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Ach, Habermas

di Federica Gregoratto

[Oggi è scomparso il grande pensatore tedesco Jürgen Habermas, esponente della teoria critica della società nata dalla Scuola di Francoforte, e protagonista appassionato, nel corso della sua lunga vita (1929-2026), del dibattito pubblico europeo dal secondo dopoguerra sino ai giorni nostri. Lo ricordiamo con questo omaggio di Federica Gregoratto alla sua figura intellettuale e civile]

Habermas.jpgQuesto giorno doveva arrivare, ce lo aspettavamo, e cercavamo di non pensarci, da un po’ di tempo. È arrivato mentre il cielo sopra Teheran fiammeggia e le colonne di fumo si allargano sempre più nere, Trump minaccia attacchi non solo alle infrastrutture militari ma anche a quelle petrolifere, Israele pianifica l’operazione di terra in Libano. Jürgen Habermas, uno dei più grandi filosofi del Ventesimo e Ventunesimo secolo, lascia questo mondo sull’orlo della catastrofe inaudita di una terza guerra mondiale. Aveva 96 anni. Certo una buona età per andarsene, al termine di una vita vissuta, ed esaminata, in un modo che non possiamo che invidiare. La tentazione è di raffiguracelo, oggi, come un Titano della ragione, sconfitto infine dopo una lunghissima battaglia dagli dei dell’irrazionalità più violenta e distruttrice, quella del profitto del Capitale e della sovranità nazionalistica più imperialistica e retrograda. Se ne va, con lui, potrebbe sembrarci, l’ultimo luccichio di Illuminismo, la speranza che i conflitti possano essere risolti se non proprio con la forza dell’argomento migliore, almeno con gli sforzi della diplomazia e di una ragione strumentale che non ha reciso completamente la sua radice di umanità.

Probabilmente questi toni mitologici lo farebbero sbuffare. Habermas aveva lavorato, soprattutto, affinché una guerra mondiale non si dovesse ripetere mai più. Il suo pensiero – dal primo testo importante, la tesi di Habilitation pubblicata con il titolo Storia e critica dell’opinione pubblica nel 1962, passando per i capolavori degli anni ’80 e ’90 (tra cui spiccano Teoria dell’agire comunicativo, 1981, Il discorso filosofico della modernità, 1985, e Fatti e norme, 1992), fino agli ultimi lavori dedicati all’Europa, alla genealogia della filosofia in dialogo con la religione, per concludere proprio laddove aveva iniziato (l’ultimo libro si chiama infatti Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, 2022) – non è tuttavia un pensiero del dualismo manicheo bene contro male, ragione contro irragione, ma dell’ambivalenza.

Da Habermas abbiamo imparato, o dovremmo imparare, che uno dei modi in cui la filosofia può legittimamente rivendicare un suo spazio nel mondo è quello di impegnarsi nella comprensione critica e trasformativa delle norme e delle abitudini socio-politiche in cui questo mondo è articolato. Il lavoro filosofico, sollecitato, spesso con urgenza ansiogena, da un interesse pratico per la critica e il cambiamento in meglio guarda al mondo dal punto di vista di come esso non dovrebbe (più) essere. Cerca di individuare quelle dinamiche che condannano l’esistente alle catene e sbarre del dominio più crudele (economico, geopolitico). Per sostenere un tale impegno, spesso impossibile, la filosofia deve poter contare su una qualche forma di libertà – almeno, innanzitutto, nel senso negativo più minimale di libertà dal dominio. Non può però pretendere di conquistare, in sede puramente teorica o speculativa, uno spazio al riparo dalle connessioni fattuali e reali in cui si trova, suo malgrado, a voler agire.

Una tale libertà prende forma ed è esercitata, secondo Habermas, tra le maglie delle relazioni comunicative tra esseri umani: è solo provando a parlare gli uni con gli altri, cercando di raggiungere un’intesa, anche se fragile e provvisoria, e mai completamente trasparente, che potremmo riuscire a individuare le storture, le ingiustizie e i problemi che ci opprimono e sconquassano, e fare qualcosa per rimediarvi. Del resto, il fatto stesso che possiamo parlare sottintende che un qualche tipo di intesa è già all’opera, basata su contenuti proposizionali comprensibili e in parte condivisi, la volontà comune di districarci al meglio nei nostri gineprai, un senso, anche se minimale, di uguaglianza e rispetto della dignità e libertà dell’interlocutore. Allo stesso tempo, tuttavia, i rapporti di potere tra esseri umani (e, si deve aggiungere, non-umani) – secondo cui alcune categorie di persone, gruppi sociali, e nazioni tendono costantemente a prevaricare sugli altri, per estrarne vantaggi di vario tipo – funzionano anch’essi nel medium della parola e del linguaggio. Comunicazione è anche propaganda, manipolazione, violenza.

