, all’interno di un trend crescente dal 3 Gennaio in poi.










































Add comment