La domanda su come tenere insieme, nel pensiero e nella pratica, ideale e reale è il fulcro, credo, di tutta l’opera habermasiana. L’ideale, per Habermas – la possibilità del superamento del dominio, di un riconoscimento reciproco tra esseri umani, come esseri umani – non è altro dal reale, ma il suo cuore pulsante. Non potremmo esistere, nella forma di vita che conosciamo, se ci rinunciassimo, se abdicassimo completamente alle idee di giustizia, o di vita buona (qualsiasi cosa esse vogliano dire – e cosa possano voler dire, lo dovremmo decidere insieme). Questo non implica però che dobbiamo idealizzare il reale, diventare ciechi e sordi di fronti ai molti modi in cui proprio certe idee normative si sono fatte meccanismi di ideologia e sopraffazione, nascondendo e giustificando la volontà di potenza di coloro che si illudono di essere i più forti. E non vuol dire neanche che possiamo credere di far trionfare gli ideali al di là delle confusioni e ambiguità delle nostre pratiche, formali e informali, istituzionali o meno.

Habermas non era solo un filosofo e teorico critico. Dall’inizio della sua carriera, ha partecipato attivamente come intellettuale pubblico a tutti i dibattiti più hot dal secondo Dopoguerra alle soglie di questa nuova guerra. Nella dialettica tra reale e ideale, comunicazione libera e comunicazione del dominio, a Habermas stesso è capitato alcune volte di perdersi (non da ultimo, direi, in relazione al genocidio di Gaza). Ma non è di questo che vorrei dire, ora. Preferisco ricordare come la contraddizione in cui si destreggiava e prendeva vita il suo pensiero faceva anche profondamente parte di lui, da una parte difensore di una prospettiva classicamente filosofica e scientifica, che guarda alla realtà con strumenti astratti e dai punti di vista di ideali altissimi, dall’altra, partecipante appassionato e di parte ai tumulti della storia e della politica. Cercava il dialogo con quante più persone possibile, e provava a parlare a tutti e tutte più o meno allo stesso modo, che fosse la dottoranda più insignificante, o il papa. Della sua personale modalità di comunicare faceva anche parte una certa infervorata irascibilità, che ogni tanto non riusciva, quasi comicamente, a contenere.

Tra i moltissimi episodi della sua biografia che si potrebbero raccontare, mi piace ritornare, nel giorno della sua morte, il più indietro possibile. Già quando scrivevo la mia tesi di dottorato su di lui, mi aveva colpito più di altro che l’interesse per le virtù, ambivalenti, della comunicazione aveva avuto per lui una genesi, ex negativo, nel chiaroscuro di un vissuto patologico doloroso, in un tratto, per dirla con il suo maestro Theodor W. Adorno, di “vita offesa”. Come racconta Rolf Wiggerhaus nella sua biografia collettiva della Scuola di Francoforte, è il passaggio dall’intimità del mondo famigliare a quell’inferno dello sguardo dell’altro rappresentato dalla scuola che fa intuire per la prima volta a un giovanissimo Habermas che cosa vogliano dire emarginazione e disconoscimento. L’esperienza si intensifica dopo la fine della guerra, durante un periodo in cui è costretto a lavorare in una fattoria a causa della scarsità di risorse alimentari. In questo stato d’eccezione, il sedicenne vive un momento chiave della sua vita. Vittima di un attacco di bullismo verbale da parte di alcuni ragazzi che lavoravano con lui, reagisce così: “avevo un forcone in mano, lo gettai nel carro e mi voltai, in silenzio. Tornai nella mia camera, raccolsi le mie cose, senza ulteriori parole me la svignai. Emancipazione – per ognuno di noi, nella storia della propria vita, essa assume certo diverse connotazioni – ma quella era emancipazione.”[1] Libertà è dire di no, sottrarsi a relazioni malsane, camminare verso un altrove, impegnarsi, con i propri mezzi e talenti, a costruire una piccola porzione di mondo più libero e buono. È significativo che agli albori dell’autocoscienza del grandissimo teorico della comunicazione vi sia proprio un’interruzione della comunicazione, lo strappo del silenzio.

Quando oggi ho appreso la notizia, stavo leggendo queste parole di Karoline von Günderrode, che ora mi sembrano appropriate: “imprigionato in nuove catene, il dio della terra, che esprime il suo desiderio di una vita migliore rendendo ogni cuore sensibile alle cose migliori, ferito nella sua coscienza, piange perché vede la sua vita divina e beata ancora lontana.”[2] Il dio della terra, che non è quello che ha sconfitto il Titano, ma quello dell’ideale, che singhiozza stritolato da un reale che non sembra più lasciarci spazi per parlare, immaginare alternative allo strapotere della bruta violenza e pura follia distruttrice. Vorrei potere dire che, nel silenzio spalancato dalla scomparsa di Jürgen Habermas, ci restano le sue moltissime parole, ipotesi, ragioni, certamente da riscoprire, tornare a discutere e criticare. Ma chissà se ne avremo voglia, se ne saremo capaci.


Note
[1] Sono parole di Habermas, riportate in Rolf Wiggershaus, La Scuola di Francoforte. Storia, sviluppo teorico, significato politico (1986), Torino, Bollati Boringhieri 1992.
[2] Karoline von Günderrode, “Melete”, in Christa Wolf, L’ombra di un sogno. Prose, poesie, lettere di Karoline von Günderrode, La Tartaruga, Milano, 1984.
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